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Care donne con lo zaino, se state cercando una meta che unisca archeologia, paesaggi mozzafiato e un pizzico di leggenda, segnatevi questo nome: Sa Sedda ‘e Sos Carros.
Avevo sentito parlare della Valle di Lanaittu come di un luogo selvaggio e misterioso, nel cuore della Sardegna più autentica. Ma non mi aspettavo che mi sorprendesse così tanto. Con tanta curiosità nello zaino, sono partita con i miei amici sardi alla scoperta di Su Gologone e del Complesso Nuragico di Sa Sedda ‘e Sos Carros, un vero gioiello archeologico incastonato tra le montagne di Oliena.
La prima tappa è stata Su Gologone, la sorgente carsica più importante e spettacolare dell’isola, ai piedi del maestoso Supramonte. Un luogo dalla forte carica simbolica e naturalistica, dove l’acqua sgorga con potenza da una fenditura nella roccia, creando giochi di colore e profondità che sembrano infiniti.

In passato, si credeva che questa sorgente fosse una bocca dell’inferno o la dimora di spiriti misteriosi. Gli anziani raccontano di figure bianche viste al tramonto, tra i vapori che si sollevano dall’acqua. Noi, più concretamente, ci siamo concessi un pranzo rilassato, tra formaggi sardi e un bicchiere di vino locale, godendoci la calma del luogo.
Superato l’elegante Hotel Su Gologone (sì, c’erano davvero maialini allo spiedo e Marinella, incantata dal lusso dell’albergo, ha chiesto di visitare le stanze per parenti “fantasma”), ci siamo inoltrati su una strada sterrata che porta alla Valle di Lanaittu. La vegetazione fitta, i lecci e gli olivastri sembravano volerci accogliere. Solo il vento e qualche uccello interrompevano il silenzio. Alla fine del sentiero, un cancello nel tempo: il sito archeologico di Sa Sedda ‘e Sos Carros. Questo luogo incantato risale al XIII secolo a.C.: un villaggio nuragico fatto di capanne di pietra, luoghi sacri e storie millenarie. Il nome significa “il passaggio dei carri”, ma il sito racconta molto di più.
Ci ha colpite soprattutto la fonte sacra, una struttura circolare in blocchi di calcare bianco e basalto, decorata con magnifiche teste di muflone scolpite nella pietra, da cui un tempo zampillava l’acqua sacra. Poco distante, una vasca cerimoniale a gradoni ci ha fatto immaginare rituali d’abluzione in un silenzio che ancora oggi sembra sacro.

E poi, la scoperta inattesa: i resti di un’antica fonderia del ferro. Piccole scorie metalliche, segni del lavoro e della tecnica in un’epoca in cui il fuoco era potere e trasformazione.
La nostra avventura non poteva concludersi senza una visita alla Grotta Corbeddu. Nascosta tra le rocce e raggiungibile solo a piedi, ci ha accolto con il fascino di un luogo fuori dal tempo. Qui sono stati ritrovati i resti umani più antichi della Sardegna, risalenti a circa 18.000 anni fa. Tra questi, lo scheletro di una donna, chiamata Sisàia, che colpisce per una scoperta sorprendente: una trapanazione cranica riuscita, effettuata in epoca preistorica. Un vero prodigio archeologico. Ma la grotta è anche leggenda: si narra che fosse il rifugio del bandito Corbeddu, fuorilegge dell’Ottocento, che qui trovava riparo dalla giustizia. Un personaggio astuto, quasi mitico, che ha lasciato il suo nome inciso nella pietra e nella memoria della valle.
Sulla via del ritorno, la strada sterrata ci sembrava quasi familiare. Un viaggio tra natura, mito e archeologia.

