Sara Durantini, da Annie Ernaux a “Questo è il mio corpo”

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Tra gli incontri più preziosi avuti in occasione delle tante presentazioni dei nostri libri c’è stato quello con Sara Durantini, nel 2021 alla Nuvola di Fuksas, a Roma. La casa editrice aveva annunciato che la presentazione di Donne con lo zaino. Storie di donne sempre in cammino (Eliott, 2021) sarebbe stata moderata dalla scrittrice e giornalista residente a Terni ma nata a San Martino dall’Argine (Mantova), nel 1984. Da quell’incontro è scattata una scintilla di corrispondenza professionale ma anche relazionale, un’amicizia e una collaborazione che ci hanno portato a condividere progetti editoriali tra cui tre raccolte di racconti: La terra inesplorata delle donne (a cura di Sara Durantini), Anche se non sto gridando (a cura di Cinzia Proietti, Dalia, 2025), Parigine ribelli (a cura di Elena Rossi, Neos, 2025).

Affascinata dal lavoro che stava portando avanti su Annie Ernaux e sulla scrittura autobiografica come atto di resistenza e sulla narrazione femminile come forma di emancipazione personale e collettiva, ho seguito con ammirazione l’uscita del suo saggio Annie Ernaux. Ritratto di una vita (2022), prima biografia italiana sulla scrittrice francese insignita, nel 2024, del Premio Nobel per la Letteratura. Gli incontri con Sara, tra Roma, Terni e Parigi, sono sempre stati importanti momenti di scambio e conferma dei nostri interessi comuni nel campo della narrativa e saggistica ‘al femminile’ e di amore della condivisione.

Dal Nel nome del padre 2007 e soprattutto dal racconto L’odore del fieno (Premio Tondelli 2005-2006), Sara ha continuato a esplorare il racconto autobiografico pubblicando recentemente Pampaluna (Dalia, 2024) e Questo è il mio corpo (Dalia 2025). Se entrambi i lavori si inscrivono nel genere del récit intime (e tracciano il percorso esistenziale dall’infanzia alla gioventù), ciascuno di essi ha una specificità che ne permette una lettura autonoma.

In entrambi i testi l’elemento della voce e della parola rileva tutta la sua importanza per l’affermazione di una bambina/adolescente/ragazza/giovane donna in un ambiente contadino/patriarcale mostrando le dinamiche alla fine degli anni Ottanta/Novanta, nella campagna padana e poi in una città di provincia. La conquista della parola corrisponde alla coscienza di esistere e di poter esprimere la libertà di scegliere. In entrambi i testi la parola scritta si configura come una salvezza e una ricerca della propria identità per poi diventare atto di resistenza e di liberazione. Il fil rouge principale dei due volumi è la trasformazione personale attraverso la narrazione a partire dall’analisi profonda del corpo e della parola come strumenti di riappropriazione di sé, e dalla messa in discussione dei ruoli sociali e dei pregiudizi culturali.

La lettura di Pampaluna mi ha profondamente colpita facendo vibrare in me sentimenti nascosti e dimenticati. Il testo mi ha riportato alla mente episodi ed emozioni legate alla mia infanzia pur vissuta in un contesto e in condizioni socio-culturali diverse da quelle raccontate dalla narratrice/protagonista di Pampaluna, la Sara bambina. Nata e cresciuta nella Pianura Padana in un ambiente in cui la voce femminile è ignota o negata, l’autrice racconta la conquista della parola, di pari passo con quella del posto esistenziale (anche corporeo) in cui situarsi: «Non avevo parole per dire quello che sentivo.», «Il corpo c’era, ma non aveva storia.». Nella tensione tra corpo senza storia e parola come atto di esistenza, sottolinea come il linguaggio scritto diventi affrancamento da un mondo patriarcale e tradizionale. Sara racconta i momenti di rottura che corrispondono alle crisi, vissute tutte interiormente, e che si configurano sia come eventi precisi (la separazione dei genitori, il trasferimento dalla campagna alla città, la morte del nonno), sia come estenuante quotidiana lotta intima. Leggiamo tutto questo seguendo lo sguardo della bambina ma, a tratti, la prospettiva cambia, e l’autrice si distacca volutamente per consegnarci un punto di vista più oggettivo che testimonia della sua ricerca intima di rivisitazione di un passato che, in fondo, fa ancora parte di lei e la costituisce. Da questo il valore dell’autobiografia e del récit intime che riesplora senza fine la propria storia alla ricerca del senso di un percorso che spieghi e legittimi il nostro modo di essere qui e ora. La forza dell’autobiografia che cura, processo in divenire mentre è journal intime, anche quando è analisi retrospettiva e restituzione a sé e agli altri (alle altre). Ecco perché mi sono sentita tanto vicina a quella bambina che pure ha vissuto in un luogo e in un tempo diversi dai miei. Ecco perché mi ha colpito, nella sua ricerca di identità in quanto ‘bambina’, femmina, in un mondo in cui le donne cercavano di conquistare potere e riconoscimento. Pur se in un ambiente diverso, ha saputo ricordarmi il disagio e la frustrazione di cercare modelli femminili di riferimento, Lady Oscar per Sara, Pippi Calzelunghe per me, bambina negli anni Sessanta. Modelli rari di irriverenza, coraggio, ribellione e anticonformismo che non corripondevano certo ai valori da incarnare per una bambina sottomessa e gentile. Ho ritrovato la sensazione di irrequietezza frenata (con sempre meno successo) per corrispondere al modello di bambina ‘presentabile’, nel mio mondo piccolo borghese cittadino, in cui era doveroso controllare il proprio corpo (non accavallare le gambe, non correre, non scalmanarsi come un ‘maschiaccio’, non scegliere giochi di movimento, restare composta, non sporcare il grembiule bianco e giocare con le bambole) e i propri desideri e slanci. La protagonista di Pampaluna cresce in un contesto dove le bambine sentono ma non dicono, dove il silenzio è una forma di educazione. La sua opportunità di salvezza verrà da una donna, la maestra G. che la aiuterà soprattutto nel percorso di autostima, ‘vedendola’ e incoraggiandola poiché si esiste e si acquista valore nello sguardo degli altri. La maestra vede in lei il bisogno e la necessità vitale di esprimersi. Le regala un quaderno che diventa quasi un oggetto transizionale nel percorso di scoperta di sé e di come porsi nel mondo adulto e maschilista della nostra eroina. Questo elemento inserisce Pampaluna nella tradizione della scrittura di Alba de Cespedès in “Il quaderno proibito”. L’elemento metanarrativo della scrittura autobiografica qui non è inteso come vocazione romantica ma è un gesto politico minimo, quasi clandestino, un atto di disobbedienza perché “Scrivere è “fare una crepa” nel mondo così com’è”, spiega l’autrice. La bambina che diventa ragazza non cerca il centro della scena: cerca una fessura, un suo spazio intimo per trovare un dialogo con se stessa capace di spiegarle il suo stare al mondo, il suo ambiente, il suo corpo.

Se ripenso alla mia infanzia, ritrovo sentimenti simili: anche per me la lettura (e la scrittura) ha significato un’ancora di salvezza, il mio mondo personale dove evadere, respirare, costruirmi, riconoscermi. Rivedo il mio corpo raggomitolato nel ripostiglio di casa per nascondermi e leggere tranquillamente, in uno spazio mio dove poter nascondermi e nutrirmi di parole e di storie. La forza dei libri di Sara Durantini è quella di tutte le opere che, nella lontananza di genere, tempo e condizione tra lettore e autore, riescono a far pulsare il proprio cuore insieme ai protagonisti, a identificarsi, evocare, riflettere ed emozionare.

Questo grazie anche alla scelta stilistica che la pone nella scia degli scritti di Annie Ernaux e Marguerite Duras: il saper passare dal piano personale e soggettivo a quello dello sguardo esterno e oggettivo, rafforzato dalla forza delle immagini (foto, poster, film) che sono documentazione, memoria, testimonianza e funzionano come una madeleine prustiana visiva. In questa ricerca di contestualizzazione c’è la rievocazione degli avvenimenti societari più importanti che contribuisce a dare la dimensione collettiva del vissuto personale. Dalla caduta del Muro di Berlino alla musica pop, l’autrice mostra come le memorie individuali vadano collocate in uno sfondo storico più vasto.

In Pampaluna si segue il percorso personale e specifico della protagonista-narratrice avendo contezza della dimensione complessa di un’epoca storica e culturale in cui l’aspirazione e l’esigenza femminile era liberarsi da ruoli e norme imposti. Emerge forte la dimensione patriarcale della cultura maschile dominante che inibisce l’espressione di sé, del proprio corpo e della lingua, dalla difficoltà di articolare i propri pensieri alla presa di coscienza, e del bisogno delle parole come strumento di salvezza. Pampaluna è dunque anche un potente ma delicato romanzo di formazione. La scrittrice rende il senso di crescita interiore attraverso la memoria e la parola, mostrando realisticamente i condizionamenti sociali che rendono invisibili e “mute” le giovani donne.

Pampaluna anticipa quei temi sviluppati in Questo è il mio corpo, in particolare la relazione di potere che il corpo femminile troppo spesso subisce nella relazione con l’altro sesso. Il corpo femminile è il luogo di esperienza, memoria e violenza. Non è semplice anatomia: è storia, incarnazione dell’individuo e espressione di sé e della sua esistenza: «Il corpo ricorda anche quando la mente non vuole.» Va guardato, riconosciuto, ascoltato; è sede di ferite e desiderio, campo di battaglia in cui si gioca la negazione o l’affermazione, il consenso: “Mi convinsi che, chiudendo quel cassetto della memoria, avrei cancellato la vergogna, l’umiliazione, quel peso che si era annidato dentro di me. Ma le cose che scegliamo di non dire sono quelle che si insinuano nella carne, in silenzio, scavando in profondità. E anche se restano inespresse, vivono, ci modellano. Diventano parte di noi. Rimangono ancorate nella nostra carne, al nostro corpo. E il corpo non dimentica. E’ il corpo, a differenza della mente, che non può mentire.”. Il romanzo affronta infatti con lucidità il tema del consenso nelle relazioni, mostrando i modi sottili in cui dinamiche di potere e di aspettativa sociale possono rendere ambigua o distorta la libertà di scelta. Anche in questo testo è significativo l’incontro con due donne, una docente universitaria che le permette di entrare nel mondo letterario di scrittrici quali Annie Ernaux, Simone de Beauvoir, Marguerite Duras, e una compagna più grande e impegnata che le offre un lavoro di redazione. Relazioni che la interrogano, le aprono mondi, la collocano nella rete invisibile della solidarietà e dell’autocoscienza femminile.
La scrittura qui si afferma come strumento di rivelazione e salvezza: esplorare la propria storia e denominare le proprie esperienze significa sottrarre il corpo al silenzio e all’oggettificazione, all’oblio e quindi alla perdita di coscienza del vissuto. La scrittura assume una forza politica oltre che personale, facendo emergere l’urgenza di una riflessione sul corpo femminile non più come oggetto dello sguardo e del dominio altrui, ma come soggetto dei propri racconti di vita.

Questo mio corpo è dunque un’opera intima, ma esemplare e necessaria. A differenza di Pampaluna, che percorre l’infanzia, qui assistiamo a una donna giovane adulta alle prese con la difficoltà di affermare il proprio desiderio e i propri confini in relazioni sociali e affettive. La narrazione non tratta la violenza solo come atto fisico, ma si spinge nell’analisi delle dinamiche di potere simbolico e psicologico che rendono il consenso un terreno complesso e spesso oscurato. L’autrice ci invita apertamente alla riflessione contemporanea su trauma, consenso e interiorizzazione della violenza: “Non sempre dire sì significa scegliere”. Uno dei passaggi più forti del libro è infatti quando il consenso viene analizzato fuori dalla retorica giuridica ma come esperienza emotiva e relazionale complessa, spesso deformata dal desiderio di essere accettate. Il suo corpo “ricorda anche quando non vuole” e da questa memoria nasce la spinta a rivivere e reinterpretare il vissuto guardandosi dal di fuori come in una sequenza di un film o in un’istantanea per prendere coscienza e poter rivendicare “Questo è il mio corpo”. Il titolo stesso è performativo: non descrive, afferma. Il corpo diventa finalmente soggetto grammaticale, non complemento oggetto.

Quando ho terminato la lettura di Pampaluna seguita immediatamente dopo da Questo mio corpo, ho avvertito tutta la coerenza dell’opera narrativa che sta costruendo Sara Durantini. I suoi romanzi sono non solo storie individuali, ma specchi in cui leggere le tensioni culturali più ampie: dalla negazione della voce alla difficoltà di stabilire limiti e desideri in un mondo che ancora troppo spesso non ascolta le donne. L’indagine che porta avanti da sempre sulla condizione femminile attraverso la memoria, il linguaggio delle parole e del corpo, è tanto più urgente e necessaria per le nuove generazioni che possono trovare in Sara Durantini una voce giovane, fresca e intensa. Una voce che si pone, d’altra parte, nella tradizione della scrittura robusta e dal potere eversivo di Annie Ernaux, Marguerite Duras e altre scrittrici che hanno costituito un riferimento nella scrittura autobiografica intesa come strumento politico dando centralità al corpo femminile e rifiutando l’eccezionalità. Ciò che viene narrato è ordinario, ed è proprio per questo che conta. Una convinzione profonda che contraddistingue il lavoro che portiamo avanti io e Raffaella Gambardella in questo blog e nei nostri libri e che ci accomuna con la nostra amica autrice.

Di seguito la videointervista a Sara Durantini a cura di InKantata e delle Donne con lo zaino

Video&Dirett&Podcast

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

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