Tangeri, l’enigmatica/ Tanger l’énigmatique

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(en français après les photos) Sarà perché è dove l’Atlantico e il Mediterraneo si incontrano, perché al suo orizzonte si scorge e si sente vibrare un altro continente, perché il suo porto è la porta per l’Africa (o per l’Europa a seconda dei punti di vista!), per la sua aria meticcia e contaminata, tra modernità e tradizione, sarà semplicemente per questo che Tangeri mi affascina in un modo speciale.

Nei miei spostamenti verso il Nord e la Spagna, da Casablanca, apprezzo il treno rapido che in due ore porta a Tanger Ville. Già dalla stazione si scorge il Mediterraneo e si è colpiti dall’azzurro del cielo, un blu ‘tangerino’ risaltato dalla luce particolare che ha questa città spesso ventosa. Il biancore delle case scintilla e, su un taxi collettivo anch’esso azzurrino (ogni città in Marocco abbina un colore diverso ai petit taxi), raggiungo la Bab Casbah, la porta delle mura da dove si entra per visitare il mio museo preferito, quello sul grande viaggiatore Ibn Battuta, una sorta di Marco Polo arabo. Amo poi percorrere le mura della Casbah fino alle tombe fenice sulle alture della città, vestigia della civiltà cartaginese, da dove si ammira un tramonto impressionante. La città si scende e si sale, dal porto alla Casbah, dal Petit Socco alla Ville Nouvelle, i contrasti sono in ogni angolo. Dalle tracce di un passato glorioso e poi torbido, si intuisce quanto sia stata una città amata, abbandonata, maltrattata, scelta a dimora o per un passaggio. Frontiera delle possibilità, Tangeri svela tante facce diverse, e quando si pensa di averla capita, sfugge di nuovo. Città internazionale già dagli anni Cinquanta, porta le tracce di vari mondi: spagnoli, francesi, inglesi, americani che l’hanno presa, usata, abusata, arricchita per interessi artistici, economici, politici, sociali…Poi c’è stata la Beat Generation con Allen Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Paul Bowles, autore del romanzo “The sheltering sky” da cui Bertolucci trasse il film “Un tè nel deserto”, attirato dall’hashish e dai giovani marocchini a buon prezzo. Quanti romanzi ha ispirato la città? Da Soudain l’été dernier di Tennessee Williams a Journal du voleur di  Jean Genet che la evoca nel periodo più sordido, quando era frequentata da avventurieri e trafficanti e svela il tradimento di un sogno, di un mito ormai decaduto.

Altri ‘tradimenti’ si è trovata recentemente a ospitare la città, passaggio per molti migranti dell’Africa subsahariana: di fronte a condizioni di vita difficili, ventimila clandestini sono stati regolarizzati dal re Mohammed VI  che aveva anche a cuore la riqualificazione della città. Sono stati anche smantellati tentativi di attentati da parte di elementi integralisti tesi a offuscare con ogni mezzo la sua vocazione cosmopolita e moderna.

Ogni volta mi gusto la vita tangerina: un film nello storico cinéma Rif, un buon té o succo d’arancia al café cultural Cherifa, una tagine di pesce da Hassan, una visita alla libreria di Stéphanie, L’insolite, una passeggiata o un tuffo nella spiaggia meno frequentata, a ovest della città e mi domando quali altri segreti e scoperte si celino tra le stradine cittadine e i dintorni collinari. E ogni volta mi torna in mente Tangerinn, il romanzo di Emanuela Anechoum, vincitrice del Premio di Lugnano in Teverina 2024 e quanto questa città sia per me un importante luogo di appuntamento con famiglia e amici venuti dall’Europa ma anche il passaggio per viaggiare nel nord del Marocco e le enclavi spagnole: Medilla e Ceuta.

Tangeri è ancora il luogo del possibile? Io credo di sì: con il suo Salon régional du livre, Tanjazz, i suoi cinema, gli istituti di cultura, le gallerie d’arte, la città si promette e si offre ancora, per chi la sa guardare, come un luogo di scoperta e di vita e non solo di ‘turismo mordi e fuggi’ come i pullman che scaricano i turisti di un giorno farebbe pensare…

Tangeri (e il Marocco in generale) è inoltre una destinazione ideale per location cinematografiche. Attirata da una troupe che parlava italiano, durante uno dei miei soggiorni in città, ho incontrato Claudio Santamaria in una pausa caffé durante le riprese di un film. Ho approfittato per congratularmi con l’attore per la sua interpretazione di Alberto Manzi per la fiction TV. Ero rimasta colpita per la sensibilità in cui aveva cercato di cogliere l’umanità del Maestro di “Non è mai troppo tardi”, uno studio approfondito del personaggio, come spiegava in un’intervista. Ho chiesto quale film girassero: il titolo era ancora segreto ma la mia amica Marta l’ha trovato facilmente: “Le cose non dette”, ambientato tra Tangeri e Roma, due città piene di contrasti. E, nel mio caso, città con le quali ho uno strano rapporto: ne sono attirata senza riuscire ad aderirne completamente…Allora rileggo il capitolo dedicato a Tangeri del grande scrittore marocchino Tahar Ben jalloun, un estratto mi colpisce:

“Tangeri è una città letteraria perché fa sognare, fa viaggiare e mantiene un piccolo mistero sul suo passato… È una città che ha affascinato grandi pittori, da Eugène Delacroix a Claudio Bravo, passando per Henri Matisse. La sua luce, la sua eterogeneità, il suo vento orientale, i suoi due mari che si incontrano di fronte a Capo Spartel, le sue vecchie case alla Grande Montagna, le sue ville alla Casbah, i suoi vicoli labirintici, la sua medina fanno sì che continui a figurare tra le città più enigmatiche… La si ama e si protesta contro questo amore. In realtà, non si sa perché la si ama. Non sono in grado di dire perché questa città mi è cara, ma non mi pongo più la domanda. (Dictionnaire amoureux du Maroc, Plon 2023)

Asillah
Benvenuti
Tombe fenici
Mar Mediterraneo-Oceano Atlantico
Casbah
Di fronte, la Spagna
chilometro zero
Tangeri dopo il tramonto, vista sul porto

C’est peut-être parce que c’est là que l’Atlantique et la Méditerranée se rencontrent, parce que à l’horizon on aperçoit et on sent vibrer un autre continent, parce que son port est la porte vers l’Afrique (ou vers l’Europe, selon le point de vue !), c’est peut-être pour son air métissé et contaminé entre modernité et tradition que Tanger me fascine d’une manière particulière.

Lors de mes déplacements vers le nord et l’Espagne, depuis Casablanca, j’apprécie le TGV qui mène à Tanger Ville en deux heures. Dès la gare, on aperçoit la Méditerranée et on est frappé par le bleu du ciel, un bleu « tangerin » mis en valeur par la lumière particulière de cette ville souvent venteuse. La blancheur des maisons scintille et, à bord d’un taxi collectif également bleu (chaque ville du Maroc associe une couleur différente aux petits taxis), je rejoins la Bab Casbah, la porte des remparts par laquelle on entre pour visiter mon musée préféré, celui consacré au grand voyageur Ibn Battuta, une sorte de Marco Polo arabe. J’aime ensuite parcourir les remparts de la Casbah jusqu’aux tombes phéniciennes sur les hauteurs de la ville, vestiges de la civilisation carthaginoise, d’où l’on peut admirer un coucher de soleil impressionnant. La ville descend et monte, du port à la Casbah, du Petit Socco à la Ville Nouvelle, les contrastes sont à chaque coin de rue. Les traces d’un passé glorieux puis trouble laissent deviner à quel point cette ville a été aimée, abandonnée, maltraitée, choisie comme lieu de résidence ou de passage. Frontière des possibilités, Tanger dévoile de nombreux visages différents, et quand on pense l’avoir comprise, elle échappe à nouveau.

Ville internationale depuis les années 50, elle porte les traces de différents mondes : espagnol, français, anglais, américain, qui l’ont prise, utilisée, abusée, enrichie pour des intérêts artistiques, politiques, sociaux… Puis il y a eu la Beat Generation avec Allen Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Paul Bowles, auteur de “The sheltering sky” qui a ispiré Bertolucci pour le film “Un tè dans le desert”, attirés par le haschisch et les jeunes Marocains bon marché. Combien de romans la ville a-t-elle inspirés ? De Soudain l’été dernier de Tennessee Williams au Journal du voleur de Jean Genet, qui l’évoque dans sa période la plus sordide, lorsqu’elle était fréquentée par des aventuriers et des trafiquants, et révèle la trahison d’un rêve, d’un mythe désormais déchu.

La ville a récemment accueilli d’autres « trahisons »: passage pour de nombreux migrants d’Afrique subsaharienne, face à des conditions de vie difficiles vingt mille clandestins ont été régularisés par le roi Mohammed VI qui avait à cœur aussi de réhabiliter la ville. Des tentatives d’attentats par des éléments intégristes visant à obscurcir par tous les moyens sa vocation cosmopolite et moderne ont également été démantelées.

Chaque fois que je savoure la vie tangeroise, un film dans le cinéma historique Rif, un bon thé ou un jus d’orange au café culturel Cherifa, une tajine de poisson chez Hassan, une visite à la librairie de Stéphanie, L’insolite, une promenade sur la plage la moins fréquentée, à l’ouest de la ville, je me demande quels autres secrets et découvertes se cachent dans les ruelles et les environs fascinants. Et à chaque fois, je repense à Tangerinn, le magnifique roman d’Emanuela Anechoum, lauréate du Prix Lugnano in Teverina 2024, et à quel point cette ville est pour moi un lieu de rendez-vous important avec ma famille et mes amis venus d’Europe : Maria Luisa, Antonio, Paride, Raffaella, Paolo et Marta de Rome, Diego et Anne de Paris. Mais aussi le passage pour voyager dans le nord du Maroc et les enclaves espagnoles : Medilla et Ceuta. Mais c’est une autre histoire à raconter…

Tanger est-elle encore le lieu du possible ? Je crois que oui, avec son Salon régional du livre, Tanjazz, ses cinémas, ses instituts culturels, ses galeries d’art, la ville promet encore, pour ceux qui savent la regarder, d’être un lieu de découverte et de vie et pas seulement de tourisme consumériste comme le laisseraient penser les autocars qui déversent les touristes d’un jour…

Tanger (et le Maroc) est également une destination idéale pour les tournages cinématographiques. Attirée par une équipe parlant italien, lors d’un de mes séjours à Tanger, j’ai rencontré Claudio Santamaria et le réalisateur Gabriele Muccino qui revenaient du tournage et s’étaient assis dans un café de la Casbah. J’en ai profité pour féliciter l’acteur pour son interprétation d’Alberto Manzi dans la série télévisée. J’avais été impressionnée par la sensibilité avec laquelle il avait cherché à saisir l’humanité du Maître de « Non è mai troppo tardi » (Il n’est jamais trop tard), une étude approfondie du personnage comme il l’expliquait bien dans une interview. Je lui ai demandé quel film ils tournaient : le titre était encore secret, mais mon amie Marta l’a facilement trouvé : « Le cose non dette » (Les choses non dites), qui se déroule entre Tanger et Rome, deux villes pleines de contrastes. Et, dans mon cas, des villes avec lesquelles j’ai une relation étrange : elles m’attirent, mais je n’arrive pas à m’y approprier complètement…Je relis alors le chapitre consacré à Tanger du grand écrivain marocain Tahar Ben Jelloun, et un extrait me frappe :

“Tanger est une ville romanesque parce qu’elle fait rêver , fait voyager et entretient un petit mystère autour de son passé…C’est une ville qui a subjugué de grands peintres, d’Eugène Delacroix à Claudio Bravo, en passant par Henri Matisse. Sa lumière, sa mixité, son vent d’est, ses deux mers qui se rencontrent face au Cap Spartel, ses vieilles maisons à la Grande Montagne, ses villas à la Casbah, ses ruelles labyrinthiques, sa médina font qu’elle continue de figurer parmi les cités les plus énigmatiques…..On l’aime et on proteste contre cet amour. En fait, on ne sait pas pourquoi on l’aime. Je suis incapable de dire puorquoi cette ville m’est chère, mais je ne me pose plus la question”. (Dictionnaire amoureux du Maroc, Plon 2023)

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

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