“Canto degli speroni rossi” di Grazia Fresu

È appena uscito il romanzo della poetessa, scrittrice e giornalista Grazia Fresu, alla quale abbiamo dedicato il capitolo Una poetessa tra due mondi nel nostro libro Donne con lo zaino. Storie di donne sempre in cammino. Grazia contribuisce regolarmente alla scrittura di questo blog inviandoci articoli dall’Argentina, suo Paese d’adozione da ormai vent’anni.

Siamo molto contente di consigliare la lettura del suo romanzo Canto degli speroni rossi (EdiGrafema, 2021), opera dalle caratteristiche particolari, prima fra tutte il tempo della scrittura. La storia infatti non solo è ambientata alla fine degli anni ’60 ma è anche raccontata in contemporanea agli avvenimenti narrati. Giovane autrice, Grazia infatti scrisse del fermento di quegli anni mentre li viveva da protagonista. Il manoscritto, lasciato da parte per altri progetti di prosa e poesia portati avanti nei decenni successivi, è rimasto silenzioso finché, di fronte alla recrudescenza di fenomeni neonazisti e neofascisti – ma non solo per questo-, la scrittrice decide finalmente di pubblicarlo. Tempo della narrazione e tempo della composizione coincidono quindi e risalgono ormai a quasi mezzo secolo fa.

Mi sono felicemente sorpresa per aver scoperto che il testo non andava minimamente revisionato e che il racconto della ventenne entusiasta aveva una maturità di contenuto e di stile, una lucidità di interpretazione della realtà vissuta con tutte le sue contraddizioni, da poter essere condivisa da questa settantenne “quasi saggia” che sono diventata– mi spiega Grazia-Non ho dovuto rimetterci mano; è esattamente il testo di allora, senza neppure una virgola cambiata. E non solo come testimonianza diretta dei fatti di allora ma anche come proposta di scrittura di grande originalità in quel determinato momento storico. La ragione per decidere di pubblicarlo ora non nasce solo dalle recrudescenze della destra che già da parecchio agitano il nostro paese, ma è anche personale. Da quella storia scevra di politichese c’è l’inizio della mia crescita di persona e di scrittrice e, avendo scritto successivamente altri due romanzi, di cui l’ultimo quest’anno e non ancora pubblicato, volevo che questo fosse il primo dato alle stampe, non solo per una questione cronologica ma per una questione di itinerario umano da raccontare alle sue origini.

Perché pubblicare oggi il racconto di quegli anni ? Perché aver sentito l’esigenza di raccontarli allora? Queste ed altre sono le domande che pongo a Grazia attraverso uno schermo dopo aver calcolato il fuso orario che ci separa insieme alle migliaia di chilometri.

Grazia mi spiega di aver scritto questo romanzo perché voleva esprimere il vissuto di tanti che come lei parteciparono ad una svolta epocale. Vivere ideali di cambiamento così forti nelle forme di contestazione ma anche di rinnovamento politico, sociale e culturale fu un’esperienza che ha marcato molti della mia generazione: giovani di diversa estrazione sociale e culturale uniti dalla lotta e dalla speranza di un mondo più giusto, più libero. mi racconta. È nella metafora degli speroni rossi che troviamo la collocazione di una militanza politica del protagonista (e di suo fratello) che narra in presa diretta le tante sfaccettature di una contestazione che ha modificato l’assetto culturale e politico italiano. Se il ’68 fu l’anno cerniera, la chiave di volta del cambiamento di una società, la narrazione si svolge raccontando il prima e il dopo: le contraddizioni, le speranze, le lotte. Lo slogan ‘il personale è politico’, nato in quegli anni, è messo in scena dai personaggi della storia attraverso le forme realmente vissute: i tanti dibattiti, i gruppi di autocoscienza, i seminari e gli incontri: tutto si discuteva, si metteva in crisi, era oggetto di analisi collettiva. Ed ecco la risposta alla seconda domanda: perché pubblicarlo ora?

Volevo offrire uno sguardo autentico -ed è in questo l’originalità dell’opera- di quegli anni. A distanza di tempo le opere che li raccontano sono scritte comunque con il ‘senno di poi’, ovvero con lo sguardo attuale. L’operazione che mi interessava realizzare invece è quella di immergere il lettore nella vita dei personaggi con gli occhi dell’epoca. Uno spaccato di un mondo (giovanile e non solo), protagonista di un passaggio importante della nostra storia sociale vissuto senza i filtri di un certo revisionismo tipico di tanti testi che trattano questo tema.

Il protagonista, come la nostra autrice, d’altra parte, esprime anche la contraddizione di certe posizioni estreme che tendevano a tacciare di eterodossia chi credeva di poter apportare il proprio contributo alla lotta scegliendo di praticare più la cultura che gli slogan dei volantini ciclostilati. Bisognava rovesciare la cultura del potere o entrare e modificarla? Il dibattito era intenso e a volte lacerante: come rendere la cultura democratica, alla portata di tutti. E fu un fermento e una vera rivoluzione culturale poiché tanto era da fare: portare il teatro nelle piazze come Dario Fo e Franca Rame, rendere accessibile le varie forme culturali, abbassare a un prezzo politico i biglietti dei concerti, aprire realmente la scuola e l’università a tutti, ecc. Furono così anni di immersione e rivisitazione degli obiettivi e delle forme in cui la cultura poteva esprimere il rinnovamento di pari passo alla lotta politica e/o integrandosi ad essa.

Romanzo autobiografico, la storia rivela il percorso della scrittrice e di sua sorella, donne di lettere e di teatro, che da quel periodo ne uscirono con un bagaglio culturale e politico legato indissolubilmente al vissuto ed ai valori elaborati ed espressi in quegli anni importanti, ma anche libero da ogni etichetta e impregnato delle varie forme culturali alle quali aspiravano. Giovani ventenni universitarie, provenienti dalla cultura sarda e catapultate nell’agitazione politica dell’ambiente universitario romano, come i due fratelli del romanzo, vivono in prima persona quel fermento ben descritto nella prefazione di Enzo Montano:

Nel mentre il ciclostile emetteva rumorosamente i fogli stampati si discuteva delle assemblee e delle manifestazioni da organizzare, di un cineforum o di uno spettacolo teatrale da programmare nelle piazze; del rinnovato interesse per la musica e la cultura popolare, si ascoltavano le voci suggestive e drammatiche di Rosa Balestreri e Maria Carta, la ricerca etnomusicale di Giovanna Marini; si organizzavano rassegne della canzone politica con Pino Masi, Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli e tanti altri; si ascoltavano i Pink Floyd e i Led Zeppelin, Guccini e De Andrè; si leggevano Pavese, Fenoglio, Sciascia, Calvino; le poesie di Majakovskji, di Lorca e Neruda, di Ferlinghetti e Corso, di Borges e Montale; si discuteva di strutturalismo, dei libri di Roland Bhartes e delle ricerche dell’OULIPO, di Marcuse e di Le Roi Jones; al cinema si vedevano i film di Altman, Buñuel, Kubrik, Godard e in Italia di Rossellini, Visconti, Ferreri, Bellocchio, i fratelli Taviani e Pontecorvo e la cinematografia terzomondista che arrivava dal SudAmerica; a teatro si partecipava alle esperienze innovative del Livin Theatre e del Brad and Puppet, di Grotowski e Barba, al teatro rituale di Jean Genet, alle sperimentazioni di Leo De Berardinis e Carmelo Bene e di tutto il teatro off di allora; e si passavano nottate intere, in compagnia di un vino di cattiva qualità e del solito panino, su un passo di Marx, un paragrafo di Erasmo da Rotterdam, di Hegel, di Feurbach o Kierkegaard o in interminabili dotte disquisizioni per cogliere affinità e differenze grandi e sottili tra il pensiero di Marx e Rosa Luxemburg, Lenin e Trotsky, Gramsci e Bordiga, Bucharin e Zinov’ev, a cercare di capire dove potevano saldarsi il materialismo storico e il materialismo dialettico….Lo slogan preferito di quegli anni era: “La fantasia al potere” e quei giovani avevano Fantasia con la maiuscola, arma portentosa, che ha fatto lottare e credere un’intera generazione all’azione collettiva di una rivoluzione che anche se non politicamente, ha ribaltado socialmente le istanze negative di un mondo in cui non si riconosceva.

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Canto degli speroni rossi è una lettura necessaria sia per il tema trattato (interessante certamente per chi ha vissuto quel periodo storico ma anche per tanti giovani che lo vogliono capire e conoscere) sia per il modo in cui viene raccontato. Forma narrativa molto vicina alla poesia, come sottolinea Enzo Montano …il romanzo si potrebbe trasformare facilmente in un poema in versi: il poema del ’68. Nella parola canto si evidenzia una scrittura che è canzone, nel ritmo e nella melodia in cui la storia si dipana.

Montano sottolinea ancora: Nel libro di Grazia Fresu gli occhi dei giovani di allora guardano a una vita dove i sogni sono attivi e luminosi, carichi di progettualità e di ottimismo. Quelli di noi che furono i ragazzi di allora, possiamo riscoprire, in queste pagine, che ancora indossiamo i nostri speroni rossi, e oggi più che mai, ringiovaniti nella mente e nell’anima da questo libro che ci riporta agli anni eroici della nostra giovinezza, ma anche forti della nostra maturata esperienza, ci sentiamo capaci, nonostante quelle che sembrano essere le macerie dei nostri ideali, di continuare, anche se in forme diverse, ad affondare gli speroni nel ventre del nostro Ronzinante.

È veramente giunto il momento di narrare quei tempi perché, come dice l’autrice: E sento che non c’è fine a questa storia che possa essere scritta, perché il tempo del nostro vissuto è quello della parola dolorosa e ardita che abbiamo saputo darci e che continuiamo a tenerci dentro come una speranza ostinata e più forte.

Perché di speranza, valori e della bellezza di questo ‘canto’ abbiamo ancora bisogno oggi; i giovani più che mai. Buona lettura.

P.

Il libro si può trovare qui:

commerciale@edigrafema.it

https://www.libreriauniversitaria.it/canto-speroni-rossi-fresu-grazia/libro/9788898432462

https://www.ibs.it/libri/autori/grazia-fresu

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