Dal buio alla luce

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Vite Spezzate

Giuseppina, Roma-Capodimonte, Janin, Bourj El Shemal ( Libano)- Roma

Ho incontrato Giuseppina Natale a Capodimonte, un angolo incantato affacciato sul lago di Bolsena. Tra una chiacchierata e una passeggiata verso il pittoresco borgo di Marta, è emersa la sua passione più profonda: la fotografia. Ma Pina non è semplicemente una fotografa. Le sue immagini sono finestre sull’anima, grida silenziose di denuncia, testimonianze vive che raccontano mondi spesso dimenticati. Mi ha confidato con semplicità:

Ho iniziato come insegnante di lettere alle medie, ancora prima di laurearmi. In quel periodo pionieristico del tempo pieno, ho imparato più di quanto potessi insegnare. Il pre-ruolo mi ha forgiata.

Ha lavorato in scuole di paesi vicino Roma, poi nelle borgate della Capitale. Da Rebibbia a Montesacro, da Collefiorito a Quarticciolo, ha vissuto la scuola come esperienza totalizzante:

Non avevo programmato di insegnare, ma ho finito per amarlo. Le attività collaterali erano la mia linfa: giornalino scolastico, cineforum… erano i momenti in cui davvero ci si poteva esprimere.”

Fu il caso, come spesso accade, ad accendere in lei la scintilla della fotografia.

Un giorno mi trovai in una classe che aveva già avviato un laboratorio fotografico. Non sapevo nemmeno come si stampasse una foto, ma mi ci buttai. Scoprii un mondo.

Mentre insegnava teatro, si rifugiava in camera oscura per sviluppare immagini. Il tempo sembrava moltiplicarsi, e lei lo riempiva di studio: corsi di shiatsu, motricità, educazione all’immagine. Fino alla pensione anticipata, a 50 anni, che le aprì finalmente le porte della libertà.

Iniziò a viaggiare, a cercare nel mondo nuove storie da raccontare. Ma, inizialmente, le sue foto non le sembravano all’altezza della bellezza che aveva davanti. Solo col tempo, con l’arrivo del digitale, si aprì una nuova dimensione:

Non ero più costretta ai 36 scatti di un rullino. Potevo sperimentare, sbagliare, perfezionare.

Nel frattempo, suo figlio, docente di matematica negli Stati Uniti, era tornato in Italia. Deluso dai cambiamenti, trovò rifugio anche lui nella fotografia. In poco tempo fondò una scuola e trasformò la sua passione in professione. Durante la pandemia, reinventò tutto: dalla formazione in aula a una piattaforma online per aspiranti fotografi. Pina fu una delle prime a seguirne i corsi:

Credevo di saperne abbastanza, ma scoprii quanto avessi ancora da imparare. Fu una rivelazione. Oggi ogni scatto è frutto di attenzione e pazienza. Osservo, seleziono, rielaboro. Non mi accontento finché l’immagine non comunica ciò che ha dentro.

Recentemente si è lanciata nel racconto fotografico. L’iscrizione alla FIAF – la Federazione Italiana Associazioni Fotografiche – le ha dato la spinta definitiva:

Avevo trasformato il mio piccolo bagno in camera oscura. Mio figlio, colpito da quella passione improvvisa e autentica, ne parlò anni dopo in un’intervista su Rai 3. È lì, in quell’angolo di casa illuminato da una luce rossa e intriso di odore di acidi, che forse nacque tutto: la passione, la curiosità, la voglia di raccontare.
Non solo per me, ma anche per chi, guardando attraverso il mio obiettivo, cerca un senso nel mondo. Così è nato un progetto ispirato alla mia esperienza nei campi profughi.

Nel cuore polveroso del campo profughi di Bourj El Shemal, nel sud del Libano, nel 2013, incontrai per la prima volta una madre cieca, colpita da una scheggia di bomba, e i suoi tre figli. Vivevano in una delle tante baracche accalcate in quel dedalo di lamiere e muri scrostati, dove il sole filtrava a fatica e la speranza sembrava un lusso per pochi. Mi trovavo lì come volontaria, seguendo un progetto della ONLUS ULAIA artesud. In quei giorni sospesi tra le macerie della guerra e la resistenza quotidiana alla disperazione, li vidi per la prima volta: Rasha, la madre, fiera e silenziosa, e Janin, la figlia più piccola, che nonostante i suoi pochi anni, sembrava già portare il peso del mondo sulle spalle. Janin era il cuore pulsante di quella famiglia: il fratello maggiore si barcamenava come poteva, quello di mezzo, affetto da gravi difficoltà cognitive, aveva bisogno di cure costanti. Lei, invece, osservava tutto. Capiva tutto, e, soprattutto, reggeva tutto.

Negli anni sono tornata più volte a Bourj El Shemal, li ho cercati, li ho seguiti con lo sguardo e con il cuore. Poi, la vita ci ha riuniti: li ho ritrovati a Roma, nella mia città, grazie ai corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio. Vivono in un piccolo appartamento, dignitoso e silenzioso, lontano dal clamore delle bombe ma non dai fantasmi del passato.

È lì che ha preso forma il mio racconto fotografico.

Un racconto che parte dal buio, non solo quello reale che avvolgeva gli occhi spenti di Rasha, ma anche quello interiore, fatto di dolore, smarrimento, sradicamento. Quel buio che Janin ha imparato a sfidare giorno dopo giorno, con coraggio.

Le fotografie raccontano un cammino, lento e struggente, dalla polvere del campo profughi alla luce di una nuova vita. Una luce che non è fatta di riflettori, ma di piccoli gesti: una finestra aperta, una tazza di tè, un quaderno di scuola, un sorriso che fatica a uscire ma alla fine ce la fa.

Nel cuore di questa narrazione ci sono due donne, due madri in forme diverse: Rasha, madre per destino; Janin, madre per forza, per istinto. Insieme hanno affrontato l’ombra della guerra, la cecità, l’emarginazione. Insieme si sono aggrappate l’una all’altra, diventando reciprocamente luce.

Nel finale del racconto, c’è un gesto che spezza il silenzio e lo trasforma in eredità. Rasha porge a Janin un oggetto semplice, ma denso di significato: un piccolo pezzo della loro terra d’origine, qualcosa che profuma di casa, che parla di radici. Un talismano per non dimenticare, per resistere, per costruire.

Quel dono diventa simbolo di rinascita, memoria che non opprime ma sostiene. È lì che la luce si fa piena, che la fotografia si fa voce, che la storia smette di essere tragedia e diventa resilienza:

Con questo progetto ho cercato di raccontare non solo l’orrore della guerra, ma soprattutto la forza della rinascita. Il passaggio dal buio alla luce, da una casa distrutta a una vita ricostruita. E, nel cuore di questo racconto, batte forte quello di Janin: non più solo bambina profuga, ma donna capace di riscrivere il proprio destino.

 

Incontro nel campo profughi di Bourj el Shemali (Tiro-Libano 2014)

Mamma, cieca per una scheggia di bomba, e tre figli, due maschi, (l’intermedio con serie difficoltà di apprendimento), e una bambina, che ben presto si rivela l’asse portante della famiglia.

Le due donne protagoniste, Rasha e Janin nel 2014 campo profughi

Il mio racconto ha come antefatto l’incontro con la famigliola, vicina di casa, nel campo di Bourj el Shemal, ma poi si ambienta a Roma nel loro piccolo appartamento.

Roma, 10 anni dopo 

La narrazione si concentra e si incentra sulle due donne, Rasha e Janin, e sul passaggio dal BUIO, (reale e metaforico) del passato e delle traversie, alla LUCE del futuro e della speranza.

Rasha

Janin

 

Rasha e Janin

Raffaella Gambardella

Raffaella, appassionata narratrice, è una blogger che ha saputo rasformare le sue più grandi passioni – il cinema, i viaggi e la lettura – in una piattaforma vibrante e ispiratrice. Sin da piccola, è stata affascinata dalle storie: quelle raccontate sul grande schermo, lette nelle pagine di un libro o incontrate lungo il cammino nei suoi viaggi. Continua a intrecciare parole di donne in un cammino che non smette mai di arricchirla.

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