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(en français après les photos) «Per spiegare le mie scelte professionali devo partire dalla mia storia personale», risponde Marina quando le chiedo cosa l’abbia spinta a diventare una delle decine di migliaia di persone impiegate nel settore umanitario.
Sulla trentina, Marina è una giovane donna empatica e socievole che oggi vive e lavora in Tunisia, dopo aver svolto missioni in Mali, Venezuela e Haiti per diverse ONG.
«Mia madre Iuliana è nata e cresciuta in un villaggio vicino a Iași, nella regione moldava, nel nord-est della Romania, una zona molto povera a quel tempo. La vita in campagna era dura, e mia nonna, secondo le consuetudini, le stava da tempo cercando un marito. Era rimasta vedova presto, con sei figli, e la cultura contadina imponeva matrimoni di convenienza anche a ragazze molto giovani. Appena ventenne, mia madre decise di partire per la Francia per raggiungere la sorella maggiore, già emigrata a seguito del marito».
Senza contare il viaggio da neonata, Marina torna per la prima volta in Romania a sei anni per visitare i parenti, e poi ogni estate. Nasce così una forte curiosità per i frammenti di vita sconosciuti della madre: l’infanzia, la giovinezza, il percorso migratorio. Attraverso i racconti che riesce a cogliere poco a poco — anche dalle zie e dalla nonna, imparando il rumeno — ricostruisce parzialmente il vissuto di Iuliana.
A vent’anni, la madre parte con un visto provvisorio ottenuto con grandi difficoltà, mentre la sorella e il marito erano fuggiti dalla dittatura di Ceaușescu. Il cognato era scappato prima, forse illegalmente, mentre la sorella aveva pagato per ottenere un lasciapassare e ricongiungersi con il marito in Francia, ottenendo poi lo status di rifugiata. Come spesso accade a chi ha vissuto la paura della clandestinità e l’attesa della regolarizzazione, Iuliana non evoca facilmente il suo viaggio verso la Francia, il difficile percorso di integrazione o l’incontro con l’uomo che sarebbe diventato suo marito, conosciuto grazie a un annuncio sul giornale.
Fin da piccola, Marina percepisce che dietro i silenzi e le omissioni si nasconde un periodo difficile: la madre aveva dovuto imparare a integrarsi rapidamente in un’altra cultura, rendersi indipendente, imparare la lingua e adattarsi a lavori umili, spesso pagati in nero. La famiglia della sorella la costringeva a parlare solo in francese per favorire l’acquisizione della lingua del paese d’accoglienza e permettere ai figli di crescere senza difficoltà linguistiche.
«Da bambina non capivo il percorso migratorio di mia madre, ma sapevo che il suo trasferimento in Francia mi aveva permesso di avere opportunità che le mie cugine in Romania non avevano. Sono cresciuta percependo e vivendo la differenza tra i due modi di vivere, cercando di comprenderli. È questa consapevolezza che mi ha spinto a studiare geopolitica e a impegnarmi nel campo umanitario. Essere nata in Francia, rispetto alle mie cugine che non hanno avuto le stesse opportunità di continuare gli studi, mi ha fatto capire che il caso determina destini diversi/traccia sentieri diversi? È qualcosa che ho voluto approfondire nei miei studi universitari, ma anche un’esperienza profondamente legata al mio vissuto personale».
Marina insiste sull’idea che nascere nel posto “sbagliato” — e nel tempo storico “sbagliato” — significa non poter uscire da un determinismo sociale, da un destino tracciato, non avere scelte. Se sua madre non fosse partita, la sua vita sarebbe stata completamente diversa:
«La sorella più giovane di mia madre ha recuperato la casa familiare, e noi andavamo da lei ogni estate. Frequentavo le mie due cugine: una si è sposata a 21 anni, l’altra di recente. Quando tornavamo in Romania, portavamo molti regali, tra cui un computer per mia cugina che non ne aveva. Ricordo che da bambina dovevamo andare a prendere l’acqua sulla collina perché non c’era in casa; le abitazioni, molto semplici, erano di terra. Mi rendevo conto che la vita era dura in campagna e volevo capire il perché di queste differenze all’interno della mia stessa famiglia. Sono sempre stata interessata alla storia di mia madre e di mia nonna, che veniva a trascorrere periodi da noi in Francia. Quando c’era lei, dormivamo in tre nella stessa stanza: io, lei e mio fratello, che però non ha mai avuto la stessa curiosità per il nostro “lato rumeno”».
Da piccola, Marina era anche incuriosita dalla differenza tra la grande famiglia materna in Romania e i pochi legami familiari del padre, figlio unico, in Francia. Di fronte alla reticenza della madre, poco incline a rivangare il passato — anche per la scarsa conoscenza del contesto storico e politico — Marina decide di studiare per colmare le lacune familiari:
«Ho capito che dovevo imparare per altre vie: studiare per colmare le lacune della storia familiare, trovare forse le risposte alle mie domande. Volevo uscire da quella bolla familiare e provinciale. Avevo voglia di viaggiare, conoscere altre realtà, capire cosa succede altrove. Più in generale, volevo comprendere le cause che portano a sconvolgimenti nella vita delle persone — la guerra, la fame, la dittatura — e impegnarmi per restituire loro delle opportunità».
Così Marina si iscrive in collegio per l’ultimo anno di liceo e prepara il concorso a Science Po. Studia poi Scienze politiche all’Université d’Aix-en-Provence, dove entra in contatto con la cultura politica internazionale. Nello stesso periodo inizia a viaggiare: qualche mese a Soho, a Londra, lavorando in un ristorante cinese con un’amica. «Quel viaggio, appena diciottenne, è stato fondamentale perché ho imparato a gestire la vita quotidiana in autonomia: trovare lavoro, casa, risolvere problemi pratici».
Dopo quella prima esperienza, Marina trascorre un anno in Giappone per uno scambio universitario a Tokyo, dove affronta le sfide di una cultura completamente diversa. Lavora durante l’estate per potersi permettere di viaggiare in Vietnam, Birmania e altri paesi del Sud-Est asiatico. Si laurea con una tesi di geopolitica sulla lotta alla corruzione in Romania e Bulgaria prima e dopo il comunismo.
Il sogno di studiare a Parigi si realizza con la magistrale in Relations internationales all’Université Dauphine.
«Parigi è stata una tappa fondamentale per me, un vero viaggio formativo che ha segnato un cambiamento profondo nella mia coscienza e nel mio impegno sociale e politico. Era il 2018, il periodo delle proteste dei gilets jaunes. Grazie agli incontri e alle opportunità che una città come Parigi offre, mi sono aperta a convinzioni più radicali in ambito socio-politico e femminista. L’associazionismo, il volontariato e il confronto con persone di idee diverse da quelle dell’ambiente razzista o qualunquista della provincia del sud-est francese mi hanno mostrato che potevo agire concretamente».
Dopo un tirocinio al Ministero della Difesa — dove si occupava principalmente di redigere rapporti — Marina sceglie definitivamente il settore umanitario: vuole unire la conoscenza geopolitica all’azione concreta basata sulla solidarietà. Inizia così a lavorare con Secours Islamique Français, scoprendo un interesse autentico per questo campo. Ama entrare in contatto con le comunità locali, comprenderne i contesti, vivere nei luoghi dove si sviluppano i progetti. Nel frattempo, la distanza la allontana dal suo compagno Dario, anche lui operatore umanitario, partito in Mozambico poi in Senegal, mentre lei inizia una missione con l’ONG Danish Refugee Council a Bamako, in Mali.
«A Bamako ho vissuto due anni intensi, scoprendo la ricchezza della cultura africana, narrativa e musicale. Lavoravamo con le comunità di rifugiati in fuga dal nord verso il sud, offrendo sostegno psicologico e aiuti concreti: accesso agli ospedali, assistenza alimentare, supporto a donne e bambini vittime di violenze e traumi. Il Mali vive una crisi profonda, segnata dalla radicalizzazione dei combattenti del nord. È lì che io e Dario, venuto in missione da Dakar, ci siamo ritrovati dopo anni: abbiamo capito che il nostro amore era troppo prezioso per lasciarlo andare. Ci siamo promessi di trovare un equilibrio tra le nostre carriere e la vita insieme».
Marina racconta le difficoltà del “nomadismo esistenziale” che questo lavoro comporta. Tuttavia, il caso — o le opportunità — li ha riuniti: dopo varie missioni in Africa e America Latina, sono riusciti a vivere insieme in Tunisia, dove oggi lavorano entrambi.
Le sue esperienze in Venezuela e Haiti restano tra le più forti: «A Caracas lavoravo per l’ONG francese Acted, che funge da intermediaria tra investitori e organizzazioni locali. In un contesto politico difficile, con un regime autocratico, bisognava mediare e agire con cautela. A Haiti, invece, la situazione era estremamente complessa: bande armate controllavano intere zone, persino l’aeroporto. Gli aiuti erano urgentissimi: si faceva anche il cash assistance, cioè si individuavano le famiglie più vulnerabili per fornire loro un sostegno finanziario diretto».
Tra i ricordi più belli, Marina cita il tramonto violaceo sul Niger, visto da una piroga a Bamako, mentre stormi di pipistrelli sfioravano l’acqua per abbeverarsi. Un altro episodio che le è rimasto nel cuore è il mese trascorso nel sud-ovest dell’Ucraina, prima della guerra, a badare a un allevamento di bufale in un progetto ecologico di reinserimento. «Vivevo sola, in mezzo alla natura, trasformata in una sorta di cow-girl. È stata un’esperienza che mi ha insegnato un altro ritmo di vita, più riflessivo e intimo».
Quando le chiedo del futuro, sorride: «Il mio è un nomadismo particolare: vivo abbastanza a lungo in un Paese da poterne conoscere la realtà, ma non quanto basta per radicarmi. Mi manca la possibilità di un impegno continuativo nella vita associativa locale. Vorrei essere più coinvolta in prima linea, ma spesso non è possibile: qui, ad esempio, chi aiuta i migranti rischia l’arresto. In futuro penso di tornare in Europa, magari per studiare psicologia, senza però rinunciare a viaggiare».
Marina racconta infine che la zia, emigrata in Francia, è diventata psicologa e la mamma prima cuoca poi pasticcera: un esempio di come cambiare contesto possa offrire nuove opportunità. Sua madre e la nonna, invece, avevano vissuto vite durissime: la nonna, con solo la scuola elementare, aveva cresciuto sei figli e subito diversi aborti clandestini.
«Studiando, leggendo e parlando con i miei parenti ho compreso la complessità della storia della Romania: dal nazismo al comunismo, dal post-comunismo fino all’ingresso nella Comunità europea. Una storia che ha toccato da vicino la mia famiglia: mio nonno trascorse anni in un gulag, mia madre e i miei zii fuggirono dal regime di Ceaușescu e dalla povertà. I libri di Herta Müller, premio Nobel per la letteratura nel 2009, mi hanno aiutato a capire molto».
L’intervista si chiude con il suo sorriso spontaneo, dietro cui si percepiscono forza e determinazione:
«Da tutto questo nasce la mia voglia di contribuire a migliorare la vita delle persone e delle comunità meno fortunate. Per questo sono perennemente in rivolta contro le ingiustizie, accanto a chi subisce il caso di essere nato nel posto sbagliato».








« Pour expliquer mes choix professionnels, je dois partir de mon histoire personnelle », répond Marina lorsque je lui demande ce qui l’a poussée à devenir l’une des dizaines de milliers de personnes travaillant dans le secteur humanitaire.
Trentenaire, Marina est une jeune femme empathique et sociable. Elle vit et travaille actuellement en Tunisie après avoir effectué des missions au Mali, au Venezuela et en Haïti pour plusieurs ONG.
« Ma mère Iuliana est née et a grandi dans un village près de Iași, dans la région de Moldavie, au nord-est de la Roumanie, une zone très pauvre à l’époque. La vie à la campagne était rude, et ma grand-mère, selon les coutumes, lui cherchait depuis longtemps un mari. Devenue veuve très jeune avec six enfants, elle vivait dans une culture paysanne où les mariages de convenance étaient imposés aux filles, même très jeunes. À vingt ans à peine, ma mère a donc décidé de partir en France rejoindre sa sœur aînée, déjà installée avec son mari. »
Sans compter le voyage qu’elle fit bébé, Marina retourne pour la première fois en Roumanie à six ans pour rendre visite à sa famille, puis tous les étés. Elle développe alors une vive curiosité pour les fragments de vie méconnus de sa mère : son enfance, sa jeunesse, son parcours migratoire. À travers les récits qu’elle parvient peu à peu à recueillir — auprès de ses tantes et de sa grand-mère, en apprenant le roumain — elle reconstitue partiellement le vécu d’Iuliana.
À vingt ans, sa mère quitte le pays avec un visa provisoire obtenu difficilement, tandis que sa sœur et son beau-frère avaient fui la dictature de Ceaușescu. Son beau-frère s’était échappé plus tôt, sans doute illégalement, et sa soeur avait payé l’état roumain pour obtenir un laissez-passer afin de rejoindre son mari en France et obtenir le statut de réfugiée. Comme souvent chez ceux qui ont connu la peur de la clandestinité et l’attente de la régularisation, Iuliana n’évoque pas tant son voyage vers la France, son intégration, ni la rencontre avec l’homme qui deviendra son mari, connu grâce à une petite annonce dans un journal.
Dès l’enfance, Marina perçoit que derrière les silences et les omissions se cache une période difficile : sa mère avait dû s’intégrer rapidement à une autre culture, devenir indépendante, apprendre la langue et s’adapter à des emplois précaires, souvent payés au noir. La famille de sa sœur, où elle a d’abord vécu en France, lui interdisait de parler roumain pour faciliter l’apprentissage du français et permettre aux enfants de s’intégrer plus facilement.
« Petite, je ne comprenais pas vraiment le parcours migratoire de ma mère, mais je savais que son départ en France m’avait offert des opportunités que mes cousines en Roumanie n’avaient pas. J’ai grandi en percevant la différence entre ces deux mondes, en essayant de la comprendre. C’est cette conscience qui m’a poussée à étudier la géopolitique et à m’engager dans l’humanitaire. Être née en France, contrairement à mes cousines qui n’ont pas eu le même accès aux études supérieures, m’a fait comprendre que le hasard détermine des opportunités inégales. C’est un thème que j’ai voulu approfondir dans mes études, car il fait intimement partie de mon vécu. »
Marina insiste sur l’idée que naître au “mauvais endroit” — et au “mauvais moment” — signifie souvent ne pas pouvoir échapper à un destin social tracé d’avance. Si sa mère n’était pas partie, sa vie aurait été totalement différente :
« La sœur benjamine de ma mère a récupéré la maison familiale, et nous allions chez elle chaque été. Je passais beaucoup de temps avec mes deux cousines : l’une s’est mariée à 21 ans, l’autre récemment. Quand nous rentrions de France, nous apportions des cadeaux, comme un ordinateur pour les 18 ans d’une de mes cousines, qui n’en avait pas. Je me souviens qu’enfant, nous devions aller chercher l’eau potable à la source d’une colline car il n’y en avait pas à la maison ; les habitations du village, souvent très simples, étaient en terre nue. Je comprenais déjà que la vie à la campagne était difficile et je voulais savoir pourquoi de telles différences existaient au sein même de ma famille. J’ai toujours été fascinée par l’histoire de ma mère et de ma grand-mère, qui venait parfois passer quelques mois chez nous en France. Quand elle était là, nous dormions toutes les trois dans la même chambre : elle, mon frère et moi. Mais lui n’a jamais éprouvé la même curiosité pour notre “côté roumain”. »
Marina s’interrogeait aussi sur la différence entre la grande famille maternelle restée en Roumanie et la solitude paternelle en France, son père étant fils unique. Face à la réticence de sa mère, peu encline à ressasser un passé douloureux — et qu’elle connaissait d’ailleurs assez peu sur le plan historique —, Marina décide d’apprendre autrement :
« J’ai compris que je devais étudier pour combler les lacunes de notre histoire familiale, trouver peut-être des réponses à mes questions. Je voulais sortir de cette bulle provinciale et familiale, voyager, découvrir d’autres réalités. Plus largement, je voulais comprendre les causes des bouleversements qui marquent la vie des gens — la guerre, la faim, la dictature — et m’engager pour leur rendre des opportunités. »
Elle s’inscrit alors en internat pour sa dernière année de lycée et prépare le concours de Science Po. Ensuite elle étudie les sciences politiques à l’Institut d’Etudes Politiques (IEP) d’Aix-en-Provence, où elle découvre la culture politique internationale. En parallèle, elle part quelques mois à Londres, à Soho, où elle travaille dans un restaurant chinois avec une amie. « Ce voyage, à dix-huit ans, a été une étape décisive : j’y ai appris à gérer ma vie seule, à trouver un emploi, un logement, à résoudre les problèmes du quotidien. »
Après cette première expérience, Marina passe un an au Japon dans le cadre d’un échange universitaire à Tokyo. Elle finance son séjour en travaillant l’été pour voyager ensuite au Vietnam, en Birmanie, etc. Elle obtient son diplôme avec un mémoire d’étude comparative sur la lutte contre la corruption en Roumanie et en Bulgarie après le communisme.
Son rêve de venir étudier à Paris se réalise : elle entre en master de Relations internationales Transformation des conflits et études de la Paix à l’Université Paris-Dauphine.
« Paris a été une étape fondamentale, un véritable voyage intérieur qui a marqué un changement profond dans ma conscience sociale et politique. C’était en 2018, pendant les manifestations des gilets jaunes. Grâce aux rencontres et à l’effervescence intellectuelle de la capitale, je me suis ouverte à des convictions plus radicales sur les plans politique et féministe. Le monde associatif, le bénévolat, le contact avec des personnes d’horizons très différents de la province du sud-est m’ont montré que je pouvais agir concrètement. »
Après un stage au ministère de la Défense, où elle rédigeait des rapports, Marina choisit définitivement la voie humanitaire : elle veut conjuguer savoir géopolitique et engagement solidaire. Elle commence à travailler avec l’ONG le Secours Islamique Françe à Paris, où elle découvre une véritable passion pour le terrain et le contact humain.
Entre-temps, la distance l’éloigne de son compagnon Dario, lui aussi humanitaire, parti au Mozambique puis au Sénégal, tandis qu’elle commence une mission avec le Danish Refugee Council à Bamako, au Mali.
« À Bamako, où j’ai passé deux ans, j’ai découvert une culture foisonnante, riche de récits et de musique. Nous apportions un appui aux personnes déplacées internes fuyant la violence au nord et au centre du pays, en leur apportant un soutien psychosocial et matériel : soins médicaux, aide alimentaire, assistance aux femmes et enfants victimes de violences. Le Mali est un pays en crise, marqué par la radicalisation et la violence de certains groupes armés non étatiques. C’est là que j’ai retrouvé Dario, en mission depuis Dakar. Nous avons compris que notre amour valait la peine d’être préservé. Nous nous sommes promis de trouver un équilibre entre nos carrières et notre vie de couple. »
Marina évoque les sacrifices de ce “nomadisme existentiel” qu’impose son métier. Mais le hasard — ou les opportunités — les a réunis : après plusieurs missions, ils vivent aujourd’hui ensemble en Tunisie.
Ses expériences au Venezuela et en Haïti restent parmi les plus marquantes : « À Caracas, je travaillais pour l’ONG internationale Acted, dont la programmation s’axait autour de partenariats avec des associations locales. Le contexte politique, sous un régime autoritaire, était difficile.
À Haïti, la situation était encore plus complexe : les groupes armés contrôlaient plusieurs zones de la capitale, même l’aéroport. Les besoins étaient immenses : nous pratiquions le cash assistance, c’est-à-dire l’aide financière directe aux familles les plus vulnérables, souvent dans des quartiers où il fallait négocier l’accès avec les groupes armés. »
Parmi ses souvenirs les plus lumineux, elle évoque un coucher de soleil violet sur le fleuve Niger, à Bamako, tandis que des nuées de chauves-souris frôlaient l’eau pour s’y abreuver. Un autre moment fort fut le mois qu’elle passa seule dans le sud-ouest de l’Ukraine, avant la guerre, à s’occuper de bufflonnes dans un projet écologique de réintroduction des buffles d’eau dans le delta du Danube : « Pendant un mois, je me suis transformée en cow-girl dans les plaines ukrainiennes. J’y ai appris un autre rythme de vie, plus intérieur, plus contemplatif. »
Et l’avenir ? Marina sourit : « Mon nomadisme est particulier : je vis assez longtemps dans un pays pour en comprendre la réalité, mais pas assez pour m’y enraciner. Il me manque la possibilité de m’impliquer durablement dans la vie associative locale. J’aimerais être plus active sur le terrain, mais ici, par exemple, aider les migrants peut mener à l’arrestation. Dans l’avenir, je pense retourner en Europe, peut-être pour étudier la psychologie, tout en continuant à voyager. »
Elle raconte enfin que sa tante, émigrée en France, est devenue psychologu et sa mère cusinière et puis patissière — des exemples d’opportunités que permet le changement de contexte. Sa grand-mère, en revanche, a connu une vie bien plus dure : une scolarité qui s’est arrêtée à l’école primaire, la communisme et le travail collectif obligatoire dans les kolkhozes, six enfants à élever et plusieurs avortements clandestins dans une Roumanie où l’avortement était interdit.
« En étudiant, en lisant et en discutant avec mes proches, j’ai compris la complexité de l’histoire de la Roumanie : du nazisme au communisme, puis à l’après-communisme et à l’entrée dans l’Union européenne. C’est une histoire qui a profondément marqué ma famille : mon grand-père a passé plusieurs années dans un goulag en Russie, ma mère et mes oncles ont fui la dictature de Ceaușescu et la pauvreté. Les livres de Herta Müller, prix Nobel de littérature 2009, m’ont beaucoup aidée à comprendre cela. »
L’entretien se termine sur le sourire franc de Marina, derrière lequel on devine sa force et sa détermination : :
« C’est de là que me vient cette envie de contribuer à améliorer la vie des personnes et des communautés les moins favorisées. Je reste en révolte permanente contre les injustices, proche de ceux qui subissent le hasard d’être nés au mauvais endroit. »
