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Ho rivisto Antonella all’incontro dedicato ad Alberto Manzi presso la Maison d’Italie, a Parigi: moderava gli interventi con la sua solita sensibilità e intelligenza. Qualche giorno dopo ci siamo ritrovate per un’intervista. Riservata ma socievole e generosa, da sempre sensibile alle questioni femminili e femministe, Antonella è entusiasta del progetto di raccontare storie di donne che, come lei, hanno affrontato con coraggio sfide e cambiamenti. Il tempo scorre rapidamente mentre ascolto le sue mille avventure professionali e personali:
Sono arrivata a Parigi più di quaranta anni fa. Lavoravo alla redazione estera dell’Ansa, a Roma, quando il direttore mi ha proposto di trasferirmi in Francia. Desideravo ripartire, allontanarmi da una sorta di ‘impasse’ esistenziale nella quale mi trovavo, ero psicologicamente fragile dopo la separazione dal mio ex. Il mio psicanalista mi confessò tempo dopo che era molto preoccupato per quella partenza in quel momento delicato della mia vita: sola con due bambini di sei e undici anni, con un lavoro a tempo pieno. Eppure mi spinse ad accettare, e fu una svolta fondamentale.
Una svolta di vita lo è diventata veramente: si è stabilita a Parigi anche se oggi si divide tra Roma e la capitale francese. Pochi giorni dopo il nostro incontro, il 15 aprile, Antonella, dinamica e giovanile, ha festeggiato i suoi ottant’anni. Me lo annuncia con il suo bel sorriso mentre racconta che un amico la chiama ‘residuato bellico’ a causa del suo passato di giornalista che ha vissuto momenti molto ‘caldi’, ma anche perché è nata a fine guerra. La invito allora a raccontare gli episodi più salienti in questa veste:
Negli anni Settanta, dopo una lunga esperienza televisiva per i programmi dell’infanzia, lavoravo come aiuto regista pubblicitaria in una casa di produzione romana. Coltivavo sempre più fortemente il desiderio di lasciare Roma così fui molto felice quando mio marito, architetto, mi annunciò di avere avuto una proposta di lavoro da un suo collega a Teheran. Sono partita con lui e il mio primo figlio di due anni e lì è nato poi il mio secondo figlio, in una sala parto dove l’anestesista mangiava biscottini…davvero poco rassicurante! Mi stavo adoperando per creare una mia casa di produzione quando arrivò un giornalista dell’Ansa che cercava un collaboratore. Il lavoro mi interessava e così è cominciata la mia lunga avventura per l’Agenzia giornalistica, per 150.000 lire al mese.
Quando è arrivata la rivoluzione io la sentii venire: mi ero appoggiata all’ufficio della Upi, l’agenzia stampa americana diretta da un bravissimo giornalista pakistano. Era difficile lavorare in un paese dove la censura era totale, guai a scrivere dei frequenti disordini, gli arresti di giornalisti erano comuni, e quando un giornale iraniano ammise per la prima volta che in effetti dei disordini erano in corso a Tabriz capimmo che la rivoluzione era imminente, il regime non poteva più mentire. Ero pubblicista, l’unica giornalista italiana fino a quando non arrivarono gli inviati. Ho vissuto momenti incredibili, ricordo in particolare due episodi.
Nel dicembre 1978 oltre due milioni di persone scesero in piazza sfidando il regime dello scià. C’ero anch’io, senza velo, taccuino e registratore. Tante donne mi fermavano per supplicarmi di raccontare al mondo la loro rivolta, sfilavano ex prigionieri che avevano subito torture ancora visibili nelle carceri della Savak, la polizia segreta. Gli elicotteri svolazzavano sulla folla pronti a aprire il fuoco, la tensione era alle stelle. A mezzogiorno arrivarono i capi della rivoluzione, davanti alla torre Shayad all’ingresso di Teheran, e si inginocchiarono per pregare. Senza riflettere un istante, saltai giù dal camion su cui mi ero arrampicata, e mi precipitai davanti a loro, in pantaloni, senza chador, microfono in mano, convinta che avrei potuto intervistarli. Ma quando, finita la preghiera, si alzarono e mi videro, il loro sguardo carico di odio mi gelò il sangue, l’adrenalina era a mille. Qualcuno mi prese di peso salvandomi da un probabile linciaggio o quantomeno dall’arresto.
Dall’arresto mi salvò poi il mio collega e amico della Upi. Una sera mandò nella rete riservata della sua agenzia la notizia che circolava voce della morte dello scià. I servizi segreti l’intercettarono, lo catturarono assieme alla moglie e al loro bimbo di neppure due anni e a mezzanotte li depositarono al di là del confine, in Pakistan, in mezzo al nulla. Non dimenticherò mai il suo gesto: mi chiamò poco prima di essere arrestato avvertendomi di andare al più presto a recuperare i miei file ed evitare lo stesso suo destino. Sfidando il coprifuoco mi precipitai all’alba e portai via ogni traccia del mio lavoro in quell’ufficio. In quel momento così drammatico aveva pensato a me, una solidarietà che non è mai scontata in quei frangenti.
Mano mano che racconta, Antonella ricorda altri episodi, anche divertenti, come quella volta che con alcuni inviati italiani accorse per coprire gli eventi e ottenne un’intervista con l’ayatollah Taleghani, leader della rivolta:
Eravamo accompagnati da un funzionario del ministero degli interni, una spia, che per quattro giorni non ci perse d’occhio. Macchina blindata coi vetri oscurati, benda sugli occhi. Il tizio si accorse con raccapriccio che non avevo il chador, impensabile che potessi incontrare l’ayatollah a capo scoperto, si precipitò a cercarne uno. “Come sei bella!” esclamò sorpreso appena lo indossai, tra le risate dei colleghi. Si era accorto della mia esistenza solo in quel momento!
Lo scià lascia Teheran con la famiglia, l’arrivo di Khomeini è imminente. Intanto i permessi e i documenti di Antonella e famiglia erano scaduti, c’era il rischio che non potessero più ripartire. Quando usciva la mattina per andare in cerca di notizie si sparava per strada dovunque mentre suo figlio maggiore urlava per la paura, implorandola tra le lacrime di restare a casa. Antonella scoprì allora che la baby sitter iraniana gli raccontava, nel persiano che il bambino aveva imparato a comprendere, della gente uccisa e delle atrocità commesse durante il coprifuoco:
Decido allora di mandarlo subito da mio fratello a Roma mentre io e mio marito, con il piccolo di otto mesi, ci prepariamo alla partenza per Roma. Mio marito poi dovette ritornare in Iran per cercare di incassare parcelle che non gli furono mai pagate e per recuperare qualcosa del nostro appartamento, ma con i costi dei traslochi fu ben poco quello che riuscì a spedire. Tornati a Roma io spingevo per ripartire ma lui decise di restare, mentre io venivo assunta in pianta stabile all’Ansa di Roma dove dovetti fare il praticantato nella redazione romana per entrare ufficialmente nell’Ordine dei Giornalisti. Rimasi dal ‘79 all’84, attraversai il divorzio: un periodo difficilissimo, fino alla mia partenza per Parigi.
Parigi ha significato una rinascita per Antonella anche se dovette affrontare l’organizzazione familiare (donna sola con un lavoro impegnativo) e vari problemi economici. Oltre al lavoro all’Ansa, collaborava con diversi giornali e riviste scrivendo inchieste, articoli, accettando missioni: un periodo intenso segnato, nell’88, da un intervento chirurgico dal quale è uscita viva per miracolo e con una causa all’ospedale.
Nel ‘91 una nuova occasione di partire le si ripresenta: un trasferimento al Cairo. Il figlio maggiore resta a Parigi per frequentare l’università mentre il minore, tredicenne, parte con la mamma, in nave da Venezia per salutare la nonna. Una scelta di un viaggio più lungo ma adatto alla necessità di transizione da una realtà all’altra, da una vita all’altra:
In Egitto, che è un paese meraviglioso, ho vissuto per cinque anni un periodo molto intenso segnato dall’insorgere dei primi attentati degli integralisti islamici. Anche qui ho corso parecchi rischi anche per la mia incoscienza. Un giorno andai ad Assiut per intervistare un capo degli integralisti. Di notte. Mi prelevano all’albergo, occhi bendati, mi portano in un posto remoto, in una stanza chiusa dove lo aspetto e quando arriva…istintivamente gli tendo la mano per salutarlo. Un gesto proibito per una donna, lo sguardo di disprezzo mi avvolge. Un errore di cui mi sono ricordata in Sudan, quando intervistai Hassan el Tourabi, il leader degli islamisti che proteggeva Osama Bin Laden, nascosto a Khartoum.
Per un lungo periodo ho fatto la spola tra il Cairo e Rabat dove ho aperto un ufficio e dove mi sono trasferita poi per due anni e mezzo per coprire anche l’Africa francofona. Mali, Ghana, Costa d’Avorio, Senegal…. Ho spesso viaggiato con i piedi sul sedile delle auto o delle corriere per evitare i topi! Una volta, in Ghana, a Kusumasi, mi ero inoltrata da sola con un taxi nella foresta per esplorare il paese in cerca di storie e all’improvviso mi resi conto che ero sola con uno sconosciuto senza che nessuno sapesse dove mi trovavo.
Dal Marocco seguivo anche la Libia, la Mauritania, l’Algeria e la Tunisia, dove mi occupai dell’omicidio di una ragazza italiana uccisa probabilmente dal figlio di un commissario di polizia. Fu trovato un capro espiatorio, un giovane innocente finì in carcere. Mandai il mio collaboratore tunisino ad intervistare i familiari, l’avessi mai fatto! Fu interrogato, sbattuto con la macchina in un fosso. Scoprì che la sua ragazza era una spia, un giorno mi chiamò balbettando, qualcuno aveva messo della droga nel suo caffè, al bar. Un funzionario dell’ambasciata andò a prenderlo, era fuori di sé. Lo minacciarono e fu costretto a non sporgere denuncia. Tornata a Parigi si presentò a casa mia, era fuggito, era ossessionato, aveva le visioni; per settimane rimase chiuso in una stanza della Cimade, che si occupa dei rifugiati, sbattendo ripetutamente la testa al muro.
Poi ci fu il genocidio in Rwanda. Andai a Kampala, capitale dell’Uganda, dove la Signora Fanfani aveva organizzato il trasferimento in Italia di decine di bambini rwandesi fuggiti dal loro paese. Partito l’aereo per Roma, con un collega ci spingemmo oltre il confine, senza alcun visto. Arrivammo ad una chiesa, dove si erano rifugiati tantissimi tutsi per sfuggire al massacro da parte degli hutu, l’etnia rivale. Ma la strage era davanti ai nostri occhi. Tra i sopravvissuti c’erano bambini, soli, alcuni senza un braccio, o una gamba. Il ricordo di quegli occhi sbarrati, sgomenti, colmi di suppliche ancora mi ossessiona, non riesco quasi a parlarne.
Dopo il Marocco Antonella tornò per un poco a Parigi per poi ripartire per l’Algeria. Racconta di un paese opaco con un’atmosfera molto pesante per la guerra civile degli anni ’90, ma delle stragi dei terroristi di matrice islamica era proibito parlare. In quel periodo vennero intercettate telefonate di islamisti che progettavano il rapimento di giornalisti, dopo quello di Giuliana Sgrena, presa in ostaggio in Iraq. Il suo autista, un omone grande e grosso, le faceva da guardia del corpo. “L’ambasciatore continuava a telefonarmi di non uscire, di stare attenta. Ma io ero li per raccontare!”
Poi il ritorno in Italia, a Napoli come direttrice di Ansamed, il notiziario sul Mediterraneo, e poi Roma, e il pensionamento. Raggiunti i figli a Parigi, continua a lavorare, in particolare per RSI, giornale radio per la Svizzera italiana, occupandosi di Maghreb. Si dedica ad attività di promozione culturale tra Parigi e Roma mentre quando va nella città eterna, si dedica al teatro:
Da ragazza volevo studiare all’Accademia di Arte Drammatica ma dato che ero quella che si può definire ‘una signorina di buona famiglia’, mi fu vietato dai miei. Mi è rimasta questa passione; l’espressione artistica, musicale e teatrale è un gioco. D’altra parte ‘suonare’, ‘recitare’ e ‘giocare’ in francese si traducono con lo stesso verbo ‘jouer’). Mi piace recitare perché si ha la sensazione di evacuare i propri problemi immedesimandosi in un altro ruolo. Un giorno a Roma, circa otto anni fa, mi trovai a una cena con una compagna del liceo, che faceva teatro da sempre come regista e attrice. Lanciai l’idea di creare una compagnia amatoriale e così, con sei amiche del liceo, abbiamo fondato “La compagnia della terza…. B”, per non chiamarla della Terza Età! Io faccio l’aiuto regista e recito, vado a Roma tre/quattro volte all’anno anche per trovarmi con le ex colleghe e amiche dell’Ansa: un solido gruppo di donne che è anche una sorta di pronto soccorso: siamo sei e sempre tutte presenti, per le altre, per qualsiasi necessità. Tra una prova e l’altra affiorano i ricordi di scuola e di lavoro.
Antonella racconta che, dopo gli studi di Scienze Politiche ha sempre lavorato, prima per una rivista di studi diplomatici e di critica letteraria poi ha iniziato a lavorare alla TV dei ragazzi, per la trasmissione trisettimanale ‘Giocagiò’’. Inventava i giochi scientifici, di movimento, di costruzione:
Mi piaceva la dimensione ludica e la creazione per i bambini, un po’ come la scrittura e il teatro. Il programma è poi diventato ‘Il paese di Giocagiò’ poi ‘Fantaghirò’; alla fine nel ‘72 mi proposero un nuovo contratto decisamente sfavorevole così lasciai la RAI. E’ in TV che, oltre a Gianni Rodari, ho conosciuto Alberto Manzi; per questo è stata una grande emozione presentare il tuo saggio sul grande maestro e scrittore.
Dopo i tanti spostamenti per il lavoro parliamo con Antonella dei suoi viaggi di piacere o per andare a trovare amici (in Cina), o a Washington da suo figlio che vi ha vissuto cinque anni. Ma anche viaggi di scoperta: Laos e Cambogia, Vietnam, Thailandia, Birmania, Uzbekistan, Perù, Israele, Madagascar, Giordania, Argentina, dove ha visto il ghiacciaio Perito Moreno che si stava sfaldando. È anche tornata in Iran, nel 2015, a rivedere la clinica dove è nato il figlio per poi avventurarsi lungo il confine con il Pakistan fino al golfo di Oman e poi Bandar Abbas e lo stretto di Hormuz.
Discutiamo di tutto questo viaggiare che è una forma di nomadismo dovuto certo alla ricerca di migliorare la propria condizione di vita materiale e intellettuale ma soprattutto derivante da uno spirito curioso:
La curiosità mi tiene viva e mi ha dato sempre la spinta a rimettermi in gioco in un altro luogo, un altro contesto anche molto diverso culturalmente. D’altra parte devo dire che è anche una forma di esilio: io sono scappata dall’ambiente borghese romano che percepivo come un peso. Anche se a Roma ho conservato delle buone amicizie, la mia è stata una fuga di carattere politico. Provenendo da una famiglia fascista, ho avuto presto il bisogno di allontanarmi da un mondo che non mi corrispondeva: le mie scelte non erano condivise né condivisibili per loro. A ciò si è aggiunto il mio desiderio forte di vedere altrove, di scoprire altre realtà.
Oggi sono tempi difficili però: abbiamo politici pericolosi dovunque nel mondo e alcuni molto potenti…la guerra è un pensiero fisso per me. Nelle nostre azioni quotidiane, mentre faccio qualcosa, mi viene da pensare subito a ciò che non possono fare milioni di persone nei territori di conflitti…



