Santa Maria della Pietà

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Un’amica mi ha inviato una mail per invitarmi a una visita guidata nel complesso di Santa Maria della Pietà che così recitava:

Varcando il cancello del Parco di Santa Maria della Pietà ci si trova in una città dentro la città: molti gli edifici, alcuni ristrutturati, altri in restauro, altri ancora in stato di abbandono. Poi ci sono alberi – piante ad alto fusto come le querce, i lecci e i pini -sentieri, piazzette con panchine e fontane, e perfino una chiesa. Un vero e proprio reticolato di edifici inseriti in un parco di circa 130 ettari. La visita si intreccerà con letture interpretate della lunga epopea lunga 20 anni che portò Franco Basaglia e la sua équipe alla chiusura dei Manicomi con la legge 180 in nome dello sforzo dell’istituzione per garantire il diritto alla libertà anche alle persone inferme mentalmente.

Incuriosita, mi sono presentata puntuale all’appuntamento. Le guide ci hanno condotto nel complesso che, da luogo di reclusione è oggi un museo e un laboratorio.

Santa Maria della Pietà è stata un ospedale psichiatrico fondato nel 1548. La prima sede, era ubicata nei pressi di piazza Colonna. Inizialmente accoglieva, nell’Anno Santo del 1550 i numerosi pellegrini che giungevano a Roma, mentre in seguito si dedicherà ai vagabondi, ai poveri, ma soprattutto ai cosiddetti folli.

Nel 1725 l’ospizio fu accorpato all’arciospedale di Santo Spirito e trasferito in via della Lungara con l’intento di allontanare i pazzi. La via infatti era allora lontana dal centro della città e così permetteva di isolare i pazzi anche fisicamente dalla società. L’isolamento ed il numero sempre maggiore di ricoverati portarono ad un periodo di decadenza dell’ospedale. Nei secoli successivi furono sempre più numerosi i ricoverati, pertanto seguirono provvedimenti per il risanamento, nuovi regolamenti e visite apostoliche che videro annettersi alla struttura principale anche, per i degenti più facoltosi, villa Barberini e villa Gabrielli, 

Con l’Unità d’Italia, il Santa Maria della Pietà venne riconosciuto come Opera Pia, per poi passare alla Provincia nel 1907. Nel 1909, sulla collina di Monte Mario, cominciarono i lavori per il nuovo ospedale psichiatrico: il Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà che iniziò a funzionare il 28 luglio1913.

 Le guide, dopo il breve excursus storico, ci hanno condotto per i viali del complesso di circa centotrenta ettari. L’ospedale comprendeva quarantuno edifici ospedalieri, di cui ventiquattro erano padiglioni di degenza. Per illustrarci il complesso, sono partiti dalla drammatizzazione della storia di un paziente di nome Alberto. Molte storie legate agli ex manicomi italiani, come Santa Maria della Pietà, sono spesso raccontate attraverso personaggi anonimi o pseudonimi per rappresentare l’esperienza collettiva e le ingiustizie subite dai pazienti. In molti casi, la documentazione storica riguardante i pazienti di queste strutture è scarsa, imprecisa o inesistente, e questo ha portato alla creazione di figure emblematiche per denunciare le condizioni di vita e le pratiche inadeguate. In questo caso la vera storia di Alberto viene documentata da un infermiere, un certo Pallotta.

Il Santa Maria della Pietà si presentava diviso in due sezioni rigidamente separate: l’area maschile e quella femminile. Era una piccola città con un impianto termico centralizzato, la cucina, la dispensa, la lavanderia e in seguito anche una piccola sala operatoria. Vi erano inoltre la fagotteria (dove al loro ingresso i degenti depositavano gli effetti personali) la chiesa, l’alloggio delle suore e i laboratori degli artigiani che prestavano lì servizio. I malati venivano ripartiti nei padiglioni in base al comportamento che questi manifestavano. Il team ospedaliero si trovava così a gestire un insieme disomogeneo di degenti altamente diversi per gravità della patologia, terapia ed età. Comuni erano l’inattività, la noia, l’abbandono e la regressione dei pazienti che sviluppavano forse proprio in virtù di ciò un carattere aggressivo.

 Le guide ci hanno indicato i 34 padiglioni che ospitavano tremila persone. In ognuno vivevano circa 50 pazienti psichiatrici, guardati a vista da due infermieri. A destra c’erano gli edifici degli uomini, contrassegnati da numeri pari, e a sinistra quelli per le donne. In mezzo una rete metallica. Tra i viali alberati c’era il padiglione 17, per le agitate. L’11 e il 12 erano destinati ai malati pericolosi, il 90 ai bambini. Non esistevano limiti di età per il ricovero in manicomio. All’epoca la legge prevedeva il ricovero delle persone sulla base di un certificato, anche del solo medico curante che attestasse la pericolosità per sé o per gli altri del soggetto o atteggiamenti contro la morale. (molte le donne parcheggiate lì dai mariti per presunte infedeltà).

Il padiglione 22, detto il Bisonte, ospitava più di trecentoventi pazienti tra epilettici, dementi senili e schizofrenici. Il paziente Andrea non passò dal padiglione dei bambini, in quanto al primo ricovero era già quindicenne, ma dopo un periodo di osservazione, fu indirizzato a l padiglione 16, quello degli agitati. Poi c’era il padiglione dei criminali con mura di cinta di quattro metri; quello dei cronici, dei pericolosi, padiglioni specifici per pazienti con tubercolosi.

La vita nel manicomio era scandita, oltre che dai pasti, da disposizioni rigide del regolamento interno. L’elettrochoc e altre pratiche invasive erano comuni, così come l’uso di pratiche inumane, come il bagno freddo o la camicia di forza. Il manicomio era più un luogo di segregazione sociale che di cura effettiva. Gli infermieri, ad ogni cambio di turno facevano la conta dei pazienti e riportavano tutto ciò che accadeva su di un registro detto vacchetta. Nei turni notturni gli elementi più problematici venivano spesso sedati o costretti a letto con fasce di contenzione. Il contesto segregante e disumanizzante colpiva anche molti infermieri che si ribellarono al trattamento dei pazienti. Furono proprio molti di essi ad anticipare il cambiamento. Nell’agosto del 1975, dalla chiusura del padiglione più grande, il XXII, per iniziativa di un gruppo di infermieri nasce il padiglione XXV. Utilizzando il vecchio reparto di isolamento, reso abitabile anche per l’impegno degli stessi pazienti (circa trenta persone), si cerca di applicare la lezione basagliana di Gorizia. Negli anni ’60, l’Italia cominciò a vedere l’affermarsi di movimenti di riforma psichiatrica, culminati nell’opera di Franco Basaglia.

La chiusura del Santa Maria della Pietà fu un processo lungo e graduale. Negli anni ’80 e ’90, molti reparti vennero chiusi, e si cercò di trasferire i pazienti in strutture più piccole o cercando soluzioni di reinserimento sociale. Molti di essi, tra i quali l’Alberto della storia, si opponevano al cambiamento, soprattutto quelli che nel manicomio, pur con tutte le sue brutture vedevano la loro casa, l’unica che conoscevano.

Dopo la chiusura, l’ex manicomio di Santa Maria della Pietà ha subito un processo di riconversione. Oggi, alcuni dei padiglioni ospitano servizi sanitari e sociali, mentre altri sono diventati sede del Museo della Mente, Oltre al museo, il complesso è diventato un polo culturale, con l’organizzazione di mostre, eventi e iniziative educative, che mirano a sensibilizzare sul tema della salute mentale e a mantenere viva la memoria di un luogo che ha segnato profondamente la storia della psichiatria.

Il manicomio di Santa Maria della Pietà è un simbolo di come la società abbia trattato la malattia mentale nel corso dei secoli. Da luogo di segregazione e isolamento, è oggi un esempio di rinascita culturale e memoria collettiva. La sua storia rappresenta un monitoraggio sulla necessità di affrontare la salute mentale con dignità, rispetto e diritti umani, evitando gli errori del passato.

Le guide ci hanno parlato, oltre che di Andrea, di illustri ospiti del manicomio: 

 Mario Tobino fu uno psichiatra, poeta e scrittore italiano che lavorò brevemente a Santa Maria della Pietà, ma non come paziente. La sua esperienza come medico psichiatra nei manicomi italiani, inclusa la sua breve permanenza a Roma, influenzò profondamente la sua produzione letteraria. Tobino divenne celebre per le sue opere che descrivono la realtà degli ospedali psichiatrici e la condizione dei malati di mente, offrendo uno sguardo critico e umano sulla psichiatria.

Giuseppe Marotta, internato nella struttura è un caso particolare legato alla storia di Santa Maria della Pietà. Negli anni ’60 e ’70, divenne famoso come “il poeta del manicomio”, perché nonostante la malattia mentale, riuscì ad esprimere, attraverso la poesia, il senso di isolamento e la sofferenza legata all’internamento. I suoi versi, spesso raccolti e pubblicati da sostenitori e amici, offrivano una prospettiva unica sulla vita nel manicomio. 

 Sul muro dell’ospedale molti artisti sono stati chiamati a dipingere le facciate con l’unica raccomandazione di non descrivere in modo diretto il disagio mentale.

Anche le cabine elettriche accolgono dipinti originali.

Sono uscita dall’ ex ospedale con la sensazione di uno scampato pericolo. Passeggiando per i viali ho avvertito il dolore della reclusione, dell’isolamento e ho pensato alla fortuna di essere nata in anni di rivolgimento sociale, anni in cui la voce di Basaglia ha potuto far breccia nei cuori e nelle menti per innescare la miccia di un reale cambiamento. 

Raffaella Gambardella

Raffaella, appassionata narratrice, è una blogger che ha saputo rasformare le sue più grandi passioni – il cinema, i viaggi e la lettura – in una piattaforma vibrante e ispiratrice. Sin da piccola, è stata affascinata dalle storie: quelle raccontate sul grande schermo, lette nelle pagine di un libro o incontrate lungo il cammino nei suoi viaggi. Continua a intrecciare parole di donne in un cammino che non smette mai di arricchirla.

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