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Da oggi in libreria: “Donne con lo zaino. Storie di donne sempre in cammino”, Elliot ed.

Care lettrici, cari lettori,

quindici mesi sono passati da quando ci siamo affacciate la prima volta sul web. Dapprima una manciata di amiche poi, piano piano, le lettrici sono aumentate e si sono unite a noi per raccontare e raccontarsi. Le donneconlozaino ci hanno parlato delle loro esperienze e delle loro vite. Abbiamo raccolto le loro testimonianze, i loro racconti di viaggi reali ed esistenziali, il loro cammino nella vita e nelle strade del mondo.

Ora sono qui, in un libro che la casa editrice Elliot ha pubblicato credendo ed investendo in questo progetto e che uscirà domani in libreria. 

Alcune cose sono cambiate dalle storie apparse nel nostro blog: Teresa e le scarpette a punta, Nena e la sua Tara ci hanno lasciato; Kathya e le infinite case ora abita (più o meno stabilmente…) ad Algeri e Tania è tornata negli Stati Uniti; la francese che non dimentica mai il rossetto ha una terza bambina; Silvia,la dottoressa della terapia intensiva, aspetta una bimba; Andrée e Anne hanno cambiato lavoro e Elsie con la sua associazione Costruisci un sorriso ha quasi terminato la scuola in Congo. Ed ora loro e tutte le altre hanno un posto nel libro appena uscito che vi invitiamo a cercare nella vostra libreria del cuore, a leggere e a diffondere. In questo modo faremo circolare la voce di molte donne che continueremo a pubblicare nel blog donneconlozaino.org e, chissà, in un prossimo volume!

Intanto, buona lettura:

una piccola donnaconlozaino all’arrivo dei libri!

Un viaggio lungo un passo

Questo è il varco di comunicazione tra il cimitero di Lecce e l’adiacente parco di Belloluogo. Mi sono sorpresa a vederlo aperto, perché di solito è chiuso, ma immediatamente mi è venuto il pensiero che era giusto che fosse aperto perché ben rappresenta un passaggio per niente traumatico tra quello che è la vita, il gioco, le attività ed il riposo eterno.

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Chi ha assistito alla morte di qualcuno sa che questo passaggio è questione di un attimo, di un respiro, non si avverte il tempo che si ferma, la pausa che ci vuole per un passaggio così importante, succede in un arco di tempo che è impercettibile e che fa la differenza.
Per passare dal bar, dal prato dove c’è il giocoliere, dai ragazzi che studiano, dai bambini che giocano al cancello del silenzio, è necessario fare soltanto un passo per ritrovarsi in un’altra dimensione.
Ciò mi riporta a riflessioni fatte durante alcuni viaggi.
Mi è capitato di cercare ad Istanbul un locale segnalato dalla guida. All’indirizzo indicato mi sono ritrovata a passare e ripassare davanti al numero civico perché corrispondeva a un cimitero, con un muretto basso, un cancelletto aperto. Alla fine ho scoperto che per accedere a questo locale vivacissimo, frequentato soprattutto da giovani, bisognava attraversare un tratto di questo cimitero. Il fondersi fra la vita e l’aldilà mi è sembrata un atteggiamento di grande civiltà e di rispetto, in fondo è la metafora della vita stessa, il ritratto di quello che noi viviamo. Ad Istanbul avevo già notato che i cimiteri sono aperti a tutte le ore e che non hanno cancelli alti e che sono all’interno della città. Tu li guardi mentre passeggi per le vie e tutto è una convivenza fluida tra la vita e la morte.
Il cimitero di Stoccolma Skogskyrkogården è patrimonio dell’UNESCO e visitarlo è un’esperienza assolutamente da fare.I viali d’accesso sono progettati in modo da accompagnare le emozioni dei visitatori verso il rito funebre, mentre le uscite portano verso ambienti naturali sereni e piacevoli per riconciliare le persone con il proseguimento della vita. Qui non si vive la sensazione del distacco, della sofferenza, ma si respira sempre il rispetto della memoria e il fluire tra la vita e la morte. È un posto immenso, magnifico, dove si ritrova la pace, la spiritualità.
Nel centro visitatori si può sostare ai tavolini messi a disposizione sorseggiando un caffè, leggendo un libro preso dalla piccola biblioteca, con le copertine sulle gambe: la vita che fluisce in compagnia dei ricordi cari.


La collina della meditazione è un momento di ascesa dello spirito, di ripiegamento verso se stessi e di innalzamento verso il cielo. Gli alberi della collina si riflettono in un laghetto con le ninfee, niente di traumatico, ma un posto dove trovare sollievo.
Può capitare che , passeggiando per l’immenso bosco che è il cimitero, tu possa essere attratto dalla musica classica proveniente da una cappelletta immersa tra gli alberi: è in corso una cremazione e l’accesso è consentito solo ai familiari.
Tutto contribuisce a tenerti a mezz’aria in una dimensione altamente spirituale.
Ritorno al mio cancello aperto ed varco serena il confine che non c’è e che mi avvicina ai miei affetti più cari.
Dedicato ai miei genitori.

Francesca Schifa

Viaggi che…ti cambiano

Da tempo volevo mettere per iscritto il mio “viaggio” in America Latina effettuato nel 2009.

Atteso con ansia, organizzato nei minimi particolari grazie alla mia amica Raffaella e sul quale gravava l’impegno di realizzare i miei sogni di bambina e di docente di Scienze!!

Non un diario di bordo, troppo lungo, né una descrizione a posteriori di cose “dell’altro mondo”, bisogna viverle per crederci, né tanto meno una elencazione di tappe, troppo banale per una terra che merita la gioia degli occhi e del cuore per ogni luogo su cui poggi il passo.

Volevo, invece, racchiudere in poche righe il grande viaggio che quel lunghissimo volo in un altro continente mi ha permesso di fare dentro di me e il profondo cambiamento che ha prodotto nel mio animo e i cui effetti ancora permangono.

Da Buenos Aires a Santiago del Cile, Valparaiso, Iguazù El Calafate, Punta Arenas; ogni volta che tornavamo in albergo era una cascata di parole, impressioni, meraviglie e io e mio marito dormivamo quasi schiacciati da tantissime emozioni che eravamo consapevoli, una volta a Roma, non avremmo saputo trasmettere in modo completo a nessuno di coloro che ci attendevano.

Arrivati alla Terra del Fuoco dove era in programma di festeggiare i nostri compleanni, nati entrambi a marzo a distanza di pochi giorni, a Ushuaia il paesaggio era di nuovo cambiato. Nulla era rimasta della foresta subtropicale che avevamo lentamente lasciato alle spalle per andare, ancor più lentamente verso la “Fin del Mundo”.

Ricordo che l’appuntamento con il Battello per il viaggio verso i ghiacciai era alle 9 del mattino ed ero particolarmente emozionata pregustando una giornata “straordinaria” !! Ma non credevo tanto.

I posti all’interno del battello erano molto contesi perché l’aria era pungente e la velocità, pur modesta, dell’imbarcazione la rendevano veramente sferzante. Io avevo scelto di stare sul ponte, all’esterno, per non filtrare il paesaggio neanche attraverso i vetri della cabina! Volevo “assaporare” per bene ogni cosa.

I ghiacci che galleggiavano sull’acqua erano meravigliosi: erano tutti di colore diverso, celesti, bianchi, blu , azzurro petrolio e molti di loro erano popolati da pinguini- imperatore che si tuffavano allegramente fuggendo ( o giocando ?) dalle otarie che spesso facevano capolino dall’acqua.

Il ponte non era molto spazioso e un turista passando con il suo zaino in spalla ha urtato i miei occhiali facendoli letteralmente “volare” in aria! Non so come ho fatto a riacciuffarli in volo prima che piombassero in mare! Dio mio come avrei fatto a guardare tutto quel miracolo della natura senza i miei occhiali!??!!

In un tratto di costa più praticabile il battello ha accostato e i turisti avevano la possibilità di scendere tra i ghiacci e i pinguini. Io sono scesa e…. guardandomi intorno, forse anche per cercare dove e cosa fotografare, senza che ne avessi consapevolezza, ho cominciato a piangere!

Cosa mi stava succedendo? Era un pianto di felicità estrema, di gioia, di gratitudine. Il cuore era così gonfio di riconoscenza nel Creato che mi stava regalando l’esperienza più unica e irripetibile in cui potessi sperare che aveva bisogno di esternarlo e tramutarlo….in lacrime!

“Essere su un ghiacciaio del Polo Sud, tra veri pinguini che si rotolano o si tuffano, con l’aria ghiacciata sul viso che non è quella della mia città, con il cielo così terso e gelido….. No, Maretta mia, non stai sognando né stai guardando un documentario di Piero Angela!!! Sei qui, davvero qui, tu tra i pinguini, nell’altra parte del Mondo!”

E allora, perché non piangere di felicità??? Perché non dire grazie alla vita per avermi fatto questo dono? E che mi importa se gli altri mi guardano? Che ne sanno della mia gioia e della mia gratitudine? Da oggi in poi avrei fatto come mi diceva mia zia Marisa che, all’improvviso era lì con me con le sue parole: prima di chiedere, passa in rassegna ciò che hai avuto, può darsi che quello che stai chiedendo non è poi così importante!

Tornata sul battello, mio marito mi ha chiesto se avessi scattato delle belle foto. No. Neanche una.

Senza la mia Nikon ne avevo stampata una, grande ed indelebile, nel mio cuore.

Maretta

Racconti di Paesi e città 2: Maputo

Comincio con una città del cuore, lo sono un po’ tutte quelle di cui vi parlerò. Ho vissuto a Maputo dal 1977 al 1988. In questa città ha trascorso un’infanzia felice e i primi anni dell’adolescenza mia figlia Maja; lì sono nati mia figlia Joana e mio figlio Jaime.
È in questa città che sono ambientati molti dei racconti del mio primo libro “Sguardi altrove”. In questa città, in quartieri come Chamanculo, Xipamanine, il mitico Mafala di José Craveirinha, Costa do Sol, il Jardim Tunduru, la Baixa, i caffè di allora, il Continental e lo Scala – parlo degli anni che vanno dal post indipendenza fino alla fine degli ’80- ristoranti come il Piri-piri, discoteche come il Búzio. Di bar caffè ristoranti ce n’erano allora pochi. Il Mercado Central e i mercati di Xipamanine e Chamanculo. La fortezza, il porto, i belvedere. Maputo era tutto questo ma era soprattutto la gente per le strade, le venditrici del mercato, i miei studenti, gli amici intorno al grande tavolo, opera di José Freire, nella nostra casa nel barrio da Coop, le grandi discussioni piene di speranza e di voglia di costruire un mondo migliore, l’allegria di inventare il cibo da condividere col poco che si trovava, le vicine e i vicini di casa, i tanti bambini che giocavano per strada e che insieme facevano festa e che venivano da me perché li truccassi, i bambini con cui fare cinema e teatro, nelle scuole, nei quartieri. I tanti nomi che restano nella mia mente e nel mio cuore. Quella grande scuola di vita che nasce dal confronto con i limiti e le difficoltà. Le parole, le storie imparate per strada, dagli amici, dai grandi scrittori e poeti del Mozambico, alcuni allora poco più che ragazzi. Tutto questo fa parte di me, della mia vita, di quel che sono, di ciò che racconto.

Anna Fresu

Isabelle

Una donna con lo zaino ci ha scritto per raccontarci di lei, dei suoi studi e delle sue interessanti esperienze e siamo liete di farla conoscere alle nostre lettrici.

Isabelle Preuilh ha più vite: è diplomata in storia dell’arte, danzatrice, traduttrice, interprete, conduttrice radiofonica ma, soprattutto è un’instancabile viaggiatrice.

Un giorno,  mentre camminava lungo la via che porta a Santiago de Compostela, una statua posta nella cornice di una finestra ed alcune bandiere tibetane attirarono la sua attenzione. Pochi giorni dopo, un incontro con una sciamana guatemalteca e una giovane studentessa di Roma la convinsero ad entrare in contatto con la cultura tibetana.

Appena tornata da Santiago iniziò perciò a studiare medicina tibetana. Il suo interesse per certe pratiche la portò successivamente nel nord dell’India, ai confini del Pakistan, a Dharamshala, poi in Tibet, Darjeeling, Sikkim e infine in Nepal dove incontrò lama e guaritori e sperimentò le loro pratiche di autoguarigione ancestrale.

Questi vari approcci alla cultura tibetana la spinsero infine verso la lingua che trasmetteva ciò che aveva imparato fino a quel momento.  Così si fermò tre anni a Kathmandu per seguire un corso di filosofia in un monastero sulle alture del quartiere tibetano. Studiò il tibetano classico, e si confrontò con diverse tecniche di meditazione tantrica. 

Nel 2017 diventò membro della Fondazione Internazionale per la Medicina Tibetana – Sorig Khang International, e iniziò a tradurre un testo di  pratica meditativa pubblicato poi con il titolo “Le miroir de lumière” per le edizioni Sky Press. Responsabile della filiale della fondazione in Francia, a Marsiglia, si occupa da allora di trasmettere i principi della meditazione energetica e di tradurre in francese manuali di pratiche tibetane.

Oggi, vive a Firenze. Dopo aver sperimentato i benefici di queste pratiche tradizionali nella vita quotidiana, insegna meditazione energetica e progetta di tornare ad accompagnare viaggi in Himalaya. Sta per pubblicare la sua seconda traduzione dal tibetano dove viene spiegato in maniera dettagliata come praticare la meditazione dzogchen.

Vi invito a visitare himalayantrailing.com, il suo blog (in lingua francese e tradotto da Google con fantasia!).  E’ interessante e colorato come lei.

Così ci racconta di una sua esperienza a Kathmandu:

Il processo è impegnativo, frustrante, a volte mi porta alla nausea. Ma è necessario se voglio travalicare, ritrovarmi seduta dall’altra parte della parola, laddove Il significato non è definizione ma sensazione. 

Il processo è lungo, lento, senza fine apparente, e a volte mi scoraggio ma il giorno successivo sono di nuovo seduta di fronte all’uomo che ho scelto come insegnante, in attesa delle sue parole, dei suoi consigli. Ogni pomeriggio, su un tappeto sbiadito, in mezzo ad una stanza con pochi mobili mi siedo a gambe incrociate, in semi loto. Davanti a quell’uomo. È avvolto in una pezza di cotone bianco in ogni stagione. Prima che entri, egli accende un bastone di incenso e recita preghiere affinché si possa godere della massima protezione durante la nostra sezione di traduzione. Dalla finestra, si distingue la sagoma dello Stupa, che dall’alto dei sui 43 metri, simboleggia la natura della nostra mente secondo le varie tradizioni spirituali dell’Himalaya. 

Siamo nel cuore di Bodhanath, il quartiere tibetano di Kathmandu, cuore pulsante di una delle scuole filosofiche che l’uomo studia, plagia, deride, rispetta da quasi tre millenni.

Vivo a Bodhanath. Nel caos apparente, nel rumore, nella polvere, nella moltitudine, in cerca di qualche forma di disciplina che possa orientare la mia mente verso quel che non ha ancora sperimentato. 

Non possiedo particolare talento ma mi piace l’idea di navigare in mari sconosciuti… Per cui mi siedo ogni pomeriggio nello stesso posto, con la determinazione di chi proprio non ha né talento né genio, e ciò per circa undici mesi. All’inizio leggevo con lentezza, in cerca di lettere da identificare, di sillabe da abbinare, di parole da riconoscere. Passavo ore ed ore a distinguere una sola parola fra centinaia. Perché?! Il Tibetano è una lingua parlata da circa quattro milioni di persone, forse cinque, se consideriamo i rifugiati sparsi su diversi continenti. Eppure mi pare attività indispensabile, anzi ne va della mia vita. Incontrerò qualcuno che parlerà solo tibetano e con il quale avrò bisogno urgente di comunicare? Insegnerò tibetano in Occidente? Rinascerò in Tibet?! Con ogni probabilità, niente di tutto ciò! Eppure ricopio parole all’infinito perché possano riecheggiare in me, imprimersi nella mia mente, nella mia carne. Perché possano modellare il mio pensiero come la goccia d’acqua modella la roccia.

Ogni parola sconosciuta sembra un gioiello, la chiave di una stanza buia. Qualcuna infonde paura. Intuisco che lo sforzo sarà immenso, forse aldilà delle mie capacità, ma so anche che la faccia nascosta di certe sillabe potrebbe avvolgermi e prendersi cura di me, fino a respingere più in là i limiti della mia consapevolezza.

È allora che inizia il mio vero e proprio viaggio. 

Nella vallata che guarda al tetto del mondo.

Del nostro mondo.

Isabelle Wangmo Preuilh

Firenze, 21/11/2021

Ricordare

Perché ripostare un articolo a distanza di dodici mesi? Perché purtroppo non è mai diminuita la violenza di genere. Nell’ultimo anno, in Italia, secondo l’ultimo report sugli “Omicidi volontari” curato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale , tra il primo gennaio e il 7 novembre  sono stati registrati 247 omicidi, con 103 vittime donne, una ogni tre giorni, di cui 87 uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 60 hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex partner.

Questi numeri ribadiscono che i femminicidi sono un problema permanente, un problema strutturale. La violenza contro le donne può essere veramente sconfitta solo se la combattiamo costantemente, al di là dei governi. Occorre fare un salto di qualità nella risposta di protezione nei confronti delle donne che subiscono violenza, nell’educazione delle giovani generazioni, nella sensibilizzazione continua dell’opinione pubblica.

Ricordare è utile?

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, in cui la stessa ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della violenza contro le donne e ridurne il fenomeno.

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita partendo dall’assunto che la violenza contro le donne sia una violazione dei diritti umani. Tale violazione è una conseguenza della discriminazione contro le donne, che inasprisce le disuguaglianze di genere.

Tale data segna anche l’inizio dei “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” che precedono la Giornata Mondiale dei Diritti Umani celebrata il 10 dicembre di ogni anno, proprio per sottolineare che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani.

In molti paesi, come ricordato nel nostro articolo dello scorso anno,  si esibisce il colore rosso e uno degli oggetti simbolo è rappresentato da scarpe rosse da donna, di solito esposte in luoghi pubblici per rappresentare le numerose vittime di violenza e femminicidio.

E sì, ricordare non è utile, è indispensabile.

R.

Photo by Kat Smith on Pexels.com

Storie di paesi e di città: Mi Buenos Aires querido-Mia amata Buenos Aires

Care lettrici, vi invitiamo a mandarci i vostri racconti sui Paesi e sulle città dove avete vissuto o che avete visitato; le pubblicheremo via via per formare un puzzle di luoghi e storie di vita dove intrecciare i nostri sguardi sul mondo e sulle nostre esperienze. Cominciamo da Grazia che ci ha già scritto della sua amata città d’adozione: Buenos Aires.

In questo articolo sintetizza la sua storia e il suo rapporto con la capitale argentina…


Nel 1998 il Ministero degli Affari esteri Italiano mi mandò a lavorare come docente e promotrice culturale a Buenos Aires, una città per me in quel momento sconosciuta e lontana. Non avrei mai immaginato che sarebbe diventata ben presto la mia città dell’anima.
Vi rimasi fino al 2005 e quelli furono gli anni più belli della mia vita.
Buenos Aires nunca duerme. Buenos Aires non dorme mai, mi hanno detto quando sono sbarcata per la prima volta dall’aereo, anni fa. Ho vissuto in questa città per sette anni. Ho cominciato a percorrere la città con passi da straniera, mai da turista, un esule di lusso in un universo dove “essere italiana” dava la sensazione di essere a casa e insieme di esserti perduta. La città conserva memoria forte dell’emigrazione italiana dall’Ottocento fino agli anni cinquanta. L’Italia sta scritta nel tessuto di questa città, nei suoi palazzi, nelle sue chiese, nella sua tradizione e nella sua musica.
Nel quartiere borghese di Belgrano, il mio quartiere, a nord della cittá, con parchi, case lussuose, teatri, cinema, locali, sulla Barranca di Belgrano si affacciava la mia casa circondata dagli alberi di una delle rare colline della città.
A Buenos Aires, nel 2000, ho vissuto gli anni duri del crollo dell’economia, l’assedio alle banche ma anche le mense istituite da semplici cittadini per i bambini delle villas, i quartieri della povertà senza apparente riscatto, ho visto la gente rinunciare alle scarpe, ai vestiti, a qualsiasi lusso, ma non rinunciare ai libri, al teatro, alla musica. Sugli autobus di Buenos Aires si vedono molti passeggeri che leggono giornali ma soprattutto libri. Le librerie di Buenos Aires sono luoghi mitici, come l’Ateneo, dove si legge, si conversa, si ascolta musica, si beve e si mangia. In questo tempio della lettura ho trascorso pomeriggi indimenticabili, cosi come nel Teatro Colón, il grande tempio della lirica e della danza, ho visto spettacoli di eccezionale bellezza.
E soprattutto ho camminato per le sue strade dove a primavera ti raggiunge il profumo e il viola intenso dei jajarandà e in ogni stagione il suono di un bandoneón ti accompagna con il suo sensuale malinconico ritmo di tango. Il tango che ti trapassa l’anima l’ho visto ballare per strada, vecchie coppie o giovani dal viso indio nel mercato di San Telmo la domenica mattina, un canto struggente alla vita, all’amore, alla città. Il tango è nato dai suburbi di questa città e ha percorso le strade del mondo nei suoi sensuali compás. Il tango è Gardel, la musica tradizionale dei quartieri poveri e poi il tango di Piazzolla, sentirlo è come sentire la città che respira, sedersi al vecchio caffé Tortoni, laddove gli intellettuali discutevano e sognavano, passeggiare a ridosso del ponte di ferro de La Boca via via fino a Caminito, visitare la casa di Gardel al Abasto, muoversi a La Recoleta tra il cimitero, la chiesa, i giganteschi alberi della piazza, il mercato degli artigiani, entrare in un conventillo restaurato, scivolare in barca tra i meandri del delta del Tigre nel silenzio di un tramonto. In ogni luogo Buenos Aires mi seduceva e mi entrava dentro. A pochi giorni dal mio arrivo amici mi hanno portato a un concerto della negra Sosa, esule a Parigi durante la dittatura, tornata in patria per trasformarsi nel cantore delle memorie e delle speranze di un popolo. La voce di Mercedes Sosa mi ha trasmesso l’indicibile emozione dei canti di libertà che avevano appassionato la mia giovinezza.
Poi un giovedì pomeriggio in Plaza de Mayo ho visto sfilare le Madri, con i loro fazzoletti bianchi e la bellezza di una lotta che l’amore sostiene.
Buenos Aires mi ha regalato il piacere dei grandi spazi aperti, i boschi del quartiere di Palermo in piena città; le piazze, le strade come autostrade dove il traffico scorre quasi sempre ordinato e veloce e gli autobus li aspetti solo qualche minuto, mettendoti in fila. Ho camminato per la sua 9 (Nueve) de julio, la strada più larga del mondo, ho ammirato l’obelisco simbolo della città che ne segna l’incrocio nevralgico in pieno centro. Qui si viene a manifestare il proprio dissenso o la propria allegria. Qui si festeggiano le glorie nazionali e si criticano i propri fallimenti. Qui si fanno i caroselli quando finisce una dittatura o si cacciano i cattivi governanti, qui si piange e si ride, qui la notte di Capodanno si stappano centinaia di bottiglie di champagne e dai palazzi intorno scende una pioggia di piccoli coriandoli, qui si festeggia una vittoria ai mondiali di calcio.
Buenos Aires sa costruire i miti, esaltare le fragilità, coniugare il dolore e la gioia nella stessa storia umana, che sia Evita, o Gardel o Maradona o Borges, il grande cieco della sua letteratura. Buenos Aires è come una delle città invisibili di Calvino, un caleidoscopio di racconti fondato sull’immaginario di tutti.
In questa città amatissima orizzonti insperati mi si sono aperti davanti. Ho insegnato a studenti argentini la bellezza della nostra lingua e cultura, ho organizzato eventi culturali, fatto teatro, mi sono di nuovo innamorata, ho studiato percorsi nuovi di conoscenza che la mia razionalità tutta europea mi aveva fino ad allora precluso. Sono cambiata e sono stata FELICE!

Grazia Fresu

Di seguito uno degli articoli che abbiamo già pubblicato:

Ritrovarsi altrove e insieme. Se retrouver ailleurs et ensemble

(en Français après la photo). Mia madre ha lasciato Parigi ai primi di giugno 1940, con mio fratello di 6 anni e con mia nonna, pochi giorni prima che i tedeschi occupassero la città, il 14. Incinta di 6 mesi, fece un viaggio di più di 700km, per rifugiarsi a Lectoure, in Occitania, presso un’amica della nonna che aveva una grande casa del XVII sec. Dovevo nascere a fine agosto, ma nacqui il 25 luglio, in anticipo. Non fu solo questa la sorpresa, per mia madre. Perché non mi presentai da sola: ero accompagnata da un gemello e … lei non lo sapeva!

Francine nasce ailleurs et ensemble e questo ha contraddistinto la sua vita sia nelle grandi scelte che nel quotidiano.

A sei mesi dalla nascita, viene riportata a Parigi dov’era rimasto il papà e passano 4 anni prima che Parigi sia liberata dai tedeschi, abbastanza perché lei conservi il ricordo degli allarmi, del rifugio in cantina e della guerre des toits quando, durante la settimana d’insurrezione, dai tetti o da dietro le finestre, i cecchini sparavano e bisognava passare di corsa rasente i muri …

Siccome dall’età di 14 anni viene mandata in Inghilterra ogni estate, preso il BAC (la Maturità), a 17 anni Francine decide di studiare inglese all’Università e in 2 anni si laurea. Ma non ha voglia di diventare un’insegnante statale e lavora in un’Agenzia di Pubblicità dove deve acquistare spazi pubblicitari, attività che trova stressante e non adatta al suo carattere. Un giorno, legge nel giornale Le Monde l’annuncio “Cercasi assistente di francese in Svezia, scuola per adulti”. La sua candidatura viene accettata e … parte per la Scandinavia.

Sono arrivata che era gennaio, faceva buio tutto il giorno e stavamo a -20 gradi. La località era Umea, nel Nord della Svezia, dove il mare gelava e dove ho imparato a sciare. Umea è una città universitaria ed ho conosciuto tanti colleghi di altre nazionalità con cui andavo in gita a Lycksele, nella Lapponia svedese, dove le renne attraversavano i binari …. Mi hanno poi mandata ad Helsingborg, nella Svezia del Sud, da dove si raggiungeva rapidamente la Danimarca col traghetto. Per due anni ho lavorato come lettrice all’Università di Stoccolma per poi rientrare a Parigi avendo presentato la mia candidatura al BELC (Bureau d’Enseignement Langue et Civilisation française à l’Etranger).

Erano gli anni del ’68 e della ‘Morte del manuale”’. Francine non si adatta a produrre documenti senza sperimentarli e con quattro colleghe decide di attuare l’insegnamento della lingua all’Università della Sorbonne, basandosi sulla metodologia dell’approccio diretto e comunicativo. Queste esperienze, che confluiranno nei Cahiers Hachette, vengono disseminate lontano perché Francine parte in missione in Congo, a Rio de Janeiro, in Argentina, Inghilterra, Finlandia, Tunisia, Benin, con un bagaglio ricco di competenza e di coraggio. Per realizzare il suo sogno di comprare un appartamento a Parigi, dopo anni di viaggi, si candida per un incarico in Egitto come Attachée linguistique. Ed eccola che sbarca ad Alessandria dove resta per quattro anni. Proprio quando l’Egitto comincia a starle stretto, arriva una nuova opportunità che coglie al volo e si trasferisce ad Atene:

Da Atene mi spostavo per lavoro in varie località della Grecia che ho potuto visitare fuori dalla stagione turistica. In quegli anni mi venne proposto, per la seconda volta nella mia vita, un posto a New York, ma io ho rifiutato perché avevo capito di voler restare nella regione Mediterranea: nel 1980 si libera un posto al Bureau Linguistique di Roma e giungo così in Italia. Dopo un periodo da itinerante che mi ha permesso di incontrare insegnanti in varie regioni (erano gli anni fecondi del P.S.L.S., il Progetto Speciale per le Lingue straniere), mi stabilizzo a Roma. Passati sette anni, devo rientrare in Francia per la parte conclusiva della mia carriera, ma non intendo tornarci e prendo un anno sabbatico.

Questa volta, per lei non si tratta solo di una scelta lavorativa, ma anche sentimentale … Dopo 6 mesi all’Università di Macerata come insegnante di francese, rientrerà a Roma prima come attachée linguistique al Centro Culturale francese, poi passerà all’Alliance française. Ha un ruolo amministrativo come Direttrice dei Corsi ed è grazie a ciò che ci siamo conosciute. Il Ministero della Pubblica Istruzione s’era rivolto all’Alliance per formare il personale scolastico della scuola primaria all’insegnamento del francese ed io ero tra gli iscritti al corso d’aggiornamento.

Ho incontrato Francine come insegnante e… che sferzata di vita ha dato al mio francese e al metodo d’insegnamento! Non solo; la professoressa è diventata anche un’amica di lunga data che continua ad elargire energia, curiosità ed idee. Ora Francine vive a cavallo tra due Paesi e continua a viaggiare. E’ appena andata e tornata da Parigi ed in aereo …: La persona seduta accanto a me lavora a Londra– mi racconta divertita- ed è neozelandese! Abbiamo simpatizzato e ci siamo scambiate i numeri di telefono. Immagina tu … Il fidanzato di mia nipote, che abita a Londra, è neozelandese! Li metterò in contatto …!. Francine è così, una tessitrice di relazioni tra Paesi e culture.

Alessandra Damiotti

Ma mère a quitté Paris début juin 1940, avec mon frère de 6 ans et ma grand-mère, quelques jours avant l’occupation de la ville par les Allemands, le 14. Enceinte de 6 mois, elle est partie à plus de 700 kms, pour se réfugier à Lectoure, en Occitanie, chez une amie de sa grand-mère qui possédait une grande maison du XVIIe siècle. Je devais naître fin août, mais je suis né le 25 juillet. Ce n’était pas la seule surprise pour ma mère. Parce que je ne me suis pas présentée seule : j’étais accompagnée d’un jumeau et… elle ne savait pas!

Francine est née ailleurs et ensemble et cela a caractérisé sa vie tant dans les grands choix que dans la vie quotidienne. Six mois après sa naissance, elle est ramenée à Paris où son père est resté et 4 ans s’écoulent avant que Paris ne soit libéré par les Alliés, de quoi garder le souvenir des alarmes, du refuge dans la cave et de la ‘guerres des toits’ quand, pendant la semaine d’insurrection, des snipers tiraient depuis les toits ou derrière les vitres et qu’il fallait courir près des murs…

Depuis l’âge de 14 ans, elle est envoyée en Angleterre chaque été, elle passe le BAC à 17 ans et décide d’étudier l’anglais à l’Université; en 2 ans elle obtient son diplôme. Mais elle ne veut pas devenir institutrice et travaille dans une Agence de Publicité où elle doit acheter des espaces publicitaires, une activité qu’elle trouve stressante et peu adaptée à son caractère. Un jour, elle lit dans Le Monde l’annonce «Assistant français recherché en Suède, école pour adultes» Sa candidature est acceptée et… elle part pour la Scandinavie.

Je suis arrivée en janvier, il faisait noir toute la journée et il faisait -20 degrés. L’endroit était Umea, dans le nord de la Suède, où la mer était glaciale et où j’ai appris à skier. Umea est une ville universitaire et j’ai rencontré de nombreux collègues d’autres nationalités avec qui je suis partie en voyage à Lycksele, en Laponie suédoise, où des rennes croisaient les pistes…. Ils m’ont ensuite envoyé à Helsingborg, dans le sud de la Suède, d’où le Danemark étqit rapidement joigmable par ferry. J’ai travaillé pendant deux ans comme maître de conférences à l’Université de Stockholm puis je suis rentré à Paris après avoir déposé ma candidature au BELC (Bureau d’Enseignement Langue et Civilisation française à l’Étranger).

C’était les années ’68 et la ‘Mort du manuel”. Francine n’est pas faite pour produire des documents sans les expérimenter et, avec quatre collègues, elle décide de mettre en place un enseignement des langues à Sorbonne Université, basé sur la méthodologie d’une approche directe et communicative. Ces expériences, qui se retrouveront dans les Cahiers Hachette, sont diffusées très loin car Francine part en mission au Congo, Rio de Janeiro, Argentine, Angleterre, Finlande, Tunisie, Bénin, avec une riche XXX expertise et de courage. Pour réaliser son rêve d’acheter un appartement à Paris, après des années de voyage, elle postule pour un poste en Égypte en tant qu’Attachée linguistique. Et là, elle débarque à Alexandrie où elle reste quatre ans. Juste au moment où elle se sent à l’étroit dans ce pays, une nouvelle opportunité arrive qu’elle saisit à la volée et s’installe à Athènes:

Depuis Athènes, j’ai voyagé pour le travail dans divers endroits en Grèce que j’ai pu visiter en dehors de la saison touristique. Dans ces années-là, on m’a proposé, pour la deuxième fois de ma vie, une place à New York, mais j’ai refusé car j’ai compris que je voulais rester dans la région méditerranéenne : en 1980 une place a été libérée au Bureau Linguistique de Rome et je suis arrivée en Italie. Après une période d’itinérance qui m’a permis de rencontrer des professeurs des différentes régions (ce furent les années fructueuses du P.S.L.S., le Projet Spécial Langues Etrangères), je m’installe à Rome. Après sept ans, je dois rentrer en France pour la dernière partie de ma carrière, mais je n’enai pas l’intention; je prends un congé sabbatique.

Cette fois, pour elle, ce n’est pas seulement un choix de travail, mais aussi un choix sentimental… Après 6 mois à l’Université de Macerata en tant que professeure de français, elle rentrera d’abord à Rome en tant qu’attachée linguistique au Centre culturel français, puis elle passera à l’Alliance française. Elle a un rôle administratif en tant que Directrice des Cours et c’est grâce à cela que nous nous sommes rencontrées. Le ministère de l’Éducation s’était adressé à l’Alliance pour former le personnel des écoles primaires à l’enseignement du français et je faisais partie des inscrits au cours.

J’ai rencontré Francine en tant qu’enseignante et… quel élan elle a donné à mon français et à ma méthode d’enseignement! Pas seulement mon professeure, elle est également devenue une amie de longue date qui continue de me transmettre de l’énergie, de la curiosité et des idées. Aujourd’hui Francine vit entre deux pays et continue de voyager. Elle vient de rentrer de Paris et dans avion… : La personne assise à côté de moi travaille à Londres – me dit-elle amusée – et vient de Nouvelle-Zélande ! Nous avons sympathisé et échangé nos numéros de téléphone. Imagine-toi… Le petit ami de ma nièce, qui vit à Londres, est néo-zélandais! Je vais les mettre en contact…!.

Francine est ainsi, une tisseuse de relations entre pays et cultures.

Alessandra Damiotti

Una rete transalpina

Dal 5 agosto, data di uscita nelle librerie del libro DONNE CON LO ZAINO, siamo ormai alla ventesima presentazione. Tutte diverse, tutte interessanti come l’evento organizzato dall’associazione COSTRUISCI UN SORRISO per sostenere un progetto umanitario in Congo. Siamo state poi invitate il 31 ottobre nell’ambito del festival “LATO DONNA”- UMBRIA LIBRI 2021. Il nostro calendario si è infittito di altri appuntamenti interessanti: a Roma il 5 presso l’associazione Carminella, il 6 presso l’ACRASE (in collegamento da Mendoza, in Argentina con la scrittrice Grazia Fresu), il 12 alla libreria TRA LE RIGHE, il 13 a Firenze nel quadro dell’esposizione ARTIST VISION di Letizia Strigelli, artista che abbiamo raccontato nel capitolo INTRECCI del nostro libro. Saremo poi a BOOKCITY a Milano (con appuntamenti a Rescaldina, Novara e Legnano) per poi passare la frontiera e dirigerci in Francia.

Il 25 novembre alle 19, a Parigi, presso la Maison de l’Europe, si terrà un evento concepito e sostenuto grazie alla sinergica collaborazione di due associazioni che operano a sostegno delle donne espatriate: DIRE-Donne Italiane Rete Estera e GLT Foundation. Messaggi whatsApp, riunioni on line con Monica Leonardi, Elena Rossi e Benedetta Landi hanno scandito l’organizzazione di questa serata che si annuncia emozionante per noi che abbiamo vissuto e lavorato nella Ville Lumière.

Ecco in breve alcune notizie su queste associazioni molto attive e conosciute a Parigi e in Francia.

La fondazione Global Thinking Foundation nasce nel 2016 per iniziativa di Claudia Segre, con lo scopo di sostenere e patrocinare iniziative e progetti di educazione finanziaria destinati ai gruppi sociali più fragili, includendo soprattutto le donne. La fondazione è molto attiva nell’organizzazione di eventi di utilità sociale per i cittadini in un quadro internazionale con finalità nell’educazione/formazione, l’uguaglianza di genere, la prevenzione della violenza e l’abuso economico, la promozione e la facilitazione all’accesso di un lavoro decente e una crescita economica sostenibile e durabile, la riduzione delle diseguaglianze e la lotta contro la povertà. Una squadra, per la maggior parte al femminile, che si occupa di eventi culturali, di progetti e percorsi di educazione finanziaria per l’inclusione, di incontri e progetti culturali che sostengono spettacoli, presentazioni di libri e altre iniziative per le donne e le famiglie.

Per saperne di più:

https://www.gltfoundation.com

L’Associazione DIRE-Donne Italiane Rete Estera, nata nel 2005 a Parigi per iniziativa di un gruppo di professioniste, è diventata negli anni un punto di riferimento nella Comunità italiana per le donne espatriate per motivi professionali o familiari, godendo di ampio riconoscimento anche nel tessuto sociale francese.

DIRE è un’associazione eterogenea che rispecchia la diversità dei settori nei quali operano circa un centinaio di Socie: donne italiane attive e dinamiche inserite nel mondo del lavoro e nella società in Francia.

L’Associazione favorisce gli scambi professionali e personali tra le Socie, creando una rete di contatti tra donne italiane che condividono gli stessi valori di dialogo, solidarietà, tolleranza, equità e rispetto, valorizzando il merito indipendentemente dalle differenze di genere e sviluppando relazioni con Istituzioni nazionali e internazionali.

Per saperne di più:

http://di-re.org/

https://it-it.facebook.com/pg/DIREorg/posts/

Ecco la locandina degli eventi a Parigi:

vi aspettiamo!

P. e R.

Leggere i classici

Ogni anno, a settembre, Feltrinelli scuola pubblica un catalogo per docenti e alunni, aperto da tre articoli, uno del responsabile editoriale, uno di uno scrittore e uno di un docente. Lo scorso anno una “donna con lo zaino”, professoressa di Storia e Filosofia che ha già scritto per noi , è stata scelta per dire la sua sui libri classici. Ci sembra interessante pubblicare sulla nostra rubrica ” Letture” il suo intervento.

Silvia, Riva Trigoso
E’ importante leggere i classici a scuola? Quante volte abbiamo sentito questa domanda? 

Io sono stata posta davanti a tale questione molto prima di diventare una docente di storia e filosofia, ovvero vent’anni fa ai tempi dell’università quando uno straordinario professore di storia moderna organizzò un seminario facoltativo dal titolo: “Cos’è un classico?”. Una dozzina di studentesse e studenti si videro una volta a settimana per diversi mesi per confrontarsi su questo tema. Si partì da una lista di duecento titoli fornitaci dal professore (e ancora da me gelosamente custodita) che fu stimolo di voraci letture, e che pur essendo arbitraria non voleva esser intoccabile, tanto che ognuno di noi fu invitato a suggerire e “sponsorizzare” un titolo per valutarne l’inserimento. 

Partimmo ovviamente dall’etimologia di “classicus” (da clarus-a-um: ciò che si sente in modo chiaro e distinto) e facemmo riferimento a tanto altro fino ad individuare gli scrittori indiscutibilmente più importanti, gli “scriptores” classici, quelli di prim’ordine. 

Capimmo, allora forse non così nitidamente, qualcosa che a diversi di noi servì poi didatticamente una volta divenuti insegnanti e cioè che quella domanda apparentemente retorica “A cosa servono i classici?” funziona solo se i classici non li presenti agli allievi come un obbligo – peraltro spesso faticoso – ma come un’occasione. Non un passaggio obbligato(rio) che toglie ogni attrattiva all’autore in questione ma uno squarcio che si apre disinteressato, senza fini pragmatici, senza attribuzione specifica di voti e giudizi, solo per dare spunti, incuriosire e avvicinare ai grandi testi del passato e poi lasciar libero sfogo alla voglia, al gusto e forse al bisogno dello studente/individuo/lettore. 

Si legge un classico per lo stesso motivo per cui si studiano la storia, la poesia, la filosofia: per conoscere l’umanità, quella incarnata nel mio “io”, mai a me indifferente e che si definisce in rapporto o in contrasto con quel libro; per aprirsi a mondi altrimenti persi nei meandri del tempo; per ritrovare le radici più profonde della civiltà europea e mondiale; per coniugare il significato di universale e particolare, di eterno e attuale

Risuonano vere le parole di Italo Calvino che afferma che i classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» più che «Sto leggendo…», e risuonano soprattutto nell’atto di in-segnare, di continuare a lasciare delle tracce. 

Un classico è quindi quel libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire, fondamentalmente perchè pone e offre più domande che risposte. Insomma una cifra fortemente filosofica. 

Ora che insegno da molti anni ho capito che quella domanda ha la risposta implicita nella scuola, che è il luogo ideale per far apprezzare i classici, e senza ricorrere a classifiche, liste eterne e frasi introduttive, semplicemente proponendo, narrando, leggendo e citando continuamente queste autrici e questi autori indispensabili nella formazione dell’uomo. Facendolo con disinvoltura, naturalmente, come se parlassimo di persone a noi vicine nel tempo e nello spazio. Che possono comunicare direttamente con noi. 

Quindi ai classici ricorro didatticamenteogni giorno. In termini universali.
Senza limiti geografici, di genere, di epoche. 

Di slancio mi vengono in mente due testi classici, ricorrenti nel dialogo con i ragazzi. Due testi molto diversi e al contempo ugualmente indispensabili nel mio orizzonte culturale e nella costruzione della mia idea di mondo. Due testi, che controllando sulla originaria lista del “mio prof”, stilata rigorosamente in ordine alfabetico per autore, stanno al posto 128 e 196.  E che sono “Utòpia” di Thomas More e “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf. 

Utopia, una parola nuova coniata da More e che oggi ha poco più di 500 anni. Il libro infatti uscì nel 1516 e nel bel mezzo del Rinascimento ci regalò la descrizione di un viaggio singolare e di un “luogo che non c’è”. La filosofia classica aveva già conosciuto la descrizione utopistica – ante litteram – della “città migliore” della Repubblica platonica, ma More rende la sua isola un modello politico moderno all’interno di una letteratura visionaria e al contempo profondissima. Un prototipo che non a caso colleghiamo nei programmi scolastici alla “Città del Sole” di Tommaso Campanella e alla “Nuova Atlantide” di Francis Bacon. 

Eppure l’Utopia di More ha qualcosa di unico. Mette insieme una feroce critica del suo presente e il desiderio di un mondo di armonia e di giustizia, di uguaglianza e di libertà: il sogno di un mondo che non c’è, che ancora non c’è, ma che forse potrebbe esserci

E’ un testo che apre a tantissime domande di varia natura: dalla filosofia alla storia, dall’economia alla politica alla religione. E domande facilmente declinabili al presente e al futuro, domande sulle ideologie del passato, sul sogno americano o sull’Unione Europea, che sono didatticamente legittime dopo aver letto More. Prospettive temporali da leggersi come sconfitte o alternative praticabili. 

E certamente se non è possibile annoverare l’autore tra i profeti del passato, vista una contemporaneità più vicina alle distopie che alle utopie, possiamo sicuramente raccogliere il suo testimone e chiederci: “un altro mondo è ancora possibile?”. 

Una stanza tutta per sé, è un saggio straordinariamente moderno e necessario, nato da due conferenze del 1928 a cui Virginia Woolf partecipa per parlare del tema “Le donne e il romanzo”. Questo libro diventa poi un manifesto sulla condizione femminile alla luce del contesto storico e della passione dell’autrice per le lettere. Virginia Woolf sa benissimo che le donne sono escluse dalla cultura tout court da secoli e che ciò deriva dall’impossibiltà di dedicarsi a qualcosa che non rientri nelle mansioni e negli obblighi sociali e familiari. Quale donna poteva permettersi d’altra parte denaro ed “una stanza tutta per sé”?
Attraverso uno stile equilibrato l’autrice si rivela capace di ironia e di spunti provocatori, di riflessioni acute e lucide, di espressioni di un animo sensibile delicato e al contempo forte e determinato. 

Illuminante e commovente la figura di Judith Shakespeare, un’immaginaria sorella del ben più noto William, alla quale è preclusa l’istruzione (tema ripreso ne “Le tre ghinee”) e non sono offerte le stesse opportunità di imparare e conoscere ma solo il destino di sognare ed arrendersi alla dura realtà. 

Quanto sono attuali i pensieri di questa autrice ad un secolo di distanza? Moltissimo, per riflettere sul concetto di libertà e uguaglianza al femminile, ancora oggi. Proprio oggi. 

Questi due classici, tra tanti altri, sono occasioni necessarie, oltreché per fortuna piacevoli, per le nuove generazioni per attualizzare questo passaggio di consegne e di domande.
Io intanto vado a ri-leggermi uno degli altri 198 testi, in rigoroso ordine di “curiosità analfabetica”. 

Photo by Pixabay on Pexels.com

Silvia Suriano

Raccontare la città con la polaroid: intervista alla fotografa Simona Filippini

Abbiamo incontrato la fotografa Simona Filippini, che tra pochi giorni sarà presente, con due progetti, al festival Alla fine della città. La rassegna, un progetto di Ti con Zero, si svolgerà nel quattordicesimo municipio dal 5 al 21 novembre e, attraverso laboratori artistici, eventi teatrali e sportivi racconterà il territorio e nuovi modi, sostenibili, di vivere gli spazi urbani.

Ansel Adams sosteneva che “in ogni foto ci sono sempre due persone: il fotografo e l’osservatore”. Quale sia il momento in cui l’osservatore silenzioso e vigile lasci il posto al tecnico e ai suoi obiettivi non è sempre chiaro, ed è forse questo il mistero e il fascino della fotografia.

Simona Filippini, fotografa romana nonché direttrice e curatrice di numerosi progetti partecipativi, è un perfetto esempio di questa osservazione mobile del paesaggio. Roma Love è forse il suo progetto più grande, proprio nel senso temporale del termine: una raccolta fotografica di istantanee di Roma dal 1993 ad oggi.

Diplomata all’Istituto Superiore di Fotografia di Roma, dal 1989 al 1992 ha lavorato a Parigi come assistente del fotografo Paolo Roversi e come fotografa freelance. I suoi ritratti si ritrovano in reportage e testi su molteplici riviste da Sette del Corriere della Sera a Maisons et Jardins, Historia, Le Nouvel Observateur, il Venerdì di Repubblica, L’Unità. Nel 2008 fonda l’Associazione Culturale Camera21, fotografia contemporanea, un consorzio di fotografi, docenti e appassionati che operano per l’ideazione e la produzione di progetti fotografici e mostre.

Ecco l’intervista:

Quest’anno sarai presente alla rassegna Alla fine della città, il festival sulle viandanze e sulle immagini delle periferie, con due progetti: da un lato con il lavoro Radioattivi e dall’altro con l’incontro “Il quartiere ieri e oggi”. Di cosa si tratta esattamente?

Sono molto onorata di essere stata invitata a questa edizione del Festival. Sono presente con due iniziative: Radioattivi, la realizzazione di un certo numero di nuove fotografie, tutte dedicate all’area del quattordicesimo municipio, che sono entrate nel mio progetto Rome Love, tutte realizzate in polaroid. L’altro è un incontro sulla fotografia e sulla educazione all’immagine, presso la scuola elementare Pablo Neruda in via Casal del Marmo. Si tratta di un incontro a cui tengo molto, perché gran parte del mio lavoro consiste proprio nell’insegnamento della fotografia e nella realizzazione di laboratori e percorsi didattici di sensibilizzazione all’educazione visuale in tutte le scuole di ordine e grado. Con i bambini della quinta C e quinta A vedremo, attraverso alcune fotografie, come si è trasformata Roma e in particolare la zona in cui sorge la loro scuola. Questo ci aiuterà a fare dei ragionamenti sulla fotografia e sulla rivoluzione riguardo la percezione del mondo che noi esseri umani abbiamo acquisito attraverso la fotografia. Il dato interessante è che le giovanissime generazioni nascono già con queste estensioni tecnologiche, per cui imparano prima a fotografare quasi che a parlare. Gran parte della loro vita la sperimentano attraverso uno schermo portatile, per cui ciò su cui proveremo a ragionare è su come avere un atteggiamento critico rispetto alla fruizione delle fotografie e sulla necessità di creare una distanza critica e un’osservazione consapevole rispetto alle immagini che vedono. Questo è il lavoro che faccio come formatrice nelle scuole dal 2007 con la mia associazione Camera 21, che proprio di recente ha vinto il bando Strategia Fotografia 2020 proprio con un progetto di educazione all’immagine dedicato a tre licei. Questo mi rende molto felice e dà senso al nostro lavoro.

Con la stessa mutevolezza che interessa il tessuto epidermico di un qualsiasi essere vivente, la città è soggetta a incredibili cambi di scenario e il tuo Roma love, è proprio un focus su questo tema. Le foto che hai raccolto, a partire dal 1993 ad oggi, sono una testimonianza vivida di come il paesaggio e la sua umanità circostante siano mutati profondamente. Come si è trasformata la città che hai iniziato a fotografare anni fa?

Dal ’93 a oggi sono trascorsi tantissimi anni, ventotto. Nel 1993 mi ero posta l’obiettivo di guardare questa città come si guarda una città straniera, dal momento che venivo da un soggiorno di quattro anni in Francia e quindi avevo recuperato uno sguardo curioso rispetto alla mia città natia. Questo era il mio primo obiettivo. Il secondo obiettivo è stato quello di osservare la trasformazione che era in atto, grazie ai nuovi cittadini, che con la loro cultura hanno contaminato la città, modificandola profondamente dal suo interno. Il progetto prende il nome da un albergo che si trova a Piazza dell’Esquilino, e il cui nome evoca sicuramente un immaginario smaccatamente italiano. Questo albergo, in realtà, è gestito da una famiglia di cinesi, ed è per questo che al mio lavoro ho dato questo: mi piaceva porre l’accento su questo spaesamento che viviamo quotidianamente a Roma. Molte delle foto le ho realizzate introno agli anni 2000, anni di grande fermento culturale, in quegli anni la città viveva un momento di grande fulgore. Oggi è una città molto provata dalla crisi economica, una città in difficoltà, sicuramente anche a causa della pandemia. Vedere gli esercizi commerciali chiusi è un’altra grande trasformazione dell’aspetto esteriore della nostra città. Nonostante tutto, Roma rimane una città meravigliosa, una sorprendete aerea archeologica a cielo aperto infinitamente estesa. Credo che il tema su cui tutti dovremmo focalizzarci sia questo: non occorre dover rendere più attraente la città, ma piuttosto rendere fruibile ciò che già abbiamo a tutti i cittadini e le cittadine che vogliono visitarli. Servono tutela e cura del territorio.

Una cosa che mi ha molto colpita, leggendo l’origine del tuo progetto Roma Love, erano i tempi che dedicavi agli scatti: molte fotografie le hai realizzate nelle ore crepuscolari o in precisi momenti dell’anno in cui la città assumeva forme e volumi diversi. Com’è vivere i tempi della fotografia?

Le passeggiate per Roma per me sono i momenti più belli. All’inizio, nel 93, avevo le idee ancora molto vaghe, poi queste idee si sono focalizzate moltissimo, intorno al 97, poi sono nati i miei figli. Prediligevo le ore serali perché, molto banalmente, aspettavo mio marito a cui affidare i miei figli. La fotografia per me è stata un esercizio che ho portato avanti in solitudine, nel silenzio, in una concentrazione totale e nella volontà di perdermi nella città, con uno spirito che non è quello del turista, il quale ha sempre una meta in fondo. Questo lavoro ha preso forma nel 2003, dove è stato esposto al Festival Internazionale di Fotografia, ai mercati di Traiano in una piccola selezione curata da Marco Delogu, poi, sempre nel 2003, un’altra selezione alla Casa Italiana Zerilli/Marimò di New York, grazie all’organizzazione della galleria ACTA International di Roma. È stato allora che ho focalizzato il mio tema. Nel 2014 ho realizzato un libro, e qui è stato fondamentale l’apporto di Chiara Capodici e Fiorenza Pinna, che hanno curato l’architettura del libro, Rome Love, mentre gli altri due grandi momenti creativi sono stati nel 2019 in occasione della mostra Taccuini Romani al Museo Romano in Trastevere, curata dalla direttrice Silvana Bonfili, in cui il mio lavoro è stato specchiato al lavoro di Diego Angeli, un grandissimo storico dell’arte che ha realizzato dei piccoli dipinti su Roma, in una modalità che richiama molto il concetto di istantanea. Poi è arrivato l’invito di Ti con Zero a dedicarmi all’area del quattordicesimo municipio, un’area interessante perché estesissima e dotata di tante linee di confine, con aree verdi immense che ogni volta ti fanno credere che la città sia finita e invece la città ricomincia. I tempi della fotografia sono tempi lenti, tempi in cui bisogna accettare che si può anche tornare a casa senza alcun risultato. Per me i tempi della fotografia sono quelli estivi, in cui la città è più silenziosa, più attraversabile.

Il tuo sguardo sulla città è un’istantanea, la Polaroid.

Dovendo tracciare una mappa sentimentale, quali sono i luoghi che ami ritrarre e perché?

Ogni luogo che attraverso e ritraggo mi incuriosisce. Sono cresciuta in una zona periferica dell’Eur, ho frequentato il liceo a Spinaceto, per cui ho sentito da ragazzina fortissima questa attrazione per il centro storico, che ho scoperto molto tardi. I quartieri satelliti residenziali sono dei luoghi dove si cresce bene, ma non ti danno ’idea completa della bellezza della città di Roma. Resto legata a tutte le zone in cui ho vissuto: adesso, ad esempio, mi sono spostata a vivere fuori Roma in un bellissimo borgo, Castelnuovo di Porto, ma ho lo studio a Piazzale delle province, una zona che sto scoprendo della quale sto imparando a conoscere le abitudini, la tipologia umana. L’umanità mi interessa tantissimo.

Nel 2008 hai fondato Camera21, un’associazione di fotografi, docenti e appassionati che operano per l’ideazione e la produzione di progetti fotografici. Com’è nata questa idea?

Nel 2004 sono stata invitata a realizzare un lavoro fotografico nel quartiere di Forcella, a Napoli, insieme ad un’altra collega, Elisabetta Valentini. Questo progetto mi ha fatto conoscere e amare Napoli. Le nostre foto sono state esposte poi nei vicoli di Sanità e Forcella, creando un legame fortissimo con gli abitanti. Ho così deciso di realizzare un percorso didattico per bambini in una scuola elementare. È lì che ho capito quanto fosse importante il dialogo con le generazioni più giovani e con camera 21, oltre a realizzare una serie di progetti legati ai cambiamenti sociali, progetti sul corpo femminile, mostre di autori, abbiamo deciso di realizzare progetti di educazione all’immagine nelle scuole. Tra i nostri lavori, “Italiani per costituzione”, un video che raccoglie una serie di interviste sulla Costituzione italiana fatte a ragazzi di seconda generazione, poi “Di Lei”, un progetto fotografico nel quale ho portato avanti un workshop fotografico per donne immigrate in Italia che lavorano come domestiche nelle famiglie italiane, in cui ho chiesto loro, in accordo con le famiglie presso le quali lavoravano, di fotografare il quotidiano all’interno di queste case, così proprio da effettuare un ribaltamento del punto di vista. Questo è stato un progetto molto esposto sia in Italia e all’estero, un lavoro tutto al femminile.

Uno dei temi che oggi occupa un ruolo centrale nel dibattito pubblico è sicuramente il concetto di empowerment femminile, che ha visto soprattutto una prorompente liberazione, da parte delle donne, da cliché e parametri fisici e culturali che le avevano lungamente oppresse. A questo proposito mi viene in mente il progetto Femminile plurale, curato da te insieme ad Eva Tomei, Sveva Bellucci per i testi di Igiaba Scego e Francesca Orsi, un lavoro in cui avete ritratto 75 donne di tutte le età, ognuna delle quali ha scelto quale parte del corpo mostrare. Com’è stata questa esperienza e, credi davvero che oggi le donne abbiano più consapevolezza del proprio potere, al di là del femminismo pop e dei claim pubblicitari?

Partendo da una riflessione su “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, ho pensato di allestire alla Casa delle donne un set fotografico e invitare, attraverso internet, chi voleva farsi fotografare nuda la parte del proprio corpo che amava di più. Ne è venuto fuori un ritratto corale di 75 fotografie, bellissimo e liberatorio. Se ci pensiamo bene, l’immagine reale della donna non viene mai veicolata e questo fa sì che tutte noi tendiamo a non amarci liberamente per quelle che siamo. Quello che volevamo fare con questa performance era valorizzare il corpo ordinario, spostare l’ago della bilancia sulla realtà.

Nel film L’Argent de poche di Francois Truffaut, c’è una scena molto evocativa, in cui il protagonista, da poco diventato padre, vedendo il figlio per la prima volta in assoluto, prende la macchina fotografica per scattare una foto, ma proprio mentre sta per farlo, come abbagliato dalla meraviglia del momento, decide di posarla e di vivere quella cosa senza rappresentarla. Ti è mai successo di decidere di non scattare una fotografia?

No, anzi, dal momento in cui sono diventata mamma mi sono pentita di non aver utilizzato la macchina fotografica per osservare i miei figli. Sei presa dalla vita, dall’impegno e spesso dimentichi di ritrarre. Li ho molto fotografati i miei figli, ma a posteriori avrei voluto fotografarli molto di più. In generale, non mi sono mai trovata in situazioni dove non volessi fotografare. Ci sono sicuramente situazioni difficili da ritrarre. Quando decido di fotografare qualcosa in relazione alla mia famiglia, ad esempio. Nell’ultimo periodo ho lavorato di più sul tema di autorizzarmi a fotografare. In passato mi sono spesso censurata, magari per paura di essere invadente, mentre ultimamente mi sto concedendo il diritto di fotografare, mi autorizzo a farlo, sempre nel massimo della discrezione, anche in situazioni che in un primo momento potrei trovare non convenienti.

L’ultima foto che hai scattato?

Le ultime foto che ho scattato riguardano un’esperienza bellissima che mi sta accadendo in questi giorni. Un mio caro amico francese, regista di documentari, mi ha chiesto di assisterlo nelle riprese di questo lavoro a Roma e quindi di realizzare delle foto di scena. Un’esperienza che mi ha regalato una grande energia, anche perché mi ha dato come l’idea di un cerchio che si ricompone nella sua naturale circolarità, il mio ritornare anche all’audiovisivo.

Giuseppina Borghese