|
Getting your Trinity Audio player ready...
|

Qualche settimana fa, durante una delle varie canicole parigine, ho sentito il bisogno di scappare il più lontano possibile dal cemento e del cielo grigio del nord Europa.
Sto cercando di evitare gli aerei quando posso, quindi mi sono connessa sul sito della SNCF e ho iniziato a cercare destinazioni mediterranee su territorio francese, selvagge, poco alla moda e al tempo stesso raggiungibili senza macchina. Cercavo un posto dove poter nascondermi qualche giorno nella natura, di fronte al mare, al silenzio delle onde, senza le orde di macchine e turisti della Costa Azzurra ma pur sempre sotto il sole caldo del Mediterraneo. Un mio amico mi consiglia una piccola località balneare in Occitania, al confine con la Catalogna : Collioure. Cerco subito su Google maps. Sembra perfetta : il paesino è piccolo, direttamente sul mare e circondato dalla macchia mediterranea. Unico problema : tutti i posti dove dormire sono presi d’assalto e quei pochi che rimangono sono decisamente troppo cari per il mio budget.
Quando parto in viaggio, il mio guilty pleasure è cercare i posti dove andrò, in anticipo, su Google street view. Mi rendo conto di sembrare una maniaca del controllo ma mi piace organizzare delle vacanze che corrispondano esattamente al mio stato d’animo, alle mie voglie di colori, sensazioni e situazioni.
Collioure è inaccessibile, abbandono l’idea, chiudo il computer e non ci penso più. Tornata a casa la sera non mi dò per vinta : riapro Google maps e cerco altre località lungo quella costa che ho scoperto chiamarsi Costa Vermiglia. Il trenino regionale la percorre tutta fino ad arrivare in un paese chiamato Cerbère (come il mostro a tre teste che protegge l’ingresso degli inferi …ok, rassicurante)
Dopo Collioure, ma prima di Cerbère, trovo un paesino piccolo ma non troppo, pittoresco ma non da cartolina, e, soprattutto, vicino alle riserve naturali più belle della costa. Studio le spiagge vicine, alcune sono troppo per famiglie : ombrelloni, lettini, folla, già mi immagino l’acqua del mare unta dalle creme solari e con le pipì dei neonati. Altre invece sono nascoste e accessibili soltanto a una, due, tre ore di marcia lungo il sentiero costiero che da Collioure arriva fino in Spagna. Sento una bellissima vibe spingermi verso Est e decido di comprare il biglietto del treno e affittare un piccolo studio vista mare sulle alture di Banyuls-sur-mer. Probabilmente i più esperti conosceranno già questa piccola località per il suo celebre vino o in quanto città natale dello scultore francese Aristide Maillol. Io invece ne ero del tutto ignara.
Il giorno della partenza arriva a grandi passi. Da Parigi c’è un comodissimo treno che arriva a Perpignan in cinque ore. Poi da lì bisogna prendere un regionale TER che in mezz’ora arriva a Banyuls. Insomma, se tutto va bene, in sei o sette ore ci si arriva. Dico se tutto va bene perché a me hanno annullato il treno regionale e ho dovuto prendere un bus, anziché mezz’ora ci ho messo due ore, ma non credo che succeda spesso.
Arrivata in paese, l’ho trovato esattamente come me lo immaginavo: clima vacanziero, mediterraneo, palme e musica live di gruppi locali.
Una lunga spiaggia costeggia la strada principale, e ovunque diverse statue in bronzo di Maillol raffigurano corpi femminili dalle forme morbide, vigorose e sensuali, un utile promemoria contro le ingiunzioni estetiche contemporanee.
Dopo aver passato la prima serata a perlustrare la zona, il giorno dopo infilo costume e scarpe da ginnastica e mi incammino sul sentiero costiero che da Banyuls va fino a Cerbère. Il percorso è indicato benissimo e in meno di un quarto d’ora si esce facilmente dal paese per ritrovarsi in mezzo a distese di more, finocchi e rosmarini selvatici.



Quel giorno il meteo non era dei migliori, cielo coperto e rischio di pioggia. Decisamente non era la giornata ideale per stare in spiaggia ma quel clima era perfetto per fare una lunga camminata. Decido di arrivare fino a Cap Roderis, a due ore di marcia da Banyuls. Il sentiero è arido, senza alberi e ombra, con tantissimi sali e scendi che proteggono la zona dai turisti. I paesaggi sono mozzafiato, la costa è rocciosa e agli speroni di argillite si alternano calette accessibili solo a piedi. In questa zona, le montagne dei Pirenei orientali scendono dolcemente verso il mare e le colline sono piene di vigne verdi brillante, che in agosto sono cariche di uva. Nonostante il cielo grigio e nuvoloso, il mare quel giorno è stranamente calmo. L’acqua è di un blu scuro che si confonde col nero. Ma appena un raggio di sole riesce a farsi spazio, ecco che i colori si accendono : blu, azzurro, turchese, verde acqua. Sono talmente emozionata dal paesaggio che mi fermo ogni 500 metri per scattare delle foto.



Il percorso che inizialmente doveva essere di due ore si trasforma in due ore e mezzo, quasi tre. Ma va bene cosi, le nuvole non sembrano andare via, ho acqua e cibo necessario per passare tutta la giornata in cammino. Dopo aver passato quattro calette rocciose e nascoste, l’unica che ha un nome è la spiaggia della Taillelauque, arrivo finalmente al Cap Réderis. Qui la vista è impressionante. Ad est la costa catalana si allunga a perdita d’occhio, a sud il mare si confonde con il cielo e a nord le colline verdi incontrano le montagne più scure. Le nuvole non accennano a darmi tregua, apro il meteo del mio iphone : diluvio previsto tutto il pomeriggio a Banyuls. Non so che fare, sono a metà strada per arrivare a Cerbère, dove le nuvole sembrano stranamente meno cariche di pioggia. Potrei andare avanti, arrivare al paese e da lì prendere il comodo treno regionale che in 10 minuti mi riporta a Banyuls. Altrimenti potrei tornare indietro a piedi sperando di arrivare a casa prima del temporale. Confido nelle mie doti meteorologiche e decido di andare avanti, verso Cerbère, dove il cielo è più chiaro. Riprendo il sentiero, qui il paesaggio cambia leggermente, è meno arido e ci sono delle foreste di conifere. Anche loro sono di un verde acceso, quasi smeraldo. Il contrasto con il colore del mare è impressionante. Le salite e le discese sono meno ripide, il sentiero è in terra battuta e non sulla roccia come il tratto precedente. Dopo una mezz’ora di marcia, arrivo in una spiaggia di ciottoli, nell’ansa di Perafita. È una spiaggia attrezzata, dove c’è un ristorante che si chiama Au bout du monde – alla fine del mondo. La spiaggia non è un granchè, ma sono le due del pomeriggio, comincio ad avere fame, il cielo mi sembra meno minaccioso e decido di fare una pausa, mangiare qualcosa e poi finire gli ultimi 50 minuti di cammino fino a Cerbère a pancia piena. All’improvviso, come se qualcuno avesse percepito la mia paura del temporale, il cielo si apre, le nuvole spariscono, il sole fa capolino e la luce si accende di colpo. Gli alberi di conifere diventano di un verde ancora più brillante, il mare si riempie di sfumature e le montagne che prima mi sembravano scure e minacciose diventano grandi e protettive. Le persone arrivano in spiaggia, i bambini cominciano a farsi il bagno, una gioia collettiva ritorna nell’aria. Mi tuffo anch’io e lavo tutta la polvere e il sudore delle tre ore precedenti. Mangio il mio sandwich aspettando di asciugarmi prima di riprendere la marcia e contemplo quel paesaggio così autentico, selvaggio e sereno. Mi riposo e decido di non proseguire fino a Cerbère. Sono le quattro del pomeriggio, il sole è alto ma non bollente, decido così di tornare indietro a Banyuls a piedi, rifacendo lo stesso percorso del mattino, stavolta illuminato dalla luce del pomeriggio.
Lucia Z.