Viaggio nel viaggio

Getting your Trinity Audio player ready...

I ruoli importanti nell’ambito del corpo diplomatico italiano restano nella stragrande maggioranza dei casi appannaggio degli uomini. Anche quando le donne arrivano poi a conquistare posti gerarchicamente importanti, è facile che il loro superiore – immancabilmente uomo – le sottovaluti e tenda a relegarle in ruoli e mansioni inadeguate. È quanto mi racconta Maria Grazia, viceconsole in un paese magrebino, rispondendo alla mia domanda: Cosa comporta per una donna percorrere la carriera diplomatica?

Glielo chiedo con franchezza e semplicità: nonostante il suo ruolo importante presso la comunità italiana di Casablanca (si è trovata anche a coprire il ruolo vacante di Console), è una donna affabile e un feeling immediato si è stabilito tra noi. Dal primo scambio intorno a varie tematiche femminili, il discorso si sviluppato su un terreno comune di sensibilità e empatia per le storie di vita delle donne:

In Italia intraprendere questa carriera in quanto donna è penalizzante. Dobbiamo sempre dimostrare di essere più brave degli uomini, di conquistare la stima e la fiducia giorno per giorno e che, se abbiamo figli piccoli, ce la possiamo fare comunque. Quando ero a Zurigo, all’alba del nuovo millennio, mi sono sentita apostrofare: -Perché non sta a casa a fare la mamma invece di affannarsi tra famiglia e lavoro?

È un mondo molto maschile e patriarcale che sfiora a volte la misoginia. Io sono stata piuttosto fortunata nell’aver avuto capi illuminati, a Zurigo e a Francoforte, con una visione aperta. L’ambasciatore Silvio Mignano, in particolare, è un uomo di grande cultura che crede nell’importanza della crescita culturale come salvezza dell’umanità. Condivido pienamente questo punto di vista e lamento una regressione a livello culturale nel nostro paese. Credo che si debba combattere per riaffermare il valore della cultura contro quello del denaro che, se non impiegato per obiettivi di crescita democratica, è solo una scatola vuota che ci rende avidi, automi e senza sentimenti né passioni.”

Mariagrazia mi spiega che, come tutte le giovani donne, ha dovuto superare un’educazione che tendeva a farla tacere, a evitare i contrasti e imparare a difendere con coraggio le sue idee e il suo modo di lavorare. Si fa apprezzare per le sue capacità e interessi che toccano soprattutto gli aspetti socioculturali della comunità oltre all’assistenza agli italiani che è il cuore della sua missione. Ha acquisito sempre più un’attitudine a non temere i conflitti quando questi nascono dall’aver rilevato ingiustizie per sé e per gli altri. Afferma che quando ci si apre al dialogo si può scoprire che anche l’interlocutore più rigido può rivedere le sue posizioni; l’importante è non chiudersi e non fermarsi, non rinunciare mai alla propria indipendenza di pensiero e di parola.

A questo punto le chiedo come e perché ha deciso di intraprendere questa difficile carriera. Mariagrazia accetta volentieri di raccontarsi:

Sono nata a Roma ma ho sempre avuto la passione di viaggiare e conoscere nuove culture iniziando con vacanze studio in Inghilterra. Ho studiato lingue e dopo la laurea ho cominciato a lavorare nella sezione marketing dell’American Express. Dopo circa un anno però avvertivo una certa stanchezza: vivere nella stessa città non era la mia condizione ideale. Stavo per accettare la proposta di trasferirmi a Milano quando seppi di aver superato lo scritto di un concorso fatto quasi per gioco. Volevo accompagnare un’amica in un percorso di selezione ministeriale al quale teneva molto. Io non mi vedevo lavorare in un ufficio della pubblica amministrazione, ma ebbi l’occasione di studiare diritto consolare e la materia mi appassionò. Non volevo però presentarmi all’esame orale quando seppi che la mia amica non aveva superato lo scritto. Alla fine decisi di mettermi alla prova, vinsi il concorso al Ministero degli Esteri dove chiesi di entrare in un ufficio che mi permettesse di viaggiare. Ero dispiaciuta per il fallimento della mia amica ma iniziai così, quasi per caso, la mia carriera diplomatica.”

Maria Grazia ha cominciato occupandosi di scambi giovanili europei, viaggiava un paio di volte al mese: Bruxelles, Parigi, ma anche Paesi scandinavi, Israele, Algeria. Nelle varie missioni si trovava ad avere scambi con omologhi degli uffici stranieri e si appassionava via via alle diverse realtà tanto da tornare in seguito come viaggiatrice per incontrare persone che aveva conosciuto e approfondire la conoscenza delle culture locali. Visitava infrastrutture e istituzioni legate al welfare, in appoggio soprattutto alle madri sole come gli asili nido, insomma acquisiva uno sguardo sempre più aperto e internazionale. Erano gli anni dei programmi interculturali e dello sforzo europeo di avvicinare le genti del continente su progetti formativi e di cittadinanza attraverso la conoscenza reale e gli scambi culturali:

Nella mia vita movimentata conobbi per caso Alessandro: un imprevisto cambio di programma domenicale e, sulla spiaggia di Fregene, incontrai una mia vecchia amica delle scuole medie che non vedevo da anni. Grazie a lei sono entrata in un giro di amici dove si trovava il mio futuro marito. Dissi alla mia amica che lo trovavo noioso; lei partì poi per l’estero e non frequentò più quel giro mentre tra me e Alessandro nacque l’amore. Io desideravo partire per lavoro ma lui aveva due bambini dal precedente matrimonio per cui decidemmo di puntare a sedi non troppo lontane. Mi assegnarono Berna per la mia conoscenza del tedesco; Alessandro lasciò il lavoro a Roma per svolgere attività a distanza. Dopo due anni nacque nostra figlia Irene che vuole dire pace: erano gli anni della guerra nella ex-Jugoslavia.”

Con la bimba piccola, come molte donne, Mariagrazia è portata a rimettere in discussione le sue scelte professionali: si preoccupava anche che il suo lavoro potesse opprimere il marito, che non riuscisse a conciliare il suo ruolo pubblico e quello di madre e moglie. D’altra parte le piaceva l’idea di crescere Irene nella città dove era nata ma soprattutto il suo lavoro consolare le dava molta soddisfazione. Della professione le è sempre interessato soprattutto il lato umano, relazionale: essere a contatto con concittadini emigrati dei quali si trova a conoscere le vite, i destini: un viaggio nel viaggio:

Posso raccontare il mio percorso, il mio viaggio che mi ha portata lontano, a vivere in diversi paesi. Con il mio lavoro mi sembra di percorrere numerosi altri viaggi: quelli degli italiani dell’immigrazione di prima, seconda o terza generazione o i neo-arrivati, e le loro ragioni, i destini, del vivere tra due lingue e culture. Il mio viaggio esistenziale si innesta in quello delle vite di tanti/e italiani/e le loro problematiche. Nelle mie missioni ho privilegiato gli aspetti sociali, per esempio mi sono occupata della ricerca dei parenti scomparsi trovandomi anche di fronte alle ingerenze dei clan familiari che cercano di condizionare le scelte di vita di giovani con matrimoni combinati. Sono ancora molto forti le pressioni socio-culturali di alcuni nostri connazionali in Svizzera e in Germania (ho lavorato e vissuto anche a Francoforte e Colonia) che costringono le figlie a sposare giovani del paesino d’origine piuttosto di un cittadino locale. Questo porta disagi alle persone e alle comunità. Mi sono trovata di fronte a tentativi di suicidio, a donne che chiedevano aiuto al Consolato per la vergogna di rivolgersi ai servizi sociali locali. Ho spesso fatto da intermediario con le strutture come le Frauenhausen, case di accoglienza per le donne che volevano uscire da un giogo opprimente e magari violento.”

Racconto a Mariagrazia della mia esperienza di vita in Vallonia in mezzo a tanti immigrati italiani di terza generazione, delle loro storie di integrazione pagate a prezzi altissimi, comprese le centinaia di morti e malati per il lavoro nelle miniere di carbone. La lingua italiana da dimenticare “perché altrimenti i vostri figli non impareranno mai il francese” come mi raccontavano i miei vicini. Confrontiamo le esperienze con Mariagrazia che sottolinea le difficoltà di molti compatrioti di inserirsi in una cultura mediamente più competitiva e selettiva di quella di origine, dello scontro di mentalità che a volte fa vivere contraddizioni e una forte dicotomia tra le esigenze delle nuove generazioni nate e cresciute sul posto e i genitori italiani migranti:

C’è tuttora una certa resistenza in molti connazionali che hanno vissuto quella che chiamo la diaspora degli affetti tra chi non si sente pienamente ‘svizzero’ o ‘tedesco’ ma neanche più del tutto appartenente al mondo della madrepatria, lasciato o ricevuto in eredità senza aver mai vissuto in Italia. Mi sono trovata a gestire il controllo forzato esercitato ancora da madri e nonne su giovani con la doppia cittadinanza. Permettere che i figli sposassero gli autoctoni era per loro come rinnegare la propria cultura e nello stesso tempo rifiutare il contatto profondo con quella locale. Ciò dipende spesso dal rapporto di amore-odio con l’Italia di molti che si sentono reietti perché costretti ad emigrare ma il cui retaggio viene magari mitizzato o enfatizzato nelle occasioni più piacevoli delle vacanze. Ugualmente la riconoscenza per il paese accogliente è ambivalente, spesso è tinteggiata di amarezza nel sentirsi comunque ai margini.”

Il lavoro la porta ancora a spostarsi a Zurigo dove incontra anche l’altro lato degli espatriati: chi ha investito in imprese creandosi una nuova vita nella comunità di accoglienza. Il marito Alessandro intanto viaggiava per lavoro mentre la piccola Irene veniva accudita da una nanny brasiliana che portava in casa la gioia e i suoni dolci del suo portoghese. Nel successivo mandato Mariagrazia verrà assegnata a Colonia dove si recherà come pendolare per non sradicare la figlia da quella che ormai era diventata la sua casa:

Anche se i due anni di pendolarismo sono stati pesanti e aver rifiutato un’offerta di assegnazione a Sydney mi ha rattristato, sono stata contenta che Irene abbia finito gli studi in Germania. Nel mio lavoro poi ho potuto approfondire le tematiche sociali; mi sono occupata tra l’altro di aiutare le famiglie che volevano recuperare le salme dei caduti durante la guerra.

Collaborando con la Caritas di Francoforte abbiamo inoltre formato 30 operatori sociali incaricati dell’assistenza agli anziani soli. Molti di essi infatti continuano a non padroneggiare il tedesco o hanno un certo pudore e difficoltà nel chiedere assistenza o usufruire dei centri di assistenza locali. Molti vedovi e anziani anche malati hanno beneficiato del progetto portato avanti con associazioni che lavoravano nel sociale per aiutarli e offrire loro supporto e opportunità ricreative, socializzanti.

Ci siamo occupati anche dell’assistenza ai detenuti e dei testimoni di giustizia che devono cambiare identità per il programma di protezione. Ricordo che uno di essi, a Berna, mi chiamò prima di partire in incognito per ringraziarmi: mi colpì il fatto che mi disse: -Questa è l’ultima telefonata che le faccio con questo mio nome. Non so dove andrò ma spero che vada tutto bene per me, mia moglie e mio figlio.

Anche in Germania avevamo un’anagrafe parallela per gli accordi di cooperazione sulla protezione dei testimoni.

Alla fine del mandato sono poi dovuta tornare in Italia prima della successiva assegnazione; mia figlia ha deciso di rimanere anche se ha un po’ sofferto il distacco. Questa esperienza le ha permesso di crescere in fretta, imparare a gestire la sua vita anche dal punto di vista economico facendo molti lavoretti: cat sitter, cameriera in una trattoria, lezioni di italiano. Ora lavora come designer in un’azienda svizzera di prodotti longevity; la vita itinerante non è per lei che non ama viaggiare per lunghe tratte.”

Mariagrazia non era realizzata nel lavoro burocratico al Ministero: tante direzioni e tanti capi che si devono coordinare, la routine d’ufficio. Le mancava il lavoro all’estero e le difficoltà di inserimento erano molte in una città difficile come Roma: anche solo raggiungere il posto di lavoro era faticoso. Insomma un periodo buio:

Ero molto arrabbiata e ho dovuto ripercorrere i luoghi della mia infanzia e giovinezza e ritrovare questi legami che avevo con la città per riconciliarmi; passeggiavo spesso alla riscoperta delle mie radici: piazza Barberini dove abitavano i nonni paterni, la chiesa che frequentavano, i bar, le zone di Monteverde dove sono cresciuta, insomma ho ripercorso un itinerario esistenziale romano fino a ritrovare me stessa. Avevo inoltre delle colleghe che mi hanno ben accolto e coccolata e questa è stata una risorsa importante.

Quando mia figlia ha ottenuto la maturità ricordo che siamo andate al bar dell’orologio, a Villa Borghese, per tentare di convincerla a iscriversi all’università a Cap Town, sede che mi avevano proposto e dove volevo trasferirmi, ma lei ha deciso irrevocabilmente di rimanere in Europa. Io sentivo che trasferirmi in Sud Africa sarebbe stata la mia rinascita così siamo partiti io,,mio marito, che nel frattempo aveva deciso di lavorare come agente di viaggio online, e la nostra Fiore. A quel punto avevo deciso di scegliere una sede pensando finalmente ai miei desideri. In Sud Africa mi sono trovata benissimo da subito, è un luogo magnetico con una grande spiritualità che scaturisce dalla natura. Gli animali, il cielo stellato, il vento, le onde dell’oceano del Capo di Buona Speranza fanno sentire di essere ai confini del mondo. L’emisfero australe mi ha cambiato la visione per l’immensità dei territori; vivere lontano da luoghi affollati mi ha permesso di trovarmi in un’altra dimensione.

L’attività consolare era interessante; ho capito subito la realtà in cui mi trovavo e la mia esperienza di lavoro in Europa era stata utile: potevo apportare qualcosa di particolare. Ad esempio sono riuscita a far venire la Madonna del Guercino per una mostra in cui si abbinava il dipinto del pittore italiano con una Madonna locale: un esempio delle varie attività culturali molto interessanti realizzate. Con i colleghi francesi abbiamo portato avanti diversi progetti socio-culturali: murales per valorizzare le township, un asilo nido in una baraccopoli per le donne che sostengono la famiglia con il loro lavoro da pendolare e hanno bisogno di affidare i bambini a strutture sicure. È un paese dai contrasti incredibili: paesaggi naturali maestosi di fronte a realtà estremamente difficili. Troppe donne vengono violentate abitualmente fin dai 13/14 anni; la contraccezione non è accessibile come la sanità in genere. Anche questo è in assoluto contrasto con la medicina avanzata di eccellenza di cui possono usufruire solo in pochi.”

Durante il Covid Mariagrazia decide di tornare a Berna per essere più vicino alla figlia. Nel frattempo purtroppo era morta un’amica di Irene, figlia di una collega, quindi l’idea di ritrovarsi tutte insieme è tristemente svanita. Trova tutto più difficile, più caro e deludente. Dopo due anni quindi accetta di ripartire per un’altra destinazione e questa volta è il Marocco, dove vive e lavora attualmente e dove l’ho conosciuta durante la mia presentazione del saggio su Alberto Manzi, evento culturale curato dalla Società Dante Alighieri in collaborazione con il Consolato:

Il lavoro al Consolato qui risente, come in diversi altri posti, di uno squilibrio fra la domanda di servizi amministrativi e le risorse umane insufficienti. Manca un piano finanziario e una visione lungimirante che voglia sciogliere questo nodo che qui riguarda soprattutto il decreto flussi: a fronte di tante richieste di visti per far quadrare i numeri dovremmo poterne rilasciare per esempio 350 al giorno ma con le risorse che abbiamo non riusciamo ad evadere più di 200 pratiche: casi di ricongiungimento familiare, lavoro subordinato, imprenditori, studenti, visti turistici. Di ciascuno dobbiamo analizzare bene la condizione ovviamente, inoltre dobbiamo fronteggiare anche situazioni straordinarie.”

Mi rendo conto della passione che Mariagrazia mette nel suo lavoro ordinario e straordinario quando racconta alcuni casi particolari che ha gestito e supervisionato. Orgogliosa, racconta di un difficile caso risolto: una bimba di cinque anni malata terminale che tentava di accedere ad una terapia molto costosa di cui avrebbe potuto usufruire se avesse potuto raggiungere la zia residente in Italia. Seguendo il caso nel dettaglio non ha esitato a chiamare la dottoressa dell’ospedale Bambin Gesù di Roma che avrebbe dovuto prendere in carico la bambina. Il medico le spiega che se non si fosse attivata immediatamente la terapia alla paziente non restavano più di due mesi di vita: un tempo inconciliabile con quello burocratico. Riuscendo a superare gli intoppi burocratici, in una settimana la bimba viene presa in carico dal sistema sanitario nazionale.

Racconta inoltre di diversi casi di donne da aiutare in situazioni estremamente difficili, come “satelliti di vite” che chiedono aiuto e attraversano la sua strada:

Proprio qualche notte fa sono stata svegliata per la segnalazione di una giovane italiana relegata dal compagno in una cantina e che non voleva lasciarla partire. Purtroppo ci sono casi frequenti di italiane di origine marocchine che al ritorno al paese d’origine magari per una vacanza, scoprono che la famiglia ha organizzato un matrimonio con qualche parente. Ricordo il caso di una ragazza ingannata che avrebbe dovuto sposare un cugino e alla quale la famiglia aveva sequestrato il passaporto. È venuta al consolato a chiedere aiuto, noi le abbiamo fatto fare una denuncia di smarrimento, rilasciato un Emergency Travel Document e, accompagnata in aeroporto con il taxi consolare, si è imbarcata con il primo volo per l’Italia.

Ne vediamo davvero di tutti i colori: matrimoni falsi per ottenere i documenti: magari qualche anziano pensionato o nullatenente che per arrotondare si fa pagare da qualche giovane una specie di dote in cambio delle nozze. Donne in vacanza che cadono sotto lo charme di qualche giovane locale che poi chiede loro soldi o altri vantaggi meno sentimentali. Alcune sono storie davvero drammatiche come quella di una signora italo-marocchina residente in Francia sposata con un matrimonio combinato e con quattro figli. Il marito era un integralista e violento e la maltrattava. Sono venuti in Marocco dove lei non ha trovato nessun appoggio dalla famiglia che non voleva divorziasse. Noi abbiamo avviato una procedura di divorzio in Francia, l’abbiamo fatta entrare in una casa di protezione per donne maltrattate con i figli. Non dimenticherò mai quello che ho visto nei suoi occhi: aver paura di parlare anche qui con noi in Consolato dove era fuggita con un taxi un pomeriggio per chiedere aiuto. Non era abituata a condividere i suoi problemi, i suoi dolori ma quel giorno è arrivata e ha detto: -Sono italiana, potete aiutarmi?”

Parliamo ancora di solidarietà e di viaggi, di esperienze avute nel suo lavoro e nei vari paesi dove ha abitato. In Marocco si trova bene, vive vicino al lavoro con suo marito e la gatta Muja che vuol dire Onda, adottata in circostanze particolari dopo che Fiore era morta in Sud Africa. Le chiedo infine cosa mette nel suo zaino:

Sicuramente non mi ingombro di inutili conoscenze: nei miei spostamenti ho imparato a dare priorità alle relazioni importanti quindi conservo solo le vere amicizie che coltivo anche a distanza.

Con me porto sempre gli insegnamenti di mia madre: anche se non c’è più mi sembra di sentire a volte la sua voce, magari un rimprovero o un’intuizione, un consiglio che sembra provenire da lei. In particolare mi ha insegnato l’importanza di ascoltare molto e di ritagliarsi degli angoli di silenzio e di riflessione, di dedicarsi alle persone care senza dare mai per scontato l’amore degli altri. Vorrei portare sempre il rapporto bello di mia figlia che è una giovane donna autonoma e matura.

Infine nello zaino ci saranno sempre i miei viaggi interiori che fanno parte di me, i miei ricordi più preziosi.”

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

Articolo precedente

Tra profumi e gioielli

Next Story

12 Donne e fumetti: Piratesse di mari e nuvole