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Sara è una donna sensibile, attenta, concentrata a fondo nel lavoro e capace di perseguire il suo progetto di costruire una vita vivendo e viaggiando all’estero per soddisfare la sua curiosità verso le altre lingue e culture. I nostri cammini si sono incrociati in Marocco, a Casablanca, dove vive da qualche anno e dove ha trovato il suo amore. Pur essendo piuttosto riservata, Sara condivide con piacere questa storia d’amore che potrebbe ben ispirare una sceneggiatura cinematografica:
Sono arrivata a Casablanca nel settembre del 2020, durante il Covid, dopo un bellissimo anno passato in Turchia. Innamorata della cultura araba, cercavo come mia prossima destinazione di vita un Paese non troppo lontano dall’Italia per ragioni familiari: volevo conciliare la mia curiosità con le necessità pragmatiche. In realtà il Marocco mi ha inaspettatamente cambiato la vita: dopo ventiquattro ore dal mio arrivo ho incontrato Talal, quello che sarebbe diventato il mio compagno. Era da poco tornato dagli Emirati dove viveva: ci siamo incontrati per pochi minuti a Casablanca (io ero arrivata la sera prima) ed è stato un colpo di fulmine. Lui era in pausa pranzo con i colleghi ed io ero andata a mangiare nello stesso ristorante: i nostri sguardi si sono incrociati per poi perdersi. Quando sono uscita dal ristorante, lui era fuori che mi aspettava per chiedermi se potevamo parlare e conoscerci e mi ha lasciato il suo numero di telefono. La sera poi abbiamo cominciato a scambiare messaggi, poi a sentirci e dopo una settimana siamo andati a vivere insieme. Ci accomuna tra le altre cose l’amore per la libertà: siamo molto rispettosi dell’indipendenza di ciascuno ma tutto è venuto naturalmente, senza bisogno di spiegare o negoziare. Mi sembra che il maktub (destino) ci abbia fatti incontrare anche se ho dovuto scontrarmi con molti pregiudizi intorno a me.
Sara racconta della sua magnifica infanzia e adolescenza trascorsa a Sansepolcro, in provincia di Arezzo, dove mantiene importanti amicizie. Molto presto però sente che il luogo le stava stretto e in quinta liceo decide di iscriversi a Bologna alla Facoltà di Lingue e letterature straniere (inglese, spagnolo, arabo). L’università nella città bolognese è stata il punto di svolta per capire che voleva studiare per aprirsi un’entrata culturale su altri mondi e lì cominciò il sogno di andare in Argentina. Aveva capito che voleva trovare un modo per lavorare e viaggiare, avere l’occasione di spostarsi e conoscere altri Paesi, altre realtà. Durante gli studi di specialistica a Modena, parte in Erasmus a Izmir, in Turchia:
L’Erasmus mi ha dato la possibilità di avvicinarmi al Medio Oriente e al mondo turco in particolare. Per me Izmir è diventata una seconda casa dove ho continuato ad andare spesso, a coltivare gli amici conosciuti in quel periodo. Ma non è stato solo uno dei periodi più felici della mia vita perché l’Erasmus permette di trovarti con altri giovani di tutte le parti del mondo, ma soprattutto mi ha permesso di sperimentare quella vita di apertura ad altre culture che agognavo. Durante l’Erasmus, feci il mio primo viaggio verso Est e una sera arrivammo con un mini bus a Kars, al confine con l’Armenia: nevicava fitto, era tutto bianco e la città deserta; entrando in una locanda fui accolta da un omone con baffi giganti che mi disse: Welcome to Kurdistan! Ho colto l’occasione per viaggiare e conoscere il Paese; in particolare, per la laurea, ho avuto in regalo un viaggio per tornare durante il Newroz, capodanno persiano/curdo che ho potuto vivere appieno con grande gioia. La cerimonia e le tradizioni, come la lingua, non sono ben viste dal governo turco e vengono ostacolate ma la gente cerca di autodefinirsi e determinare l’identità curda tramite i colori e le feste popolari che assumono un significato indipendentista. La parte curda della Turchia sudorientale è una zona meravigliosa dove il turismo ufficiale raccomandava di non andare: è una parte di mondo semisconosciuta che ha una grande ricchezza umana: è un mondo che resiste ed esiste nonostante i tantissimi anni di scontri e di tentativi di assimilazione. Mentre ero in un ristorante di Diyarbakir con un’amica, una famiglia mi ha invitato al matrimonio di una delle ragazze il giorno dopo: con i colori, i canti, le stradine della Città vecchia, i balli in cerchio, i riti quasi catartici, mi sembrava di essere in un film di Kusturica.
Dopo la specialistica, Sara inizia a candidarsi per insegnare nelle scuole italiane all’estero. Durante l’estate le arriva una proposta da Mosca: parte così per la sua prima esperienza lavorativa in una scuola molto ben organizzata. E’ un periodo intenso ma formativo durante il quale stringe forti legami con colleghe e studenti:
Mosca è una città stupenda: la maestosità della cattedrale di San Basilio, i suoi colori splendenti che esplodono quando il sole illumina la neve, il fiume ghiacciato, il balletto del Bolschoi. Dall’altro lato però è stato difficile entrare nella rete sociale; l’esperienza è stata comunque fondante perché ha consolidato il mio desiderio di lavorare all’estero. Ho sentito che ero sulla strada giusta così, dopo essere tornata in Italia per un annetto, sono partita per l’Argentina.
Di tutti i soggiorni e viaggi che racconta quello in Argentina le smuove emozioni profonde e il suo viso si illumina radioso: la gioia è contagiosa e Sara riesce a trasmettere l’amore che è cresciuto in lei per questo Paese, in particolare per Buenos Aires. Non sono solo i paesaggi mozzafiato e la natura che si incontra ad averla colpita – deserto, ghiaccio, pinguini balene, foreste…- ma anche e soprattutto la gente. Questo Paese le ha aperto gli occhi e il cuore per le bellezze naturali e per la storia particolare che trabocca in ogni angolo della strada, in ogni persona che si incontra:
Buenos Aires è una città che ti risucchia, nell’aria si respira qualcosa di speciale che non ho trovato in nessun altro posto: è unica nel suo genere. In ogni quartiere, ad esempio, trovi qualcosa di un po’ di Europa ma gli ex-emigranti hanno rivisitato le loro radici per costruire qualcosa di originale che è proprio a questo posto. Le varie pagine di Storia inoltre si leggono ancora negli occhi della gente e si ascoltano: le lotte sociali, femministe, la plaza (la Plaza de Mayo) con las abuelas, las madres de los desaparecidos con le Abuelas e las Madres de Plaza de Mayo, che raccontano e testimoniano instancabili la loro lotta per ottenere “Verdad y Justicia”.
Comprendere le realtà e i movimenti sociali del Paese che attraversa o in cui va a vivere è stato sempre l’obiettivo di Sara che racconta proprio di essersi immersa in Argentina nel processo di ricerca di giustizia che il Paese sta attraversando ancora. Nella Plaza de Mayo parla della ronda de las madres dove regolarmente, in una specie di marcia fiera e decisa, si riparano e si riuniscono le donne ormai anziane, fonte inesauribile di testimonianze da raccogliere. Una di loro le racconta che la sorte l’ha tragicamente beffata: “Venni in Argentina dall’Italia per scappare dal fascismo e la sorte a cui sono sfuggita ha colpito mio figlio: lui è tra i desaparecidos della dittatura di Videla”.
Un’altra storia che colpì Sara, sempre alla ricerca delle testimonianze delle persone, le è stata narrata nella ex scuola della marina di Buenos Aires, oggi centro culturale noto come ex Esma. Qui spesso le visite guidate sono tenute dalle madres/abuelas che accompagnano i nietos recuperados nelle loro ricerche. Una volta uno di questi ragazzi racconta come scoprì la sua vera identità: “Ho sempre saputo che c’era qualcosa di strano nella mia famiglia, nei miei genitori che ho scoperto essere apropriadores. Una volta una ragazza mi si avvicina e mi dice di essere mia sorella così decido di andare nella sede dove si fanno i test del DNA e scopro la terribile verità”. C’è la pubblicità che dice “si tienés dudas sobre tu identidad acercate a Madres de Plaza de Mayo” dove il lavoro di ricerca per ritrovare e ricongiungere le famiglie separate è costante. D’altra parte ci furono 30.000 desaparecidos e centinaia di bambini sottratti ai genitori e ‘ricollocati’ durante la dittatura militare, tra il 1976 e il 1983.
Queste intensi scambi hanno legato Sara ai luoghi dove ha vissuto e viaggiato (l’Argentina, il Medio Oriente, il Kurdistan…) rivestendo di significato questi pezzi di vita:
Quando rifletto a questi miei spostamenti penso sempre a cosa mi disse un giorno una mamma argentina: “vos no dejas vacíos sino pedazos de vos”. In effetti mi sembra di essere riuscita a piantare radici dovunque sono andata: ho lasciato un pezzettino di me dappertutto e ho preso qualcosa dovunque, le mie radici sono dappertutto sia stata e vissuta. D’altra parte penso sempre che se posso fare questa vita è perché so da dove vengo, dove sono le mie radici primarie, ben piantate nel mio paese di origine. Ho sempre conservato un rapporto di amore/odio con il mio paese: crescere in provincia è un mondo tutto particolare, nel bene e nel male. Ho avuto un’adolescenza impregnata di una socialità unica, lì ho le mie migliori amiche con le quali c’è un legame speciale. Non ho dubbi infatti su chi sono le persone per cui vale la pena tornare: sono le mie ‘soul sisters’. Mi hanno sempre sostenuta nei miei momenti difficili e dolorosi: loro sono le mie radici e se non potessi tornare mi si spaccherebbe il cuore. Mi sento parte di quel posto e di quella comunità anche da lontano e la coscienza di poter tornare mi fa stare bene dovunque..
Torniamo a parlare dell’esperienza professionale argentina e Sara racconta i tre anni intensi passati in una scuola coinvolgente, dinamica, attiva dove ha cavalcato un’onda capace di trascinare sempre più in alto docenti, studenti, famiglie: fin dalla prima elementare si organizzava campeggi in campagna, poi in quinta uno scambio culturale in Uruguay. Sara mi mostra le foto e i messaggi dei suoi ex studenti (con i quali ha ancora un legame molto stretto) che stanno organizzando proprio in questo periodo il viaggio della maturità a Firenze:
Purtroppo mi sono ammalata gravemente durante le vacanze di primavera del 2018, in settembre, mentre ero in Bolivia. Ho fatto riabilitazione a Buenos Aires e in quei mesi ho maturato l’idea di rimettermi in sesto a casa, così ho lasciato il Paese ma sono ancora molto legata alle persone che ho conosciuto: il cuore l’ho lasciato là anche se sono dovuta partire. Sono tornata a casa a dicembre e sono rimasta fino a luglio: mi sono curata e poi sono partita per la Turchia. La conoscevo bene e quindi l’ho sentita abbastanza familiare e, dopo la malattia, un luogo sicuro per eventuali problemi di salute o altro, miei o della mia famiglia in Italia: la vicinanza si misura in ore di volo e oceani da attraversare.
Continuiamo a parlare di viaggi e di vite sorseggiando un buon tè alla menta nel salone dell’appartamento che ho affittato a Casablanca e dove già mi sento a casa. Sara mi confida che viaggiare da sola le ha regalato le esperienze più significative:
Prima del mio soggiorno Erasmus non sapevo che avrei potuto viaggiare da sola con grande soddisfazione, non l’avevo mai provato e pensavo non fosse stato possibile, ma per me mentre è diventata una filosofia di vita. Non hai la stessa consapevolezza nella dimensione del viaggio in coppia o in gruppo perché ti dà una percezione di te stessa e una disponibilità diversa all’incontro con gli altri. Questo modo di viaggiare ha fatto parte della mia crescita personale anche di liberazione dalla mentalità di provincia dove ti guardano male anche se vai al cinema o al ristorante da sola. Anche nella relazione con gli uomini ora so che sono profondamente indipendente, non ho bisogno di uomini al fianco che mi guidino.
Quando viaggi da sola sei facilmente portata a entrare in contatto con altre persone, soprattutto altre donne che viaggiano da sole. Persone fuori dall’ordinario che aprono orizzonti nuovi: in effetti ci si attira fra viaggiatori -non turisti- un mondo più esteso di quanto si possa pensare. E’ anche più facile conoscere autoctoni e integrarsi almeno per il tempo in cui si passa e si soggiorna. E’ l’opposto dei viaggi organizzati per il turismo di massa dove grupponi si muovono all’unisono trasformano posti incontaminati in luoghi mercificabili e commerciali. Il viaggiare da soli ti dà la possibilità di entrare in contatto con il tessuto sociale, quando sei sola e aperta a tutto può capitare di mettere insieme un pranzo o una merenda anche con i locali o venire invitata a casa… Una volta ero in un mini bus che partiva da una cittadina del Nord dell’Azerbajan diretta in Georgia e un’anziana passeggera novantenne mi chiese in russo dove avrei dormito; mi invitò a casa sua e mi raccontò che aveva fatto la guerra nelle montagne e poteva dormìire per terra lasciandomi l’unico letto della casa mentre la figlia e il nipote dormivano sul divano.
Non dimenticherò mai quando, durante il viaggio in Palestina, ero andata alla Moschea al-Aqsa di Gerusalemme, nonostante i continui e pesanti controlli israeliani. Ero seduta nel piazzale esterno, in mezzo agli alberi, dei signori anziani avevano tirato fuori il pic nic. Avevano un magnifico hummus e mi hanno invitata a pranzo; abbiamo scambiato poche parole in arabo con loro e in inglese con i nipoti. In Palestina, nel 2015, ho seguito anche una guida locale che mi ha dato un’interpretazione sull’eterno conflitto. Raccontava che Israele è stato fondato in Medio Oriente non perché fosse la terra promessa ma per destabilizzare il mondo arabo, creando così una polveriera, un mercato aperto e infinito per le armi. IN quel viaggio vidi la pacatezza, la costanza, la pazienza di tutti i palestinesi che subiscono perquisizioni continue ai check point e le decine di controlli a fronte di un’aggressività e arroganza dei soldati israeliani difficile da accettare. Un giorno, durante la visita alla città di Hebron – eravamo una quindicina di ragazzi che viaggiavano da soli – raggruppati per due visite: la mattina nella parte palestinese e nel pomeriggio abbiamo poi seguito l’altra guida, un ragazzo israeliano, e abbiamo visto la differenza di condizioni di vita: tutto pavimentato, pulito, con acqua in abbondanza e case con piscina a fronte di una spaventosa povertà e condizioni igieniche insostenibili nella parte palestinese. In quella giornata ho potuto apprezzare la devozione dei palestinesi per il loro Paese non riconosciuto; con un sacrificio continuo e quotidiano difendono pochi metri di terra che gli restano. Hanno le reti per coprire le stradine del mercato perché spesso coloni gli buttano la spazzatura, le bottiglie dalle finestre dei palazzi, danno fuoco alle case durante i controlli: vivono nella paura e nell’incertezza continua. Se penso a quello che il popolo palestinese subisce da decenni provo molta rabbia e un senso di impotenza.
A proposito di viaggi solitari, vivere in Argentina ha permesso a Sara di realizzare, nel 2016, il sogno che nutriva fin da bambina di visitare Rapa Nui, l’isola di Pasqua. Quando aveva visto il film all’epoca, le sembrava un luogo mitico e lontano; già all’atterraggio si sentiva il cuore impazzire dall’emozione:
Si sentiva forte la lontananza dal continente e di essere in un posto sperduto nell’oceano con un background culturale polinesiano, completamente in pace con l’ambiente circostante. Ho passato la serata con la signora del B&B sull’oceano, in silenzio e sotto una luce fioca, aiutandola a fare la corona di fiori per gli ospiti del giorno dopo…Porto ancora con me la bellezza dei Moai, la natura protetta e incontaminata, la gentilezza delle persone….non c’era ancora tanto turismo e questi ragazzini che mi passavano davanti con tavola surf e correvano verso la scogliera lanciandosi in acqua con uno spirito in armonia con il paesaggio e l’ambiente, ce li ho ancora davanti agli occhi.
Ho studiato lingue per avere la possibilità di comunicare e di espandere le mie conoscenze il più possibile. Attualmente non ho una lingua sola nella mia testa: la mia lingua è composta da tante lingue: l’inglese è la lingua quotidiana che parlo con il mio compagno anche se sono immersa nel mondo arabo e francofono, lo spagnolo è la lingua che amo di più fin dall’università, in particolare l’argentino mi è entrato in testa profondamente. Alcune parole ed espressioni mi vengono naturali in una specifica lingua ad esempio very nice lo esprimo meglio in turco…, spesso rispondo in russo in contesti vicini alle mie esperienze moscovite. La mia testa è una babele dove non c’è un confine ma tante porte che aprono zone del cervello, le lingue si riconnettono con le radici del Paese in cui ho vissuto, con le persone che hai conosciuto e con cui hai parlato.
Si è fatta ora per Sara di incontrare il compagno e suo fratello in visita alla metropoli e così concludo l’intervista chiedendole di questa sua vita a Casablanca. Questa sua nuova vita corrisponde certamente ad un’immersione più profonda nella cultura magrebina. Qui si sente a suo agio anche perché non le manca la vita occidentale incluso l’alcool che non beve perché astemia anche se trova difficile conoscere persone della sua generazione al di fuori del lavoro:
Conosco bene il contesto generale e non mi costa adattarmi alla cultura e alla società: i marocchini sono aperti e molto cortesi. D’altra parte è difficile trovarsi male in Marocco soprattutto nella nostra condizione fortunata. In futuro progettiamo con Talal di partire forse in Spagna: non fuggo dal Marocco ma non so dove mi porterà il futuro. D’altra parte se avessi ascoltato chi mi sconsigliava di partire e mi diceva “chi te lo faceva fare, è più comodo restare, non partire, dove vai….”, mi sarei fermata e non sarei stata felice. Anche se è stata una scelta per la quale si paga uno scotto, si fanno sacrifici a livello emotivo, penso che ne sia valsa la pena: ho realizzato molti sogni. Per il futuro mi auguro semplicemente di non perdere la mia curiosità e il movimento che hanno caratterizzato la mia vita, allora mi dico: Sara, vai, adelante!

