Marisa e le sue “circo”

Marisa Venezia

Invitata dalla mia “amica con lo zaino” a ripercorrere con il pensiero alcune tappe dei miei viaggi fatti con lei negli anni passati nel sud del mondo, ho ripescato dal mio computer una delle circolari che periodicamente inviavo ai miei amici lontani. Quella delle “circo” da me così chiamate per comodità è un’abitudine che mi accompagna tuttora, mi aiuta e tenere a mente delle esperienze che altrimenti andrebbero perdute e a comunicare alle persone a me vicine e lontane le mie emozioni, senzazioni, ciò che in qualche modo segna le mia vita. Oggi comincio da una circo inviata nel 2007 in occasione del nostro viaggio a Quito:

Circo dal 10 novembre 2007

Il viaggio a Quito è stato molto diverso dal previsto.

Io mi ero immaginata, trattandosi dell’Equatore, una città calda. Sapevo che il pomeriggio piove, ma pensavo alle piogge torrenziali di un’ora che si vedono nei film, e dopo, di nuovo caldo. Pensavo che bagnarsi da quelle parti non fosse un problema, che ci si asciugasse in mezz’ora.

Però Quito è a 2850 metri di altitudine, incassata tra cime andine, e quindi raccoglie tutta l’umidità possibile, e non ci fa per niente caldo.

Ma, prima di tutto, bisogna arrivarci. Siamo partite mercoledì pomeriggio, Raffaella, Ana María e io. Il nostro volo faceva uno scalo a Guayaquil, praticamente sulla costa. Fin lì siamo arrivate puntuali. Ma poi ci hanno comunicato che non si poteva ripartire nei tempi previsti perché l’aeroporto di Quito era chiuso per nebbia, bisognava aspettare l’evolversi della situazione. Erano le 21.30.

Ci hanno fatti scendere lasciando il bagaglio a mano sull’aereo; ma poi il tempo passava e non ci dicevano niente, ed era sempre più evidente che comunque non ci avrebbero fatti ripartire quella sera. Molta confusione e disorganizzazione, ma poi finalmente ci fanno prendere le nostre strazze e ci convogliano agli alberghi. Noi scegliamo lo Sheraton e, da perfette ladies, optiamo per tre camere singole (sapendo che a Quito dovremo condividere la stessa stanza in un hostal). Lusso faraonico, con cena in camera (ma Raffaella e io ci portiamo i nostri vassoi nella camera di Ana María, per fare bisboccia insieme); peccato che sia già l’una di notte, e che alle 5.30 dobbiamo svegliarci per andare all’aeroporto.

Tuttavia, al nostro arrivo troviamo il caos. Gli incaricati Lan (la compagnia del nostro volo) sono latitanti, e ci sono gruppi foltissimi di viaggiatori nelle nostre stesse condizioni. Alla fine tutto si risolve. Ci viene assegnato un volo di una compagnia dal nome quanto mai beneaugurante per chi deve volare: Icaro. Chi l’ha scelto doveva avere cognizioni un po’ vaghe della mitologia, e certamente non la scusa che può accampare la compagnia di navigazione napoletana Caronte, che si riferisce al cognome dei proprietari (e anche così, io avrei preferito restare nell’anonimato …).

Verso le 11, con 13 ore di ritardo, atterriamo a Quito. Il nostro albergo, La Cartuja, è grazioso, la stanza grande, due dei letti matrimoniali, più uno singolo, che tocca a me. Unici difetti, il bagno minuscolo con doccia difficile da regolare, il freddo (dormiamo con due coperte) e la marmellata e il burro (sfusi) della colazione preparati la sera prima sui tavolini già apparecchiati, e meta, immagino, di piacevoli passeggiate di creature notturne.

Il personale è cordiale, c’è internet, e siamo in una parte gradevole della città.

Il tassista che ci ha portato all’albergo viene reclutato per il nostro primo giro. Alle 12,30 partiamo per il vulcano estinto Pululua, di cui si vanta la vista del cratere, ma siamo nel bel mezzo di un nuvolone, e non vediamo niente, tranne dei declivi verdeggianti. C’è però un bel ristorante, El Cráter, dove ci fermiamo a pranzo, con ampia vista sulla nebbia.

Tornando verso Quito, ci fermiamo alla Mitad del Mundo. È una sosta obbligata per chi viene qui, è il punto dove passa la linea dell’Equatore. Ci sono giochi, un museo, un monumento brutto e dei begli alberi. C’è molto vento e, dopo aver girato un po’ anche le bottegucce di ricordini, torniamo in città. Si mette a piovere e il nostro autista, finora gradevole, scopre il suo lato Hyde lanciandosi in una folle corsa: sua moglie gli ha telefonato e lui deve andare a prenderla. Nonostante la sua guida, e il traffico caotico, arriviamo sane e salve all’albergo.

È ormai chiaro che non potremo usare i nostri costumi da bagno.

Il giorno dopo è dedicato al centro storico di Quito. Ma prima, saliamo in tassì al Teleférico che ci porterá a Cruz Loma, a 4100 metri di altitudine. Dato che siamo avanti di due ore sul tempo cileno, ci siamo svegliate presto, e la biglietteria è ancora chiusa. Siamo tra i primi a entrare e dobbiamo fare ugualmente un percorso da topolini di laboratorio tra transenne di metallo, sorvegliate con severità da guardiani. Il viaggio nella cabina trasparente è bellissimo, e ci permette di vedere, man mano che saliamo i circa 1000 metri di dislivello, le diverse fasce di vegetazione. In cima ritrovo il coirón o paja brava della Patagonia e degli altipiani desertici del nord. Ci sono anche tante altre piante, tutte aderenti al suolo, e con piccoli fiori bianchi o lilla, e un tipo di tarassaco dalle foglie succulente. Il panorama, di lassù, è affascinante, forse anche di più per via della foschia.

Dopo una breve passeggiata in cima – l’altitudine si fa sentire – ci facciamo portare da un tassì alla casa museo del pittore Guayasamín, che Ana María apprezza molto e che ha già tentato di visitare in un altro viaggio: ahimé, sembra che quando ci sono feste, qui i musei chiudano, e i turisti debbano restare a bocca asciutta. La spedizione ci ha però messe in contatto con il miglior tassista del nostro soggiorno, con il quale ci accordiamo per il giorno dopo, gita fuori porta. Ci lascia nella parte vecchia della città, che è stata recentemente restaurata.

Entriamo solamente in tre chiese, la cattedrale, che dovrebbe essere aperta, si rivela inespugnabile. Comunque le architetture esterne, con tutto quel bianco e le belle linee del barocco coloniale, sono molto più interessanti degli interni, ricchissimi, pieni di retabuli di legno intagliato e dorato con un gusto per il macabro e un ossessivo horror vacui da vertigine. Pranziamo in un ristorante all’aperto nella bellissima Plaza Grande, poi riprendiamo il nostro vagabondaggio, ma i nuvoloni neri finalmente si esprimono in una violenta grandinata. Altro tassì, e di corsa in albergo e poi cena in un “ristorante tipico”, La Ronda: kitsch sfrenato, due diversi conjuntos musicali si alternano, il cibo è passabile, ma poi le mie compagne se ne sentono disturbate durante la notte, io invece mi salvo grazie a un preventivo drink al bicarbonato, essenziale nella mia farmacia da viaggio. Ci facciamo anche portare in tassì a fare un giro della città vecchia by night. Suggestivo, ma le luci sono esagerate, faretti che illuminano le cupole di luci verdine, e i campanili in violetto postmoderno.

La gita a Otavalo, con il nostro tassista-perla, è veramente bella: ci fermiamo all’andata a Calderón, un villaggio famoso per i pupazzi di massapan, pasta di pane, e facciamo i primi acquisti. Sosta al lago di San Pablo, e poi il gran mercato di Otavalo. È molto affollato e colorato, ma non c’è veramente niente di interessante, dovunque si vendono le stesse carabattole acchiappaturisti probabilmente fatte in Cina. La cosa più bella sono le esposizioni di mais, di frutta e verdura, e i locali, specialmente le donne, con bellissime facce da Hugo Pratt e indumenti tradizionali, anche se probabilmente in fibra sintetica. Tutte le donne portano cappelli, o scialli, o semplici pezzi di stoffa ripiegati in testa, e portano i lunghi capelli nerissimi e lisci raccolti in una coda strettamente fasciata da un lungo nastro. I lineamenti e i colori ricordano quelli asiatici dei tibetani.

La strada da Quito a Otavalo è abbastanza ampia e ben tenuta, sale e scende parecchio, siamo comunque sulle Ande. Si vedono montagne, boschi, rocce …. la vegetazione in certi punti è quasi familiare, altrove invece ci sono cactus e alberi sconosciuti. Siamo all’Equatore, ma l’altitudine impedisce una vegetazione da foresta pluviale. Ci sono moltissime serre, dove si coltivano le rose che si esportano in tutto il mondo.

A Quito si vedono moltissimi alberi fioriti, alcuni del tutto sconosciuti, come l’alberello nuvola-rosa vicino al nostro albergo.

Anche la sosta a San Antonio, rinomato per l’artigianato in legno, delude. Un po’ meglio Cotacachi, dove si lavora il cuoio; anche perché io mi ci compro un giubbotto rosso e Ana María uno nero, e dove pranziamo in un ristorante affollatissimo con un eccellente riso con camarones (grossi gamberi che hanno costituito la base della nostra dieta in Ecuador).

Domenica, l’ultimo giorno, siamo andate al Guápulo, dove si trova la chiesa più antica di Quito. Per arrivarci si scende una lunga scalinata, e la passeggiata, sotto il sole, è stata veramente piacevole. Ma poi, dato che non c’erano tassì, abbiamo deciso di venire via a piedi, facendo una strada diversa. Cammina, cammina, ci siamo rese conto che la strada sembrava portarci fuori città (invece andava verso un quartiere residenziale tra il verde, molto isolato); siamo quindi ritornate sui nostri passi, e una combi (furgoncino/tassì collettivo) ci ha raccolte e salvate da chissà quale avventura. Abbiamo deciso che era il momento giusto per visitare il museo del Banco Central, dove c’è una splendida esposizione di arte e reperti precolombiani e anche sale di arte coloniale e contemporanea.

Per ultimo andiamo sul Panecillo: uno dei tanti colli della città dove troneggia una gigantesca e tremenda statua dell’unica madonna alata del mondo. Stupidamente dimentico nel tassì il sacchetto con un libro sugli uccelli di Quito, un altro sui Miradores (belvedere), un quadernino di appunti e una spilla d’argento riproducente una maschera del sole … il tassì si è dileguato in un batter d’occhio, e io ho deciso che era meglio non pensarci più.

All’aeroporto abbiamo avuto modo di constatare quante vessazioni debbano sopporatre i poveri Equatoriani che vogliono andare all’estero. Mentre noi abbiamo fatto i controlli (tantissimi) rapidamente, loro venivano trattenuti per dei quarti d’ora al controllo passaporti, con verifica impronte digitali. Sembra che in ogni famiglia Equatoriana almeno un membro lavori all’estero: le rimesse degli emigranti sono la seconda voce nel bilancio nazionale, dopo il petrolio.

Tutti i nostri timori che al ritorno si ripetessero i problemi dell’andata si sono rivelati infondati: il viaggio è andato liscio come l’olio. E per fortuna, perché Raffaella e io (non Ana María, che è cilena) siamo partite senza permesso: non abbiamo fatto le cessate funzioni e, se fosse successo qualche contrattempo, avremmo avuto sicuramente dei guai.

Perciò, mai più metterò piede fuori del Cile abusivamente. Se devo fare dei viaggi non autorizzati, li faccio dentro i confini del paese.

Voglia (e profumo) di primavera

Non sono una aglio-dipendente, ma sono convinta che il mondo senza vino, formaggio e aglio, sarebbe molto più triste.

E abbastanza triste ero ormai da tempo, da quando, girando per fruttivendoli e supermercati, non mi riusciva di trovare uno spicchio d’aglio decente; solo cosacce incartapecorite, con dentro un’anima che più verde non si può, puzzolente e cinese.

Perciò, quando al mercato di Otavalo ho visto l’aglio vero (con ancora autentiche tracce di terra) e il suo aroma mi ha vellicato le nari, ne ho subito comprate tre teste: questo me lo porto in Cile, ho detto, crepi l’avarizia! E, quando noi ragazze ci siamo reciprocamente mostrate il bottino conquistato al mercato, ho mostrato loro, trionfante, il mio aglio, ho ricevuto una doccia fredda. “Non hai pensato che non te lo potrai portare dietro? Non sai che il Cile proibisce l’ingresso di qualsiasi prodotto di origine animale o vegetale?”

Io ho cercato di difendere la mia posizione: non avrei inquinato la produzione aglicola cilena, avrei pian piano usato la sostanza illegale per cucinarmi manicaretti, senza lasciare che una sola spora o batterio o parassita potesse varcare le pareti del mio stomaco o della mia pattumiera.

Nonostante la correttezza logica della mia posizione, mi è stato fatto osservare che il tentativo di introdurre merci proibite è punito con gravi ammende. Tuttavia, decisa ad avere il mio aglio o a soccombere, ho preparato una confezione stagna, ma ho anche studiato una spiegazione convincente per potermi giustificare se alla dogana avessero subodorato qualcosa.

Durante il volo da Quito a Lima Raffaella mi ha passato una pubblicazione della linea aerea in cui si evidenziava l’entità dell’ammenda per i trasgressori: più di 3500 euro.

Durante la breve sosta a Lima ho noncurantemente lasciato cadere il mio aglio nella spazzatura …

La mia saggezza è stata premiata: l’altro giorno, al mercato di Valparaíso, ecco in esposizione delle favolose teste d’aglio giovane, messaggere di primavera.

Lessico floreale

Giragni, girani …, da piccola, la corretta dizione dei gerani mi eludeva; suppongo che la verità mi si sia rivelata quando ho visto la parola scritta per la prima volta; ero ancora lontana dalla raffinatezza di geranei, come di ireos per iris, ma già andava meglio. Ho vissuto tra i gerani: mia madre, pollice verde, ne aveva di sontuosi sul balcone, anche di colori insoliti; e i miei soggiorni estivi in Liguria sono indissolubilmente legati all’intenso aroma di questi fiori. Ma i gerani del Cile, e di Viña e Valparaíso in particolare! Sono veri e propri arbusti; quelli normali crescono dovunque, e non hanno mai smesso la fioritura, nemmeno nei mesi più freddi e bui; quelli rampicanti salgono e scendono in profusione su per scarpate e giù per terrazze e balconi, fitti di fiori.

E poi ci sono i pelargoni: se la memoria non mi inganna, nel Piemonte della mia infanzia li chiamavano gerani tulipano: enormi, con un cuore scuro scuro, screziati. Qui sembrano rose, sono davvero spettacolari, sono in tutti i giardini ma se ne vedono anche di spontanei.

Dopo mesi e mesi di attesa, finalmente comincia a fiorire una pianta magnifica, enorme, i cui ultimi boccioli si stavano aprendo quando sono arrivata qui. È l’erythrina, o ceibo, che fa dei grandi grappoli rosso vivo. A Santiago ce ne sono viali interi, e non vedo l’ora di godermi lo spettacolo. Tra un po’, quando fiorirà anche la jacarandà con i suoi grappoli violetti, guardare in alto sarà ancora più bello.

Sono tornate anche le bouganvillee: ci accompagneranno per tutta l’estate e oltre, ma ora, nella prima fioritura, sono particolarmente vivide, brillanti e quasi trasparenti. Ovvio, a fine estate, visto che non piove mai, sono un po’ spente da una leggera patina di polvere.

Master-class in salsa cilena

La sala è carina, con poltroncine rosse, muri in parte coperti di boiserie e in parte con mattoni e pietra scoperti. È una delle tante sedi dell’UV a Valparaíso, in un vecchio palazzo in Errázuriz, la grande strada che è quasi un lungomare. Tutte le sale musica – questa si chiama MusicaAmara sono nelle vecchie cantine. Memore degli allarmanti cartelli che ammoniscono del rischio tsunami, spero che non arrivi un’onda anomala proprio mentre sono qui.

Il tenore che conduce la class è anzianotto, tarchiato, con i capelli tinti, un po’ di riporto e un’evidente ricrescita. Ma non vedo allievi, il piano è contro il muro e accuratamente chiuso, sul tavolino troneggia un impianto hi-fi. Mi passano un fascicoletto e scopro, ahimé, che non è una clase magistral su Carmen, ma su Otello. Pazienza.

Il tenore ci racconta la trama come se si trattasse di una sceneggiata; poi traduce in diretta coprendo la voce di Del Monaco; di Desdemona se ne sbatte, non ce la fa quasi sentire: tanto, è solo la Tebaldi!

Fitting

Mi sono lasciata convincere da Raffaella, che qualche volta viene a passare qui sabato e domenica da Santiago, e che sta lottando contro i chili acquistati in Cile, a fare con lei lunghe passeggiate sulla battigia e ad approfittare degli attrezzi per fare esercizi che si trovano sul lungomare. Lo spazio attrezzato si chiama plazactiva, ma a me piace di più playactiva.

Mi ero ripromessa di andarci anche da sola, ma mi trovo mille scuse e poi, come sempre, mi sento colpevole se dedico un po’ di tempo a me stessa. Meglio farei a non avere scrupoli, perché poi, di tempo, ne spreco un mucchio senza nulla concludere, trovandomi mille stupidaggini da fare.

Comunque l’altra mattina ci sono andata; non a piedi, saltando la lunga passeggiata a piedi nudi giusto per farmeli bagnare dalle onde – che a volte ti beccano a tradimento inaspettate e violente, facendoti quasi cadere con una gran frustata alle caviglie e inzuppandoti almeno fino alle mutande. In bicicletta, per arrivare prima e tornare più in fretta; e ho solo fatto mezz’ora di esercizi.

C’era un cielo grigio, un’arietta fredda e la garúa, quella pioggina fine fine che è quasi nebbia. Mentre usavo gli attrezzi, rivolta verso il mare, potevo vedere le esibizioni dei piqueros, grandi sule bianche e nere che si alzano e poi si tuffano in picchiata avvitata per pescare, a volte a coppia o in trio; doveva esserci un bel banco di pesciolini, perché una colonia di cormorani si ammassava, i colli neri a periscopio che ogni tanto sparivano per la caccia subacquea, e i gabbiani garuma sorvolavano a stormo la stessa zona, pescando a fior d’acqua. Ogni tanto una squadriglia di pellicani, fortezze volanti, si faceva il vuoto intorno, planando, i grandi becchi protesi. Sulla battigia alcuni chiurli andavano avanti e indietro, seguendo il movimento delle onde, e ficcando i becchi ricurvi nella sabbia appena l’onda si ritirava, ritraendosi all’arrivo di quella nuova.

Certo, con il sole tutto è più piacevole, ma anche così non è male, di mattina abbastanza presto … dovrei farne una regola, ma mi trovo sempre qualche pretesto. Organizzazione e meno pigrizia, ecco quel che ci vuole.

L’isola dei cormorani incomincia a ripopolarsi: ho visto i primi queltehue, un churrete, una nitticora, e il solito, superbo grande airone bianco, che passa il tempo a ingozzarsi di pesciolini e girini, che inghiotte di botto.

Marisa

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