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Una mattina ti svegli, accendi lo schermo, leggi la notizia della tragedia dei ragazzi morti in Svizzera durante il festeggiamento dell’anno nuovo. Poi in tivù apprendi sgomenta che gli Stati Uniti hanno bombardato Caracas.
Apri il giornale e leggi che tutta Italia combatte contro smottamenti e inondazioni, Roma è in stato di allerta per maltempo. Poi, altre notifiche. Fatti terribili, trattati come un disturbo temporaneo. Vai a fare colazione. È in quel punto preciso che nasce l’impotenza. Non nello shock, ma nella normalità con cui tutto passa. Bombardare una capitale diventa una riga nel flusso. Scivola.
Il potere conta su questo: sulla distanza tra ciò che accade e ciò che ci attraversa. Una distanza costruita, coltivata. Non ci viene chiesto neanche di approvare. Ci viene chiesto di continuare a vivere come se nulla pretendesse risposta.
L’abitudine lavora così. Non spegne la coscienza, la stanca. La espone a una sequenza di eventi troppo grandi, troppo rapidi, troppo numerosi. Alla fine non resta indifferenza: resta paralisi. Tutto sembra grave, tutto sembra fuori portata: disastri ambientali, morti in discoteca, attacchi armati, minacce alla Groenlandia, bombardamenti su Caracas. Non c’è bisogno di convincerci che sia giusto. Basta che venga percepito come uno dei tanti atti che non dipendono da noi. Lontani, già archiviati mentre avvengono. L’impotenza come il risultato di una pedagogia lunga, paziente, che ha insegnato alle masse a guardare senza intervenire, a sapere senza agire, a indignarsi senza trattenere nulla.
Rialzare gli occhi, oggi, significa prima di tutto rompere questo brutto incantesimo: rifiutare l’idea che nulla possa essere fatto. Restituire peso agli eventi. Perché milioni di persone, me compresa, hanno sentito che non c’era niente da fare? La storia non può finire con una vibrazione in tasca. Con un dito che scorre. Veniamo addestrate all’abitudine, vero dispositivo di governo del presente. Lavora sul tempo, sulla ripetizione, sulla stanchezza. Trasforma l’ingiustizia in rumore di fondo. La rende familiare. Accettabile. Normale.
Ogni giorno accade qualcosa che, in un’altra epoca, avrebbe fatto esplodere le piazze. Oggi scivola via in mezzo a un video, a una polemica finta. L’indignazione dura quanto una storia. Poi evapora. Non lascia traccia, non sedimenta, non organizza. Viene consumata come tutto il resto. Ma l’assuefazione non è irreversibile. Si spezza nel momento in cui viene nominata, attraversata, condivisa. Non serve un gesto eroico, serve continuità. Non l’esplosione, ma la tenuta. Non la rabbia che brucia, ma quella che resta.
Rialzare gli occhi non significa aspettare il giorno giusto. Significa smettere di accettare il flusso come destino. Collegare i fatti, restituire loro durata, rifiutare la frammentazione che isola ogni evento e disinnesca ogni reazione. Significa uscire dall’idea che l’impotenza sia una colpa privata e riconoscerla come terreno comune. La storia cambia quando qualcuno interrompe l’abitudine e altri riconoscono quel gesto come possibile. Piccoli spostamenti, nuclei che tengono, parole che non scivolano via. Se il potere governa stancando, la risposta è una pratica opposta: ostinata, lenta, condivisa. Tenere lo sguardo aperto quando tutto spinge a chiuderlo. Restare presenti quando il mondo invita a passare oltre. La storia non è finita. Non finché qualcuno rifiuta di ridurla a una notifica.
Care donne con lo zaino, non serve fare tutto, né farlo subito. Serve non smettere di sentire. Fermiamoci su una notizia invece di scorrerla, approfondiamo, studiamo, parliamone, condividiamo e scambiamo opinioni con qualcuno che, come noi, non vuole assuefarsi. Possibilmente con mezzi che richiedono tempi diversi dal rapido scroll. Péerché è nella dimensione dello studio, della sedimentazione, del cercarsi per parlare, agire, organizzarsi, incontrarsi che può uscire e prendere forma la verità. Scegliamo anche un gesto piccolo ma a cui si dà seguito: informiamoci con attenzione, sosteniamo una voce indipendente, restiamo in ascolto anche quando è scomodo. La resistenza oggi non è spettacolare: è quotidiana. E inizia ogni volta che decidiamo di non voltarci dall’altra parte.
