Una brava ragazza

Rosaria, Bari

Sono nata a Bari, dove torno spesso a trovare i miei cari, a mangiare focaccia e burrata e a passeggiare sul lungomare barese. Nel corso di una delle mie ultime visite, ho accompagnato mia sorella al fortino di Bari, dove era stata organizzata la commemorazione di Arturo Cucciolla, un impegnato architetto barese morto poco tempo prima.

https://it.wikipedia.org/wiki/Arturo_Cucciolla

C’erano molti amici a ricordare la vita e le opere dell’architetto, convinto sostenitore della necessità di unire i grandi temi dell’architettura agli aspetti sociali.

Tra i tanti che hanno preso la parola mi ha colpito in particolare modo la maniera semplice e diretta di onorare il suo ricordo di una iscritta all’ANPI, Rosaria, con cui mi sono fermata a chiacchierare dopo la cerimonia. Aveva appena dato alle stampe il suo libro: “Le belle ragazze” e mi sono detta che sarebbe stato bello inserire questa indomita ragazza, impegnata da cinquanta anni nel territorio barese, tra le “donneconlozaino”.

 Da Delia a Rosaria

Il libro  “Le belle ragazze” parte da Delia, una donna vissuta ventottomila anni fa, il cui scheletro, scoperto nel 1991 , ha un grande valore archeologico. Il ritrovamento è avvenuto all’interno di una grotta in località Santa Maria d’Agnano, dove è stato poi allestito l’omonimo Parco Archeologico e naturalistico, lontano una manciata di chilometri da Ostuni. Delia è conosciuta perciò come “La donna di Ostuni”: è una giovane di circa venti anni, dall’ossatura robusta, adagiata su un masso calcareo con le mani sul ventre. Fu l’ultima posizione assunta prima di morire (forse per una gestosi), segno di protezione e di amore per il figlio che portava in grembo.

 Si pensa che Delia fosse molto importante nella sua comunità: il suo capo era stato adornato da una cuffia di conchiglie ed il suo corpo colorato da ocra rossa, quasi a ridarle vita e colore. La donna è rimasta sepolta per migliaia di anni, con il suo piccolo mai nato e sulla sepoltura si sono successivamente stratificati altri simboli di divinità femminili, dai Peucezi, ai  Japigi, ai Greci, fino ad arrivare ad una madonna del ‘500.  Tale luogo è divenuto così un luogo di culto della dea madre per migliaia di anni, fino alla cultura cattolica.

 Rosaria nel suo  libro, iniziato anni fa e portato a termine nei quaranta giorni del lockdown dovuto alla pandemia del Covid 19, parte da Delia, dal ciclo della natura fatto di  nascita, crescita, morte, rinascita, per  giungere agli anni 50, al momento in cui lei, con i  genitori e le sorelle sta partendo per Ostuni, una vigilia di Natale. La madre, infatti è nata proprio ad Ostuni e lì vivono la nonna e le zie da cui si recano per trascorrere le feste. Si dipana di qui il  racconto della vita di queste donne lungo gli avvenimenti di un secolo:  la guerra, la liberazione, la rinascita. La storia delle “Belle ragazze” racconta una famiglia tutta al femminile, cominciando dalla nonna, nata sul finire dell’800, rimasta vedova con quattro  bambine,  di otto, sei, quattro e due anni, vissute senza un padre.  Attraverso le loro vicende racconta la storia con la S maiuscola del nostro Paese, per far capire ai lettori, e soprattutto alle giovani donne, le battaglie delle loro genitrici e  ribadire che i diritti non sono acquisiti una volta per tutte, vanno difesi con le unghie e con i denti, così come lei ha fatto, sempre.

La vita di Rosaria infatti è stata contraddistinta da un impegno costante: a partire dall’insegnamento in un quartiere periferico e marginale di Bari, il Cep, dove, intorno agli anni ’80, mise in piedi un coordinamento tra le scuole. Nelle sue classi non si usavano grembiuli né libri di testo. Alunni e docenti  si  costruivano i libri da soli, con un limografo, sin dalla prima elementare. A partire dalle uscite in giardino, magari osservando fiori o eventi naturali, si scrivevano  esperienze ed emozioni. Le frasi venivano scritte in caratteri grafici  stampato e corsivo e con un rullo intinto nell’inchiostro se ne producevano più copie, una per ciascun alunno: così si costruiva il libro di testo della classe, in aggiunta ad una biblioteca alternativa dove ognuno sceglieva cosa leggere secondo i propri gusti ed interessi.  Anche senza sala mensa avevano ottenuto una refezione scolastica con pasti consegnati in vaschette sigillate ed in classe apparecchiavano i banchi con tovagliette colorate e si pranzava in allegria. In quegli  anni Rosaria e i colleghi  organizzarono anche una sperimentazione/aggiornamento dei docenti sul tema della salute sul territorio, ragionavano sulla salute in fabbrica, la salute dei bambini ed inoltre si parlava di educazione sessuale e prevenzione.  I ragazzi facevano interviste, inchieste, costruivano diagrammi, cartelloni  e  in seguito, con esperti e genitori, discutevano sui risultati, applicando il metodo della ricerca. Questa sperimentazione creò alleanza tra genitori e docenti, la lotta per l’emancipazione del quartiere e per l’apertura di un ospedale costruito ma non ancora in funzione rientrarono a pieno titolo nel tema dell’educazione alla salute.

  Rosaria si è impegnata inoltre presso il sindacato e nell’allora Partito Comunista. Proprio al Cep, o meglio quartiere san Paolo, era in quegli anni segretaria di due sezioni con ben 650 iscritti, ed ha condotto varie  battaglie tra cui quella per il diritto allo studio. Nel rione dove vive tuttora, ha partecipato ad un movimento che ha lottato per la riqualificazione del territorio, ottenendo la cittadella della gioventù, punto di riferimento solido per gli abitanti del quartiere, oggi gestito dalla fondazione Giovanni Paolo II, una metropolitana che porta a Bari centro in sette minuti, una struttura sportiva con piscina, ma soprattutto un ospedale conquistato attraverso esperienze di lotta: il nosocomio, che ha raggiunto dei punti di eccellenza, è stato aperto nel 1994.  Rosaria, nel frattempo eletta  deputata della repubblica, partecipò ad una occupazione simbolica della struttura perché entrasse in funzione, venne invitata all’inaugurazione ed andò a conoscere il primo bambino che vi nacque.

La sua vita non è stata sempre facile, in famiglia ha dovuto penare per  conquistare la sua libertà, le figlie l’hanno sostenuta nel lungo processo di distacco da un marito “difficile”. Anche nel lavoro ha sempre lottato:  a scuola, quando è rientrata dopo anni di impegno nella politica, è stata duramente osteggiata dai genitori dei suoi alunni, prevenuti verso una docente “comunista” quando ha appeso alle finestre della sua classe la bandiera della pace; ma lei non si è mai arresa.

Quando le chiedo di raccontarsi, si schernisce, sorvola sugli importanti traguardi per ricordare il lavoro che conta davvero per lei: la difesa dei cittadini e dei lavoratori.

Rosaria:

 Quando fui eletta parlamentare, lasciai la scuola. Partecipavo ai lavori d’aula e della commissione cultura, continuando a lavorare sui quartieri. Ma i ricordi  di cui vado più fiera non sono quelli di gloria pubblica, quanto di conquiste apparentemente piccole. Ricordo quando favorii un incontro tra Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e gli alunni del San Paolo. Ci furono messi i bastoni tra le ruote in quanto il quartiere era considerato “malfamato”, per cui ci fu consigliato di portare una delegazione dei ragazzi in Prefettura. Arrivati, gli alunni si presentarono al Presidente pronunciando una sola volta il loro nome. Nelle due ore seguenti il presidente li chiamò sempre tutti con il loro nome, senza mai sbagliare. C’era con noi un ragazzo, figlio di un carcerato e la cui madre di lavoro faceva la domestica. In precedenza c’era stata una polemica sulla sua presenza, la prefettura aveva detto che non era il caso che il ragazzo incontrasse il Presidente. Saputo ciò, scandalizzata dall’ingiustizia verso il piccolo, chiamai il prefetto ed  il questore:-Mi spiegate perché un bambino di dieci anni non può incontrare il Presidente? Ve lo chiedo informalmente,  se dovesse permanere il vostro atteggiamento ve lo chiederò  pubblicamente tramite un’interrogazione parlamentare. Ovviamente il bambino fu ammesso all’incontro… Io non so se il Presidente fosse stato informato, so solo che, quando lo vide con gli occhi bassi gli disse:- Perchè hai lo sguardo basso? Alza il viso e cammina sempre a testa alta!. 

Ognuno di noi utilizza i luoghi in cui è presente per perseguire gli obiettivi in cui crede, io l’ho fatto dovunque mi trovassi.

 Ho insegnato scrittura creativa all’Università della terza età e alle detenute del carcere femminile  circondariale di Bari.

L’impatto “tra i cancelli” è stato davvero forte, importante la relazione stabilitasi con le donne a cui non chiedevo mai il motivo che le aveva portate alla reclusione. Quasi tutte erano straniere, molte non conoscevano l’italiano. L’esperienza di circolarità è stata formativa per tutte noi.

In un laboratorio presentai un giorno un quadro di Van Gogh, intorno allo studio del dipinto ognuna costruiva una storia. Una detenuta spagnola ha visto in questo quadro un bar, con dei mafiosi seduti al tavolino con nascoste nella cintura le loro pistole. Da lontano immaginava arrivare il treno sul quale c’era il boss per discutere sulla spartizione del territorio… intorno al bar persone che passeggiavano. Arrivava il boss, tutti prendevano  le pistole e sparavano.

Nel raccontarlo, la donna accompagnò il gesto dello sparo con le parole “Tatatatata”, al che tutte scoppiarono in una grande risata liberatoria. Inoltre nella sala c’era un grande specchio, e  le detenute facevano teatro lì davanti, esperienza utile a riprendere il rapporto con il loro corpo. 

A Natale volevo far loro un regalo, non mi era permesso portare profumi o gioielli, allora ho comprato un panettone e dei semplici ciondoli che raffiguravano la pace. L’abbraccio ricevuto da una delle donne è stato una  cosa sconvolgente, ricordo che porto sempre con me, descritto come tutte queste esperienze nel volumetto: “Donne e arte in carcere”.

Sono fiera di quando nel quartiere San Paolo ho trasformato una delle due sezioni del PCI in una sorta di scuola popolare frequentata da lavoratori adulti perché potessero conseguire la terza media, e dell’attività di recupero, messa su da don Vito Diana a Bari Vecchia, destinata a tossicodipendenti. Anche lì ho contribuito a far sì che molti di essi completassero il loro ciclo scolastico  formativo per inserirsi nella società.

Oltre a scrivere, Rosaria è cosegretaria della sezione ANPI di Bari, attiva nel sindacato SPI, si occupa quotidianamente  di sua madre, una bella ragazza di 93 anni, ha un compagno con cui condivide qualche vacanza e molti interessi ma che non vive con lei. Viaggia spesso, anche per andare a trovare le sue due figlie che vivono una a Reggio Emilia, l’altra  a Bruxelles.

Tra i tanti progetti, spera di riuscire in un prossimo futuro a riscrivere la storia delle sezioni del PCI, l’altra sua grande famiglia.

Si sa, certe ragazze non si fermano mai…

R.

2 pensieri riguardo “Una brava ragazza

  1. Quando si “ripercorre” una vita credo che la vita stessa ti faccia ricordare in modo particolare le cose belle. E nella vita di Rosaria…ce ne sono state davvero tante! Non è difficile intuire però, specialmente per donne sue coetanee, il mare di ostacoli, di difficoltà, di pregiudizi, di sacrifici sul quale ha…navigato la sua barca che, caparbiamente ha approdato più volte su coste sicure scoprendo spesso terre inesplorate. Cose da brava ragazza!

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