Io, Tina Modotti, felice perché libera

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Conoscevo vagamente l’opera di Tina Modotti e avevo letto qualche nota biografica in occasione della mostra “Tina Modotti, photographie, liberté et révolution” realizzata dall’istituto italiano di cultura di Parigi nel 2020. Mi ero ripromessa di approfondirne la conoscenza ma altri progetti mi hanno distolta da questo proposito finché non ho letto la sua storia, magistralmente raccontata da Gérard Roero di Cortanze nel libro “Io, Tina Modotti, felice perché libera” (Elliot, 2021). Una buona lettrice (e lettore) sa che leggere e/o rileggere un testo in una fase della vita o con una particolare chiave di lettura o con una disposizione o per uno scopo specifico, può modificare l’esperienza stessa di lettura. Oltre all’interesse per le storie di donne di cui nutriamo questo blog, ho approcciato questo libro da una prospettiva particolare: ricercare l’archetipo femminile di Afrodite (e altre eventuali dee) come consigliatomi dall’amica libroterapista Carla Pinna, nell’interessante laboratorio che ho seguito a distanza.

Sono quindi rimasta doppiamente colpita da questa biografia romanzata che cavalca, con ritmo e sapienza, l’avventurosa ed eccentrica vita di Tina, donna e artista straordinaria. La Modotti sembra aver vissuto tante vite diverse e in effetti è stata operaia, sarta, modella, attrice teatrale e cinematografica, fotografa, traduttrice, militante politica. Ha attraversato la Storia e due continenti, vissuto in diversi Paesi e due guerre mondiali, le lotte sociali e politiche, le migrazioni, passando dalla povertà al successo, dalla clandestinità alla frequentazione di circoli intellettuali e artistici innovativi. Con la naturalezza di chi impara facilmente le lingue e assorbe le culture e i saperi, si è districata in mondi opposti e spesso contrastanti sempre incrociando e attirando a sé personaggi di valore e sapendo trasformare la materia e la realtà che la circondava, libera e creatrice nelle azioni, nelle relazioni e nella sua arte. Libertà, arte e rivoluzione sono indubbiamente le parole chiave che definiscono “la parabola umana, artistica e politica di Tina Modotti, una donna libera che, tra Europa e America, ha saputo reinventarsi l’esistenza e impossessarsi di un’arte, quella fotografica, fino ad allora quasi esclusivamente riservata agli uomini”, come scrive Fabio Gambaro nel catalogo della mostra parigina curata da Riccardo Costantini. Attirata dalla fotografia e dal cinema, Tina comprende precocemente il potenziale di quest’arte innovativa che, per Tina, “rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti ed è da questo che deriva il suo valore di documento”.

Tina ha partecipato al dibattito e all’evoluzione della fotografia a cavallo dei due secoli, prima posando come modella e Musa per Edward Weston, che incontra a San Francisco, e poi come apprendista fino a trovare il suo stile, legato via via sempre più alla volontà di trasmettere artisticamente un messaggio: ritrarre la realtà per fissarla e comunicarla a un vasto pubblico.

Quando guardo la sua fotografia Petite fille à la porte (Mexico, 1928) penso a Tina operaia a dieci anni dopo l’emigrazione del padre negli Stati Uniti e al suo sguardo da fotografa capace di incrociare e immortalare quello della povera ragazzina che posa a piedi nudi ma con dignità. Una scena che avrà ricordato a Tina la sua infanzia? Avrà rinforzato in lei il bisogno di diventare attivista politica iscrivendosi al Partito Comunista? Tina si trova per la sua origine povera ed educazione familiare- il padre socialista ed il fratello comunista- al lato dei diseredati e nel suo cerchio di conoscenze, amici e amanti, ci sono personalità di spicco nell’arte e nell’impegno politico: Diego Rivera e Frida Khalo, José Clemente Orozco, Julio Antonio Mella, Vittorio Vidali.

Il libro di Roero di Cortanze ha senz’altro il merito di ripercorrere puntualmente e dettagliatamente la vita di Tina dalla sua nascita, il 16 agosto del 1896 a Udine da una famiglia numerosa e modesta, fino alla morte, avvenuta la notte tra il 5 e il 6 gennaio a Città del Messico mentre, da sola, rientrava in taxi dopo una serata passata dall’ex direttore del Bauhaus, l’architetto Hannes Meyer. L’autore riesce in più non solo a immergere il lettore nella vita di Tina ma a fargli vivere gli avvenimenti storici e le varie società e ambienti in cui la protagonista ha vissuto, grazie ad una contestualizzazione frutto di una visione che spazia dalla politica, alla tecnologia, dall’economia ai movimenti artistici incrociando destini, personaggi, eventi, correnti.

Per saperne di più:

Il testo inizia delineando l’epoca in cui nasce Tina, prima in Europa e poi in Italia dove, nel 1870, il Partito Socialista aveva guadagnato 12 seggi alla Camera dei Deputati. Il Governo si trova però ad affrontare una crisi sempre più profonda. La disfatta di Adua e l’indipendenza dall’Etiopia spinge la sinistra estrema e altre frange della società a sviluppare uno spirito antimilitarista e molte proteste si scatenano fino alle dimissioni del Presidente del Consiglio Crispi. La crisi di governo è dovuta principalmente all’enorme deficit nazionale: crisi bancaria e crisi del mercato agricolo, soprattutto al sud, in seguito alla chiusura del commercio con la Francia. Partendo dalla situazione in Europa e poi in Italia, con un effetto ‘macro’, l’autore opera uno zoom sul Friuli e infine su Udine, la città di origine di Tina. La descrive piovosa, ventosa (si alternano la bora e lo scirocco) ma in pieno sviluppo: si costruiscono le prime centrali  idroelettriche e si intensificano le comunicazioni ferroviarie (con il trattato italia-Austria).e Udine diventa, nel 1986, la terza città d’Europa e la seconda in Italia dopo Milano. Ancora uno zoom e ci troviamo a casa Modotti nel momento in cui Assunta Modotti, sarta, a trentatré anni, dà alla luce Tina, figlia del meccanico-carpentiere Giuseppe Slatarini Modotti, simpatizzante socialista-marxista che aspira a una situazione migliore per la famiglia. Le diseguaglianze e la povertà fa sì che il Friuli sia terra di emigrazione (8-12%); per ragioni economiche e politiche la famiglia Modotti emigra in Austria, nella Carinzia, a Klagenfurt, due anni dopo la nascita di Tina. Nel 1899 Giuseppe trova lavoro in una fabbrica di biciclette e la famiglia conosce una certa stabilità (ma anche il razzismo) fino alla chiusura nel 190. Giuseppe torna a fare il muratore e Assunta la sarta, Tina va alla scuola tedesca. In famiglia e nella comunità si respira aria di solidarietà operaia: tra immigrati e autoctoni che formano una classe transnazionale, la piccola Tina partecipa alla sfilata del primo maggio sulle spalle del papà, immagina l’autore. Dopo sette anni la vita in Austria si fa difficile e così i Modotti decidono di tornare in patria ma al governo maggioranza è dei conservatori e dopo le dimissioni di Giolitti, Fortis proclama una legge che assimila lo sciopero alle dimissioni. Al contempo c’è una crescita economica al nord dovuta all’esplosione delle industrie siderurgiche tessili, idroelettriche e zuccheriere. A fronte di questo sviluppo l’emigrazione è massiccia con l’aumento della popolazione, tra il 1860 e il 1920, 4,5 milioni di italiani emigrano verso gli USA, solo nel 1913 è il 3% dei 25 milioni di italiani. Anche Giuseppe parte per San Francisco per raggiungere il fratello Francesco già emigrato. Parte il 19 agosto 1905 pochi giorni prima della nascita del suo ultimo figlio; la figlia grande lo raggiungerà nel 1911. Tina intanto passa brillantemente gli esami di quinta elementare nonostante il passaggio dalla scuola tedesca all’italiana. Deve però lasciare la scuola (e gli aiuti alimentari concessi) e trova un lavoro nella fabbrica di filatura della seta Raiser &figli. Per sfamare la famiglia, a dieci anni –le piccole mani delle bambine sono molto apprezzate- farà la dipanatrice, la sbobinatrice, la  torcitrice, l’aspatrice, l’orditrice lavorando dodici ore al giorno. Senza il padre vivono in miseria, mancano legna e cibo; Tina poi si ammala gravemente di tifo. A sedici anni parte, sola, per raggiungere il padre. Arriva dopo due settimane a Ellis Island, e dopo altri otto giorni di treno e 4500 Km, arriva a San francisco  dove incontra padre e sorella che non vede da sette anni. Giuseppe, dopo lo studio fotografico, ha aperto un’officina di meccanico. Per Tina è un cambiamento totale  anche se vive nella Little con 17000 italiani organizzati con cinema, teatro, giornale. Tina inizia facendo l’operaia in una fabbrica tessile, poi, a 18 anni, va a lavorare nei grandi magazzini come sarta alla I.Magnin, le propongono presto di fare la modella indossando gli abiti. Recita nel teatro della comunità: è bella e sul palco si appassiona. Nel 1915 a  San Francisco si tiene l’esposizione universale  e ammira le foto di Edward Weston. Viene notata da Roubaix de l’Abrie Richey, un bohèmien dandy 24enne detto Robo, poeta e scrittore discendente di una famiglia creola della Louisiana e residente a LA, La Mecca degli artisti eccentrici.  Tina,  attrice occasionale di filodrammatiche decide di fare l’attrice di cinema. Nel 1918 sposa Robo e si trasferisce a LA. Intanto seguiamo il racconto dell’esodo della famiglia rimasta in Italia dopo la disfatta di Caporetto nel 1917: due mondi agli antipodi.  A LA Tina conduce una vita totalmente nuova, tra gli artisti dall’autunno 1918 a marzo 1921: LA non è più la città degli angeli ma è nel pieno della contraddizione tra l’anelito alla libertà (donne emancipate, le ‘maschiette’) e il puritanesimo, tra il KKK e l’estrema destra (sono i tempi di Sacco e Vanzetti e Andrea Salsedo) e le lotte anarchiche, Tina legge e si istruisce. A 25 anni incontra Edward Weston e inizia a  posare per lui e per foto pubblicitarie e recita in vari film. Nel 1920 si trasferisce a Hollowood nel 1920. Inizia un amore clandestino con l’artista finché Tina parte per San Francisco per curare il padre malato. Ritrova la madre, la sorella Yolanda e il fratello Benvenuto di 17 anni e comunista (la sorella più giovane, Valentina, era restata in Italia perché madre di un bimbo di un uomo partito al fronte e mai tornato). Tina frequenta il fotografo ritrattista Johan Hagemeyer, alter ego di Weston.

Nel dicembre del 1921 Robo decide di partire per il Messico, la terra degli estremi sia per l’insostenibile situazione della coppia, sia per testimoniare la rinascita culturale del paese, polo di ritrovo delle avanguardie artistiche da tutto il mondo. Robo muore di vaiolo prima dell’arrivo della moglie.Tina arriva in Messico dopo un soggiorno a San Francisco per la morte del padre. Weston, che ha lasciato la moglie, la raggiunge dopo alcuni mesi con il figlio. Tina inizia la sua carriera di fotografa prima esponendo con Weston poi da sola, passando dalla sperimentazione delle forme all’astrattismo e alla fotografia come testimonianza. Viaggia nelle regioni di Puebla e Oaxaca realizzando un vero reportage che testimonia la miseria di una grande parte del popolo messicano e della dura condizione dei campesinos e dei lavoratori, delle donne e dei bambini. Si allontana sentimentalmente e professionalmente da Weston e entra nel circolo dei muralisti Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e José Clemente Orozco con i quali ha forte vicinanza di condivide ideali e la vocazione sociale e politica della loro arte. Diventa amica di Frida Khalo e incontra Vittorio Vidali, militante espulso dagli USA con il nome di Enea Sormenti. Tina si iscrive al Partito comunista messicano partecipando attivamente alla manifestazioni e alle iniziative del partito. Viene controllata dalla polizia segreta fascista.  Incontra il rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella, diventandone l’amante fino alla sua morte, il 10 gennaio del 1929 per un attentato di cui viene sospettata anche Tina. Non sarà individuato nessun colpevole dell’omicidio che però rende la situazione molto tesa politicamente. Anche in Messico si gioca la lotta tra stalinisti e trotskisti, tanto da espellere Diego Rivera dal partito nel 1929. Anche Frida ne uscirà e ospiteranno Trotski che verrà ucciso nella loro casa. Nel 1929 Tina inaugura la sua prima mostra personale a l’Universidad nacional autónoma de México. A seguito dell’attentato al neo presidente Pascual Ortiz Rubio rifugiati e attivisti politici vengono espulsi e perseguitati. Tina fugge in un cargo ma non le permettono di sbarcare in USA perché comunista. Inizia una nuova fase della vita di Tina che la vedrà vivere intensamente il so attivismo politico fino all’annullamento della sua vocazione artistica: per allinearsi al partito, rinuncerà alla fotografia ma saprà riprendersi la libertà evitando probabilmente le persecuzioni staliniste. Riesce a ottenere un permesso per andare in Germania evitando l’estradizione nell’Italia fascista. Da Berlino parte poi per Mosca nel 1930 per lavorare per il Comintern che giudica male la sua relazione con Vidali, arrivato in Russia anche lui. Tina si occupa di traduzioni ma viene giudicata moralmente non ortodossa. Il partito manda la coppia in una rischiosa missione in Cina ma Vidali viene bloccato dal controspionaggio francese così vanno in Belgio per alcuni mesi pensando di tornare in URSS. Quando scoppia la guerra civile spagnola Vidali viene mandato da Mosca in Spagna e con Tina -che si farà chiamare Maria- coordinano e organizzano il Soccorso Rosso Internazionale. Nell’estate del 1938, al definitivo trionfo di Franco, dal partito giunge l’ordine di lasciare la missione. Con un passaporto a nome di Carmen Ruiz Sánchez, Tina, con Vidali, partono per la Francia per coordinare il lavoro con i rifugiati.

Nel 1939 Tina riesce a tornare in Messico con il sostegno di Soccorso Rosso e lavorando sempre come traduttrice oltre a collaborare con i servizi segreti sovietici. Lontano dai suoi ex amici Diego e Frida e sospettando di Vidali che era nel frattempo tornato forse con la missione di uccidere Trotzkij, sotto scorta e rifugiato politico in Messico, Tina, delusa, si allontana, accetta un lavoro per un libro di Constancia de la Mora e parte per la regione di Oaxaca.

Tina non rinnova la tessera del partito e si isola forse per proteggersi fino alla sera del 5 gennaio 1942 quando partecipa a una cena dove si ritrovano rifugiati politici. Le circostanze della sua morte non sono chiare: viene trovata la mattina dopo morta in un taxi che aveva chiamato per tornare a casa la sera prima sentendosi male. Pablo Neruda le dedica questa poesia incisa sulla lapide conservata al grande Panteón de Dolores a Città del Messico:

« Tina Modotti hermana, no duermes no, no duermes talvez tu corazon oye crecer la rosa de ayer la ultima rosa de ayer la nueva rosa descansa dulcemente hermana. Puro es tu dulce nombre pure es tu fragil vida de abeja sombra fuego nieve silencio espuma de acero linea polen se construyo tu ferrea tu delgada estructura »

Tina Modotti, sorella non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa. Riposa dolcemente sorella. Sul gioiello del tuo corpo addormentato ancora protende la penna e l’anima insanguinata come se tu potessi, sorella, risollevarti e sorridere sopra il fango”.


P.

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