Cronache dalla Sicilia 5: Catania

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Arriviamo a Catania in serata da Agrigento; è piacevole tornare nella bella città della costa est: ritroviamo gli amici e il King, il nostro cinema catanese preferito: Giordana è l’anima di questo cineclub dove vengono proiettati film d’autore e la qualità delle proiezioni rimane sempre alta. Giordana, Ciccio e Rita ci invitano poi a scoprire la nota friggitoria vicino al cinema dove Goliarda Sapienza si recava abitualmente.

Il giorno seguente sono impaziente di andare al Castello Ursino: per un’amante dello stile e normanno come me, questa è una visita imperdibile. Il castello, costruito tra il 1239 e il 1250 da Federico II di Svevia re di Sicilia, era considerato inespugnabile e non si ha difficoltà a crederlo quando lo si visita. All’origine la fortezza dominava la scogliera sul mare ma, dopo varie eruzioni e terremoti, si trova attualmente a circa un chilometro e i fossati furono riempiti di lava nel XVII secolo durante un’eruzione. Oggi è museo municipale e ospita gallerie d’arte. Sul sito si trovava la polis greca Katane e forse successivamente una torre normanna sulla quale forse l’architetto Riccardo da Lentini iniziò il cantiere. Il castello è stato teatro di un susseguirsi di cambiamenti storici: diversi eventi durante la guerra del Vespro, nel 1295 si riunì il Parlamento Siciliano che elesse Federico III facendo decadere Giacomo II. Nel 1296 poi passò a Roberto d’Angiò per essere di nuovo espugnato dagli aragonesi: diversi re ci abitarono. Nel 1347 venne firmata qui la (breve) Pace di Catania fra il duca Giovanni di Randazzo e la regina Giovanna d’Angiò, sotto il papa Clemente VI, per terminare il conflitto tra aragonesi e angioini sui regni di Trinacria e di Napoli. Nel 1415 il re Martino I fece sgomberare le casupole e l’agglomerato che si addossava al castello per ricavare una piazza d’Arme demolendo anche l’adiacente convento di San Domenico. Il 23 gennaio del 1379 la regina Maria di Sicilia fu rapita da Guglielmo Raimondo Moncada per evitare il matrimonio con Gian Galeazzo Visconti. Altri eventi importanti ebbero queste mura come scenografia compresa una parte che fu adibita a prigione nel XVI secolo e fino al 1838, e lavori di rinnovamento, come la costruzione del magnifico Bastione di San Giorgio e quello di Santa Croce, intrapresi da Carlo V. Eruzioni e restauri cambiarono l’assetto del maniero chiamato poi Forte Ferdinandeo dal 1714 ospitando le guarnigioni piemontesi e poi borboniche. Dal 1930 si iniziò il restauro per la trasformazione in Museo. Un luogo dunque che impressiona per l’architettura imponente e la pianta originale, testimonianza di una geopolitica internazionale i cui rapporti di forza si equilibravano (più spesso squilibravano) in questo territorio, nei secoli, a scapito di popolazioni intere.

Con queste riflessioni ci dirigiamo all’A’ Piscaria, l’antico mercato del pesce nel centro storico di Catania, che è anche patrimonio dell’Unesco. I colori, gli odori e i rumori, ma soprattutto il modo di scegliere, interagire e mangiare nei vari chioschi/ristorantini intorno mi ricordano inevitabilmente il Marché Central di Casablanca e mio amato appuntamento settimanale da quando vivo nella città marocchina. Cosa unisce questi mondi? L’influenza araba? La cultura del mare? Il Sud? Il mio sguardo di appartenenza multipla? Gusto le polpettine di pesce che mi ricordano le kefta di sardine, tipiche marocchine, ancora molto in comune tra due continenti poi non così lontani…

Per l’ultimo giorno del soggiorno catanese, dopo aver mangiato l’immancabile arancino e cannolo, ci resta la visita alla famosa piazza del Duomo, fulcro del centro storico con la famosa fontana ‘dell’elefante’, simbolo della città, per rappresentare la leggenda secondo la quale un elefante allontanò tutte le bestie feroci della zona quando Catania iniziò a essere abitata.  Passeggiamo mentre ci dirigiamo alla nostra meta e, passando in Via Vittorio Emanuele II  noto Palazzo Platamone o Palazzo della Cultura, dove una targa con una scritta attira la mia attenzione: “La Comunità islamica italiana ringrazia la città di Catani per quanto fatto in favore dei migranti, di qualunque credo”. I catanesi possono essere fieri… Prima di visitare la Cattedrale ci facciamo attirare per la più piccola ma non meno interessante Chiesa della Badia di Sant’Agata, da dove si sale in genere per ammirare il panorama della città tra il mare e l’Etna. Rinunciamo a salire sulla cupola per visitare con più attenzione l’interno a croce greca allungata e più sobrio rispetto allo stile barocco realizzato dall’architetto Vaccarini nel 1620 sulle rovine dell’antica chiesa e convento. Accanto, il duomo: la Cattedrale di Sant’Agata che custodisce le reliquie della martire e protettrice della città, nella sfarzosa cappella a lei dedicata, a destra. La cattedrale, del 1711, più volte danneggiata e ricostruita, presenta una facciata barocca con marmi bianchi di Carrara ornata da colonne e statue, un portale centrale con 32 formelle di legno solpite finemente e tre absidi in pietra lavica di epoca normanna. All’interno, a tre navate, si viene colpiti dall’Incoronazione di Sant’Agata, nell’abside centrale con colonne medievali ai lati. Nella cappella di sinistra si trova il monumento funebre del musicista Vincenzo Bellini e comunque, in diversi punti della cattedrale, sono conservate le tombe di molti reali normanni, svevi e aragonesi, a testimonianza della storia di Catania. 

Ci dirigiamo per la via Etnea, molto animata sia di giorno che di sera e facciamo una sosta alla Villa Bellini. Ci riposiamo un po’ perché la sera è prevista una visita guidata serale al Monastero dei Benedettini, in piazza Dante, uno dei luoghi preferiti della mia amica catanese, la scrittrice Marta Aiello. Vero gioiello del tardo barocco siciliano integrato da vari stili architettonici, è uno dei più grandi complessi benedettini d’Europa e patrimonio mondiale dell’Unesco. Oggi sede dell’Università, ha due chiostri, uno splendido giardino pensile e i resti di due domus romane. Fondato nel 1558, distrutto e ricostruito a più riprese, è il monumento che più testimonia la storia (e la geografia) della città. La parte più antica aveva forma quadrata con un chiostro detto dei “Marmi” (ora Chiostro di Ponente) per i marmi di Carrara del colonnato, i decori rinascimentali e la fontana al centro. La guida ci racconta che il magnifico chiostro fu usato, fino al 1977, come palestra all’aperto e campo di gioco dagli studenti quando il monastero è stata sede della caserma regia e dell’Istituto Regio Carlo Gemmellaro. La fontana in mezzo fu smontata, si persero le tracce di alcuni pezzi finché fu poi rimontata nel 2004 e ora splende circondata dalle colonne che sorreggono il patio sui quattro lati del chiostro.

Successivamente, terribili calamità naturali segnarono la città e il monastero: la colata lavica del 1669 e il terremoto del 1693. Durante l’eruzione dell’8 marzo del 1669, la città era stata difesa da muri ma la lava arrivò fino al monastero distruggendo la chiesa annessa e coprendo i terreni vicini, divorando le coltivazioni e lasciando un paesaggio lunare. Dopo 18 anni di ricostruzione, un’altra catastrofe: tra il 10 e l’11 gennaio del 1693 il terremoto 7.7 sconquassò la Sicilia orientale e Catania fu praticamente distrutta. Il Monastero restò integro nel piano interrato (dove c’erano la cantina e la cucina che visitiamo) e parte del primo piano (dove c’erano le celle dei monaci, il refettorio, la biblioteca il capitolo, il parlatorio e il chiostro del quale restarono erette 14 colonne). Circa dieci anni dopo iniziò la ricostruzione: il Monastero venne ingrandito aggiungendo il Chiostro del Levante con il magnifico giardino e il Caffeaos, dove i monaci ricevevano gli ospiti del Gran Tour (tra cui Goethe) e per la vita diurna dei monaci. Si realizzò l’orto botanico e il giardino dei Novizi, la Chiesa di San Nicolò l’Arena, portando a far diventare il Monastero uno dei più grandi d’Europa.

Il nostro percorso di visita “Luci e ombre del Monastero” è una scoperta continua tra anfratti, cunicoli, stanze e gallerie per evocare una vita monastica di secoli che dalle austere regole benedettine ha attraversato periodi di fasti per i monaci definiti da Federico De Roberto nel romanzo I Viceré: “Facevano l’arte di Michelasso: mangiare, bere e andare a spasso”. Un ordine spesso considerato “mangione e beone” piuttosto che incline alla norma “ora et labora”.

Dopo il grande refettorio, la cucina settecentesca con il sottostante “Ventre”, ovvero i magazzini seminterrati per conservare le derrate, costruiti su pietra lavica, e il pozzo profondo 32 metri dove si intravede l’acqua del fiume Amenano, visitiamo il Museo della Fabbrica con strumenti scientifici. Ci dirigiamo poi nella biblioteca da dove si osservano i resti delle domus romane. Passiamo per la suggestiva “Sala Rossa” dedicata al geometra Antonino Leonardi che con l’architetto De Carlo realizzò questo spazio ‘a volte rosse’ per evocare la potenza dell’Etna. Sono impressionata dal ‘corridoio dell’orologio” che misura 214 metri e unisce due parti; straordinariamente la guida ci fa entrare in due stanze dell’ex appartamento dell’abate, oggi rettorato e segreteria dell’università: spazi che sprigionano cultura e bellezza in ogni angolo. Infine ci rechiamo verso l’uscita attraversando lo Scalone settecentesco: ci sembra davvero l’ingresso di una reggia o un palazzo nobiliare. La visita del Monastero è finita ma possiamo ancora entrare nella Chiesa di San Nicolò l’Arena perché c’è un concerto di musica Gospel. Il coro fa vibrare l’ampia navate centrale che appare ancora più grande riempita dalle voce e dai ritmi incalzanti. La chiesa è piena e l’atmosfera decisamente intensa. Davvero una conclusione piacevole per questa serata densa di bellezza.

Invio un messaggio a Marta per condividere l’emozione di questa visita, in uno dei luoghi più interessanti di Catania.

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

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