Nomadismo e poesia

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Eravamo un trio di donne, io, Rosalia e Marta, non più in età studentesca ma con la voglia di rimetterci in gioco e cogliere l’opportunità di realizzare il sogno di una ricerca, ciascuna in base ai propri interessi. Ho conosciuto Rosalia di persona sul treno Parigi/Nancy, dopo un periodo in cui avevamo comunicato con molti messaggi e email durante la preparazione della nostra tesi di dottorato, la mia sul maestro-scrittore Alberto Manzi, la sua sulla poetessa Patrizia Cavalli. Le nostre strade di vita si sono incrociate per poco, ma il legame è rimasto, insieme alla promessa di festeggiare tutte e tre il raggiunto obiettivo, anche se sparse in tre Paesi diversi: Marta in Belgio, io in Francia, Rosalia in Iran. 

Spostarsi, trasferirsi e viaggiare è per Rosalia un cammino iniziato quando, bimbetta di cinque anni, si ritrova catapultata a Istanbul per il lavoro del padre per poi continuare a trasferirsi ancora e ancora:

Per anni, da bambina, sono passata da un mondo all’altro; non avevo però consapevolezza dei Paesi dove vivevo, della loro situazione se non dalle esperienze e dalle immagini che assorbivo e di cui sono nutriti ancora i miei ricordi: come quando si vedevano dalle finestre dell’appartamento di Istanbul le greggi che passavano sotto casa, nel quartiere di Cihangir descritto poi anche da Omar Pamuk. Durante la festa del Kurban Bayram, i nostri dirimpettai scendevano per comprare un agnello, lo portavano in terrazza e lo uccidevano facendo scolare il sangue che poi cadeva nelle grondaie. La prima volta che ci siamo trasferiti in Turchia con la famiglia infatti ero poco più che una bimbetta; i miei mi iscrissero alla scuola italiana delle suore dove si studiava anche il turco. Ricordo anche che dovetti ripetere l’esame di turco in prima e seconda elementare perché ero stata rimandata. Per anni ho cambiato continuamente classi, scuola, amici, lingue: il turco, l’arabo, il francese. 

Poi ci spostammo a Tripoli dove restammo per due anni, fino al colpo di Stato; ricordo che mi ero portata l’Aquiletta, come si chiamava la mia piccola bicicletta, ed a sette anni andavo in giro per la città pedalando. A volte incontravo un’amica della mamma che mi chiedeva se lei non avesse paura a lasciarmi percorrere le strade in bici da sola. Io, che ho sempre avuto la risposta pronta, rispondevo che la mamma preferiva avere paura piuttosto che svegliarsi presto la mattina per seguirmi. Allora si doveva occupare di me, delle mie tre sorelle e organizzare gli spostamenti. Si partiva con tutti i mobili di casa; ricordo i divani Luigi Filippo che furono poi smontati e imballati alla bell’e meglio quando, nell’agosto del colpo di stato, dovemmo lasciare di corsa Tripoli. Conservo ancora il certificato di profuga che ci rilasciarono.

Partimmo poi per Beirut che, prima della guerra, era una bellissima città. Ricordo ancora i paesaggi e il cibo, il mare e le montagne, i profumi delle spezie e i colori. Partiti anche dal Libano, tornammo in Turchia dove restammo cinque anni.

In quegli anni Rosalia, ormai cresciuta e già più consapevole, consolida l’attitudine all’intercultura e si inserisce in un mondo cosmopolita. Conosce compagni e amici di altre nazionalità, si costruisce un’identità mista, in un ambiente dove le diverse lingue e culture interagiscono e si integrano:

Andavamo a vedere i film italiani con Gina Lollobrigida che erano in bianco e viola anziché in nero, non so perché. A Istanbul mi sono aperta alle altre culture anche viaggiando senza i miei genitori che avevano una differente cultura del viaggio. Cominciavo a vedere le diversità senza filtri, vivendo direttamente le esperienze ed i luoghi con consapevolezza ed interesse. Dopo cinque anni, per gli ultimi tre di liceo, ci siamo trasferiti nuovamente, questa volta a Roma. Fu per me un periodo davvero difficile; arrivavo con la mia ‘identità mescolata’ ma a Roma non mi sentivo vicina né partecipe di niente e nessuno, mi sentivo solo diversa. L’ambiente romano era diventato pesante e così, finito il liceo, sono tornata a Bari dove avevo mantenuto le amicizie delle vacanze estive.

Il senso della diversità però mi è rimasto sempre, anche se Bari è stata la parentesi stanziale nella mia vita nomade. Lì ho avuto i miei due figli che, appena compiuti diciotto anni, sono partiti: uno vive a Montréal e l’altro a Londra. Adesso sono tornati entrambi a Bari e io sono ad Ankara. Chissà se quando io ritornerò loro non ripartiranno…

La radice pugliese di Rosalia e della sua famiglia è in realtà un trullo in campagna dove anche i figli, quando tornavano per le vacanze, si sentivano più ‘a casa’ che in città. Fin da bambini infatti passavano le estati nella valle d’Itria, lì hanno costituito un’identità specifica ed ora è la terra/luogo dove ritrovarsi tutti. A Bari Rosalia ha insegnato in un liceo barese, è stata presidente del CIDI occupandosi di formazione e ricerca (Centro iniziativa democratica insegnanti) e si è separata. Quando i figli sono partiti, ha deciso poi di andare a fare la lettrice di italiano all’università, destinazione Teheran:

Il mio nomadismo mi ha richiamato all’appello: l’idea che nella vita non si possa stare nello stesso posto è troppo radicata in me. È un sentimento bizzarro: è fatto di dolore ma è una necessità, si deve partire, attratti da ciò che è sconosciuto, nuovo, da scoprire.

L’Iran per me è stata una sorpresa perché è davvero un Paese diverso da tutti quelli che ho visitato e dove ho vissuto prima; non assomiglia a nessun altro. Per me è ancora inafferrabile nella sua tradizione culturale e nelle sue contraddizioni. Teheran era una piccola città, ora è una enclave di quindici milioni di abitanti. Ai tempi dello scià, ispirandosi alla vastità di Los Angeles, fu progettato il nuovo impianto urbanistico: adesso Teheran è una megalopoli con autostrade da dieci corsie che la attraversano.

Gli iraniani sono un popolo straordinario; le persone sono tendenzialmente gentili ed ospitali. Una volta una coppia conosciuta in pullman durante un viaggio, invitò me e la mia collega a casa della mamma della donna, nel villaggio dove arrivammo. La signora, che sembrava una regina, aveva preparato un pasto delizioso e mangiammo tutti a terra secondo le loro usanze. Il figlio intanto apparecchiava e sparecchiava dandosi da fare per aiutare la madre. Sono stata grata di questo spaccato di vita familiare e di cucina tradizionale di cui ho potuto godere anche perché il contatto con la gente del posto è ciò che privilegio quando viaggio.

Della città tentacolare dove ha vissuto fino a poco tempo fa, Rosalia racconta che le distanze sono davvero enormi. Delle varie restrizioni, ciò che le mancava soprattutto erano le chiacchiere al bar; parlare bevendo una birra o un bicchiere di vino è una dimensione diversa da quella del succo di frutta anche se, quelli che preparano nei locali dove è permesso solo consumare bevande analcoliche, sono ottimi. 

L’arrivo e i primi tempi a Teheran non sono stati facili perché la partenza è avvenuta durante la pandemia:

Sono partita dall’aeroporto di Malpensa dove regnava un’atmosfera spettrale: era zona rossa ed all’arrivo a Teheran c’era il confinamento. Ho dovuto fare lezione per whats app perché non era stato ancora predisposto l’accesso di noi professori italiani alla piattaforma educativa locale: è stato davvero difficile. Per tutto il tempo che sono stata a Teheran, quasi quattro anni, sono stata l’unica lettrice inviata da un ministero occidentale ad insegnare all’Università di Teheran. Ora che le lezioni sono in presenza, la relazione con gli studenti è facilitata: riesco a veicolare l’amore per la poesia italiana come nel corso attuale sui “Versi livornesi” di Giorgio Caprone. D’altra parte gli iraniani hanno tutti la poesia nel sangue, i giovani poi sono poeti per natura e quindi interessati a scoprire poemi anche di altri Paesi. La lingua stessa si presta alle metafore poetiche: ci sono parole che possono avere una ventina di significati. La tradizione della poesia persiana è ricca e diffusa, basti pensare al canzoniere di Hafez letto da tutti nelle varie occasioni di incontro e di festa.

Specialista di Patrizia Cavalli, Rosalia ha già pubblicato, nel 2021, la monografia “Ormai è sicuro, il mondo non esiste. La poesia di Patrizia Cavalli (1974-1992)”; le chiedo perciò quale sia la caratteristica più pregnante dei versi della poetessa scomparsa da poco:

La sua poesia ti conduce: è lei che ti porta, non ti consente di metterci altro. Ti invita a sperimentare il dolore dell’esistenza ma con leggerezza e lievità; ti guida e devi lasciarti condurre dai suoi versi per apprezzarli fino in fondo. Alla fine di “Aracoeli” della Morante, madrina poetica della Cavalli, il figlio interroga la madre, tornata per un istante dalla morte, sul senso della vita. Lei risponde che non c’è niente da capire; la verità è solo evocabile. Patrizia Cavalli fa apparire, nella sua scrittura poetica, ciò che siamo, senza una morale o una verità assoluta da trasmettere.

Torniamo a parlare della sua ultima esperienza di vita e lavoro in Iran, Rosalia racconta:

Tante sono le difficoltà economiche nel Paese; qui anche i professori universitari sono costretti al doppio lavoro. A causa dell’inflazione molti, per arrotondare, fanno i tassisti. Gli iraniani pagano il prezzo di una congiuntura geopolitica che risale alla colonizzazione; sono stati arpionati dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna; l’Occidente ha le sue responsabilità. Mossadeq ha nazionalizzato il petrolio ma, a fronte di questa ricchezza, nel Paese regna una povertà spaventosa. D’altra parte le sanzioni ricadono sul popolo che però ha un altissimo livello di alfabetizzazione e gode del servizio sanitario gratuito. L’alfabetizzazione, anche quella femminile, in Iran è molto alta: molte giovani studiano anche in facoltà scientifiche. Ci sono giornaliste, attrici, scrittrici, ma anche scienziate, ingegnere. Le donne sono forti, studiano e lavorano occupandosi della famiglia. C’è un forte senso dei rapporti familiari che sono in genere affettuosi, di sostegno; vedo coppie anche anziane che si intendono con un sorriso o uno sguardo.

È un Paese complesso anche nelle tradizioni: è una repubblica islamica, Gli iraniani sono praticamente i soli musulmani sciiti, ma le loro feste ad esempio sono ancora le feste zoroastriane la loro religione precedente l’invasione araba, come la festa della luce, il 21 dicembre. Durante la notte di Yalda, che coincide con il solstizio d’inverno, si decora e si imbandisce una tavola colorata e ricca di frutta secca (uvetta, prugne, albicocche, pesche, mele), fresca (anguria, cachi, melograno, arance) e diversi piatti a base di carne, verdure, riso, pistacchi e melograno. Tutti mangiano insieme, senza distinzioni di origini e classi sociali e, oltre a musiche e danze, spesso si leggono opere del poeta più amato: Hafez. La tradizione dice che aprendo a caso un suo testo, i versi letti daranno informazioni sul futuro.

Nel tempo libero Rosalia ha viaggiato in questo vasto Paese dai paesaggi montani tondeggianti: per il loro aspetto rotondo le montagne che, anche se molto alte, appaiono come nuvole leggere – commenta Rosalia con l’immancabile figura poetica e conclude:

Ho lasciato da poco l’Iran per una recente nuova destinazione: la Turchia: in futuro comunque mi vedo viaggiare tra Londra e Montréal dove ho un nipotino, continuerò i miei vagabondaggi facendo sempre capo alla mia campagna, in Valle d’Itria.

P.

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