Amor mundi. Genova G8 dal 2001 al 2021

G8 Genova 2001
Io c’ero. Ci sono. Ci saremo

19 luglio2020

Son giorni che su FB leggo del G8.

Con fatica.

Perché c’ero. E non mi viene più così spontaneo parlarne.

Eppure ci son stata organizzando manifestando e diventando una persona diversa.

L’anno prossimo saranno venti anni da quei giorni storici.

Giorni che han fatto la storia e che andrebbero e andranno raccontati alle prossime generazioni.

In classe non ho mai parlato della mia esperienza.

Eppure in quindici anni di insegnamento qualche volta avrei potuto. Qualche volta ho provato ma mi è rimasto subito un groppo in gola e la faticosa sensazione che non avrei gestito al meglio il racconto. E tutto voglio tranne che dar l’impressione ai miei ragazzi di esser ambigua.

Ma so anche, e l’ho imparato col tempo, che è fondamentale anche esser veri in classe e non fingere, non metter maschere, non voler esser amati a tutti i costi, non diventare oracoli retorici.

E quindi ci riproverò. Con più serenità. Spero di farcela.

Diciannove anni fa il mio impegno era già in realtà iniziato da lontano.

Erano molti anni che facevo volontariato in un centro per minori in via dei Giustiniani, soprattutto bambini stranieri. Era meno di un anno poi che lavoravo ad Area di servizio un mensile di carattere sociale finanziato dalla regione e situato dentro la Comunità di San Benedetto al Porto. Mi ci portò Claudio Costantini a cui devo tantissimo dei percorsi formativi della mia vita.

Lì incontrai un amore di anni, amici unici e Don Gallo con cui si mangiava quotidianamente, si chiacchierava e di cui ebbi la fortuna di osservare molto ed imparare ancora di più.

A San Benedetto una sera di inizio estate arrivò Manu Chao. Aveva fatto un concerto in città e nel corso di una cena lasciò una cifra ingente per organizzare il Bar Clandestino, un rifornimento gratuito di viveri per i manifestanti durante le tre giornate finali.

Fu entusiasmante. Si andava a conferenze, si aiutava e smistare persone che arrivavano da tutto il mondo portando con sé esperienze pazzesche e uno sguardo visionario e un desiderio di giustizia sociale che contagiavano e ti facevano sentire più vivo.

E poi si pensava al Bar Clandestino. Ci si vedeva alle sei del mattino per affettare mortadella, fare panini, caricare cassette di mele, centinaia di bottigliette di acqua. Coinvolsi in questa manovalanza allegra mio fratello e altri amici.

E poi arrivarono i giorni della mattanza.

A più riprese.

L’ho raccontato più volte.

Lo scrissi anche al deputato Dalla Chiesa che in quegli anni era stato eletto a Genova e che riportò in aula parte del mio racconto oltre a cercarmi per dirmi che avrebbe fatto di tutto per capire, per cercare la verità.

Una persona degnissima Nando Dalla Chiesa.

La lettera riportava quello che vidi.

I black bloc che scorazzavano distruggendo tutto davanti alle forze dell’ordine ferme e queste ultime che poi scaricavano botte e violenza non sui visibilissimi black bloc ma sui manifestanti a mani alzate. Gente sanguinante in terra presa a calci e manganellate senza pietà, senza remore, senza tregua. Ricordo la fuga a piedi verso Castelletto. Il portone di un amico a cui chiesi aiuto insieme ad altri.

Ma questo lo abbiamo visto in tantissimi.

Perché tutti abbiamo visto queste scene.

Le abbiamo viste coi nostri occhi e nessuno può dirci che abbiamo avuto un abbaglio o che c’è stato un fraintendimento.

Ma credo che tra le tante testimonianze e lettere la mia lo colpì perché la cosa che mi sconvolse fu proprio il tradimento delle istituzioni. Io non avevo una cultura politica così radicata all’epoca. Ero un’ingenua (ancora in parte lo sono) che pensava di poter manifestare perché diritto sacrosanto e che le forze dell’ordine fossero lì per difenderci, per tutelarci e non per massacrarci.

Dove vivevo? Cosa era successo? Come poteva esser spiegato tutto quel che era avvenuto?

Lo abbiamo capito poco dopo cosa è avvenuto.

Politicamente.

Sì politicamente fu chiarissimo.

La narrazione di quei giorni fu poi in mano ad una Rai scandalosa.

Ricordo Vespa che raccontava menzogne.

Ricordo amici ospitati a casa mia a dormire per paura di farli girare in città e ricordo una crisi di pianto davanti allo schermo della TV e Bruno Vespa che ricostruiva col suo fare orrendo proprio ciò che era successo in zona Corvetto, dove avevo visto altro e dove era impossibile aver visto quel che lui stava raccontando a milioni di persone.

Piangevo e dicevo a mio fratello e al mio fidanzato di allora che dovevamo immediatamente cercare il numero della Rai e fermare quelle parole. Che il resto di Italia non poteva ascoltare e credere a quel racconto.

Provai a chiamare senza alcun risultato.

Non dormii neanche un minuto.

Il giorno dopo le telefonate insistenti dei miei dalla Calabria che mi dicevano di non uscire di casa mentre mi ruotavano sulla testa gli elicotteri.

Io che continuai con il Bar Clandestino, ancora per due giorni continuando a vedere l’inspiegabile. Salivamo sul pulmino e portavamo da mangiare a migliaia di manifestanti ascoltando ormai racconti tremendi paure fughe terrore. Poi l’ultima sera al Carlini in mezzo ad una città messa a ferro e fuoco che sembrava Sarajevo.

Un dolore inaudito.

Carlo Giuliani.

La Diaz (il film, il film è da vedere).

Bolzaneto.

E a settembre addirittura le Torri gemelle e gettare tutto nel dimenticatoio, nel silenzio, nel rimosso.

Ad agosto scesi in Calabria.

Raccontai a tutti quel che era successo.

A costo di piangere ogni volta.

A costo di rovinare il clima vacanziero.

A costo di litigare con chi ribatteva con le orrende narrazioni di Vespa.

Ma dovevo dire cosa era successo.

Dovevo dire che io non avevo nessun motivo per mentire, nessun interesse per raccontare qualcosa di falso.

Col tempo ho smesso.

Ho sbagliato.

È importante invece raccontare.

Raccontare ciò che si è visto.

Perché oggi forse è ancora più importante.

Oggi che risulta chiaro a tutti che quei manifestanti non solo subirono l’inimmaginabile ma avevano ragione a reclamare maggior giustizia sociale e maggior rispetto per l’ambiente e per la dignità umana.

Sí, avevamo ragione.

E siamo stati sconfitti dalla violenza declinata in molti modi.

Sarebbe bello risentirsi vivi come in quei giorni e ritrovare la forza di lottare senza risparmiarsi.

Perché – forse – un mondo diverso è ancora possibile..

21 luglio 2021

UN ANNO FA SCRIVEVO QUESTO.

Un po’ smarrita ad un anno dal ventennale dal G8 di Genova mi sentivo ancora sopraffatta da sentimenti negativi e castranti, ma sentivo forte anche il desiderio di recuperare un senso nuovo del mio esserci stata e del mio esserci ancora.

Soprattutto del mio esserci oggi come insegnante e madre, oltre che ovviamente come cittadina di un mondo sempre più in affanno.

Ciò ha significato in questi ultimi mesi assecondare quel desiderio e organizzare le vacanze in modo da essere a Genova e nel luogo in cui vivo per i giorni di luglio 2021. Ha significato leggere ascoltare e riflettere su tutti i modi di fare memoria: ogni ricordo ha una sua dignità se onesto.

Ma soprattutto ha significato organizzare alcuni incontri a Sestri Levante e provare a coinvolgere il più possibile i ragazzi e ragazze che conosco, avendo condiviso un pezzo di viaggio scolastico insieme. E quindi inspiegabilmente mi ritrovo in questi giorni ad avere una serenità nuova nel guardare a ciò che stato. Non voglio negare sconfitte evidenti e fallimenti chiari ma vedo in modo altrettanto distinto giovani che sapranno dire e fare la proprio parte oggi e domani.

Citiamo spesso i corsi e ricorsi storici in termini negativi, ma ad ogni caduta segue comunque sempre il momento in cui ci si rialza. Ed è necessario che i “gerontos” si mettano da parte con la loro stanchezza e disillusione e lascino il passo a chi inevitabilmente è più proiettato in avanti.

Di questa settimana così intensa mi porterò dietro quattro abbracci speciali.

Lunedì sera siamo andati a sentire Manu Chao in concerto acustico, in un luogo speciale di Genova i Giardini Luzzati, a venti anni e un giorno da quel pazzesco concerto che fece in conclusione del corteo dei migranti il 19 luglio 2001, di fronte a decine di migliana di persone alla Foce del Bisagno.

Mio marito ci regala i biglietti e, una volta entrati, mio figlio reclama una pizza. Riesco a ottenere di uscire dall’area riservata al concerto e mi infilo in una pizzeria da asporto nei vicoli. Esco ad aspettare che siano pronte e lo vedo di spalle. Non ho dubbi è lui.

Mi avvicino, mi scuso subito per l’intromissione e gli dico che non si può ricordare ma ci siamo conosciuti esattamente vent’anni prima a San Benedetto da Don Gallo quando lui ci portò i soldi per allestire il Bar Clandestino per rifocillare i manifestanti. Parliamo di Andrea Gallo e di quella sera. Poi Manu Chao mi chiede se mi può abbracciare ed è un abbraccio stretto, proprio un viaggio nel tempo, uno struggimento ma anche la gioia di me ragazza che stavo scoprendo il mondo e che il mondo volevo cambiarlo o almeno agirlo (arendendtianamente parlando).

Torno con le pizze e un sorriso enorme racconto tutto a Lorenzo e Davide.

Il concerto inizia, si esprime in tutta la sua bellezza, non solo musicale.

Concerto di Manu Chao ai Giardini Luzzati a Genova

Nel suo momento apicale, sulle note di “Clandestino” e “Desaparecido”, noi tre ci abbracciamo e balliamo insieme.

É qualcosa che nella cucina di casa facciamo spesso e che a Davide piace tantissimo.

Mi sembra bello che quel nostro comune rito privato abbia spazio in una piazza. Una piazza così con Manu Chao che suona.

Davide ride e non sente la stanchezza del caldo e delle ore piccole a cui non è troppo abituato.

In quel nostro abbraccio mi giro e vedo una ragazza, bella e giovane, un caschetto biondo e mosso, un vestito lungo a fiori e un sorriso luminoso. Mi dice spontanea: “Siete bellissimi, siete i più belli” e ci fa una foto.

Le dico di getto che eravamo qui vent’anni prima e che mi emoziona essere qui adesso allo stesso concerto, in un momento di gioia (che necessità di gioia, che fame di gioia) e con mio figlio.

E così di nuovo: “Ti posso abbracciare?”. “Certo!” le rispondo. Mi stringe forte e mi appoggia il suo viso di porcellana e futuro sulla spalla. Quanta sorellanza, amica giovane sconosciuta. Non sai quanto ti ringrazio.

L’ultimo, ma non ultimo, abbraccio è di ieri sera.

Dopo aver presentato un bel fumetto qualche sera fa, arriva la serata a cui tengo di più perchè la condivido con studentesse e studenti, con “loro” che mi mantengono giovane da diciassette anni e mi costringono a interrogarmi continuamente sul presente, a studiare nuovi linguaggi, a studiare sempre di più e a mettermi quotidianamente in discussione.

Li invito personalmente. Invito coloro che penso possano essere interessati.

Non spammo. Non mi va. Non avrebbe senso.

Come sempre, ci deve essere chi vuole esserci.

Il mio mestiere non deve mai diventare luogo o strumento di pressioni e persuasioni, sarebbe il mio fallimento più grande, nonchè una colpa educatva.

In una trentina vengono. Sono già felice per questa presenza grande. A fine luglio esserci ad un incontro intergenerazionale sul G8, così tanti, chi lo avrebbe mai detto.

La serata si svolge in modo ricco dialettico e vero.

Gli interventi più belli i loro.

Il mio mi sembra banale in confronto.

Parlano della necessità di sentirsi scomodi, del non aver le spalle coperte, del non meritare molte etichette che mettiamo loro addosso. Continuamente.

Ma non è una lamentela, solo la precisazione di chi c’è, è vigile, studia, ha voglia di lottare.

Mi spiace solo che non tutti riescano a prendere la parola.

Noi gerontos forse avremmo dovuto parlare ancor meno.

Resto ancora un’ora con alcune di loro a chiacchierare: di G8, di politica e di futuro.

Di progetti comuni.

Una di loro si commuove riprendendo alcuni contenuti della serata. Non elementi di violenza ma del momento in cui si è parlato del vuoto, del loro futuro, della paura del mondo che verrà quando sembra non esserci un cammino poltico a cui unirsi.

Quella commozione è di nuovo la mia. Sono io che le chiedo “posso abbracciarti?”, annuisce e la stringo, come una sorella minore o forse una figlia.

Sì perchè Cecilia in quei giorni di luglio 2001 aveva nove mesi ed io 24 anni.

E mi fa strano pensare a quanto tempo ci ho messo ad elaborare quel che è stato e ricondurlo a quel che sono diventata.

Soprattutto al mio essere insegnante, ma anche amica madre sorella moglie figlia.

Al mio esser bene e male, al mio esser in continua trasformazione come ogni cosa, come il mondo, come tutti. Ad accettare questa sfida, ad accettare di sentirmi sempre scomoda e a volte depressa e a volte euforica. Ad accettare il mio vuoto, che mi appartiene e che è dentro di noi e dovrebbe farci assorellare e affratellare e non confliggere sempre. Quel vuoto da custodire, da plasmare, da riempire e risvuotare. Capire, accettare questa condizione umana, tendersi la mano. Basterebbe questo per non aver più paura, più bisogno di nemici e capire la necessità di quel mondo DIVERSO.

Mi ritrovo dopo una settimana ricca di incontri e presentazione di libri e confronti. Serate trascorse con belle persone convinte che fosse importante e necessario ricordare.

Senza afflato commemorativo ma con apertura massima a varie forme di memoria. Ho passato tante ore a casa mia, in piazza, al pc a lavorare con ragazze e ragazzi che nel 2001 non erano ancora al mondo. Per anni ho solo pensato alle brutture, alle sconfitte e ai fallimenti, alle botte, agli sputi, ai lacrimogeni, agli epiteti e agli insulti, alle manipolazioni politiche e alle forze eversive di quei giorni.

Quest’anno è andata in un modo diverso. Non è ancora un mondo diverso. Ma per adesso mi accontento. E ne sono felice.

Silvia Suriano

Una opinione su "Amor mundi. Genova G8 dal 2001 al 2021"

  1. Grazie davvero Silvia per la tua preziosa testimonianza che si è trasformata nel tempo in una trasmissione di impegno ai giovani grazie al tuo lavoro, alla tua empatia, alle tue convinzioni. C’eri, ci sei e ci sarai

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