Una voce e due bacchette

Lucrezia, Roma

Lo scorso anno mia nipote Sofia ha espresso il desiderio di imparare a suonare e la sua scelta è stata quella di dedicarsi alla batteria, strumento sicuramente non facile per le sue dimensioni (sia per la difficile collocazione in qualsiasi stanza della casa sia per la difficile insonorizzazione). Una volta a settimana prende il suo quaderno con il pentagramma e si avvia verso la scuola di Musica. Al suo arrivo si affaccia sull’uscio una giovane donna. Lucrezia, la sua insegnante: ha un sorriso aperto, i capelli tagliati molto corti sul davanti, sulla nuca un lungo codino. Sofia è felice quando entra a lezione e ancor più contenta all’uscita mentre canticchia i brani che ha appena imparato. Alla fine dello scorso anno ha stupito i suoi parenti durante il saggio dove ha alternato tipiche canzoni dei bimbi della sua età ai pezzi di Vasco Rossi prediletti da suo padre ai successi dei Maneskin.

Lucrezia permette di spaziare dal classico al pop al rock seguendo l’estro e i gusti dei suoi giovani allievi. Si vede che ama il suo lavoro. Quando un giorno ho saputo che si era assentata dalla scuola per un concorso musicale mi sono incuriosita e al suo ritorno le lo chiesto cosa avesse fatto lontano dalla sala di musica. Mi ha risposto raccontandomi di avere appena inciso un pezzo musicale scritto da lei e che potevo ascoltarlo su varie piattaforme di musica. Il pezzo “Il figlio che non ho” è pieno di dolcezza e usa parole di passione ed impegno. È un testo che parla alle giovani generazioni. Un giorno le chiedo di parlarmi un po’ della sua vita e lei, tra un impegno e l’altro, risponde alle mie curiosità:

Ho iniziato ad avvicinarmi alla musica molto presto, mio fratello bassista mi ha trasmesso la sua passione che ho raccolto. Mi piacevano il ritmo e il canto già da piccolissima, poi li ho coltivati a livello di studio. Da bambina amavo il basket, focalizzavo nello sport tutte le mie energie, solo dopo qualche tempo, da autodidatta, ho cominciato a suonare, per poi applicarmi in maniera seria diplomandomi in batteria. Parallelamente ho cominciato a studiare pianoforte e a scrivere canzoni per completare il mio percorso a tutto tondo nella musica. L’insegnamento mi ha arricchito ed è il fulcro delle mie giornate. Insegno a Roma in diverse scuole di musica. Inizialmente, dopo il diploma, l’intento era solo quello di mantenermi, di pagare, come si usa dire, le bollette, ma poi, man mano che ho approfondito la mia formazione, insegnare mi ha completato dal punto di vista musicale dandomi degli input e nuova linfa. Ho a che fare con bambini dai cinque anni in su, conduco dei laboratori con allievi della materna, insegno anche a persone adulte e questa cosa mi dà continue ispirazioni.

Parallelamente la mia vita di musicista ha varie branche: progetti musicali, concerti, scrittura… Tra queste, l’attività primaria è il mio progetto di inediti su cui sto investendo molto. Ho sempre scritto le mie emozioni, e intorno ai diciannove anni ho iniziato a mettere in musica le parole e a scrivere pezzi, poi ho intrapreso lo studio del canto. Ho conosciuto Gabriella Martinelli, un’artista che stimo molto, che mi ha aiutato dal punto di vista artistico a trovare la mia voce, a non rimanere chiusa, a trovare più vie. Ciò che a me piace personalmente della musica è che si possono trovare più strade, che si possono fare più cose e che una non esclude l’altra. Questo non vuol dire fare un calderone senza senso ma con la propria identità mantenere una credibilità anche sperimentando. Quello che trovo necessario nell’arte in generale è avventurarsi nel non detto. Non mi sono mai piaciute le cose troppo scontate, troppo banali, che non vuol dire semplici perché le cose semplici invece le adoro.

 Ho avuto la grande fortuna di partecipare con Gabriella a Sanremo nel 2020 nella categoria Nuove proposte. Abbiamo portato un pezzo, “Il gigante d’acciaio” che affronta il tema del lavoro e della dignità dei lavoratori.

Sono stata felice di portare sul palco dell’Ariston una tematica così importante. È stata un’esperienza forte che mi ha fatto gestire i miei dubbi, i miei punti di forza e i miei punti deboli, e da lì ho iniziato a percorrere i primi passi nella musica come artista di inediti. Io ho scritto lo “special” del pezzo, e durante l’esibizione, Gabriella suonava la chitarra elettrica e io la batteria. Dopo quell’esperienza ho iniziato a concentrare di più le mie energie sui miei brani e iniziato a lavorare con Gabriella in veste manageriale e con Paolo Mazziotti per la produzione artistica. Adesso mi sto dedicando al mio EP.

In questi due anni ho partecipato a diversi concorsi di musica d’autore: Lo scorso anno ho presentato alcuni brani al “Botteghe d’Autore” ad Albanella, all’ “Artista che non c’era” a Milano e poi ad Aversa al premio Bianca d’Aponte a cui sono rimasta particolarmente legata perché è un premio di sole cantautrici dedicato appunto a Bianca, una cantautrice che se n’è andata giovanissima e a cui i genitori hanno dedicato un premio tutto al femminile che ogni anno sforna una decina di finaliste di grande valore. Ho avuto l’onore di parteciparvi l’anno scorso, è stato molto bello e intenso e da lì è nata anche una collaborazione con Maieutica Dischi, un’etichetta, una realtà, che si dedica alle cantautrici.

È appena uscito il mio primo singolo da solista di cui sono molto orgogliosa, un pezzo scritto in due settimane per “Music for change”, un concorso organizzato da “Musica contro le mafie”, un’associazione connessa al gruppo Abele di Don Ciotti, una realtà molto impegnata e molto umana. È stata un’esperienza di due settimane in cui sono stati proposti a me e altri sette musicisti alcuni temi sociali (tra cui lavoro e dignità, migrazione e popoli, ambiente e ecologia, parità di genere e diritti LQBTQ+ ecc.) A me è stato assegnato il tema “rigenerazione e futuro”. Ho vissuto per due settimane nei BoCs Art, una residenza artistica meravigliosa che si trova a Cosenza, una casetta super minimal in cui ci stava sostanzialmente un letto, un bagno e un tavolo da lavoro. Abbiamo scritto in due settimane il pezzo sul nostro tema e per quanto mi riguarda è nato “il figlio che non ho”, è stato un percorso veramente molto forte perché ho avuto modo di confrontarmi con persone di valore immenso sia a livello musicale che umano.

Ci siamo esibiti dal vivo davanti a una platea di ragazzi dei licei di Cosenza. Lo scopo era anche quello di sensibilizzare le nuove generazioni ai temi che nella vita sono all’ordine del giorno ma che, a mio parere, nella musica non vengono trattati abbastanza.

Io amo il rap. Molti dei miei pezzi hanno il rappato, ho dei riferimenti importanti di artisti che tramite il rap hanno detto delle cose forti, hanno trasmesso dei messaggi e quindi ci tengo a cavalcare quell’onda che forse è un po’ meno cavalcata di altre, però vorrei che ritornasse un pochino di moda parlare di argomenti importanti. Il problema  è che spesso vanno di moda invece testi privi di contenuto o ancor peggio con contenuti molto discutibili. L’hip pop delle origini aveva delle accezioni misogine, ma era figlio dei suoi tempi, allora la scarsa attenzione alle parole non era considerata grave, inoltre la violenza era un mezzo per parlare della propria realtà. Oggi mi sento di dire che stona un po’. La sensazione che provo nel sentire alcuni brani che oggi propone la discografia è che non ci sia nulla da dire e perciò si imita chi ha avuto successo e lo si replica, utilizzando spesso un linguaggio scorretto sotto molti punti di vista, specialmente nei confronti delle donne. La musica è un mezzo, per me è la mia vita quindi è anche un fine, però per chi ascolta la musica è un mezzo potentissimo e quindi a volte si dà un po’ per scontato questa cosa qua, si decide di fare musica, di fare canzoni, forse non rendendosi conto che abbiamo un’arma potentissima per le mani che può essere usata in modi meravigliosi o purtroppo a volte non particolarmente edificanti per chi ascolta. Se devo fare musica voglio farlo per trasmettere dei messaggi, poi ovviamente questo non vuol dire fare canzoni noiose perché la musica è anche leggerezza, spensieratezza, divertimento, quindi insomma non voglio dire che ci si debba sempre prendere troppo sul serio, però ogni tanto qualcosa di concreto va detto, perché sennò si parla sempre di nulla, di aria fritta come direbbe di certo mia nonna.

Chiedo a Lucrezia cosa porterebbe nel suo zaino metaforico e cosa fa quando non fa musica:

Se dovessi riempire uno zaino ci metterei i miei affetti, la mia famiglia, gli amici, chi amo e chi mi ama, un blocchetto per scrivere e una penna, e se c’è spazio una piccola percussione. Nel mio tempo libero gioco a basket. C’è stata un’interruzione di quattro anni da quando ho cominciato a studiare musica alla fine del liceo. Poi ho ricominciato perché mi mancava troppo, Ora gioco in una squadra, la SSD Montesacro in serie C femminile.

Mi complica la vita fare mille cose ma tendo sempre a riempire la mia esistenza con affetti, amicizia, amore e attività che mi fanno stare bene. Sto frequentando all’università un percorso in Scienze dell’educazione e della formazione implementando la mia preparazione per quanto riguarda l’insegnamento.

Chiedo quali generi musicali predilige:

Alcune volte vedo degli allievi che mi dicono che non ascoltano musica. Questa cosa mi rattrista molto perché la musica dà tantissimi stimoli diversi. Io da piccola ascoltavo di tutto: il metal e poi Lucio Battisti. Sono sempre stata educata ad ascoltare tante cose. Un po’ come con il cibo, se non si assaggia tutto non si può affinare il gusto.

Il gruppo che mi ha ispirato maggiormente sono i Blink-182, c’era il batterista, Travis Barker, che aveva (ed ha) una forte presenza che attirava l’attenzione più del cantante, mi innamorai dello strumento immediatamente. Posso definirlo davvero il gruppo punk rock della mia infanzia.

Lucrezia passa poi a parlare di una forte esperienza fatta l’anno scorso:

Ho partecipato allo spettacolo “A nota libera” di Giulia Greco che racconta la vita di alcune grandi figure musicali femminili, dal trio Lescano a Aretha Franklin da Janis Joplin a Gianna Nannini. Era uno spettacolo in cui suonavamo e recitavamo. Abbiamo vinto un bando di regione e lo abbiamo presentato nel 2021 per la prima volta. Poi l’anno scorso l’abbiamo messo in scena nel carcere di Rebibbia, nella sezione maschile. Avevamo molti timori ma è stato significativo, c’erano davanti a noi persone che non conoscevamo, di cui sapevamo solo che avevano commesso un reato, più o meno grave. Parlavamo di donne con una grande caratura artistica e grande spessore umano e vedere le reazioni di questi uomini alla nostra esibizione è stato indimenticabile.

Il tempo della nostra conversazione è volato, saluto Lucrezia con un solo rimpianto: quello di non essere una delle sue allieve.                                 

R.

Author: ragaraffa

Blogger per passione e per impegno, ama conoscere e diffondere le voci delle donne che cambiano.  

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