Cantare nel mondo

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Adriana, Roma

 Adriana era la mia  compagna di banco nel primo anno delle superiori. Quando mi parlava dei suoi primi amori, io, a quei tempi molto meno matura di lei, la ascoltavo rapita. Aveva un amore sviscerato per la musica, diceva di ascoltare volentieri  Patty Pravo, Caterina Caselli e Aretha Franklin ma a scuola non accennava mai alla sua predilezione per la musica classica, retaggio della sua famiglia, suo padre violinista, la  madre pianista. Era alta e singolare, diversa dai compagni di classe, un gradino sopra di tutti, difficilmente compresa dai professori per la sua indifferenza per il programma ufficiale e dai compagni di scuola per i suoi gesti un po’ teatrali. Cambiò presto indirizzo di studi: non più l’istituto magistrale, la sua aspirazione era quella di fare l’attrice di cinema o di teatro. A me sembrava bellissima, mi trovavo spesso a imitare il  suo modo di scuotere i capelli per scostarli dal viso. Frequentavo le feste a casa sua con i suoi fratelli maggiori, mi recavo a volte a studiare da lei, sua madre mi accoglieva reclutandomi per piccoli lavori per la sua classe, era, oltre che pianista, insegnante. Parlavamo di mille cose, invidiavo la sua disinvoltura anche se poi, lei mi ha confessato la sua timidezza.

Adriana:

Quando avevo 4 anni ho avuto la poliomielite che ha lasciato degli strascichi dolorosi nel corpo e nello spirito e sono andata avanti sempre con una grande forza d’animo. Gli altri mi dicevano che non si notava nulla ma io sapevo che una gamba era più sottile dell’altra e, anche se usavo le minigonne che in quegli anni erano indossate da tutti, mi sentivo sempre un po’ a disagio. 

Crescendo, sentivo che la mia disabilità pesava sempre di più sulle mie decisioni. Trovandomi davanti ad un bivio nelle mie scelte artistiche tra cinema o lirica ho scelto il canto, era una scelta logica, non solo perché amavo il bel canto e non volevo disperdere il dono della voce. La musica mi apriva il cervello ma mi sono resa conto che non avrei potuto recitare tutto, portavo spavaldamente mini abiti ma mi rendevo conto che di fronte al pubblico mostrarmi troppo sarebbe stato un azzardo. Nel canto lirico, io mi muovevo tranquilla con i miei bei costumi ma, a volte, nelle opere ambientate negli anni ’40 entravo in crisi: non volevo mostrare le mie gambe. Quando Ken Russell fece una trasposizione lirica della Butterfly di Giacomo Puccini ambientandola nel periodo della bomba su Hiroshima e Nagasaki, temevo le mie gambe scoperte e gli prospettai il problema, inoltre non potevo andare a piedi nudi. Lui, generosamente, inventò svariati espedienti scenici per permettermi di muovermi agevolmente. Una volta, nel primo atto del matrimonio di Cho Cho San, fece arrivare una parente che mi portava in dono delle scarpe, la trovata era plausibile nella trasposizione: io, proposta in matrimonio ad un marinaio occidentale, potevo indossare delle scarpe: era una regia perfetta. 

Dal conservatorio in poi mi sono allenata a stare davanti al pubblico, mi sentivo a casa mia, non ho mai avuto l’imbarazzo di salire sul palcoscenico. Nelle prove gioivo nel fare musica e incontrare gli altri, avevo la possibilità di conoscere molte persone e questo mi dava la possibilità di mettermi alla prova. Sono stata sempre un po’ timida, con colleghi e con vip, notavo che tutti gli artisti avevano sempre l’ansia da prestazione,  alcuni tic, ma questo era il nostro lavoro. Chi lavora in altri settori, ad esempio quello ospedaliero, sta in una struttura per anni, e si adatta ai colleghi, noi artisti socializzavamo per due mesi e poi c’era ogni volta il dolore del distacco, era una ginnastica umana non indifferente. Nostalgia nel lasciarsi, ci si perdeva e a volte ci  si ritrovava, era un vivere stressante ma affascinante. 

Il  mio vero debutto è stato semplice: Musetta nella Boheme di Puccini a Spoleto dove ho partecipato, vincendo, alle voci nuove. Da allora non mi sono più fermata, ho cantato nei teatri di tutto il mondo: Stati Uniti, Australia, Cina, Giappone, Brasile. Quando tornavo dalle tournée continuavo sempre a studiare con il mio maestro di Roma, provavo molti spartiti, ero sempre in allenamento perché quando ero in attività dovevo praticare ginnastica mentale e fisica. Nonostante la fatica, il mio lavoro non mi è mai pesato. Mi pesava invece  molto lo star sola. Quando ero in Australia avevo un ottimo pubblico, ci sarebbe stata la possibilità di vivere lì ma mi sentivo troppo lontana dal mondo.

 Il cantante sta molto tempo in albergo, per me era importante star bene, quando si sta troppo in hotel si sente forte la solitudine, specialmente in inverno, le situazioni (freddo, paura di prendere una laringite) determinano lo star chiusa. Non avevo una famiglia mia né un compagno, la mia vita non me lo consentiva, come a molte cantanti donne. 

 Adriana ha una sua teoria: secondo lei il cantante lirico maschio ha quasi sempre una compagna al seguito, la moglie supporta il marito, da Domingo a Pavarotti a Corelli, quasi tutti hanno avuto donne al seguito, per sostenerli e proteggerli. Alle donne succede raramente: purtroppo pochi uomini sopportano di avere la valigia pronta per seguire le proprie compagne, a meno che non abbiano già avuto una carriera loro. Carla Fracci, per citare un esempio, ha sempre avuto Beppe Menegatti che curava per lei le coreografie e regie.

 Io non ho mai avuto sostegni, ero sola e dopo un po’ di tempo in un luogo desideravo cambiare aria, non restare fissa in un posto. In Germania, Australia e Inghilterra avere un posto fisso, è considerata una carriera praticabile, in altri Paesi, invece, diventare cantanti fissi vuole dire sminuire il proprio lavoro, non essere importanti, perciò per restare sulla cresta dell’onda occorreva sempre andare in tournée. 

Quando rientravo a Roma, studiavo moltissimo e mi dedicavo a mia madre, ai miei amici ai compagni dell’epoca, ma era sempre  troppo poco il tempo che passavo in patria. Ho sempre avuto l’ansia di fare le valigie, lo consideravo sempre un gesto faticoso che finivo all’ultimo momento, a volte  alle 4 del mattino. Amavo viaggiare, non mi pesava aspettare ore e ore in aeroporto in attesa delle coincidenze. L’attesa e il non pensare a nulla mi appagavano: il non parlare, il silenzio erano per me. Il canto mi permetteva questo: “Meno parli e meglio è” mi diceva il mio maestro e avevo una scusa plausibile per tacere.

Per dodici anni ho convissuto con il mio compagno a Montecarlo, un grande tenore con cui condividevo la passione della lirica. Abbiamo cantato molto insieme, una volta litigammo ferocemente poi, nell’opera Adriana Lecouvreur, durante un duetto d’amore ci riappacificammo cantando. Il canto ci riunì anche a Taormina nel primo atto della Tosca, il brano era di amore, di gelosia, lui era un donnaiolo e spesso lo lasciavo per poi tornare insieme. Dopo la nostra separazione sono tornata a vivere a Roma e ho continuato a calcare le scene fino al 2007. Ho avuto molti ammiratori, mi arrivavano lettere e cartoline a casa, alcuni fan mi aspettavano in camerino ma nella lirica non è riscontrabile il divismo di altri settori dello spettacolo, a parte la popolarità che c’è tra i tenori che hanno un pubblico quasi televisivo, le soprano sono meno in vista.

 Ho impersonato molte volte La Butterfly finché una volta al teatro La scala di Milano mi sentii troppo stanca di fare quella parte, era un’opera a me congeniale ma faticosa, dovevo stare sempre in ginocchio e avevo appena subito un’operazione.

Il sovrintendente mi disse che avrebbe messo a disposizione ciò che volevo ma ad una certa età per me era diventato un problema insormontabile, la sindrome post polio faceva sentire la sua stanchezza dopo 24 anni di carriera. Io ho cercato sempre di prepararmi fisicamente, dopo ogni prova dovevo stare 12 ore a letto e, mentre i miei colleghi andavano a fare bisboccia, io invece mi chiudevo in albergo. Questo percorso mi ha dato l’opportunità di lavorare tanto con me stessa, i registi mi amavano molto, ma nella vita privata le energie non rimanevano, ero tutta al servizio dell’arte, era una rinuncia dovuta perché adoravo cantare. 

Nel 2004 mi sono dedicata principalmente all’insegnamento al conservatorio di Terni, dove insegno arte scenica, ad interpretare un testo lirico e teatrale e tutto ciò che è inerente al palcoscenico. Tutto ciò che si fa in arte drammatica l’ho portato nel conservatorio, difficilmente in altri conservatori si prendono testi del teatro classico da Euripide a Pirandello, Jarry, Cechov, Beckett, Goldoni e Molière, tutti si muovono solo nel binario lirico, io ho voluto spaziare perché, a mio avviso, il teatro è una prova molto più difficile. I miei sono allievi adulti, dai 18 ai 40 anni, quando propongo di fare un saggio loro mi chiedono di non fare teatro, perché nelle lirica è tutto più facile, c’è la musica che trasporta, nelle pièce teatrali è più difficile, c’è un tempo, un ritmo dato solo da te, sei tu che scegli come muoverti in quel lasso di tempo, se ti manca l’introspezione, non hai maturato cosa è entrare nella mente del drammaturgo, sei fuori. Io dico ai miei allievi che ci sono artisti e cantanti, il teatro è uno studio dovuto se vogliono essere completi. L’emozione in scena è data dal saper fondere le due abilità.

Nei miei progetti futuri ci sono sempre la musica e il canto ma sto cercando di cominciare nuovi progetti per fare qualcosa di valido a livello artistico. Ritengo che ci siano troppo concorsi oggi in giro, troppe lotte di agenti e agenzie, l’ambiente artistico di questi ultimi tempi ha subito un’inondazione di approssimazione e io vorrei cercare di dare qualcosa di più ai giovani cantanti, perché non sminuiscano il loro talento. “Fate di più, studiate di più, è facile essere presi da un’agenzia ed essere scartati e consumati subito dopo. Il canto lirico, il balletto, il pianoforte, il canto, hanno bisogno di una maturità notevole, tutti hanno la voce ma non durerete senza tecnica e sostegno muscolare !”raccomando sempre.

Adriana aggiunge che vorrebbe contribuire a  formare talenti che durino nel tempo, dar loro una professionalità a tutto tondo… si guarda all’America come modello per gli artisti completi, ma non dimentichiamo che l’Italia ha avuto un eccellente teatro, un grande cinema, ad un certo punto è diventato tutto in apparire, la soap opera ci ha annullato. Assistere a spettacoli con livelli scadenti ha una ripercussione negativa, si diventa consumisti del nulla e ci si accontenta. Il pubblico di una volta era preparato, l’opera era un fenomeno popolare, la gente del popolo conosceva a memoria i libretti, è diventata d’élite solo negli anni’60. Oggi spesso si va a teatro solo per dire che si è stati lì, spesso il pubblico è ignorante e non tutti sanno apprezzare ciò che guardano.

Mi piace portare uno zaino con un bagaglio leggero, io, che ero costretta dal mio lavoro a grandi valigie, adesso a lezione nel mio zaino porto la mia esperienza e anche la mia delusione, con gli allievi sono me stessa.

Nella vita privata non mi serve un bagaglio: ogni giorno mi sveglio e mi dico che devo arrivare alla sera, nel presente so che mi devo imporre una certa calma, un’attesa e un vivere serenamente quello che mi arriva.

Un mio vecchio insegnante diceva: ”Ricorda che la carriera è quella che quando canti ti senti qualcuno, quando non canti non sei niente”.

Adriana Morelli

 Durante un’intervista fu chiesto a Gina Cigna, una grande soprano andata a vedere Ghena Dimitrova, una cantante bulgara sua allieva che cantava la Turandot :

  • Come si sente a star lì a vedere la sua allieva? 
  • Sono molto invidiosa, vorrei essere lì al suo posto a cantare.

Adriana non è invidiosa di chi canta, le dispiace solo per il prezzo che ha dovuto pagare per la sua carriera.

“In questi ultimi tempi mi dedico alla scrittura, ascolto jazz, blues e tutto ciò che regnava negli anni ’70, in macchina ascolto quella musica lì, e sì, anche Patty Pravo, Caterina Caselli e Aretha Franklin!”

R.

Raffaella Gambardella

Raffaella, appassionata narratrice, è una blogger che ha saputo rasformare le sue più grandi passioni – il cinema, i viaggi e la lettura – in una piattaforma vibrante e ispiratrice. Sin da piccola, è stata affascinata dalle storie: quelle raccontate sul grande schermo, lette nelle pagine di un libro o incontrate lungo il cammino nei suoi viaggi. Continua a intrecciare parole di donne in un cammino che non smette mai di arricchirla.

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