Contro ogni violenza

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Ghita, Rabat, Parigi, Casablanca e…il mondo

Da dove cominciare, e cosa mettere in luce per rendere giustizia a una donna così poliedrica?
Militante per la pace, candidata al Premio Nobel nel 2008, attivista instancabile per i diritti delle donne, antropologa, psichiatra, scrittrice, artista, viaggiatrice. Ogni parola descrive un aspetto, ma nessuna riesce a contenerla per intero.

Ghita El Khayat è una donna marocchina, combattiva, consapevole delle proprie capacità, capace di affermarsi in ambito internazionale fino a ricevere la cittadinanza italiana honoris causa. Un riconoscimento che racconta molto più di un semplice legame formale: dice dell’intensità e profondità del suo rapporto con l’Italia, con la lingua italiana, con le persone incontrate lungo il suo percorso.

Antropologa e psichiatra attenta ai temi interculturali e di genere, ha fatto della sua vita un ponte tra culture e saperi. Ha visitato 91 paesi e isole, osservando, studiando, raccontando. E lo ha fatto attraverso decine di saggi, romanzi e racconti, una quindicina dei quali pubblicati anche in italiano.

Ma Ghita è anche artista e intellettuale a tutto tondo, madrina del Festival del Cinema di Torino, capace di esprimersi con la stessa forza in un quadro, in un libro o in un discorso pubblico. Sempre coerente, sempre coraggiosa, sempre in prima linea nel denunciare le violenze del patriarcato e nel difendere i diritti delle donne.

Ho avuto il privilegio di conoscerla a Casablanca, anni che per me restano impressi soprattutto per la ricchezza dei contatti umani. L’incontro con Ghita è stato tra i più significativi: una donna che stimo profondamente, per la coerenza con cui porta avanti le sue battaglie e per la dignità con cui ha conquistato il proprio spazio professionale.

L’ho incontrata per la prima volta alla presentazione del suo libro Les violences traditionnelles aux femmes, poi di nuovo durante una mostra dei suoi quadri organizzata dal Consolato in occasione della Festa della Repubblica. Nonostante i suoi numerosi impegni, Ghita ha trovato il tempo per raccontarsi, cominciando proprio dal suo legame profondo con l’Italia e con la lingua italiana:

Per me l’Italia, fin dal 1989, rappresenta una specie di rinascita, quando ho iniziato a collaborare con l’università e fatto studi e ricerche in molte città italiane dal Nord al Sud.

Nel 2007 sono diventata italiana con un evento molto significativo per me: ho ricevuto il passaporto ad Assisi. Nell’aereo che mi portava a Perugia, leggevo una rivista letteraria in cui c’era un inserto su San Francesco d’Assisi. Per me è stato un incontro fondamentale, emozionante, profondo, intimo. A Perugia mi hanno accolto con una Rolls Royce bianca consegnandomi il ramo d’ulivo che si dà ai capi di Stato: mi sentivo come se avessi scalato l’Everest. In quel momento, qualcosa in me è rinato: ho avvertito una sorta di consacrazione mistica, politica, internazionale. A Roma ho rivissuto la stessa emozione il 29 novembre 2023, quando ho ricevuto il premio internazionale delle eccellenze femminili “Stand out Woman”, chiudendo così un cerchio di luce, armonia e riconoscimento. In Italia ho relazioni importanti, basate sulla franchezza, per me, che sono una persona spontanea, è molto importante. Non c’è censura e i rapporti di amicizia sono più autentici.

Ho inoltre pubblicato circa sedici libri in italiano tra cui “Il complesso di Medea”. Recentemente ho presentato, in un bel giro promozionale in Sicilia, il mio testo bilingue “Lo schiaffo”.

L’italiano, per me, è una lingua letteraria: leggo in lingua originale, ma per parlarlo fluentemente ho bisogno, ogni volta, di immergermi nell’idioma. Ho però recentemente tenuto a Macerata una conferenza sull’intercultura interamente in italiano, e in un seminario a Brescia ho preferito non servirmi della traduttrice. Possiedo la versione trilingue della “Divina Commedia di Dante”: nella lingua del poeta, in italiano moderno e in francese. Per leggere in originale Casanova ho impiegato nove mesi, e farò lo stesso con Dante.

Professionista polivalente e plurilingue, Ghita affascina per il suo talento poliedrico che spazia dalle scienze mediche alle scienze sociali passando dall’arte. Le chiedo del suo percorso, delle sue scelte giovanili in un contesto sociale caratterizzato da una più marcata divisione in classi sociali e un sistema patriarcale più diffuso, il Marocco degli anni del re Hassan II e del protettorato francese:

La mia vita di lotte e conquiste è iniziata a quattordici anni con la morte di mio padre. Orfana a neanche quattordici anni, ho visto il mio status di famiglia e il mio modo di vivere sovvertito. Inizio l’adolescenza con la perdita di qualcuno molto importante per me e che aveva scelto il mio percorso di studi molto avanzati nell’allora miglior liceo per ragazze del Marocco. Questo avvenimento drammatico ha trasformato la mia vita, mi ha obbligata a battermi in un contesto patriarcale ancora più atroce di oggi. Ho potuto sopravvivere all’ambiente borghese e ricco dell’epoca perché ero superiore intellettualmente a questa élite. Mio padre mi ha trasmesso la determinazione a fare sempre meglio e la sua mancanza mi ha spinto a eccellere in tutto: cosicché con lo studio ho potuto elevarmi sempre di più arrivando a conseguire quattro dottorati di ricerca. Ho iniziato con degli studi classici; avrei voluto proseguirli alla Sorbona ma non avevo potuto ottenere una borsa di studio senza sostegno familiare. Gli uomini della famiglia, in particolare i miei zii, pensavano ad appropriarsi del nostro denaro anziché aiutarmi a preparare un dossier universitario. Ho ottenuto una borsa per la facoltà di Lettere di Rabat ma dopo tre settimane ero in lacrime perché non mi sentivo al mio posto: il livello era troppo inferiore al mio. Mi sono sfogata con mia madre e le mie sorelle finché la mamma mi ha suggerito di studiare medicina. Ho scritto un libro su mia madre che vorrei tradurre in italiano. A otto anni è stata picchiata duramente dalla madre e dalla sorella perché studiava il francese di nascosto con suo fratello che andava al liceo francese. In seguito, a trentadue anni, semianalfabeta, si ritrova vedova con sette figli e un altro in arrivo. Grazie a questo orientamento materno mi iscrivo a Medicina anche se provenivo da studi letterari, ma ho raccolto la sfida, ho studiato le scienze e sono diventata medico. Dentro di me so che non ero fatta per essere medico, né psichiatra, né specialista di medicina del lavoro, né antropologa, né di medicina aerospaziale: sono diventata tutto ciò ma in fondo mi sento un’artista contrariata. Il mio ambiente non permetteva che diventassi artista, un contesto dove il denaro e la posizione sociale erano fondamentali. L’ho capito quando qualche tempo fa un grande notabile di Rabat mi ha contattato perché stava includendo mio padre in una presentazione sulla storia della capitale. Mi rendo conto allora che mio padre era un patrizio che aveva fatto l’Ecole des fils des notables de Rabat. Dopo la sua scomparsa non avevo più dei riferimenti sociali, solo qualche giorno fa, alla mia età, mi è stata finalmente riconosciuta una posizione nell’élite da cui proveniva, tra la borghesia e l’aristocrazia. Basti pensare che la morte di mio padre è stata una delle ultime a venire annunciata dal banditore pubblico. Il mio cammino professionale lo devo dunque ai miei genitori ma dentro di me mi sento altro, profondamente artista.

Tra tutte le sue ‘carriere’, psichiatra, antropologa, scrittrice, conferenziera, quella di artista tocca il suo animo profondamente dedito a varie forme d’arte e culturali: dalla radio al cinema, dalla scrittura alla pittura. Una vita ‘parallela’ per creare e promuovere la cultura e le arti in vari campi: membro del FIFM (Festival International del Film di Marrakech), prima presidente donna della Commission du Fonds d’aide à la production cinématographique, editrice delle Editions Aïni Bennaï, dal motto “un libro, un amico”, dal nome del programma radiofonico letterario omonimo sulla radio nationale SNRT/Rabat/Maroc, nel 2025, le viene riconosciuto il titolo di “Trésor Vivant du Patrimoine Universel”. Le chiedo quando e come è iniziato il suo interesse per le arti:

Non ho mai abbandonato la mia vena artistica: mi sono dedicata alla radio e al cinema. Quando ero una giovane studentessa impartivo lezioni di matematica a un alunno che partecipava a delle emissioni radio e da allora ho iniziato a collaborare con la radio e ho sempre partecipato attivamente al mondo dell’audiovisivo. La pittura per me è molto importante; ho recentemente esposto le mie opere a Rabat e a Casablanca. Per amore dell’arte e della cultura ho visitato centinaia di musei e pinacoteche nel mondo.

A proposito di viaggi, Ghita ha raggiunto un vero e proprio record, non certo quello della turista compulsiva che colleziona bandierine sul suo planisfero ma quello dell’antropologa appassionata di intercultura, che fa viaggiare non solo se stessa, ma anche la conoscenza e le sue scoperte:

Ho fatto due volte il giro del mondo completo, l’ultima volta nel 2018, un record per una donna. Non viaggio come una persona qualsiasi, sono attenta agli aspetti antropologici, mi sono formata a Parigi con il maestro George Devereux che ha inventato l’etnopsichiatria ovvero la comprensione dei popoli. Per seguire i suoi corsi mi ero iscritta all’Ecole des Hautes Etudes in Scienze Sociali e dopo la sua morte ho terminato gli studi di Antropologia. Io mi sento a casa in qualsiasi posto. nel mondo, riconosco immediatamente l’umanità che lo popola, cerco di comprenderne gli usi e i costumi, il modo di abbigliarsi, la lingua ecc. È un’esperienza straordinaria che riesco a condividere solo con chi ne comprende davvero il valore e nutre lo stesso desiderio.

Nel 2019 ho tenuto un seminario contro la violenza all’Università Statale di Milano a dottorandi di diciotto nazionalità diverse. Mi ha reso felice pensare che le mie idee viaggino dalla Colombia alla Mongolia. Amo lasciare impronte positive: ho una profonda attitudine al dono e allo scambio, valori che purtroppo non appartengono a tutte le culture o a ogni persona.

Torniamo a parlare dei suoi lavori di studio e ricerca sulla violenza di genere e della sua militanza:

Sono contro ogni forma di violenza, sono un’attivista per la pace e per questo sono stata candidata al premio Nobel. Sono stata invitata al convegno internazionale a San Francesco d’Assisi, chante claire per la pace anche se mi rendo conto che non ci sono le condizioni oggi per la pace quando vedo che la corsa al riarmo è così diffusa. Non ho appellativi per definire coloro che dirigono il mondo, i potenti della Terra, che fabbricano delle armi sapendo che c’è circa un miliardo di gente che muore di fame e un miliardo di analfabeti. Non saprei come definirli: sono disgraziati che non posso nemmeno chiamare animali o insetti poiché questi ultimi sono utili alla vita. Purtroppo anche le donne al potere si dimostrano spesso incapaci di portare avanti una politica di pace per la paura di perdere la loro posizione, di venire ricusate. Abbiamo esempi nelle leader attuali, sono donne falliche che si piegano al potere patriarcale.

Molte giovani non si rendono conto di quello che hanno conquistato le loro nonne e le madri. Anche quelle che studiano e cercano di capire il mondo a volte non riescono a invertire la relazione con gli uomini. Non c’è equilibrio tra diritti e doveri; penso che solo con l’equa distribuzione di questi si possa raggiungere la parità di genere. Nel mondo di oggi mi sembra che si stia tornando indietro basti vedere Trump e sua moglie: un’immagine caricaturale. La first lady sembra una bambola ‘comprata’ da un ricco potente per essere mostrata. D’altra parte gli uomini non permettono alle donne di essere a loro livello o superiore, non possono accettarlo. Con la mia statura intellettuale trovo sistematicamente uomini che vogliono distruggermi o allontanarmi: siamo ancora lontani dal superare il maschilismo che regna sovrano nel mondo.

Ghita è stata la prima donna del mondo arabo a scrivere una lettera al re pubblicata in dieci lingue al re con precise richieste di diritti per le donne, condizione ritenuta essenziale per l’avanzamento globale della società, dalla scolarizzazione alla maggiore età per i matrimoni, la necessità di superare l’analfabetismo. Il sovrano ha accolto e lavorato perché vengano promulgate le leggi necessarie per queste trasformazioni che hanno portato le donne marocchine a opportunità e libertà maggiori. Chiedo a Ghita se il suo attivismo e il suo esporsi pubblicamente per migliorare la condizione delle donne le abbia mai creato problemi:

Ho ricevuto due minacce di morte nel 2024 e vengo sistematicamente ignorata nei dibattiti e negli incontri ufficiali. Nel regno precedente, negli anni difficili, sono stata perseguitata per quattro anni dalla polizia, ho subito durissimi interrogatori….HO vissuto con la paura costante, una notte ho avuto un incubo terribile che ho narrato nel racconto: “La femme aux yeux d’ambre et cannelle roussecontenuto nella raccolta “Le Sein” del 2003 e che ho dedicato a tutte le donne perseguitate per le loro posizioni politiche o per aver preso posizioni contro il sistema.

Concordiamo sul potere terapeutico della scrittura e del dono che questa offre nel momento in cui si condivide la propria esperienza, anche dolorosa e drammatica, con lettrici e lettori che possono trarre riflessione, materia per crescere, pensare e superare i propri traumi e sofferenze grazie al vissuto empatico della lettura. Tanto più vero per Ghita che ha pubblicato nel 2002 “Le désenfantement”, per esorcizzare il dolore della perdita della sua unica figlia nel 1997:

Non avrei potuto condurre la mia vita diversamente anche pagando il prezzo che ho dovuto. Scrivo tenendo in mente l’universalismo, cerco di andare oltre il contesto locale per rivolgermi all’umanità sperando che, grazie al lavoro e alla riflessione, si possa costruire un mondo migliore.

 

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

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