Morvan, le petit Canada

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(en français ci-dessous) Questa estate la canicola ha colpito anche la Francia e i media hanno dato ancora più spazio agli avvertimenti e alle informazioni che climatologi ed esperti diffondono ormai da anni. È così che mi è capitato di leggere un articolo che, attraverso una carta della Francia, individuava alcune delle zone in cui potrebbe essere più piacevole vivere nei prossimi decenni, in un Paese alle prese con il cambiamento climatico. Tra queste, le colline del Morvan.

Ed è proprio nel cuore del Morvan che si è trasferita Lucia, una delle donne con lo zaino che avevo raccontato in:

Come un pesce nel mare

, insieme al suo compagno e al loro bimbetto. Un cambiamento a 360 gradi: dalla capitale alla campagna, dal lavoro di mediatrice culturale esperta di arte contemporanea a un’esperienza in un progetto educativo di scuola nella foresta, fino alla ricerca di una nuova attività, mentre accompagna il figlio nei suoi primi passi.

In cerca di frescura e con il desiderio di incontrarla a Saint-Léger-Vauban, dove vive, ho organizzato due scambi casa, a Semur-en-Auxois e a Bazoches, pensando di dedicare due settimane alla scoperta della regione. Ospite della bellissima casa di Sylvain a cinque minuti a piedi dalla graziosa cittadina di Semur, ho potuto godere del fresco della sua terrazza e, soprattutto, della vicinanza di uno dei laghi della regione, le lac de Pont.

Con la sua spiaggia attrezzata, il lago permette un facile accesso alla balneazione e alle attività nautiche. In questo lago placido ho nuotato quasi quotidianamente, in lungo e in largo, insieme a Ludovica, un’altra donna con lo zaino che trascorreva tutta la stagione estiva nelle vicinanze grazie a una piattaforma di petsitting. La sua intervista al link:

Case in afFido

Oltre al kayak e al nuoto, il sentiero che circonda il lago permette passeggiate ombreggiate e conduce a piccole spiagge più isolate e tranquille. La vegetazione lungo il percorso mi ha fatto tornare alla mente l’esclamazione dell’amica franco-canadese Ondine: «Vai nel Morvan, il piccolo Canada!»

La seconda settimana la trascorriamo nella casa di Claudie, una Nantaise trasferitasi nel Morvan per vivere nella calma della campagna. Ed è qui che osserviamo l’eclissi di sole e, nelle notti successive, le stelle cadenti. Dal giardino o dalla terrazza ci godiamo lo splendido tramonto e, quando cala il buio, un cielo stellato che la distanza dalle luci cittadine rende particolarmente spettacolare.

Mi ero ripromessa di visitare tutti i laghi, per apprezzarne le differenze, ma le distanze e il caldo ci spingono a limitare gli spostamenti in automobile e le escursioni. Con il piccolo Lino nello zaino, Lucia ci invita comunque a percorrere il sentiero della Pierre-qui-vire che segue per un tratto il corso del fiume, in un ambiente particolarmente ombreggiato e fresco.

La passeggiata comincia con l’acquisto di alcune marmellate artigianali “La trinquelinette” a Trinquelin e prosegue con la visita all’Abbaye de la Pierre-qui-Vire, dove una comunità di monaci benedettini porta avanti una lunga tradizione di produzione artigianale, fra cui il buonissimo formaggio locale.

Tra una degustazione al braséro della tenuta della Croix Montjoie (vicino Vezelay), dal cui giardino si scorge un magnifico panorama sui vigneti e sulle colline al tramonto, e una navigazione sul canal de Bourgogne sulla barca Ezra, le attività non mancano. Nelle ore più calde ci bagniamo nel fiume Cure oppure andiamo alla scoperta di altri laghi, come il lac de Saint-Agnan e il lac de Crescent.

Un soggiorno nel Morvan è senz’altro un’immersione nella natura, senza dimenticare i graziosi villaggi e gli scorci insoliti: persino un vecchio granaio trasformato in biblioteca di bookcrossing. E non è raro che, attraversando la foresta, un capriolo o una volpe ci ricordi che qui siamo davvero ospiti del mondo animale.

Ma il Morvan ci sorprende ancora con una perla per gli amanti della preistoria: le grotte di Arcy-sur-Cure, nella valle della Cure, proprio ai margini del Morvan, là dove il fiume, uscendo dal massiccio, ha scavato nel calcare un complesso di cavità e gallerie. L’acqua ha impiegato tempi che sfuggono alla nostra immaginazione per modellare questo paesaggio sotterraneo, fatto di sale, concrezioni, stalattiti e stalagmiti.

Ma la vera sorpresa arriva quando ci si addentra nella Grande Grotte: sulle pareti compaiono le tracce lasciate dai nostri antenati circa 28.000 anni fa. Mammut, rinoceronti, orsi, felini, cervi e altri animali emergono dalla roccia insieme alle impronte di mani. Sono immagini create nel Paleolitico superiore, quando il clima della regione era profondamente diverso da quello che conosciamo oggi. Nonostante la guida non molto simpatica che conduce il nostro gruppo, riesco a emozionarmi per questa esperienza che sognavo da tempo: poter osservare le pitture rupestri nel luogo dove decine di migliaia di anni fa i nostri antenati le hanno create. Entrare in queste grotte significa allora fare un viaggio ben più lungo delle poche centinaia di metri del percorso turistico: si passa dalla luce abbagliante dell’estate morvandella a un mondo rimasto nascosto per decine di migliaia di anni. E improvvisamente il paesaggio che abbiamo attraversato per giorni – boschi, fiumi, laghi, rocce – assume una profondità diversa.

Ma l’acqua nel Morvan e ai suoi margini non è soltanto quella dei laghi e dei fiumi. A Saint-Père, un’altra sorpresa racconta un rapporto ancora più antico tra l’uomo e questo territorio: les Fontaines Salées. Visitiamo il museo e poi il sito archeologico dove fin dalla preistoria gli uomini venivano per le sorgenti naturalmente salate. Qui sono conservate infatti le tracce di una delle più antiche attività di produzione del sale conosciute in Francia: già nel Neolitico, più di quattromila anni fa, l’acqua salata veniva raccolta e fatta evaporare in recipienti di ceramica per ottenere il prezioso minerale.

La visita permette di vedere le strutture costruite molto più tardi dai Gallo-Romani, ma ciò che mi colpisce è soprattutto la continuità della presenza umana attorno a queste sorgenti. Ancora una volta, come nelle grotte di Arcy, basta poco per spostare lo sguardo dalla vacanza estiva alla profondità del tempo. Quella che oggi appare come una tranquilla sorgente in mezzo al verde è stata per millenni una risorsa preziosa, capace di attirare e trattenere gli uomini.

Dalle acque che hanno scavato la roccia delle grotte a quelle che emergono dalla terra cariche di sale, il paesaggio del Morvan sembra così raccontare una storia fatta soprattutto di acqua: acqua da cui rinfrescarsi, acqua che modella il territorio, acqua che diventa una risorsa e che, molto prima di noi, ha determinato gli spostamenti e gli insediamenti umani. Anche per questo criterio (non solo per la temperatura) i climatologi indicano la zona come interessante di fronte alla crisi climatica.

Per l’ultimo giorno al lago scegliamo il più famoso per la balneazione e sicuramente il più frequentato, il lac des Settons. Prima, però, percorriamo il sentiero che conduce alla cascata delle gole Gorges de Narvau. La frescura della foresta ci invita a fermarci per un picnic prima di riprendere la strada verso il lago.

Arrivati al lago, percorriamo una parte del sentiero che lo circonda fino a un’isoletta, dove ci fermiamo a esplorare piccole spiagge quasi deserte e, naturalmente, a fare un altro bagno. È davvero un piacere nuotare nelle acque calme di questi laghi circondati da boschi e foreste. Si prova quasi una sorta di incongruenza: ci si aspetterebbe che l’acqua fosse fredda, e invece riesce semplicemente a rinfrescarci dalla calura. Ora comprendo fino in fondo l’espressione di Ondine: le petit Canada.

Mi piace accompagnare la scoperta di un luogo con una lettura adeguata. Per questo, entrando nella libreria di Semur, mi lascio attirare da un romanzo appena uscito: Morvan di Bénédicte Belpois, pubblicato da Gallimard nel febbraio 2026. La coincidenza del titolo mi sembra quasi troppo bella per essere casuale. Il Morvan del romanzo, infatti, non è quello della regione che sto attraversando: è il soprannome di un giovane uomo che, una domenica di primavera, decide di lasciare improvvisamente tutto alle proprie spalle. La casa dell’Ardèche, il lavoro di operaio agricolo, un padre alcolizzato e un passato doloroso. Fa una valigia senza sapere bene cosa metterci e parte. Il viaggio lo porterà a incontrare la giovane Monica e l’emigrato italiano Giovanni, prima ai piedi del Monte Bianco e poi lungo un itinerario che attraversa Francia, Italia e Svizzera, con una parentesi nell’Andalusia immaginaria evocata da una vecchia donna, la Duquesita. Un viaggio geografico che diventa soprattutto un viaggio verso un’altra possibilità di vita.

Leggo il libro durante il mio soggiorno e mi colpisce quanto il viaggio del protagonista, che decide poi di costruire un progetto di vita con i suoi amici, tutti con un passato difficile, in una sorta di famiglia atipica, in un villaggio spopolato nel Morvan. Il nome lo chiama come un faro nella regione di origine della madre e certamente il contatto con la natura, lui che era diventato giardiniere per caso e per necessità, lo portano a porsi alcune delle domande che mi hanno portata fin qui: che cosa significa cambiare luogo? Quanto può cambiare una vita quando si cambia paesaggio? E quanto il paesaggio che scegliamo finisce per diventare parte di noi?

Forse è questo che rende il Morvan così particolare. Non è soltanto un luogo dove rifugiarsi dalla canicola. È un territorio che invita a rallentare, a guardare, a camminare, a nuotare, a leggere. Un luogo dove l’acqua ha scavato la roccia per milioni di anni, dove gli uomini hanno lasciato sulle pareti delle grotte immagini sopravvissute a migliaia di generazioni e dove, ancora oggi, qualcuno decide di cambiare vita. Il piccolo Canada, dunque, non è soltanto una questione di clima o di paesaggio. È forse, soprattutto, un modo diverso di abitare il tempo.

 

Cet été, la canicule a également frappé la France et les médias ont accordé encore plus de place aux avertissements et aux informations que les climatologues et les experts diffusent depuis des années déjà. C’est ainsi que j’ai lu un article qui, à l’aide d’une carte de la France, identifiait certaines des régions où il pourrait être plus agréable de vivre dans les prochaines décennies, dans un pays confronté au changement climatique. Parmi celles-ci, les collines du Morvan.

Et c’est précisément au cœur du Morvan que s’est installée Lucia, dont j’avais parlé dans le chapitre du dexième livre « Comme un poisson dans l’eau », avec son compagnon et leur petit garçon. Un changement radical : de la capitale à la campagne, d’un métier de médiatrice culturelle spécialisée en art contemporain à une expérience dans un projet éducatif d’école en forêt, jusqu’à la recherche d’une nouvelle activité, tout en accompagnant son fils dans ses premiers pas.

En quête de fraîcheur et désireuse de la rencontrer à Saint-Léger-Vauban, où elle vit, j’ai organisé deux échanges de maison, à Semur-en-Auxois et à Bazoches, dans l’idée de consacrer deux semaines à la découverte de la région. Hôte de la magnifique maison de Sylvain, située à cinq minutes à pied de la charmante petite ville de Semur, j’ai pu profiter de la fraîcheur de sa terrasse et, surtout, de la proximité de l’un des lacs de la région, le lac de Pont. Avec sa plage aménagée, le lac permet de se baigner et de pratiquer facilement des activités nautiques. Dans ce lac paisible j’ai nagé presque tous les jours, en compagnie de Ludovica, une autre randonneuse qui passait tout l’été dans les environs grâce à une plateforme de garde d’animaux.

Outre le kayak et la natation, le sentier qui fait le tour du lac permet de faire des balades ombragées et mène à de petites plages plus isolées et tranquilles. La végétation le long du chemin m’a rappelé l’exclamation de mon amie franco-canadienne Ondine : « Tu vas dans le Morvan, le petit Canada ?! »

Nous passons la deuxième semaine chez Claudie, une Nantaise qui s’est installée dans le Morvan pour vivre au calme de la campagne. C’est là que nous observons l’éclipse solaire et, les nuits suivantes, les étoiles filantes. Depuis le jardin ou la terrasse, nous profitons du magnifique coucher de soleil et, à la tombée de la nuit, d’un ciel étoilé que l’éloignement des lumières de la ville rend particulièrement spectaculaire.

Je voudrais visiter tous les lacs, pour en apprécier les différences, mais les distances et la chaleur nous poussent à limiter les déplacements en voiture et les randonnées. Avec le petit Lino dans son sac à dos, Lucia nous invite tout de même à emprunter le sentier de la Pierre-qui-Vire qui longe un tronçon de la rivière, dans un cadre particulièrement ombragé et frais. La promenade commence par l’achat de quelques confitures artisanales « La trinquelinette » à Trinquelin et se poursuit par la visite de l’Abbaye de la Pierre-qui-Vire, où une communauté de moines bénédictins perpétue une longue tradition de production artisanale, notamment celle du délicieux fromage local.

Entre une dégustation au braséro du domaine de la Croix Montjoie (près de Vézelay), dont le jardin offre une vue magnifique sur les vignobles et les collines au coucher du soleil, et une croisière sur le canal de Bourgogne à bord du bateau Ezra, les activités ne manquent pas. Lorsqu’il fait très chaud, nous nous baignons dans la Cure ou partons à la découverte d’autres lacs, comme le lac de Saint-Agnan et le lac de Crescent.

Un séjour dans le Morvan est sans aucun doute une immersion dans la nature, sans oublier les charmants villages et les coins insolites : on y trouve même une ancienne grange transformée en bibliothèque de bookcrossing. Et il n’est pas rare que, en traversant la forêt, un chevreuil ou un renard nous rappelle que nous sommes ici véritablement les hôtes du monde animal.

Mais le Morvan nous réserve encore une surprise pour les amateurs de préhistoire : les grottes d’Arcy-sur-Cure, dans la vallée de la Cure, juste à la lisière du Morvan, là où la rivière, en sortant du massif, a creusé dans le calcaire un ensemble de cavités et de galeries. L’eau a mis un temps qui dépasse notre imagination pour façonner ce paysage souterrain, fait de salles, de concrétions, de stalactites et de stalagmites.

Mais la véritable surprise survient lorsque l’on pénètre dans la Grande Grotte : sur les parois apparaissent les traces laissées par nos ancêtres il y a environ 28 000 ans. Mammouths, rhinocéros, ours, félins, cerfs et autres animaux émergent de la roche, accompagnés d’empreintes de mains. Ce sont des images réalisées au Paléolithique supérieur, à une époque où le climat de la région était très différent de celui que nous connaissons aujourd’hui. Malgré le guide peu sympathique qui accompagne notre groupe, je suis émue par cette expérience dont je rêvais depuis longtemps : pouvoir observer les peintures rupestres à l’endroit même où, il y a des dizaines de milliers d’années, nos ancêtres les ont créées. Pénétrer dans ces grottes, c’est donc entreprendre un voyage bien plus long que les quelques centaines de mètres du parcours touristique : on passe de la lumière éblouissante de l’été du Morvan à un monde resté caché pendant des dizaines de milliers d’années. Et soudain, le paysage que nous avons traversé pendant des jours – forêts, rivières, lacs, rochers – prend une autre dimension. Ici, l’homme n’est pas simplement arrivé : il est passé par là depuis des milliers et des milliers d’années.

Mais l’eau du Morvan et de ses abords ne se limite pas à celle des lacs et des rivières. À Saint-Père, une autre surprise témoigne d’un lien encore plus ancien entre l’homme et ce territoire : les Fontaines Salées. Nous visitons le musée, puis le site archéologique où, dès la préhistoire, les hommes venaient puiser l’eau naturellement salée des sources. On y trouve en effet les traces de l’une des plus anciennes activités de production de sel connues en France : dès le Néolithique, il y a plus de quatre mille ans, l’eau salée était recueillie et évaporée dans des récipients en céramique pour obtenir ce précieux minéral.

La visite permet de découvrir les installations construites bien plus tard par les Gallo-Romains, mais ce qui me frappe surtout, c’est la continuité de la présence humaine autour de ces sources. Une fois encore, comme dans les grottes d’Arcy, il suffit de peu pour détourner le regard des vacances d’été et plonger dans la profondeur du temps. Ce qui apparaît aujourd’hui comme une source paisible au milieu de la verdure a été pendant des millénaires une ressource précieuse, capable d’attirer et de retenir les hommes.

Des eaux qui ont creusé la roche des grottes à celles qui jaillissent du sol chargées de sel, le paysage du Morvan semble ainsi raconter une histoire faite avant tout d’eau : de l’eau pour se rafraîchir, de l’eau qui façonne le territoire, de l’eau qui devient une ressource et qui, bien avant nous, a déterminé les déplacements et les implantations humaines.

Pour notre dernière journée au bord du lac, nous choisissons le plus célèbre pour la baignade et certainement le plus fréquenté, le lac des Settons. Mais avant cela, nous parcourons le sentier qui mène vers les Gorges de Narvau. La fraîcheur de la forêt nous invite à faire une pause pour un pique-nique avant de reprendre la route vers le lac. Arrivés au lac, nous parcourons une partie du sentier qui le contourne jusqu’à un petit îlot, où nous nous arrêtons pour explorer de petites plages presque désertes et, bien sûr, pour nous baigner à nouveau. C’est vraiment un plaisir de se baigner dans les eaux calmes de ces lacs entourés de bois et de forêts. On éprouve presque une sorte de décalage : on s’attendrait à ce que l’eau soit froide, et pourtant elle parvient tout simplement à nous rafraîchir de la chaleur. Je comprends désormais pleinement l’expression d’Ondine : « le petit Canada ».

J’aime accompagner la découverte d’un lieu par une lecture appropriée. C’est pourquoi, en entrant dans la librairie de Semur, je me laisse attirer par un roman qui vient de paraître : Morvan de Bénédicte Belpois, publié chez Gallimard en février 2026. La coïncidence du titre me semble presque trop belle pour être le fruit du hasard. Le Morvan du roman, en effet, n’est pas celui de la région que je traverse : c’est le surnom d’un jeune homme qui, un dimanche de printemps, décide soudainement de tout laisser derrière lui. Sa maison en Ardèche, son travail d’ouvrier agricole, un père alcoolique et un passé douloureux. Il fait une valise sans trop savoir quoi y mettre et part. Son voyage le mènera à rencontrer la jeune Monica et l’émigré italien Giovanni, d’abord au pied du Mont-Blanc, puis le long d’un itinéraire qui traverse la France, l’Italie et la Suisse, avec une parenthèse dans l’Andalousie imaginaire évoquée par une vieille femme, la Duquesita. Un voyage géographique qui devient avant tout un voyage vers une autre possibilité de vie.

Je lis ce livre pendant mon séjour et je suis frappée par le parcours du protagoniste, qui décide finalement de construire un projet de vie avec ses amis, tous issus d’un passé difficile, au sein d’une sorte de famille atypique, dans un village dépeuplé du Morvan. Ce nom l’appelle comme un phare dans la région d’origine de sa mère, et il est certain que le contact avec la nature, lui qui était devenu jardinier par hasard et par nécessité, finit par répondre à certaines des questions qui m’ont conduite jusqu’ici : que signifie changer de lieu ? À quel point une vie peut-elle changer quand on change de paysage ? Et dans quelle mesure le paysage que nous choisissons finit-il par faire partie de nous ?

C’est peut-être ce qui rend le Morvan si particulier. Ce n’est pas seulement un lieu où se réfugier pour échapper à la canicule. C’est un territoire qui invite à ralentir, à observer, à marcher, à nager, à lire. Un lieu où l’eau a creusé la roche pendant des millions d’années, où les hommes ont laissé sur les parois des grottes des images qui ont survécu à des milliers de générations et où, encore aujourd’hui, certains décident de changer de vie. Le « petit Canada », donc, n’est pas seulement une question de climat ou de paysage. C’est peut-être, avant tout, une manière différente d’habiter le temps.

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

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