Una viola cubana

Karla, Cuba, Chicago, Montenegro, Roma

Karla ha la musica nel sangue e nella lingua: quando parla lo spagnolo della sua terra, la melodia europea del castigliano si mescola con i ritmi africani, come mi spiega quando parliamo delle origini musicali e linguistiche dell’isola. Se Cuba è un Paese laico, la sua cultura è anche ricca di tradizioni religiose diverse per la sua storia di crocevia di civiltà e popoli, mi racconta questa giovane donna luminosa ed entusiasta: Cantare e suonare fa parte della vita di noi cubani; sono cresciuta con ritmi e melodie intorno a me, in famiglia, in ogni festa, riunione familiare o di amici, per le strade. Ero molto piccola quando, un giorno, ho visto in televisione Marta Salgado che suonava il violino mentre, nei sottotitoli scorreva la scritta “Marta Salgado suona la viola…”. Orgogliosa che sapessi leggere e attratta irresistibilmente dal fascino della sua musica, comunicai sicura alla mamma che volevo imparare a suonare la viola come quella grande musicista.

Karla davvero ha mantenuto la sua promessa di bambina ed è entrata a soli sette anni, dopo un test d’ingresso, alla Escuela de Arte de La Havana dove si studia il violino per cinque anni. Racconta:

A dodici anni ho potuto finalmente iniziare la viola; a quattordici poi ho passato l’esame nazionale dove si selezionano una cinquantina di ragazzini su duecento circa, provenienti dalle quattordici province, per entrare nella Escuela Nacional de Arte. In convitto ho studiato con i miei compagni; si mangiava, si dormiva, si facevano tante attività tutti insieme e c’era musica ventiquattro ore al giorno. Lì mi sono aperta completamente al mondo musicale ed ho avuto la grande opportunità della mia vita: uno scambio culturale con la Chicago jazz Philarmonic. Durante il mio quarto anno, nel 2014 infatti mi hanno selezionato insieme a trentasette musicisti per andare a Chicago con la nostra orchestra. Per me quell’esperienza è stata rivelatrice: ho capito che quello che volevo fare era suonare nel mondo, andare oltre i confini della mia amata isola per imparare e vedere altri modi di vivere, altre culture. Questo viaggio in America è stato determinante; mi trovavo di colpo in un Paese verso il quale avevo un rapporto di amore/odio a causa dell’embargo ma è stato illuminante per me per capire che ciò che volevo fare era suonare viaggiando. Arrivai il nove novembre e due giorni prima era stato il mio compleanno; compivo diciotto anni e mi sembrava un regalo della vita. Sono sempre stata un’anima libera ma ho capito allora che nella vita qualsiasi cosa si decida di fare la si deve realizzare felicemente. Io volevo imparare e condividere la mia passione per la musica con professionisti anche di altri Paesi. La Chicago Jazz Philarmonic era mista per età e tendenze musicali; ho imparato tanto e stretto amicizie.

Tornata a Cuba, Karla passa l’esame di maturità che consiste nel prodursi in un concerto, ottiene il diploma e inizia a lavorare con il Grand Teatro de La Habana per un anno e mezzo ma continuava a sognare di partire.

Mentre lavorava a Chicago, Karla conosce un gruppo folcloristico cubano che si esibiva in Montenegro; da allora ogni estate parte con loro per la stagione estiva.

Ci sentiamo, in piena estate, durante un suo spostamento dalla Serbia a Varadero, nel Montenegro e racconta degli spettacoli serali all’aperto dove la gente viene ad ascoltare ed assistere a danze e musiche tradizionali cubane e latinoamericane. La tournée dura diversi mesi; Karla è contenta ma le manca suo marito. Mi racconta con allegria e leggerezza, sincerità e passione:

Un giorno in cui l’energia del cosmo e gli dei volevano che si producesse questo incontro vedo quest’uomo che sta facendo fotografie in un municipio di La Habana dove ho appena finito la stagione artistica: si chiama FAC, Fàbrica de Arte Cubano, un posto magico per gli artisti. Parlando mi dice che è un musicista e produttore e che sta cercando una cantante per il suo gruppo. Così iniziamo a frequentarci; io canto e suono per la sua band, con artisti cubani bravissimi. Ci siamo sentiti come se i nostri respiri entrassero in sintonia, come se prendessimo una boccata d’aria vitale per entrambi dalla nostra relazione; lavoravamo insieme con un’energia particolare e ci sentivamo come se ci fossimo conosciuti già in altre vite.

Lui poi è partito per Los Angeles dove viveva e lavorava come batterista e produttore. Cresciuto in famiglia con l’idea di viaggiare e spostarsi, a diciassette anni è partito da Roma per Londra poi per gli Stati Uniti per formarsi e lavorare come musicista. Tornato poi a Cuba, ci siamo sposati e siamo felici così da quattro anni. Anche a causa della pandemia abbiamo deciso di partire per Roma, volevamo provare a lavorare in Italia e stare vicino ai suoi genitori. Il periodo della pandemia è stato davvero complicato per il lavoro di noi musicisti. A Roma poi l’ambiente della musica è ristretto e, nonostante i nostri CV, se non si hanno conoscenze non si riesce a lavorare. Come musicista di scena non sono mai riuscita ad esibirmi a Roma e neanche mio marito trova lo spazio desiderato, gli sembra che tutto sia rimasto come venticinque anni fa quando era partito e che il mercato della musica sia oltreoceano. Della musica italiana all’estero si continua a conoscere solo l’ultimo fenomeno di Sanremo o si resta fissi sugli stessi artisti famosi come Laura Pausini o Eros Ramazzotti quando la gente non chiede addirittura di suonare l’intramontabile e sempiterno “Sono un italiano vero” che è diventato internazionalmente il simbolo del mondo musicale del Bel Paese.

Sono partita da Cuba anche per la situazione economica che sta peggiorando nell’isola; ho deciso di andare via per avere più opportunità di carriera ed aiutare i miei che sono rimasti lì. Con mio marito non vedevamo molte prospettive; ci sono continue leggi e regole che rendono difficile la vita come per esempio l’imposizione ai musicisti di usare gli spazi statali e proibire l’apertura di studi musicali a casa propria.

Nonostante le difficoltà e la nostalgia, Karla ama Roma che trova, per alcuni versi, somigliante alla capitale cubana. Ritrova una certa fierezza e orgoglio negli abitanti a volte (anche un poco esagerato, scherza) come se ci si sentisse al centro dell’universo. Oltre alla migliore carbonara e la impressionante bellezza monumentale però Karla afferma che: sono le persone che fanno le città. In aprile ad esempio siamo stati a Catania e ne ho apprezzato i colori, la vivacità della gente che esce, si ritrova per strada, canta mentre stende i panni; mi sembrava di stare in un film e ritrovavo alcune caratteristiche della mia città. A Roma mi scontro con il vicinato che mi impedisce di suonare con l’argomento che la musica disturba.

Karla ha un orecchio musicale che la avvicina anche alle lingue e trova una corrispondenza anche tra il romanesco e la parlata cubana piena di colore ed espressioni caratteristiche. Quando è venuta a frequentare il mio corso di italiano B1 al CPIA3 di Roma per prepararsi all’esame ed ottenere la certificazione necessaria necessaria per la domanda di cittadinanza, abbiamo riso della mia osservazione sul suo accento romano. Come per ogni straniero che impara l’italiano vivendo la realtà in cui è immerso, la lingua della comunicazione è prioritariamente quella ascoltata ed assimilata con i suoi accenti locali, le forme dialettali e le espressioni tipiche. Così mi racconta che quando sente dire dai romani: Ciao regà, gli viene in mente il modo di salutare dei cubani: Que bola asere oppure quando per la sorpresa ha imparato a esclamare in romanesco: Ammazza, questo le ricorda delle parolacce nella sua lingua mentre per esprimere un apprezzamento c’è l’espressione cubana fiufiu insieme ad altre onomatopee di cui è ricca la parlata isolana.

Di Cuba le manca la famiglia, l’ambiente, i colori, lo stile di vita, il sorriso della gente nonostante le grandi difficoltà che continua a vivere. Karla pensa alla sua isola ogni giorno, alla sua musica: Quando sono stata ad aprile a trovare la famiglia ho fatto il pieno di abbracci: condividere il solito pollo con mamma, zia, nonna, fratello è una vera festa fatta di risate, ricordi, affetto: sono cresciuta in strada con i ragazzini giocando a pallone; non amavo cucinare e giocare con le Barbie come facevano le ragazzine alla mia età. Amavo le scienze e volevo fare l’astronauta ma non avevamo tecnologie quando ero bambina. Fino a tredici anni non avevamo cellulari né avevo mai visto un computer, fino al 2010 non avevamo accesso a Internet; personalmente ho scoperto la rete nel 2015. Siamo un popolo fiero che ha sempre affrontato le difficoltà ma la gente è stanca di vivere nella miseria. A volte l’elettricità viene tagliata anche per dodici ore; non si trovano medicine e c’è una crisi che ricorda quella del ‘94. Ora che i cubani possono partire, molti giovani e non solo lasciano l’isola in cerca di un avvenire migliore. Siamo cresciuti con l’orgoglio della storia rivoluzionaria ma ora siamo stanchi di vivere di ricordi e di aspettare politiche davvero a favore della gente. Ora si costruiscono hotel per esempio, ma le case popolari cadono a pezzi. Siamo consapevoli dei problemi dovuti all’embargo ma anche cominciamo ad avere una visione più ampia della geopolitica con Internet. L’11 luglio dell’anno scorso ci sono state manifestazioni e molte persone sono state arrestate solo perché protestavano contro la fortissima inflazione e la soppressione della doppia moneta che ha equiparato la moneta turistica al peso cubano con il risultato di aggravare la povertà. Cuba non è solo mare e spiaggia anche se non si può ancora manifestare o parlare troppo contro il governo. Molti giovani però, formati e specializzati, non vedendo sbocchi e desiderando migliori prospettive, lasciano l’isola. José Martì diceva: “Cuando un pueblo emigra los gobernantes sobran”

Karla è una di quelle donne che hanno colto l’opportunità per lasciare il proprio Paese per un insieme di ragioni: per amore, per migliorare la loro vita, per aiutare la famiglia, per lavorare. Ma c’è di più che la spinge a trasferirsi e a viaggiare: una buona dose di curiosità, la voglia di aprirsi al mondo e di imparare ed arricchirsi di nuove esperienze. Quando le chiedo infatti cosa significa per lei viaggiare, risponde:

Viaggiare mi dà la possibilità di imparare perché è altrove che ci si rende conto veramente del nostro piccolo mondo; di quanto viviamo in una sfera ridotta se non ci apriamo ad esperienze che, positive o negative, sempre ci insegnano qualcosa. Mi piace incontrare la diversità delle altre culture e cerco di prendere i lati positivi di ogni persona, comunità, Paese che vivo e conosco. Viaggiare è per me la libertà di conoscere.

Quando viaggio mi piace conoscere altri modi di cucinare, mangiare, parlare anche se la musica resta per me la dimensione più importante, il linguaggio universale con cui comunicare con il mondo.

Parliamo ancora di musica, viaggi e dei colori dei paesaggi cubani, italiani e montenegrini; concordiamo sul nostro colore preferito, l’azzurro del mare ma lei ama anche il giallo del sole che le ricorda la luce della sua isola.

P.

Pubblicato da Patrizia D'Antonio

Blogger, writer, teacher, traveller...what more? I love to meet and share with people. In my spare time I like reading, swimmming, cycling, listening and playing music . I was born in Rome but I live in Paris

3 pensieri riguardo “Una viola cubana

  1. Mi hermana🥺🙏🏽 una chica súper inteligente que puedo decir la mejor persona del mundo HUMANA ante todo gracias por hacerme feliz todos los dias de este mundo… ORGULLOSO de ser tu hermano… TE AMO ADMV😍💙🫶🏽

  2. Grazie del bellissimo articolo, Patrizia. Conosco Alex ma non Karla, purtroppo. Anche io come loro, e come te, siamo viaggiatori, nomadi per scelta. Romano, vivo a Dublino.

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