Chiara, una scrittrice in bicicletta

Qualche anno fa volevo far partecipare i miei giovani studenti al progetto di promozione alla lettura ‘Scrittori in classe’; cercai chi fosse disponibile a Parigi e contattai Chiara Mezzalama, allora appena trasferitasi nella Ville Lumière.

Verrò con molto piacere! –rispose con la sua voce cristallina e franca. Ci accordammo per svolgere la lettura all’interno della biblioteca italiana Italo Calvino, annessa all’Istituto italiano di cultura in Rue de Varenne e vicino alla scuola italiana. Era un’ottima occasione per far visitare la biblioteca ai ragazzini ed incontrare una vera scrittrice. Concordammo letture sui miti e leggende che in quel periodo interessavano molto i miei studenti i quali le posero poi domande sui suoi libri, sulla scrittura e sulle sue letture preferite. La incontrai di nuovo alla presentazione del suo libro appena uscito, nel 2015, Il giardino persiano, presso La libreria, a Rue du Faubourg Poissonière, prezioso punto di riferimento per molti lettori italiani e non solo.

Con Chiara ci siamo incontrate recentemente nel suo quartiere non lontano dal Marais. In un tipico pomeriggio parigino di pioggia torrenziale è arrivata in bicicletta all’appuntamento presso la libreria La Tour de Babel. In uno dei suoi café preferiti e, davanti a un té caldo, inizia a raccontarmi la sua vita ed il suo percorso di scrittrice:

Avevo l’intenzione di trasferirmi inizialmente per un anno. Roma iniziava a starmi stretta; avevo voglia di fare un’esperienza diversa e farla fare ai miei figli. Di anno in anno poi decidevo di restare; i miei figli si integravano e, anche se mio marito non ci ha mai raggiunto ed abbiamo finito per separarci, la decisione era presa: restiamo!

In realtà il cambiamento per Chiara è stato a 360 gradi con quella che spiega sorridendo come la crisi dei quarant’anni, ma la sua scelta aveva radici profonde proprio nel desiderio di scrivere. Psicologa di formazione, a Roma era psicoterapeuta in un servizio materno infantile e prendeva la penna quando i suoi pazienti le lasciavano un poco di tempo libero:

 Sentivo di non avere abbastanza tempo né per i miei pazienti né per scrivere come desideravo. Ho deciso quindi di prendere un anno sabbatico continuando a seguire solo i pazienti che avevo senza accettarne di nuovi. Nello stesso momento avevo bisogno di un allontanamento fisico, geografico per dedicarmi completamente alla scrittura. Scrivere richiede una distanza; lo spaesamento è funzionale alla creatività.

Lo spaesamento cercato da Chiara è forse un po’ quello che già aveva provato da bambina nei trasferimenti dovuti al lavoro del padre. Spostamenti che hanno lasciato una traccia profonda nella donna e nella scrittrice che rielabora, nei suoi romanzi, una materia fatta di migrazioni e viaggi, di incontri e relazioni, di spazi chiusi ed aperti, di giardini e di natura.

L’infanzia passata in Marocco e in Iran le fa sperimentare vissuti esistenziali ed ambientali davvero particolari così come il ritorno difficile nella sua città natale, Roma, alle soglie dell’adolescenza. Se in Iran il confine segnato dal muro dell’immenso giardino – spazio di giochi, esplorazioni e scoperte – la separa con la guerra civile in corso nel Paese con l’avvento al potere dell’Ayatollah Khomeini; la bambina immagina, percepisce e vede poche ma terribili scene durante i rarissimi spostamenti e uscite dallo spazio protetto dell’Ambasciata. La lettura la salva dalla noia, dalla limitatezza, dalla solitudine e dal bisogno insaziabile di immaginare e vivere altre storie, avventurarsi in altri mondi. Leggere è così importante per Chiara da farle rispondere ad un’intervista rilasciata a Mario Manca per Vanity Fair (6/3/2021) che: Scrivere mi permette di buttare già le cose della mia testa, ma leggere mi permette di visitare la testa di tutti gli altri: questo nutre la scrittura profondamente.

Il giardino descritto nel romanzo è dunque anche il luogo di fantasticherie e di isolamento dove la piccola Chiara sedimenta la voglia di creare storie che diventerà poi un elemento importante del suo essere scrittrice. Scrivo soprattutto di mattina, quando resto a casa in una tranquilla solitudine – mi risponde quando le chiedo come organizza il suo lavoro. – Mi divido tra i corsi di letteratura presso l’istituto italiano di cultura (attualmente sto svolgendo un programma sulla Resistenza: Vittorini, Fenoglio, Pavese, ecc.), un gruppo di lettura sulle novità letterarie e la scrittura.

Il giardino persiano, tradotto in francese e in persiano ma censurato in Iran, è diventato un libro illustrato per ragazzi: Le jardin du dedans-dehors (nella versione inglese, The garden of inside/outside) . Una riduzione per i giovanissimi a cura delle Éditions des Éléphants, casa editrice specializzata per la letteratura jeunesse. È nato così anche un connubio artistico con Regis Lejonc, illustratore: Con Regis facciamo delle ‘lectures dessinées’ per il pubblico giovane in giro per la Francia. Nel riscrivere il testo per la versione illustrata ho capito che quando si scrive per i ragazzi si cerca di rendere il nocciolo della storia. Nel caso del ‘Giardino persiano’ la storia ruota intorno allo spazio chiuso che simbolizza la frattura tra l’interno e l’esterno del muro. Un muro che puo’ essere scavalcato da un ragazzino che diventa l’incontro con l’Altro. Il muro è dunque anche un passaggio permeabile che dà una percezione di vulnerabilità ma anche di apertura all’altro.

Discutiamo con Chiara dell’attualità dei muri e della guerra e mi congratulo doppiamente per questo romanzo diventato scrittura ad immagini per ragazzi. Ricordo che il romanzo mi aveva particolarmente colpito per il coraggio e la capacità di aver reso il tema dell’orrore della guerra e della dittatura di un totalitarimo attraverso lo sguardo apparentemente protetto e filtrato di una bambina (e di suo fratello). Un punto di vista che ha permesso all’autrice di sviluppare anche i temi legati all’infanzia, alla fratellanza, alle relazioni familiari, al rapporto con la natura. Da appassionata ed esperta di letteratura per ragazzi, ho poi letto il libro illustrato ed ho potuto apprezzare, oltre alla storia già nota, la ricerca dell’equilibrio perfetto tra testo ed immagine; non a caso l’album ha vinto numerosi premi. Sono sempre affascinata dagli autori che riescono a spaziare tra la letteratura per ragazzi e quelle cosiddetta generale; Chiara mette in atto la sua creatività nei due ambiti con le capacità specifiche richieste. La delicatezza, l’attenzione all’immagine e al testo per i più giovani traspaiono anche nell’altro libro nato in collaborazione con l’illustratore iraniano Reza Dalvand, Valentin des toutes les couleurs (Éditions des Éléphants) nel quale le splendide immagini ed il testo raccontano di un bambino che ama i colori e cuce stoffe colorate parlando di amicizia.

Guardo Chiara, piccola donna esile dall’apparenza fragile ma che emana una forte determinazione e capacità di resistenza, ed inevitabilmente penso alle sue storie, soprattutto al primo romanzo. Lavorando con gli immigrati, avevo cercato libri che trattassero questa tematica. Dopo aver letto Io sono con te di Margaret Mazzantini, lessi il suo Avrò cura di te, che narra di due storie che si incrociano: una donna marocchina immigrata a Roma e una giovane italiana, entrambe, in modo diverso, in cerca di un loro posto nella vita, di amicizia, di ri/costruire la capacità di entrare in relazione con il mondo, con gli altri.

Pur nei diversi generi che tratta e le diverse storie che racconta, ritrovo nella scrittura di Chiara un fil rouge, una particolare sensibilità a questa frontiera dell’Io con l’Altro, dell’individuo nella comunità, nel gruppo sociale e che include la relazione con l’ambiente, la natura.

Parliamo poi del suo libro ‘ecologista’ Dopo la pioggia, uscito prima della pandemia ma che sembra anticipare la dimensione globale delle catastrofi naturali, e dell’urgenza di scrivere su questi temi:

Ho vissuto la Parigi degli attentati, seguo e mi informo sulla questione del cambiamento climatico e mi sembra che siamo entrati in un’era di incertezza, di non visibilità del futuro. Nel mio piccolo mi impegno, scrivo nel blog ‘managaia.eco’ ed è una forma di militanza: scrivere, incontrare persone, discutere. Ognuno puo’ contribuire per quello che sa fare: per me è il raccontare storie. Dobbiamo informarci, leggere, capire, aggiornarci; occorre un pensiero sistemico perché la realtà è complessa e tutto sta cambiando velocemente. Credo nell’azione concreta, locale; per questo mi impegno anche con le associazioni del mio quartiere con l’obiettivo zéro déchets (zero rifiuti) e nel creare un jardin partagé (orto/giardino collaborativo).

Ho appena letto Petit manuel de resistance contemporaine di Cyril Dion e le chiedo se condivide la visione dell’autore sull’importanza e l’urgenza di una narrazione collettiva che unisca e spinga l’umanità ad agire sul problema ecologico:

 È importante certo; con il mio romanzo ho cercato di raccontare una storia senza moralismi ma capace, attraverso l’identificazione con i personaggi, di creare un’empatia e scatenare emozioni lasciando una traccia sui lettori. Con un grande sforzo di immaginazione e una sorta di chiaroveggenza, volevo creare una storia che coinvolgesse il pubblico su questi temi. E sì, penso che la letteratura possa essere in questo senso uno strumento politico di impegno e credo che continuero’ su questo filone.

In realtà Chiara sta esplorando anche un altro genere, più personale e autobiografico; mi racconta di aver scritto di getto un racconto sulla morte un caro amico scrittore, morto di malattia durante la pandemia.

Sulle finestre si sente ancora tamburellare la pioggia, nell’atmosfera calda del café i discorsi si fanno più intimi e penso che dietro il sorriso semplice e diretto di Chiara ci sia davvero tanta forza e determinazione. Poco dopo è tempo di salutarci; la osservo indossare la mantella per ripararsi dalla pioggia e inforcare la sua bici verso la rue du Roi de Sicile.

P.

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