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Si è detto molto del nuovo cinema italiano che sta (finalmente!) spopolando ai botteghini. Molte registe donne si stanno facendo strada nel mondo prevalentemente maschile di registi. Già alcune hanno dato lustro al cinema italiano; cito qui, prima tra tutte, Lina Wertmüller, la prima donna ad essere nominata per l’Oscar alla regia e che ha ricevuto l’Oscar alla carriera nel 2019, la prima documentarista d’Italia. Cecilia Mangini, e poi ancora Liliana Cavani, Francesca Archibugi. In ordine sparso e mi scuso per le tante che ho tralasciato, Alice Rohrwacher, Roberta Torre, Wilma Labate, Barbara Cupisti, Paola Randi, Margherita Buy, Cristina Comencini, Maria Sole Tognazzi, Maura Delpero, Valeria Golino, Emma Dante e ancora altre che stanno faticosamente realizzando opere belle e necessarie.
Sbalorditivo è stato il successo di Paola Cortellesi che, come lei ha affermato, solo alle soglie della menopausa ha realizzato il suo film “C’è ancora domani”, campione di incassi: .
Ho visto da poco il film “Il tempo che ci vuole” di Francesca Comencini, figlia e sorella d’arte. Nel film ci sono gli anni di piombo, gli anni della droga, degli amori sbagliati, delle lotte politiche e delle rivoluzioni sociali, ma anche della tenerezza, dell’amore di un padre verso sua figlia e della figlia verso suo padre. La regista scava a fondo il rapporto con un genitore severo e autoritario ma attento e gentile. Ma soprattutto nel film traspare l’amore per il cinema, quello respirato e vissuto da bambina, quello dei film del cinema muto salvati da suo padre, la bellezza dell’immaginario, del sogno.
In una delle scene finali Francesca vola insieme a suo padre; io ho immediatamente accostato quel volo a quello dei poveri di Miracolo a Milano, al migliore Zavattini, a Vittorio De Sica, al cinema delle belle illusioni.
Il tempo che ci vuole è un film duro e difficile che colpisce al cuore con le sue inquadrature. Nelle scene sono sottratte le altre figure: né madre né sorelle, solo l’ascolto e l’attenzione di un padre e di un rapporto familiare ed artistico che ha permesso a Francesca di diventare la regista che è oggi.
A distanza di 23 anni da Le parole di mio padre, il suo film del 2001 ispirato a due capitoli de “La coscienza di Zeno!” di Italo Svevo, Francesca ha trovato le parole più belle per raccontare il suo amato papà e di “essere in campo”, finalmente al momento giusto.
R.
