Alla scoperta della terra dei Comechingones

Riceviamo da Grazia F. lo splendido resoconto di un viaggio in Argentina:

“In questa terra argentina dove molti sono convinti di essere solo scesi dalle barche, ossia discendenti degli Europei che, dopo aver attraversato l’oceano, colonizzarono il paese, andare in cerca delle tracce delle etnie autoctone che abitarono queste terre è un viaggio che apre un mondo. Siamo tre donne, due italiane e un’argentina,  che si avventurano in macchina in strade difficili e deserte, partendo dalla città di Mendoza, famosa per i suoi vini, ai piedi della Cordillera de los Andes (Cordigliera delle Ande), verso la zona nordovest delle provincie di San Luis e Cordoba, dove l’etnia dei Comechingones ha lasciato tracce della sua storia e della sua cultura. Siamo in cerca di silenzio, di natura incontaminata ma anche di storie, popoli, leggende. Sappiamo che cinquecento  chilometri ci aspettano attraverso luoghi disabitati e desolati, ma la strada ugualmente ci sorprende con la sua inquietante solitudine.

Prima tappa del nostro viaggio è la cittadina di Merlo, un centro di grande richiamo turistico, considerata la città con la migliore qualità ambientale del paese che, con i suoi approssimatamente 18.000 abitanti, si  mostra come un esempio equilibrato di coabitazione umana. Sorge ai margini delle montagne boscose dove ci addentreremo successivamente. Riposiamo un po’ in albergo e poi ci immergiamo nella folla che passeggia per la Avenida del Sol, la strada degli alberghi, dei bar, dei locali, dei ristoranti, dei negozi, del passeggio collettivo. Il nostro albergo si chiama Mirasierras e dai suoi luminosi finestroni vediamo las sierras (le montagne) sovrastarci e cambiare colore nelle diverse ore del giorno.

Ci siamo segnati i luoghi che vogliamo visitare. Per prima cosa ci arrampichiamo fino al Belvedere che sovrasta la città e la vallata che la racchiude. Il piazzale del belvedere è pieno di bancarelle per turisti poco esigenti e  tra tanta paccottiglia notiamo solo qualche piccolo oggetto interessante. Ma quello che ci attira soprattutto in questo Mirador del Sol è il paesaggio sotto di noi, questa valle di Concarán, a 796 metri sul livello del mare, alle falde occidentali della montagna dei Comechingones.  

La montagna dei Comechingones protegge la città dalle correnti di aria umida che provengono dall’Atlantico e dagli elementi contaminanti che trascinano nell’attraversare la pampa umida, agendo come un filtro naturale che lascia l’aria libera da ogni inquinamento.

Ci attira nella città la casa del poeta, antica dimora, oggi museo, del poeta Antonio Esteban Agüero, la gloria locale, di cui non conoscevo neppure l’esistenza;  viaggiare significa anche fare i conti con la propria ignoranza dell’infinito talento che abita il mondo, al di fuori del comunque sempre ristretto ambito delle proprie conoscenze. È una casona bianca, con un volo di rondini nere dipinto sulla facciata, di architettura spagnola, con tutte le stanze che convergono in un patio arricchito da un pozzo al centro e da tante piante e fiori. Il modello costruttivo è senz’altro l’antica casa romana che gli Spagnoli hanno conservato più di qualsiasi altro popolo latino. Il luogo è molto suggestivo, sorprendente nella sua impostazione, un museo vivo dove si respira il poeta, la sua storia, i suoi versi ad ogni passo.Tutto è di una semplicità quasi monacale che diventa raffinata bellezza nelle pareti dove sono scritti i suoi versi. Le sue parole cantano con appassionato lirismo l’amore per la sua terra e per la libertà della sua gente e i soffitti ornati con rami di albero e piccoli coloratissimi uccelli ci ricordano la definizione che il poeta diede di se stesso: “traduttore di uccelli”.

La casa museo del poeta Agüero parla per se stessa  dell’ autore di un’opera piena di amore incondizionale  verso la terra che lo vide nascere e verso gli uomini della sua epoca di cui sostenne la lotta per i propri diritti ovunque questi venissero minacciati. Lasciamo la casa, stupite per come, in un piccolo centro come questo, abbiano organizzato un museo di tale livello, che servendosi anche di interventi adiovisuali, è stato capace di portarci, come rare volte è accaduto, dentro l’anima di un poeta. All’uscita ci resta dentro una sua frase “Los poetas existen para que todos puedan entender la realidad que nos rodea y expresar nuestros propios sentimientos” (I poeti esistono perché tutti possano comprendere la realtà che ci circonda e esprimere i nostri propri sentimenti)

Il giorno dopo ci avventuriamo nella Sierras de lo Comechingones, un sistema orografico del centro ovest dell’Argentina tra la provincia di San Luis e quella di Cordoba. La falda occidentale forma la valle di Traslatierra e ad Est la valle di Calamuchita. Molti ruscelli  scendono da queste montagne formando cascate e grandi pozze d’acqua fredda cristallina dove è possibile immergersi con infinito piacere. Lo abbiamo fatto nel ruscello Piedra Blanca circondate da miriadi di farfalle gialle, arancio, nere che non sembravano temere la presenza umana. Nelle escursioni tra le montagne della zona, altri ruscelli e cascate ci hanno accolto restituendoci un insolito contatto diretto con la natura.

Quando nel secolo XVI arrivarono in queste terre i conquistatori spagnoli, gli abitanti della zona erano i barbuti Comechingones che ben presto si mischiarono coi dominatori dando origine a un tipo chiamato criollo dal quale già nel secolo XVII sorsero i Gauchos serranos. Secondo il racconto dei conquistatori, utilizzavano la parola Comechingón come grido di guerra che incitava a uccidere il nemico. Erano abilissimi nell’uso di arco e frecce e in guerra vestivano collari di cuoio e si dipingevano una metà del volto in rosso e l’altra in nero. Dediti all’agricoltura, alla raccolta di frutti, all’allevamento e alla caccia, vivevano in cavità sotterranee con piccole entrate, di grandi dimensioni per ospitare più famiglie. I legami familiari erano molto forti e a comandare gruppi di famiglie legate tra loro c’era un cacique (capo) la cui carica era ereditaria. Tra i popoli aborigeni dell’Argentina è quello con maggiore ricchezza pittografica. Ci ha lasciato più di 1000 opere di arte rupestre, incisioni e disegni all’interno di grotte e caverne.

Andiamo a visitare uno di questi siti. Nel mezzo del bosco si eleva un grande altare di pietra bianca su cui si pregava la divinità e si facevano sacrifici e a poca distanza un gruppo scultoreo appoggiato a una montagnola di pietre, rappresentante due forme stilizzate e simmetriche, e al centro un mascherone, forse immagini di divinità o sacerdoti degli antichi riti. Sulla strada di ritorno in città incontriamo qualche agglomerato di case, qualche chiesetta bianca, un casa di tronchi adibita a ristorante dove ci fermiamo a mangiare pietanze squisite, altre costruzioni in tronchi che espongono un artigianato originale e pieno di colori. Compriamo una mantella di lana azzurra, uno zaino variopinto, una fioriera di ceramica. La macchina già comincia ad essere piena dei reperti di questo viaggio e anche le nostre case sappiamo essere invase  dalle tracce concrete dei nostri viaggi passati. Quindi decidiamo per la morigeratezza;  solo con gli occhi e con le foto faremo il pieno di questa appassionante esperienza.”

Grazia Fresu

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