Odisseo, Vercingetorige e Charles de Gaulle/ Odyssée, Vercingétorix et Charles de Gaulle

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(en français après les photos) Mentre l’attualità continua a divulgare gli orrori dei conflitti in atto, due film, un museo e una visita ad Alésia mi portano a riflettere sulla storia dell’imperialismo, punteggiata regolarmente da guerre di invasione.

Annoiata dai fiumi di inchiostro versati per polemizzare sul film di Christopher Nolan, vado al cinema risoluta a non aggiungere commenti ai tanti che hanno occupato i social per settimane. L’epica omerica mi ha sempre interessata, e non solo perché ha forgiato il pensiero filosofico e la storia culturale e letteraria occidentale, ma perché nei viaggi di Ulisse si avverte quell’inquietudine esistenziale di chi cerca di posizionarsi nel mondo, di segnare il proprio destino, di andare in una direzione nuova, inesplorata. E di come affrancarsi dal fato tracciato dagli dei e pensare un pensiero libero. Ecco perché ho sempre preferito l’Odissea all’Iliade, anche se l’origine del poema – lo stratagemma di Ulisse per terminare un’interminabile guerra, le innumerevoli battaglie, i duelli e i combattimenti – riporta alla storia tutta umana di conquista, vendetta e distruzione. Una storia che continua, dopo secoli, con le stesse dinamiche. Da Menelao a Trump, da Agamennone a Netanyahou, da Cesare a Hitler, azzardo corrispondenze neanche tanto improbabili, sollecitata dagli stimoli cinematografici e dalle vestigia storiche.

Le armi cambiano e diventano «intelligenti», considerate «deterrenti» proprio per la capacità di distruzione totale dell’umanità e del pianeta. Ma ciò che smuove gli uomini a farsi la guerra è sempre lo stesso desiderio di appropriarsi delle ricchezze e delle risorse altrui. La bellezza di Elena, il volere degli dei, l’ambizione di Cesare, la follia totalitarista di Hitler e Mussolini, i genocidi passati e attuali: la storia è sempre la stessa. Motivazioni religiose, epiche, razziali per spiegare la volontà degli usurpatori di impadronirsi di risorse (materiali o umane), posizioni strategiche, territori.

Sono uscita dalle tre ore di film di Nolan dicendomi che, sostanzialmente, ha messo in scena il poema omerico per mostrare il momento in cui l’uomo, attraverso la figura di Ulisse, cominciava a dubitare sul senso della morte «eroica» in una guerra di conquista e sul dramma di pagare un prezzo così alto – versare tanto sangue e non poter tornare alla pace della vita precedente – per estendere il potere di un popolo.

Sono poi partita per un soggiorno nel Morvan e ho approfittato per tornare a visitare il campo di battaglia di Alésia, dove anni prima mi ero recata con la famiglia. Da una collina osservammo la piana dove i Romani sconfissero i Galli e, sotto la statua di Vercingetorige fatta costruire da Napoleone, raccontavo a mio figlio decenne (che studiava a scuola la storia romana) della sanguinosa guerra e del suo epilogo nel 52 a.C. Tornandoci, sono rimasta colpita dal nuovo museo e dalla ricostruzione dell’oppidum assediato dai Romani e da dove le tribù galliche, riunite da Vercingetorige, resistevano difendendo la propria terra. La collezione del museo e il percorso pedagogico non si limitano alla ricostruzione della battaglia, ma forniscono anche informazioni sul popolo dei Galli, sui Romani e sulla successiva civiltà gallo-romana, cercando di sfatare anche delle credenze e degli stereotipi. Scopriamo così che il famoso busto di Vercingetorige, con l’elmo dalle corna e i baffoni all’ingiù, è una ricostruzione di fantasia del vero personaggio storico e che Asterix e Obelix hanno contribuito molto a diffondere un’immagine distorta (anche se divertente) dell’incontro/scontro dei due popoli. Una pagina di storia che parla di un imperialismo che necessitava di schiavi, territori, risorse, con la motivazione di portare «la civiltà romana» ai «barbari». D’altra parte, la quasi totalità delle informazioni sul famoso assedio, sulla battaglia e sul popolo dei Galli ci proviene dalla propaganda di Cesare. Nel De bello Gallico, infatti, il generale racconta gli avvenimenti e descrive i nemici dal punto di vista del conquistatore. La storia viene sempre raccontata dai vincitori.

Al mio ritorno a Parigi sono poi tornata al cinema a vedere il lungo film La bataille de Gaulle, diviso in due parti: L’Âge de Fer e J’écris ton nom. Anche su questo film lascio ai critici di professione i commenti tecnici; ciò che voglio condividere qui è soprattutto la riflessione suscitata dall’immersione, nell’arco di tre settimane e in modi diversi, nel racconto di conflitti così lontani l’uno dall’altro per epoca e contesto: da Troia (qualsiasi sia il riferimento storico a cui il poema si ispira) ad Alésia, a Bir Hakeim o allo sbarco in Normandia. Nella diversità di strategie politiche e di tecnologie, dal cavallo di Troia e dalle spade e dagli scudi di bronzo ai carri armati, agli Spitfire e alle bombe nucleari, più che le differenze, mi colpisce ciò che le accomuna: la stessa capacità di odio e di violenza. Dall’omerica battaglia alle guerre odierne si trovano sempre gli stessi elementi: i sogni folli di uomini invasati, i politici nascosti dietro gli interessi finanziari ed economici, un’industria bellica nata forse con il pollice opponibile e che detta ancora oggi la direzione dello sviluppo scientifico e tecnologico, le crisi economiche dovute all’abuso delle risorse (compresa la forza lavoro dello schiavismo colonizzatore o del neoschiavismo), la gestione accentrata delle ricchezze, la propaganda che «costruisce» il Nemico perché è al di là di una frontiera o appartiene a un’altra religione, a un altro colore, a un’altra ideologia.

Rileggo queste righe che mi sembrano banali eppure drammaticamente vere, anche se frutto di un’analisi essenziale. D’altra parte mi domando ancora se l’analisi articolata del filosofo Michael Walzer nel suo saggio Guerre giuste e ingiuste sia totalmente ricevibile. Uscito vent’anni fa, il testo suona tragicamente attuale, in particolare nel riferimento al conflitto a Gaza. In una sorta di empirismo morale, l’autore sviluppa un’argomentazione a partire da esempi concreti, dalla Seconda guerra mondiale alla guerra in Iraq. Afferma che, se l’umanità non è stata capace di eliminare l’inferno della guerra, progredisce però verso l’esigenza di un diritto internazionale per giudicare i crimini commessi e impegnarsi nel limitare i danni delle «guerre giuste». Un discorso che funziona parzialmente e temporaneamente, se si considera ciò che sta accadendo a Gaza o, limitatamente a un episodio, la notizia di questi giorni del bombardamento di un arsenale a Kiev, troppo vicino alle abitazioni di civili, e le conseguenti perdite. Aspettiamo il giudizio e la relativa pena, certo, ma la nostra coscienza grida che il sangue versato è sempre davvero troppo.

Torniamo allora al viaggio di Ulisse che, nel mito, mostra l’assunzione delle conseguenze da parte dell’eroe nella ricerca dell’indipendenza rispetto al volere degli dei e alle tradizioni: la provocazione a Poseidone con Polifemo, le sirene, la scelta della rotta contro il vaticinio di Tiresia. Nell’interminabile lotta dell’uomo che non si vuole più marionetta degli dei ma che afferma la sua volontà, l’eroe riesce infine a tornare. Ha perso però tutti i suoi compagni: un prezzo enorme che marca l’individualismo del pensiero occidentale e un certo premachiavellismo nelle scelte del capo che decide per gli altri, perché possiede la visione della «giusta causa». Così, nelle difficili e variabili strategie politiche sulle alleanze franco-anglo-americane da Vichy allo sbarco, i film su Charles de Gaulle mostrano i compromessi, le negoziazioni, le concessioni e l’intransigenza del generale anche di fronte a Churchill e Roosevelt. Alla fine, anche nelle alleanze della «guerra giusta», è questione di costi e benefici: de Gaulle aveva compreso le mire espansioniste postbelliche dei «liberatori» americani.

La storia e la sua narrazione sono torbide, mai lineari né trasparenti, di difficile interpretazione nel momento in cui si svolgono i fatti. Per questo, nel film, siamo portati a riflettere sulle figure collaborazioniste del generale Giraud e dell’ammiraglio Darlan rispetto al prefetto Jean Moulin e ai resistenti che avevano individuato da che parte stare (nelle diversità di opinioni e implicazioni) in una «guerra giusta». Hanno operato attivamente contro il fascismo e il nazismo, a prezzo della vita e di molte perdite. Ne valeva la pena?, si chiede Ulisse di Nolan, incarnando tutti coloro che si trovano implicati in una guerra non voluta, ma da affrontare.

Tra l’attualità dei giornali e le riflessioni innescate dalle emozioni di film e luoghi visitati, in questa estate torrida, ho ripensato ai miei genitori e ai nonni, ai loro racconti di vita sulla Grande Guerra e la Seconda guerra mondiale. Come tanti della mia generazione che hanno visto crescere l’Europa con i valori di libertà e tolleranza, siamo cresciuti con la coscienza che la pace è una condizione preziosa, ma fragile e temporanea, che va coltivata e mantenuta a ogni costo. Allora, vedere ricostruzioni di battaglie al museo o sullo schermo può ricordarci da dove proviene la follia che fa scivolare una tensione geopolitica (economica) in un’escalation mortale che coinvolge popoli e paesi in conflitti sanguinosi. Una lezione che viene da lontano, da prima della Storia, dalla Mitologia. Perché raccontare storie serve per capire.

Alors que l’actualité continue de diffuser les horreurs des conflits en cours, deux films, un musée et une visite à Alésia m’amènent à réfléchir à l’histoire de l’impérialisme, régulièrement ponctuée de guerres d’invasion.

Lassée des flots d’encre versés pour polémiquer sur le film de Christopher Nolan, je vais au cinéma résolue à ne pas ajouter de commentaires à tous ceux qui ont envahi les réseaux sociaux pendant des semaines. L’épopée homérique m’a toujours intéressée, et pas seulement parce qu’elle a façonné la pensée philosophique ainsi que l’histoire culturelle et littéraire occidentale, mais parce que dans les voyages d’Ulysse on perçoit cette inquiétude existentielle de celui qui cherche à se positionner dans le monde, à marquer son propre destin, à aller dans une direction nouvelle, inexplorée. Et à comprendre comment s’affranchir du destin tracé par les dieux et penser une pensée libre. Voilà pourquoi j’ai toujours préféré l’Odyssée à l’Iliade, même si l’origine du poème – la ruse d’Ulysse pour mettre fin à une guerre interminable, les innombrables batailles, les duels et les combats – nous ramène à l’histoire toute humaine de la conquête, de la vengeance et de la destruction. Une histoire qui, des siècles plus tard, continue avec les mêmes dynamiques. De Ménélas à Trump, d’Agamemnon à Netanyahou, de César à Hitler, j’ose des correspondances qui ne sont pas si improbables que cela, sollicitée par les stimuli cinématographiques et les vestiges historiques.

Les armes changent et deviennent « intelligentes », considérées comme des « moyens de dissuasion » précisément en raison de leur capacité à entraîner la destruction totale de l’humanité et de la planète. Mais ce qui pousse les hommes à se faire la guerre est toujours le même désir de s’approprier les richesses et les ressources des autres. La beauté d’Hélène, la volonté des dieux, l’ambition de César, la folie totalitaire de Hitler et de Mussolini, les génocides passés et actuels : l’histoire est toujours la même. Des motivations religieuses, épiques, raciales pour expliquer la volonté des usurpateurs de s’emparer de ressources (matérielles ou humaines), de positions stratégiques, de territoires.

Je suis sortie des trois heures du film de Nolan en me disant qu’il avait, pour l’essentiel, mis en scène le poème homérique pour montrer le moment où l’homme, à travers la figure d’Ulysse, commençait à s’interroger sur le sens de la mort « héroïque » dans une guerre de conquête et sur le drame que représente le fait de payer un prix si élevé – verser tant de sang et ne pas réussir à retrouver la paix de la vie précédente – pour étendre le pouvoir d’un peuple.

Je suis ensuite partie pour un séjour dans le Morvan et j’en ai profité pour retourner visiter le champ de bataille d’Alésia, où je m’étais rendue en famille des années auparavant. Depuis une colline, nous avions observé la plaine où les Romains vainquirent les Gaulois et, sous la statue de Vercingétorix érigée à la demande de Napoléon, j’expliquais à mon fils de dix ans (qui étudiait alors l’histoire romaine à l’école) cette guerre sanglante et son dénouement en 52 av. J.-C.

En y retournant, j’ai été frappée par le nouveau musée et par la reconstitution de l’oppidum assiégé par les Romains, d’où les tribus gauloises, rassemblées par Vercingétorix, résistaient en défendant leur terre. La collection du musée et le parcours pédagogique ne se limitent pas à la reconstitution de la bataille, mais fournissent également des informations sur le peuple gaulois, sur les Romains et sur la civilisation gallo-romaine qui lui a succédé, tout en cherchant à déconstruire certaines croyances et certains stéréotypes. Nous découvrons ainsi que le célèbre buste de Vercingétorix, avec son casque à cornes et ses grosses moustaches tombantes, est une reconstitution imaginaire du véritable personnage historique et qu’Astérix et Obélix ont largement contribué à diffuser une image déformée (même si amusante) de la rencontre/du conflit entre les deux peuples.

Une page d’histoire qui parle d’un impérialisme qui avait besoin d’esclaves, de territoires, de ressources, avec pour justification d’apporter « la civilisation romaine » aux « barbares ». D’autre part, la quasi-totalité des informations dont nous disposons sur le célèbre siège, sur la bataille et sur le peuple gaulois nous vient de la propagande de César. Dans le De bello Gallico, en effet, le général raconte les événements et décrit les ennemis du point de vue du conquérant. L’histoire est toujours racontée par les vainqueurs.

À mon retour à Paris, je suis ensuite retournée au cinéma voir le long film La bataille de Gaulle, divisé en deux parties : L’Âge de Fer et J’écris ton nom. Là encore, je laisse aux critiques de profession les commentaires techniques ; ce que je veux partager ici, c’est surtout la réflexion suscitée par l’immersion, au cours de trois semaines et de différentes manières, dans le récit de conflits si éloignés les uns des autres par leur époque et leur contexte : de Troie (quel que soit le point de référence historique auquel le poème se rattache) à Alésia, à Bir Hakeim ou au débarquement en Normandie.

Dans la diversité des stratégies politiques et des technologies, du cheval de Troie et des épées et boucliers de bronze aux chars d’assaut, aux Spitfire et aux bombes nucléaires, plus que les différences, c’est ce qui les rapproche qui me frappe : la même capacité de haine et de violence. De la bataille homérique aux guerres d’aujourd’hui, on retrouve toujours les mêmes éléments : les rêves fous d’hommes exaltés, les hommes politiques cachés derrière les intérêts financiers et économiques, une industrie de guerre née peut-être avec le pouce opposable et qui dicte encore aujourd’hui l’orientation du développement scientifique et technologique, les crises économiques dues à l’exploitation abusive des ressources (y compris la force de travail de l’esclavage colonisateur ou du néoesclavagisme), la gestion centralisée des richesses, la propagande qui « construit » l’Ennemi parce qu’il se trouve au-delà d’une frontière ou qu’il appartient à une autre religion, à une autre couleur, à une autre idéologie.

Je relis ces lignes qui me semblent banales et pourtant dramatiquement vraies, même si elles sont le fruit d’une analyse essentielle. D’autre part, je me demande encore si l’analyse développée par le philosophe Michael Walzer dans son essai Guerres justes et injustes est totalement recevable. Paru il y a vingt ans, le texte sonne tragiquement actuel, en particulier lorsqu’il évoque le conflit à Gaza. Dans une sorte d’empirisme moral, l’auteur développe une argumentation à partir d’exemples concrets, de la Seconde Guerre mondiale à la guerre en Irak. Il affirme que, si l’humanité n’a pas été capable d’éliminer l’enfer de la guerre, elle progresse néanmoins vers la nécessité d’un droit international permettant de juger les crimes commis et de s’engager à limiter les dommages des « guerres justes ».

Un discours qui ne fonctionne que partiellement et temporairement, si l’on considère ce qui se passe à Gaza ou, pour s’en tenir à un épisode, la nouvelle de ces derniers jours concernant le bombardement d’un arsenal à Kiev, trop proche des habitations civiles, et les pertes qui en ont résulté. Nous attendons le jugement et la peine qui en découlera, certes, mais notre conscience crie que le sang versé est toujours trop .

Revenons alors au voyage d’Ulysse qui, dans le mythe, montre l’assomption des conséquences par le héros dans sa recherche d’indépendance à l’égard de la volonté des dieux et des traditions : la provocation à Poséidon avec Polyphème, les sirènes, le choix de la route contre la prédiction de Tirésias. Dans cette lutte interminable de l’homme qui ne veut plus être la marionnette des dieux mais qui affirme sa volonté, le héros réussit finalement à rentrer chez lui. Il a cependant perdu tous ses compagnons : un prix énorme qui marque l’individualisme de la pensée occidentale et un certain prémachiavélisme dans les choix du chef qui décide pour les autres parce qu’il possède la vision de la « juste cause ». Ainsi, dans les stratégies politiques difficiles et changeantes des alliances franco-anglo-américaines, de Vichy au débarquement, les films sur Charles de Gaulle montrent les compromis, les négociations, les concessions et l’intransigeance du général, y compris face à Churchill et Roosevelt. Même dans les alliances de la « guerre juste », il est question de coûts et de bénéfices : de Gaulle avait compris les visées expansionnistes des « libérateurs » américains après la guerre. L’histoire et sa narration sont troubles, jamais linéaires ni transparentes, difficiles à interpréter au moment même où les faits se déroulent.

C’est pourquoi, dans le film, nous sommes amenés à réfléchir aux figures collaborationnistes du général Giraud et de l’amiral Darlan, par opposition au préfet Jean Moulin et aux résistants qui avaient compris de quel côté se tenir (malgré la diversité des opinions et des implications) dans une « guerre juste ». Ils ont activement lutté contre le fascisme et le nazisme, au prix de leur vie et de nombreuses pertes. En valait-il la peine ?, se demande l’Ulysse de Nolan, incarnant tous ceux qui se retrouvent impliqués dans une guerre qu’ils n’ont pas voulue, mais qu’il faut affronter.

Entre l’actualité des journaux et les réflexions déclenchées par les émotions suscitées par les films et les lieux visités, au cours de cet été torride, j’ai repensé à mes parents et à mes grands-parents, à leurs récits de vie sur la Grande Guerre et la Seconde Guerre mondiale. Comme beaucoup de ma génération qui ont vu grandir l’Europe autour des valeurs de liberté et de tolérance, nous avons grandi avec la conscience que la paix est une condition précieuse, mais fragile et temporaire, qu’il faut cultiver et préserver à tout prix.

Alors, voir des reconstitutions de batailles au musée ou à l’écran peut nous rappeler d’où vient la folie qui fait bousculer une tension géopolitique (économique) vers une escalade meurtrière qui entraîne des peuples et des pays dans des conflits sanglants. Une leçon qui vient de loin, d’avant l’Histoire, de la Mythologie. Parce que raconter des histoires sert à comprendre.

 

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

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