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Arriviamo a Tunisi da Catania in una giornata invernale limpida e soleggiata dopo un volo di circa tre quarti d’ora in un aereo ad elica che non prendevo da più di trent’anni quando da Nairobi ero diretta a Lamu.
A La Marsa, sobborgo marino a nord di Tunisi, rivedo finalmente mio figlio e incontro Marta, Francesca e Paolo, gli amici arrivati da Roma: les retrouvailles sono emozionanti e il contesto particolarmente interessante. Ci immergiamo subito nel suk della Medina di Tunisi per poi passeggiare verso l’Avenue de France e il Boulevard Bourghiba. In occasione del locale Salon du Livre molti stand sono installati lungo il viale e approfitto per scoprire le edizioni francofone di autori e poeti magrebini. La sera siamo pronti per una buona cena a base di pesce nella Little Sicily del vicino quartiere di Cartagine.
L’indomani mattina andiamo a visitare il sito archeologico di Cartagine: per me è una grande emozione scoprire quanto gli scavi abbiano portato alla luce vestigia ancora seppellite quarant’anni fa. Durante un viaggio-test per conto di un noto operatore turistico (allora lavoravo come agente di viaggio), ci ero passata e avevo provato una grande delusione nel constatare che non si poteva vedere quasi nulla della mitica civiltà punica. Sono quindi piacevolmente sorpresa nello scoprire l’evoluzione di questo sito: un’anziana guida che interpello a conferma dei miei ricordi, mi parla degli scavi effettuati negli ultimi decenni. L’area è ora assai estesa e si accede da entrate diverse per il sito della Collina dell’Odeon e parco delle ville romane, il teatro romano del II sec. a. C. (e ancora oggi utilizzato per spettacoli soprattutto per il Festival Internazionale di Cartagine) e per la zona del porto punico. Nella prima parte visitiamo le Terme di Antonino, tra le più grandi al di fuori di Roma, il cimitero punico, le Cisterne per l’acqua (una grande serie di cisterne che funzionavano come punto di redistribuzione dell’acqua al termine di un lungo acquedotto forse di circa 90 km) e i resti dell’acquedotto.
La visita al Porto di Cartagine, è davvero imperdibile e testimonia dello sviluppo del commercio (e militare) navale per i fenici. Costruirono porti tra il II e il III sec. a.C. (600 anni dopo la fondazione della città) che divennero fondamentali per i commerci col Mediterraneo e Cartagine si riempiva di merci provenienti da tutto il mondo conosciuto. Nel pannello che ricostruisce il porto all’epoca si può meglio capire l’ingegnosità e l’originalità della soluzione trovata per difendere e accogliere una flotta di quasi 220 navi all’interno di strutture coperte. In più ospitavano le attrezzature per il restauro e la loro riparazione e per la costruzione di nuove nonché svariati depositi di merci e materie prime.
L’ingresso dal mare, che veniva chiuso con catene, non consentiva di vedere cosa stava accadendo all’interno del porto militare. Dopo la distruzione di Cartagine nel 146 a.C., i porti punici furono ricostruiti dai romani nel 200 d.C.
Accorciamo la visita saltando intere zone come l’interessante cimitero compreso quello cosiddetto dei bambini, ripromettendoci di tornare.
Facciamo un salto al Museo Oceanografico con la sua collezione di uccelli e animali impagliati, diversi acquari, scheletri di pesci fossili e una sezione didattica interessante soprattutto per la spiegazione delle specie di alghe marine e il suo utilizzo.
Torniamo a Sidi Bou Said dove Francesca si offre di preparare, per il cenone, un’ottima pasta al pesce fresco locale e pomodorini accompagnata da insalata con una succosa melograna per terminare con un panettone portato dall’Italia. Saliamo in terrazza per gli auguri di mezzanotte stupiti del silenzio intorno a noi: ci penserà il muezzin all’alba a far risuonare la sua voce per la preghiera nella moschea vicino.
Da semplice villaggio di pescatori che era Sidi Bou Said quarant’anni fa, si è trasformata in un’attraente città fondendo modernità e storia. Crocevia di civiltà che hanno lasciato un’impronta indelebile nell’architettura e nelle tradizioni locali che si ama scoprire in ogni sua pietra e angolo. Approfittiamo quindi per visitare la Medina con le sue stradine acciottolate bianche e le porte blu, i caffè storici dove artisti e intellettuali si ritrovano, le botteghe artigiane, le esposizioni d’arte. Di stradina in stradina saliamo verso il famoso Castello di Sidi Bou Said che visitiamo e da cui ammiriamo uno scorcio di mare imperdibile: non ci sono dubbi sulla fama di Sidi Bou Said, perla del Mediterraneo.
L’indomani mattina partiamo verso il Sud: destinazione Tozeur dove arriviamo dopo una sosta in una palmerie. Percorriamo un sentiero che ci porta a una gola, la risaliamo per godere del paesaggio dall’altura. Scendendo raccogliamo i migliori datteri maai gustati: siamo in una zona di produzione molto famosa. Proseguiamo per Tamarsa, passando per la Grande Cascade per arrivare a Tozeur verso il tramonto. Decidiamo di andare in esplorazione verso il lago salato che sulla carta appare molto vasto. Siamo eccitati dall’idea di vedere i colori del tramonto riflesso sullo specchio d’acqua ma la strada attraversa una bacino lacustre secco a causa della siccità che colpisce la regione da anni. Rimandiamo al giorno dopo quindi il passaggio del lago, tappa del nostro percorso. Approfittiamo della bella serata per visitare una Medina animata e il Suk per fare gli acquisti dei famosi datteri e prendere un té alla menta con dolcetti tipici nel simpatico Café de l’Atelier. Arriviamo in serata alla Villa Touareg nel cuore della palmerie dove ci sistemiamo pronti a proseguire il viaggio l’indomani mattina.

Durante la notte una pioggerella inaspettata cambia completamente il paesaggio. Inoltrandoci lungo la strada del lago scorgiamo finalmente l’acqua e l’effetto è davvero sorprendente: da poche pozzanghere arriviamo a un vasto lago, basso ma luccicante e, a tratti, illuminato da vari piccoli arcobaleni.
Proseguiamo ancora verso sud fino a Tamerzet, che in amazigh si scrive: iⵜⴰⵎⵣⵔⴻⵜ e dove visitiamo una casa-museo che mette in valore la lingua e cultura berbera con oggetti, utensili, e un docufilm molto interessante. Andiamo a visitare il mitico Café di Ben Jem e il suo Museo, location del film “Guerre stellari”.
Dopo le immancabili foto riprendiamo la strada che attraversa un paesaggio sempre più collinare e verdeggiante in questo periodo dell’anno. Già lungo la strada scorgiamo tra le colline o piuttosto ‘dentro’ le colline, gli agglomerati trogloditi che visitiamo a Matmata. una remota località diventato il villaggio trogloditico berbero più importante della nazione nel 1977 quando il mondo rimase colpito dalle scene del film Guerre Stellari (Star Wars – episodio IV- ovvero il primo:, “Una nuova speranza”) che rappresentavano luoghi magici desertici, dell’infanzia e giovinezza di Luke Skywalker. Immancabile la visita all’Hotel Sidi Driss, scelto da George Lucas, per girare gli interni della casa in cui vivevano Luke Skywalker ed i suoi zii. Anche l’hotel dove passiamo la notte è ricavato da un complesso troglodita.

Andiamo a visitare un paio di case sotterranee dove vivono ancora alcune famiglie, forse più sperando nel sostegno dei turisti che sulle risorse legate all’allevamento e all’agricoltura. In cambio di un té offerto è buon uso lasciare qualche dinaro alle donne che invitano ad entrare nelle loro case scavate nella pietra e raccontano dei loro usi e costumi. Indimenticabile l’incontro con Fatima, una donna in una delle abitazioni appena fuori dal villaggio, che conservava il ricordo di un film italiano in cui aveva fatto la comparsa: un evento memorabile nella sua vita di cui andava fiera e narrava ogni dettaglio.
L’ultimo giorno del nostro giro, tornando verso Tunisi, ci fermiamo a El Jem dove, mi aveva assicurato l’amico Salvatore: “…anche da romana, resterai sorpresa dall’imponente anfiteatro”. Non si sbagliava: trovarsi di fronte a questa opera così ben conservata mi incanta e mi fa provare nostalgia per la mia città natale. Mentre visito l’arena mi rendo conto di quanto mi manchino i siti archeologici romani nei quali sono cresciuta. Salgo fino all’ultimo spalto e mi siedo sui gradini ad osservare dei ragazzini che saltano da un muro all’altro, senza protezione. Penso al parkour, lo sport cittadino delle moderne capitali e alle norme di sicurezza qui ignorate. Chiudo gli occhi e penso agli spettacoli e alle cacce di cui queste pietre antiche sono state testimoni. Immagino le urla del pubblico e mi sembra di sentire l’odore del sangue sull’arena e il fremito di gladiatori, cacciatori e animali nei sotterranei: un gioco che facevo da bambina quando passavo di fronte al Colosseo. Quando riapro gli occhi, il sole mi abbaglia; scattiamo delle foto, voglio un ricordo di questa bella visita.
Patrimonio dell’Unesco, l’anfiteatro di El Jem, del III sec. d. C., è interamente costruito con materiali locali e presenta tre livelli di arcate alte fino a 36 metri e strutture sotterranee di grande genio ingegneristico. I resistenti materiali locali hanno permesso la sua conservazione attraverso i secoli, nonostante i saccheggi e le intemperie. E’ un luogo vissuto non solo dai turisti ma anche da melomani di tutto il mondo: ospita manifestazioni artistiche e musicali, tra cui il celebre Festival Internazionale di Musica Sinfonica di El Jem. Sotto l’imperatore Gordiano III, la città di Thysdrus, oggi nota come El Jem, diventò un importante centro di spettacoli e intrattenimenti, attirando fino a 35.000 spettatori con il terzo anfiteatro più grande mai costruito dai Romani. La costruzione simboleggiava la potenza della città nell’antica provincia romana d’Africa e davvero impressiona trovare un tale monumento oltre il Mediterraneo.
Ci dirigiamo poi verso il vicino museo archeologico dove sono conservati gli straordinari mosaici che raffigurano scene di vita quotidiana, miti e natura della villa romana restaurata su cui si è inglobata l’area museale. Pur avendo in mente il magnifico Museo Nazionale di Roma a Palazzo Massimo, questo luogo sorprende per la ricchezza e conservazione e permette di immergersi completamente nell’atmosfera dell’epoca. Sorrido al pensiero dei miei ex studenti a Roma, minorenni immigrati che avevo inserito con le mie colleghe Pamela e Marisa, nel progetto di scoperta della città di accoglienza. Per la maggior parte erano quindicenni musulmani, in genere disturbati dalle nudità delle statue classiche finché, al Museo Nazionale, i giovani tunisini espressero, in un italiano appena abbozzato, l’eccitazione che provavano nel trovare a Roma mosaici simili a quelli visto nel loro Paese. Di fronte alle scene di pesca o di caccia o a decorazioni floreali e altro, mi mostravano sorridendo sui loro telefonini le immagini simili da loro catturate: ora sono io a vivere quell’impressione di familiarità dovuto alla ‘romanità’ e all’arte classica che trovo a El Jem.

Usciamno dal sito soddisfatti e, dopo aver bevuto una buona spremuta di arancia fresca, torniamo verso Tunisi per l’ultima serata insieme: l’indomani gli amici torneranno a Roma e noi a Casablanca. Nel road trip della nostra amicizia che sopravvive alla lontananza, è bello ritrovarsi per un pezzo di cammino insieme su nuovi percorsi, un ‘altrove’ scelto e condiviso.
