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Negli ultimi anni, l’interesse per la Corea è cresciuto notevolmente, anche grazie alla scoperta di una nuova generazione di registi che ha portato la cultura coreana sotto i riflettori. Film, serie TV e libri coreani sono diventati sempre più popolari presso il grande pubblico. A questa crescente attenzione si sono unite anche figure autorevoli del panorama culturale italiano. Una scrittrice recentemente scomparsa, Michela Murgia, negli ultimi anni della sua vita ha iniziato a imparare il coreano, affascinata dalla musica e dalla cultura e innamorata dell’intera storia del Paese, ed è stata seguita in questa sua passione da moltissimi suoi lettori.
Quando, nel mese di ottobre, il Premio Nobel per la Letteratura è stato assegnato a Han Kang, le librerie si sono riempite dei suoi libri, tra cui “L’ora di greco”.
Sin dal titolo, questo romanzo ha destato il mio interesse: uno dei miei figli, avendo frequentato il liceo classico, ha sempre sostenuto che lo studio del greco gli abbia aperto la mente, offrendogli nuove prospettive di lettura. Al momento della scelta degli studi superiori ero abbastanza perplessa- Per quale motivo dedicare tante ore allo studio di una lingua morta? – gli avevo chiesto. Lui era stato irremovibile e a distanza di parecchi anni dalla sua presa di posizione continua ad affermare che sceglierebbe ancora quel tipo di studi, apparentemente senza senso né sbocco ma che in realtà gli ha permesso di avere un brillante percorso scolastico e professionale proprio grazie alle intense ore di studio dedicate a quella che io definivo una perdita di tempo ed energie.
Il libro affronta con sensibilità temi complessi attraverso una scrittura poetica. La narrazione frammentata riflette lo stato mentale dei protagonisti, il cui lutto è rappresentato come un alternarsi di chiarezza e oscurità. L’uso del greco antico, con la sua aura quasi sacra, dona profondità al testo, rendendolo un’esperienza letteraria avvincente.
Al centro del romanzo si trova il concetto di In-Yun, la connessione magica tra due persone, termine che avevo conosciuto per la prima volta nel film “Past lives” della regista coreana Celine Song.
I personaggi del libro, i cui nomi rimangono sconosciuti, si delineano attraverso ricordi e azioni, assumendo una dimensione universale che li rende figure simboliche. Non emerge un unico protagonista, poiché il vero cuore del romanzo è il linguaggio: il suo significato, le sue potenzialità e i suoi limiti nel comunicare e creare comprensione reciproca. L’uomo e la donna diventano archetipi, rappresentazioni universali che potrebbero essere sostituite da altre vite o storie. L’obiettivo di Han Kang è indagare la complessità del linguaggio, il dolore insito nell’esprimersi e la difficoltà nel farsi comprendere.
Il romanzo si presenta come un’analisi profonda sul rapporto tra linguaggio, narrazione e sofferenza, privata di una trama tradizionale. L’autrice, essenziale nei dialoghi e negli eventi, crea un’atmosfera intensa che lascia il segno nel lettore attraverso immagini evocative e un senso costante di limite e impossibilità. La struttura alterna lettere, poesie e monologhi interiori, invitando chi legge a ricostruire e interpretare autonomamente i frammenti narrativi. La perdita della vista da parte dell’uomo e del linguaggio da parte della donna si riflette in una narrazione che disorienta e amplifica la loro esperienza.
Uno degli elementi centrali è il greco antico, che diventa simbolo di introspezione e connessione con un passato lontano. Come culla della cultura occidentale, il greco assume una valenza simbolica, fungendo da ponte tra Oriente e Occidente, e tracciando una mappa simbolica che unisce la Corea all’Europa. Il greco antico, universale e senza tempo, si fa strumento di introspezione e collegamento con un passato remoto.
Con il progredire della narrazione, la lingua perde la sua dimensione corporea e accompagna i protagonisti in un percorso di spoliazione, rivelandone l’essenza più profonda.
La perdita della parola da parte della donna non si limita ad una dimensione psicologica, ma assume anche un significato filosofico, evocando un ritorno ad un silenzio primordiale carico di significati latenti. Le lettere rivolte ai defunti trascendono i limiti del corpo, testimoniando un desiderio di dialogo con ciò che è perduto.
Lo straniamento generato dal punto di vista dell’uomo che sta perdendo la vista e della donna muta riflette le loro esperienze di isolamento.
Il greco antico assume per la donna il valore di un simbolo di forza e comprensione. Per lei, studiarlo non rappresenta solo l’apprendimento di una nuova lingua, ma diventa un mezzo per dare forma al proprio dolore.
In molte opere di Han Kang, il trauma rappresenta un tema centrale. In questo caso, però, il processo di guarigione non passa attraverso la dimenticanza, ma si fonda sulla forza delle connessioni e sulla persistenza della memoria.
La protagonista si immerge nelle parole e nei concetti di una lingua lontana alla ricerca di risposte, ma questo percorso si rivela essere, in realtà, un viaggio di introspezione e scoperta di sé.
Il libro affronta in maniera poetica e filosofica il complesso intreccio tra linguaggio, identità e trauma. Anche in assenza di una narrazione tradizionale, si distingue per la profondità delle sue riflessioni e per un’atmosfera ricca di suggestioni, conducendo il lettore in un viaggio intenso e contemplativo sulle possibilità e i limiti della comunicazione umana. Straordinaria è la capacità dell’autrice di trasmettere emozioni autentiche senza scivolare nel vittimismo. L’opera invita a riflettere su temi universali come la morte, la memoria e il significato della vita.
Mi piace concludere la mia recensione con una citazione dell’autrice: “Il greco è una stanza tranquilla e rassicurante. Possano davvero lo studio e la conoscenza rassicurarci nei momenti dove ci attanaglia il buio e una strana afasia ci impedisce di gridare aiuto quando lo necessitiamo”.
