Matera

La seconda meta del viaggetto al Sud con Antonietta lo scorso ottobre, è stata Matera. Ci siamo andate in treno, perché la mia compagna di viaggio, causa covid, non se la sentiva di affrontare un ben più rapido viaggio in pullman. Lentamente, e alternando brutte urbanizzazioni e il paesaggio spoglio delle Murge, abbiamo raggiunto la città.

Matera è un incanto, e ci accoglie di sera, con la luna piena: ci siamo affacciate al belvedere di Piazza Vittorio Veneto e l’abbiamo ammirata mentre accendeva le sue lucine nella conca sulle cui pendici si arrampicano e si incastrano il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso. Il giorno dopo, ben riposate e rifocillate, grazie alle stanze non grandissime ma molto confortevoli, e la colazione a buffet ricca, gustosa e servita con attenzione alle misure di sicurezza, siamo partite in visita, e la città ci ha sedotte con la sua pietra dorata che si scaldava al sole. Dovevamo ancora esplorare e già mi ero innamorata.

Abbiamo cominciato dal Palombaro Lungo, una cisterna per la raccolta e la redistribuzione delle acque piovane, vecchia di quattro secoli e in uso fino agli inizi del secolo scorso; abbiamo poi proseguito col Sasso Caveoso, dove abbiamo visitato un paio di abitazioni rupestri, ricostruzioni di come vivevano gli abitanti più poveri della città fino a che, dal 1952, furono trasferiti dai Sassi alle nuove case popolari esterne all’insediamento storico. Non c’è da meravigliarsi se la mortalità infantile fosse del 50%, visto che in un unico ambiente di pochi metri quadrati abitavano famiglie che arrivavano ad avere anche dodici figli, c’era un unico finestrino, vicino alla porta, non esistevano fognature né acqua corrente e le persone condividevano quegli spazi esigui col mulo, i maiali e le galline. In alto, dove si trovano anche edifici più importanti e palazzi, visitiamo l’imponente Cattedrale, in stile romanico pugliese, che conserva un bel resto di affresco medievale.

Tra i conci di calcarenite, il materiale di costruzione della città vecchia, crescono le bellissime piante di cappero, con le loro cascate eleganti di foglie rotonde di un bel verde scuro: peccato che sia passata la stagione della fioritura, i fiori di cappero sono stupendi, con petali leggerissimi, un po’ stropicciati, di un bianco appena rosato e un vivace pennacchietto di stami e pistilli.

Una visita guidata ci ha permesso di vedere la città dall’altro lato della gravina (la stretta e profonda valle, una gola, che il fiume ha scavato, e che costituisce un naturale elemento difensivo per la città arroccata sulla murgia), ma solo verso la fine abbiamo potuto vedere alcune case e chiese rupestri, interessanti ma non quanto ci eravamo aspettate: abbastanza ovvio, trattandosi di luoghi non protetti né recintati che, dopo l’abbandono, sono stati soprattutto usati dai pastori per ripararci le greggi. La nostra guida ci ha prevalentemente parlato della storia degli insediamenti umani a Matera (terza città più antica del mondo, sembra) e della vegetazione di queste murge, che erano all’origine fittamente coperte di boschi, dove dominavano querce e piante similari. Poi la pastorizia, la necessità del legname per costruzione, per il riscaldamento e per il funzionamento di forni e forge hanno ridotto l’area a gariga e un po’ di macchia mediterranea dove crescono spontanei l’olivastro, il lentisco, il cisto, e piante erbacee come la ferula, l’asfodelo, la scilla, vari tipi di orchidea, che in primavera creano macchie di giallo e bianco (necessario ritornarci in quella stagione!).

La visita ci ha consentito di vedere, oltre la gravina, la città alla luce del crepuscolo e poi all’annottare con tutte le luci che lentamente si accendevano. Peccato che, da quel punto, si vedesse il sole tramontare dietro la città, mentre a me sarebbe piaciuto vederla accarezzata e indorata dalla luce radente degli ultimi raggi (ci andrò all’alba nella mia prossima visita?).

Stormi di taccole attraversano la gravina, e si trovano numerosi anche in città: sono uccelli che amano tuffarsi dall’alto di torri e scogliere (le abbiamo viste quasi immergersi in mare a Polignano); a me sono molto simpatici perché, a differenza dell’elegantissima gazza, della variopinta ghiandaia e altri corvidi, non gracchiano. Sembrano piuttosto adolescenti sbarazzine che chiacchierano e ridacchiano, coi loro “ciuk, ciuk!”.

La mia compagna di viaggio non è una buongustaia e non abbiamo fatto particolari incursioni, né qui né a Bari, nella cucina locale; tuttavia la seconda sera siamo riuscite a mangiare un ottimo agnello in crosta di pistacchio la cui menzione sul menu di un ristorante aveva fatto gola sia a me che a lei.

Abbiamo destinato l’ultimo giorno al Sasso Caveoso, visitando alcune delle chiese rupestri: San Giovanni di Monterrone e Santa Maria de Idris, situate in alto e scavate in un imponente sperone di roccia, che conservano ancora parte degli affreschi che le decoravano. E anche Santa Lucia alle Malve, che era un complesso piuttosto importante: alcuni degli affreschi che vi si possono ancora vedere sono bellissimi.

L’ultima parte del tempo a nostra disposizione è stata dedicata alla ricerca del cimitero alto medioevale (anche definito barbaro o longobardo): sulla cartina era indicato vicino alla chiesa di Santa Lucia alle Malve, ma non c’erano segnalazioni utili nella zona dove doveva trovarsi. Abbiamo chiesto e finalmente abbiamo avuto l’informazione giusta. Ma ci è costato abbastanza riconoscere il sito come un cimitero, per quanto ex. Ci trovavamo su uno spiazzo roccioso, tutto gibbosità e in pendenza, in parte delimitato da ringhiere; non sembrava zona consacrata, nessuna scritta, nessun simbolo. Però Antonietta ha osservato che per terra, molto ravvicinate, di dimensioni diverse e piuttosto irregolari, c’erano delle sagome allungate, dalla superficie diversa dalla roccia circostante; sembravano buche riempite di pietrisco. Abbiamo poi letto in internet che quelle erano tombe di epoca longobarda, originariamente coperte da lastre, e che erano state praticamente sigillate con ciottoli e cemento per preservarle dal degrado. L’informazione sintetica non riferiva di esumazione dei corpi, ma, a mio avviso, sicuramente quelle fosse non contengono più resti, perché altrimenti il cimitero dovrebbe ancora essere considerato consacrato e mostrare qualche simbolo religioso. Nessuna indicazione nemmeno dei resti di un insediamento dell’Età del Bronzo con le caratteristiche buche dei pali che sorreggevano le capanne e i resti scheletrici degli abitanti.

Ultimo obiettivo, la chiesa rupestre di Santa Barbara, la più bella, la più ricca di affreschi bizantini abbastanza conservati. Scorgiamo un’indicazione, la seguiamo, ma poi i cammini si bi-tri-quadriforcano, la piantina a poco serve, saliamo e scendiamo scalette scoscese e ineguali, arriviamo in alto su una strada asfaltata con poco traffico, con edifici malandati e poco marciapiede. Sulla cartina il sito sembra vicino, ma nella realtà, senza indicazioni, a me pare vano continuare una ricerca che potrebbe non portarci alla chiesa e rischia di farci arrivare in ritardo all’albergo dove ci passerà a prendere un tassì per l’aeroporto. Desistiamo. Solo una volta tornate a casa troviamo in internet un sito con indicazioni abbastanza chiare, che ci fanno capire che, comunque, per il cammino intrapreso, non ci saremmo mai arrivate. Almeno fino alla mia prossima visita la chiesa rupestre di Santa Barbara resterà misteriosa.

Marisa

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