Atwood

Non è un segreto che Raiplay sia un autentico scrigno di tesori: ci ho appena pescato un bellissimo documentario A Word after a Word after a Word is POWER su Margaret Atwood, che è un’autrice che frequento da una trentina di anni, da quando un’amica mi regalò Wilderness Tips (Vera spazzatura e altri racconti); ho letto per la prima volta The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella)  nel 1998, ben prima del recente successo mondiale, dovuto anche alla serie, che io non ho visto ma che l’arzilla autrice ottantaduenne ha seguito nella lavorazione, pur non avendo contribuito alla sceneggiatura. Ho letto gran parte delle sue opere, e non vedo l’ora di finire le mie letture in corso per attaccare The Testaments (I testamenti), un contrappunto a tre voci del Racconto

Ma dicevo del documentario, Il potere delle parole: è recente, risale a un paio di anni fa; nel 2017 a Graeme Gibson, il compagno di Margaret dal 1973, era stata diagnosticata una demenza; di comune accordo decisero di prestarsi a un documentario che ripercorresse la loro vita. La narrazione si svolge in modo non cronologico, saltando dall’infanzia di Margaret al presente, andando su e giù nel tempo. Ed ecco le immagini fotografiche o i filmetti di famiglia della vita in Canada, quando col padre entomologo, la madre maestra e il fratello appena più grande di lei visse in una tenda per lunghi periodi, a caccia di insetti che toccava senza timore o ribrezzo. I ragazzini frequentavano la scuola solo i primi due e gli ultimi due mesi dell’anno scolastico, poi ci pensava la mamma; nel frattempo imparavano a conoscere la natura e si abituavano a una vita spartana.

Da qualche foto Margaret mi era parsa una donna poco interessante; invece dal documentario emergono prima una bimba, poi una ragazza e infine una donna dalla bellezza magnetica anche se assolutamente non convenzionale. 

Non è mai stata alta (vicino al suo imponente compagno appare davvero piccina), adesso si è un po’ curvata, è minuta, porta con grande stile abiti originali, colorati (ma apprezza anche il nero), con bei disegni, e bellissime sciarpe; come me, deve avere una passione per gli occhiali da lettura, ne ha una collezione, di colori vivaci, che indossa abbinandoli ai colori degli abiti; le piace parecchio il viola, e porta spesso una borsetta da tracolla color lavanda, leggera, piccola ma capace, molto simile a una mia; ma lei non se la mette ad armacollo. I capelli sono candidi (forse con un’ombra di azzurro?), un po’ ricci, gli occhi un po’ obliqui, azzurrissimi e penetranti, abbastanza ravvicinati, il volto luminoso, sempre sorridente e arguto. Certamente non le manca il senso dell’umorismo, e anche un po’ di buffoneria, e ogni tanto si abbandona a scenette in cui fa la pagliaccia.

Non voglio parlare qui della sua opera di scrittrice, che apprezzo moltissimo, e che sicuramente non ha bisogno della mia pubblicità, ma della donna: personalità molto forte, anticonvenzionale, autonoma, impegnata nelle battaglie pacifiste, antirazziste, ecologiste, femministe (pensate che nel 1968 sposò Jim Polk, statunitense, per evitargli la leva che lo avrebbe spedito a combattere in Vietnam). E’ però impossibile tenere separata la persona dai temi della sua opera, da sempre imperniata sul potere anche in relazione alla questione femminile e l’ecologia. 

Nei due ultimi anni di Graeme, morto nel 2019, ha viaggiato con lui in molti luoghi, per aiutarlo a vivere al massimo il tempo che gli restava, sempre al suo fianco con coraggio e allegria, pur continuando a lavorare. Ormai anziana, continua a girare il mondo piena di interessi e curiosità, non solo per presentare le sue opere. Se cercate in rete Margaret Atwood monopattino, potete vederla in un breve filmato mentre si gode un giretto su una patinette rossa – che fa pendant con la sciarpa scarlatta in contrasto col completo nero e i capelli grigi arruffati dalla corsa.

Marisa Polimeno

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