Palermo

In questi tempi si parla molto di privilegiare i viaggi nella nostra penisola, sia per riscoprire capolavori d’arte e conoscere luoghi ameni che per risollevare l’economia del turismo della nostra nazione. Perciò, ripesco dalle circo del passato di Marisa la descrizione di un viaggio in una stupenda città del sud.

R.

Marisa, circo 2017

Aprile

Le rondini che non sembravano ancora arrivate da noi sono invece numerosissime a Palermo, e si dedicano, specie presto di mattina e al tramonto, a chiassose acrobazie nell’aria trasparente.

Dalle gelide atmosfere polacche a quelle piene di calore e colori del Sud. Il mio primo contatto con la Sicilia è avvenuto a Palermo, e sotto Pasqua. I miei amici e io siamo atterrati la mattina del Venerdì Santo a Punta Raisi, nel pomeriggio abbiamo quindi potuto avere un piccolo saggio delle celebrazioni della Settimana Santa. Siamo entrati in qualche chiesa, dove erano pronte le portantine con la statua della Madonna o di Cristo deposto – rinchiuso in una bara di cristallo come Biancaneve – circondati da un tripudio di fiori. La portantina – non so come altro chiamarla – è dotata di zoccolo (abbondantemente zavorrato, suppongo, vista la fatica che fanno a portarla in processione) e si solleva mediante due lunghe stanghe massicce davanti a due dietro. I fiori, sono soprattutto orchidee, migliaia di orchidee, bianche prevalentemente, ma anche rosse, porpora o gialle. Otto coppie di uomini abbracciati faccia a faccia sollevano la portantina per le stanghe davanti, e altrettante per quelle di dietro, inoltre ci sono tre uomini davanti e uno dietro che sembrano funzionare da timone. Le portantine sono precedute e seguite delle confraternite (ma niente incappucciati o flagellanti, almeno in quest’occasione); seguono dei semplici fedeli, moltissimi vestiti a lutto, e poi la banda, con molti fiati gravi: trombone, basso tuba e serpentone, che eseguono continuamente una marcia funebre. Incenso dovunque, così penetrante che poi per un po’ non sono riuscita a liberarmene (ma ci sono odori peggiori).

L’appartamento si è rivelato non proprio come ci era parso dalle foto; la giuliva padrona osa chiamarlo loft, ma è praticamente un monolocale molto alto in cui si è messo un angolo cottura in un armadio a muro, si è praticata una scala a chiocciola per raggiungere un soppalco dove si è ricavato un bagno e due spazi delimitati da muri solo parzialmente e privi di porte. Non abbiamo mancato di fare le nostre osservazioni alla signora, ma, ovviamente, non avevamo nessuna voglia di metterci a caccia di camere la vigilia di Pasqua, e ci siamo adattati.

Risultato, il russare di Francesco non ha trovato barriere, io non ho osato consolarmi del sonno impossibile leggendo, perché la mia luce avrebbe disturbato loro. Persino girarmi nel letto mi preoccupava, perché ogni piccolo rumore si sentiva bene in quello spazio aperto. Il problema però non è durato troppo a lungo: alla fine delle nostre giornate di 10-12 chilometri a piedi, crollavamo sui nostri letti, e andava bene se riuscivamo a leggere un paio di pagine. Dormite di sasso, con sveglia obbligata – ci alziamo tutti e tre senza problemi – e dopo le 8.30 eravamo già pronti per le nostre incursioni.

A piedi, perché eravamo in una posizione molto centrale, a due passi da via Maqueda, e ci siamo goduti le lunghe camminate, che ci portavano un po’ dovunque, perché i nostri obiettivi erano di varia natura: l’arte normanna, quella barocca, il verde urbano, ma anche semplicemente l’assetto urbanistico della città.

Ovviamente abbiamo visto Il trionfo della morte e l’Annunziata di Antonello a Palazzo Abatellis, che da soli varrebbero il viaggio, presentati nella maniera più adeguata nell’edificio – restaurato da Carlo Scarpa – che però offre una quantità di altre opere pregiate.

Altro restauro di Scarpa Palazzo Chiaramonte, sede dell’università, dove si trova un meraviglioso soffitto a muqarnas di legno nell’aula magna; molto interessanti le celle dei prigionieri dell’Inquisizione Spagnola, con i loro graffiti un po’ ingenui, ma che rivelano moltissimo delle persone che vi furono rinchiuse.

L’architettura normanna – sembra che arabo-normanna sia un termine improprio – è affascinante per i suoi contrasti: quasi tutti gli edifici sono compatti – Zisa, Palazzo dei Normanni e anche le chiese (cattedrale, duomo di Monreale, la Magione, la Martorana, San Cataldo) – quasi severi, costruiti con grandi conci di pietra dorata; vennero edificati da maestranze arabe secondo i principi della loro tradizione, tra cui anche le meravigliose torri del vento e stanze dello scirocco, che sfruttavano un sistema di canalizzazione dell’aria rinfrescata con acqua per rendere sopportabili le grandi calure estive; inoltre, giardini e fontane all’interno permettevano a questi palazzi di diventare luoghi di sollazzo.

A questi elementi si uniscono altri di diversa provenienza: gli stupefacenti mosaici (Cappella Palatina, Duomo di Monreale, Chiesa Martorana), splendenti di ori, con le loro ricchissime narrazioni dal vecchio e nuovo testamento, e dalle vite dei santi; qui i Normanni fecero ricorso ai mosaicisti bizantini. La Zisa è un altro edificio costruito per Guglielmo I dalle maestranze arabe; il nome viene dall’arabo al-ʿAzīza, “la splendida” all’interno del parco reale normanno, il Genoardo (dall’arabo Jannat al-arḍ ovvero “giardino” o “paradiso della terra”). E’ stato finalmente restaurato e permette di capire abbastanza bene il funzionamento del sistema di refrigerazione creato dalle torri del vento.

Abbiamo visto la chiesa della Martorana, che attualmente è la sede palermitana di una comunità arberesch della Piana degli Albanesi. La chiesa è stata ampliata nel ‘700, ma conserva quasi integri i mosaici della prima chiesa, coeva alla cappella palatina. Un vero tesoro. Accanto c’è la piccola chiesa di San Cataldo, eretta da maestranze arabe e che è molto spoglia e sobria all’interno; ugualmente spoglia e sobria la chiesa della Magione, costruita secondo gli stessi principi, severa, che i certosini cui apparteneva non hanno adornato né con affreschi né con mosaici.

Fortunato incontro all’oratorio di San Lorenzo. La volontaria, Carmela – avevo scritto Carmen, e forse non per errore ma per lapsus – ci ha tenuti un’ora avvinti con la sua illustrazione delle figure, i simboli, le allegorie, e con le libertà che Giuseppe Serpotta si prendeva con le regole. Ci ha parlato delle compagnie – qui a San Lorenzo si trattava di mercanti genovesi. Molto interessante. Carmela/Carmen è una bellissima bruna, lunghi capelli neri e ricci, nella faccia ben poco standard.

Gli oratori decorati da Serpotta sono uno dei gioielli più brillanti e inattesi della città. Ce ne sono ben diciassette, e noi ne abbiamo visti una mezza dozzina, i principali e i più facilmente raggiungibili, considerando i nostri tempi e i nostri itinerari. Si tratta di ambienti dedicati al culto di qualche santo o madonna, e in parte corrispondono alle Scuole veneziane, luoghi che confraternite o corporazioni di artigiani usavano per le loro riunioni sia amministrative che devozionali. Essendo dedicati a un Santo o una Madonna, le decorazioni di ciascuno sono volte alla celebrazione della loro vita o delle loro virtù. A seconda della ricchezza della confraternita, le decorazioni sono più o meno sontuose e numerose, ma tutte, rigorosamente tutte, sono espressioni dell’arte di Serpotta nell’uso dello stucco, uno stucco candido e levigato, della cui composizione fu inventore, che assume lo splendore e la levigatezza del marmo ma con una morbidezza e un calore che il marmo raramente offre. In alcuni oratori le figure – statue a tutto tondo o basso- e altorilievi – sono poche, in altri le pareti e i soffitti sono popolati da una vertigine di personaggi, oggetti, elementi vegetali. Ci sono santi, virtù, figure allegoriche, teatrini con scene (battaglie o via crucis o martìri). Dovunque, appesi a tende (di stucco, ovviamente), seduti su davanzali, svolazzanti, colti nell’atto di fare capriole e farsi dispetti, putti e angioletti stupendi. Mentre solitamente, a mio avviso, i bambini nei quadri e nelle sculture sono abbastanza goffi e spesso bruttini, questi sono bellissimi. La solennità delle rappresentazioni principali è alleggerita dal ruzzare giocoso e a volte malizioso di queste creaturine, piene di fossette nelle guanciotte, le cosciotte e i culetti. Anche se stucchevole viene solitamente usato per definire qualcosa di troppo sentimentale e dolciastro, questi stucchi stucchevoli non sono.

In alcuni degli oratori, al bianco abbagliante del materiale si aggiunge lo splendore di dorature. Certo, è evidente che i committenti più danarosi in preda all’horror vacui volevano sfoggiare tutta la loro potenza, ma la grandezza di Serpotta è tale da non temere neppure il sovraffollamento.

Ho trovato l’orto botanico, un po’ disordinato e deludente. Mi aspettavo grandi alberi in fiore, mentre tutto era ancora molto indietro: abbiamo visto molte più fioriture in giro per la città, soprattutto l’Erythrina, in grandi quantità, con i suoi sfolgoranti fiori scarlatti, e qualche lapacho rosa (Tabebuia Impetiginosa). Peccato, tra un mese o due ci saranno deliri di jacarandà e di palo borracho; sboccerà anche la plumeria (o pomelia, o frangipani) di cui traboccano balconi e giardini: penso proprio che la mia prossima visita in Sicilia sarà tra maggio e giugno. Grandissimi Ficus Grandiflora Columnaris (alberi-foresta mi piace definirli, perché le loro radici aeree costruiscono una fitta corona di tronchi supplementari intorno al primario, e la chioma si estende tutt’intorno coprendo moltissimi metri quadrati), araucarie di tanti tipi, oltre al Botanico, si trovano sia nelle piazze che nei giardini della città.

Camminare per la città è un piacere, anche nelle zone più degradate si trovano espressioni di genio popolare, specialmente nei tanti murali, spesso ironici.

Non volevamo perderci Mondello, ma abbiamo fatto una parte del percorso camminando nel bosco della Favorita. Poi, coll’autobus, siamo arrivati alla famosa località balneare che mi è parsa terribile, invasa da una edilizia mortificante e da bancarelle di schifezzuole per turisti di bocca buona; difficile trovare un bel bar sul lungomare, ci siamo rifocillati – pane con la milza (meuza) – per me e Francesco in un caffè soffocato dai gas di scarico e dove, in sottofondo, si poteva fiutare di un vago olezzo di cloaca. Il mare, però, una meraviglia: ci siamo seduti per un po’ sulla spiaggia, ci siamo bagnati i piedi davanti a un’acqua che variava dal limpido acquamarina, il tenero turchese per digradare poi nell’oltremare e nell’indaco.

Spocchia mortificata: osservo con una certa indignazione un’indicazione stradale: Piazza Ruggero Settimo; ma come, osservo, non si dovrebbe usare il numero romano? Ne discuto con Lina, ma poi vedo che questo Settimo è ricorrente; anzi, vedo persino un R. Settimo, e vengo colta da un dubbio: forse Settimo è un cognome, e questo Ruggero non è un Altavilla – casato che peraltro si è limitato a due Ruggeri solamente! L’onnisciente Google conferma l’equivoco, e per un po’ smetto di fare la saccente.

I mercati: quello del Capo, Ballarò, la Vucciria, fanno venire voglia di abitare a Palermo per un mesetto, per poter andare ogni giorno al mercato e scegliersi il menù tra pesci d’ogni foggia, taglia e colore, spezie, olive e capperi, verdure (tenerumi, lunghe zucchine chiare, peperoni, pomodori, melanzane), frutta. Profumi e colori sono molto tentatori!

E poi e poi, la Chiesa di A. Caterina d’Alessandria, con altri Serpotta, e la Chiesa dello Spasimo, piuttosto difficile da trovare perché un po’ rintanata in un angolino nei pressi dell’Orto Botanico. Tante le meraviglie di questa città, che merita altre visite in altre stagioni.

A Venezia per una visita otorino: contro le previsioni che promettono pioggia, è una bella mattina di sole, con un gregge di lievi pecorelle transumanti nel celeste. Stranamente la Strada Nova non è invasa dai turisti. Mi soffermo appena a dare uno sguardo da un ponte alla sublime S. Maria dei Miracoli. Arrivata in campo S.S. Giovanni e Paolo entro nella chiesa e mi ripasso le sue meraviglie, con un occhio di riguardo per le sculture dei Lombardo, di cui si è parlato nei seminari della Morresi. All’uscita, mi delizia una violoncellista di strada davanti all’ospedale: è un piacere stare ad ascoltare, mentre le leggere nuvole trascorrono oltre i timpani a tutto sesto della Scuola Grande di San Marco e le linee gotiche della facciata della Chiesa di S.S. Giovanni e Paolo; a stare così a testa alta mi coglie una leggera vertigine, come se fossero gli edifici a muoversi, e io con loro.

E lasciatemelo dire: dove mai esisterà un ospedale civile dall’entrata più bella e maestosa di questo veneziano? E anche, negli anni ho osservato che è sempre più curato e ordinato, nei chiostri, nei giardini della parte antica, come nei nuovi padiglioni. Ma una pecca ce l’ha, e non da poco: è un labirinto dove orientarsi è difficilissimo, anche perché la segnalazione è scarsa e imprecisa.

Marisa

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