Arcipelago delle isole Gili

Questa volta l’obiettivo del nostro week end é un completo e assoluto relax, nostra meta una piccolissima isoletta paradisiaca: Gili Air, situata tra Bali e l’ isola di Lombok.
Da Canggu partiamo alle sette del mattino per arrivare in tempo al porto di Padang Bai da dove partirà il traghetto  alle isole Gili . Le isole sono tre: Trawangan, Meno e Air. Alle 9:30 in punto ci imbarchiamo su una lancia veloce che impiegherà esattamente 2 ore e quindici per raggiungere la destinazione finale. Tocchiamo prima un porticciolo dell’ isola di Lombok, dove discendono solo persone del luogo, poi nella sorella maggiore delle isole, Trawangan, qui si ferma la maggior parte dei pochi turisti che viaggiano in questo periodo e finalmente approdiamo su Gili Air.
Questo piccolo paradiso ci sorprende subito positivamente: niente macchine, niente moto ( solo qualcuna elettrica) e si gira tutta a piedi , a cavallo o in bicicletta in meno di un’ora.
Il piccolo albergo in cui approdiamo è carinissimo, con piccole casette bianche e blu  che ricordano molti luoghi del Mediterraneo. Vi consiglio assolutamente questa struttura che si chiama “The Koho”.
Dopo un bagno in piscina parto subito a fare un giro. A differenza di Bali, principalmente induista, qui la religione è musulmana, come in gran parte della grande Indonesia. L’ isola vive di turismo, pertanto, pur risultando più flessibile di altre zone in merito a usi e costumi religiosi, si sente la presenza di questa cultura sia per i vestiti delle donne che per le preghiere della moschea che ci accompagnano varie volte al giorno e persino durante la notte.
I quattro giorni sull’isola passano in fretta tra bagni in acque cristalline, passeggiate e attese dei bei tramonti locali.
I miei compagni di viaggio, più giovani e allenati, fanno immersioni a una certa profondità, io mi limito a qualche avvistamento in superficie con la maschera e compio belle camminate sull’ isola, ancora molto tranquilla per il lockdown. Mentre spazio per questi luoghi incantati mi ritengo davvero privilegiata nel poter muovermi in libertà in un mondo ancora immobilizzato dalla pandemia.

Alla prossima!

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video di nachayalek

IL MIO AFGHANISTAN SOGNATO

Luglio 1977, 19 anni. Insieme a 2 amiche coetanee decidiamo di partire per l’Afghanistan in autostop. Il progetto era anche più ampio… era il periodo dei grandi viaggi, dei grandi sogni e delle grandi comunità basate sugli ideali, sulla musica e sulla consapevolezza di poter cambiare il mondo (bei tempi)… insomma decidemmo in parecchi di avventurarci in modi e formazioni diverse alla conquista di Kabul, dandoci appuntamento alle 18 del 15 agosto davanti l’Ambasciata italiana. Alla fine di luglio quindi ci facciamo accompagnare sul tardo pomeriggio da due amici al casello di Roma Sud… il nostro abbigliamento è strategico: vestitoni cuciti dalla mamma di una delle due compagne di viaggio (io purtroppo già la mamma non ce l’avevo più) con tasche interne per soldi e passaporto, sandali e zaino con il minimo indispensabile, anche un bel coltello a serramanico, non si sa mai (come se noi alla bisogna fossimo state in grado di usarlo!!!)… e via, partenza!!! Ho pensato tante volte in età adulta a cosa avrà provato mio padre il giorno in cui siamo partite per l’Afganistan in autostop, tre ragazze nemmeno ventenni e, a quel tempo, senza cellulare!!! A quell’età credevo che mio padre fosse un anziano bigotto e rompipalle e invece… vorrei poterlo rivedere con la consapevolezza di oggi e capire chi fosse veramente e cosa ci fosse nel profondo del suo cuore e della sua anima… vabbè, insomma, il pomeriggio dopo siamo a Brindisi e ci imbarchiamo su un traghetto per Igoumenitsa… allo sbarco pullman per Salonicco, viaggio di un giorno, caldo terribile montagne della Grecia e finalmente una notte in albergo, purtroppo fetido e caldissimo, nottata tremenda peggio di quelle di viaggio. Comunque tutto sembrava andare per il meglio, tutto sembrava facile e non pericoloso… il giorno dopo post office per notizie ai nostri genitori (poveracci) e alla sera…. doccia fredda!!! Una delle amiche si arrende, ci dice che ha nostalgia del fidanzato!!! Io mi sento crollare il mondo addosso, tento di capire se è il caso di proseguire in due, ma anche l’altra a quel punto nicchia un po’… io già sognavo il festoso appuntamento a Kabul con gli altri, la “comunità” riunita e invece, delusione, estate compromessa!!! Il giorno dopo, Atene, volo, Roma. Ricordo il ritorno a casa con uno dei peggiori sentimenti di sconfitta mai provati. Altri amici erano già partiti per l’Afganistan, sempre in autostop, altri erano già in viaggio per altri lidi ed altre avventure, ormai era già l’inizio di agosto, ero a Roma, quasi sola e con un grande amaro in bocca… non solo, l’ultimo equipaggio in partenza per l’Afghanistan (un po’ più “ricco”), stava per partire in quattro con una grande Volvo… a questo punto le due mie amiche decidono di ripartire con loro (stavolta con più comodità e meno rischi). A quel punto lo sconforto è completo, il tradimento è compiuto!!! Per la cronaca: l’amica innamorata ad Istanbul è tornata di nuovo indietro, gli altri hanno raggiunto Kabul… al loro ritorno ho perdonato tutti, ho visto centinaia di volte le loro foto e ascoltato all’infinito i loro racconti e mi è sembrato di essere stata anche io con tutti loro. Ma non tutti i mali vengono per nuocere…. l’estate del ’77 per me fu magica e incantata, sono partita subito dopo in Vespa per la Sardegna con un amico “provvidenziale”, poi mi hanno raggiunto altre amiche e insieme siamo rimaste quasi un mese e mezzo in giro per la Costa Smeralda, dove in un campeggio ho incontrato quello che, ritrovato in seguito nel corso del tempo, da tanti anni è il mio compagno di vita… ma questa è un’altra storia…

Gloria Ludovisi

La ‘‘Wonder Woman’’ della mia vita

Martina fin da piccola ha amato i fumetti, li leggeva e li riproduceva inventando nuovi personaggi. Amava anche la scrittura e scriveva storie corredandole dei suoi disegni.

Ora sta frequentando una scuola di illustrazione e fumetti. Per un esame ha preparato una carrellata di “wonder women” e ha pensato di concludere la sua rassegna con la wonder woman della sua vita:

Martina:

Mia madre è alta e rossa, single e forte , nel 1990 ha deciso di voler adottare una bambina. Finalmente nel 1996 ci è riuscita. Dopo aver sorvolato l’Oceano Atlantico e lottato contro le sue vertigini, ha dato il nome alla sua bambina di sole due settimane, Martina . In Cile i suoi 190 centimetri di altezza compensavano la statura di tutti i cileni e il colorito della pelle, bianco come la neve delle Alpi spiccava fra la pelle caffelatte degli abitanti di Santiago. Mi ha cresciuto con valori preziosi. Lei, donna pacifista, insegnava l’uguaglianza e la gentilezza alla sua bambina. Fino ai 14 anni spartivamo i nostri anni tra il Cile e l’Italia. Amavo il rumore del motore dell’aereo, il duty free degli aereoporti e la sua mano nella mia. Ho sempre creduto che fosse la donna più forte del mondo, e lo credo tuttora. Indipendenza non è sinonimo di solitudine, come spesso si percepisce nel mondo dei fumetti. Mia mamma mi ha sempre circondato di donne forti e indipendenti, quelle donne che vestono colorate, non portano il reggiseno e vanno a manifestare per l’ambiente. La mia mamma dimostra meno anni di quelli che ha perchè la voglia di vivere le nasconde le rughe. Nonostante le grosse avversità della vita, sorride sempre e comunque e dice sempre tutto andrà bene.

Per questo lei da sempre e per sempre è stata e sarà la Wonder Woman della mia vita.

WEEK END NELLA PENISOLA DI BUKIT BADUNG


Bukit Badung si trova a circa un’ora di distanza da Canggu. Con mia figlia e mio genero ci sono stata nel fine settimana.

Giorno 1, sabato mattina: ci alziamo presto, facciamo colazione, prepariamo un leggero zainetto che sarà tutto il nostro bagaglio per i due giorni di gita e partiamo verso la penisola di Bukit. Il percorso è familiare per i miei autisti che con disinvoltura si dirigono al sud. Li invidio, io riconosco a mala pena lo svincolo che conduce all’aeroporto. Il traffico è intenso e, dopo quaranta minuti superiamo Jimbaran ed è fatta: siamo nella penisola di Bukit!
Bukit è una penisola di roccia calcarea, le risaie qui sono sostituite da una campagna incolta e un po’ selvaggia e da dolci colline .
Tutto è molto più tranquillo che a Canggu. Appena arrivati ci dirigiamo ad occidente dove ci sono le spiagge più gettonate dai fanatici del surf che vengono da tutto il mondo per cavalcarne le onde.
La parte est della penisola, Nusa Dua, ospita invece turisti più propensi a frequentare alberghi e resort a cinque stelle.
In un attimo arriviamo a Uluwatu dove ci attende un bellissimo bungalow a un prezzo veramente irrisorio. Cambio di abbigliamento e si riparte : prima spiaggia Padang Padang, e poi quella di Bigin. Per accedere ad entrambe bisogna discendere un numero interminabile di gradini , mi preoccupo per il ritorno: so che faticherò molto a risalire ma lo spettacolo merita lo sforzo.
A Bigin gustiamo un ottimo pesce, facciamo innumerevoli bagni in mezzo a un mare cristallino e poi, anche se a malincuore, lasciamo la spiaggia per dirigerci al Tempio di Uluwatu, dove attendiamo il tramonto. A Uluwatu sorge un importante tempio induista arrampicato su una scogliera a picco sul mare. All’ entrata passiamo sotto un arco con accanto la statua di Ganesh. Un luogo così suggestivo e famoso, in questo momento di chiusura di frontiere ci permette di girare in lungo e in largo senza incrociare anima viva. I visitatori ai quali bisogna prestare molta attenzione – a volte sono davvero aggressivi – sono i macachi che vivono in questa area verde. Ignacia, mia figlia, viene infatti attaccata da un macaco che le porta via un sandalo e la graffia, per fortuna, solo leggermente. Attendiamo il tramonto da questa splendida postazione sopra l’ Oceano Indiano e poi corriamo per assistere allo spettacolo di due danze tipiche: una, chiamata “Kecak” è molto particolare perché non è accompagnata da nessuna orchestra ma da un coro di ben settanta uomini. Alla fine della loro esibizione segue “ Sanghyang” . Qui entra in scena una serie di personaggi in stato di trance che sostengono di comunicare con gli dei e con gli antenati. Lo spettacolo si conclude con la Danza del Fuoco.
Ormai è sera e siamo stanchissimi : si cena e si va a letto presto.
Giorno 2: oggi è il compleanno di mia figlia e tutto girerà intorno a questo importante avvenimento. Partiamo presto e ci dirigiamo subito alla spiaggia di Uluwatu. A questa si accede attraverso corridoi e scalinate circondati da grandi rocce. Questa spiaggia non è il posto più indicato per prendere il sole ma per i surfisti rappresenta il luogo migliore per immergersi e planare lungo le onde.
Scattiamo fotografie, camminiamo verso la spiaggia vicina grazie alla bassa marea e poi, relax assoluto per il resto del pomeriggio. In serata ci raggiungono alcuni amici per festeggiare insieme mia figlia fino al tramonto.
Giorno 3: oggi si dorme e si riposa. La colazione diventa pranzo. Ci fermiamo ancora a fare un bagno in una delle spiagge sulla via del ritorno e poi, di nuovo in mezzo al traffico per tornare a Canggu.

Alla prossima!
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Salvarsi con i libri

Carla, Roma, Firenze, Rescaldina

Lo zaino di Carla è pieno di libri: quelli che usa nel suo lavoro e quelli che la divertono, la distraggono, la fanno sognare…Ma non c’è nessuno scomparto divisorio tra essi, sono mescolati in una commistione  di autori, parole, emozioni, saperi.

Nei libri ha navigato da sempre, la sua vita professionale è stata orientata da subito verso l’editoria: è stata editor, capo collana, libraia, scrittrice, traduttrice, e, naturalmente, lettrice. 

Ha scoperto il potere curativo dei libri consigliando lettori incerti, e presto si è convinta del  loro potere terapeutico: un libro può aiutare a capirsi meglio, a coltivare il “giardino interiore”, a lenire i disagi, a curare l’anima.

Carla:

La libroterapia è l’uso creativo, ragionato e guidato della lettura per favorire il benessere della persona. A tutti sarà capitato di leggere e di essere “illuminati” da un libro, un po’ come essere in compagnia di un buon amico che fa riflettere. Il gesto della lettura è una via d’accesso ad un territorio intimo, è la nostra zona di comfort, è un atto solitario; è infatti una sola cosa con la segretezza, la notte, l’amore, la dissoluzione dell’identità sociale. Eppure, nello stesso tempo, ci mette in contatto con gli altri: lo scrittore, i personaggi, gli altri lettori, e tutto il mondo che gravita intorno ai libri dagli editori ai librai. Sviluppa l’empatia attraverso la catarsi e la metafora. Sì perché, identificandosi nelle vicende dei personaggi, il lettore metabolizza le proprie emozioni; vive contesti storici e vite diverse dalla sua, ingloba punti di vista ed emozioni completamente differenti oppure si ritrova in vissuti simili ma che trovano le parole giuste per esprimerli. Quando si è depressi, ad esempio, si è incapaci spesso di prevedere la condizione di miglioramento possibile. Il racconto, durante il tempo della lettura, riabilita la capacità di anticipazione, accompagna il lettore proiettando una temporalità nuova, è portatore di tempo. L’essenza dell’esperienza della lettura permette di disegnare un paesaggio, una piazza, una dimora, una contrada intima, personale, segreta ma legata a mille fili ad altre persone. La lettura è una esperienza vicaria della vita: sostitutiva dell’esperienza reale, ma generatrice degli stessi meccanismi. Quando in un testo viene descritta una cultura o una visione della vita e del mondo profondamente diversa da quella del lettore, si può arrivare a considerare un modo diverso di approcciarsi alla realtà rispetto a quello sperimentato fino a quel momento. Il lettore può iniziare a guardare se stesso con occhi nuovi. Leggere propone quindi nuove interpretazioni del mondo e lo cambia e può cambiare la nostra visione ed il modo in cui ci rapportiamo alla realtà. 

La libroterapia crea uno spazio pacifico, senza conflitti, dove cominciamo a muovere i passi per potenziare le risorse interiori, le capacità emotive e intellettive, il modo di guardare noi stessi nella vita e riconquistare la nostra soggettività

Durante un incontro di libroterapia non si abbracciano libri come alberi, né si sciolgono pezzetti di romanzo in un bicchiere d’acqua per farne una pozione curativa. Anche se ha molto a che vedere con la psicoterapia e con la ricerca dell’equilibrio interiore, la libroterapia si può praticare comodamente seduti sul divano in salotto, o a letto prima di dormire. Grazie a Virginia Woolf riusciremo a dimenticare la frenetica agenda della giornata, con Arundhati Roy ci perderemo nella meraviglia delle piccole cose, sulla scia di Philip Roth impareremo a rivalutare gli affetti familiari, insieme a Stephen King sconfiggeremo le nostre paure proprio come fanno i ragazzini protagonisti di It. Un meraviglioso viaggio attraverso generi ed epoche per indagare noi stessi e scoprire il vero significato della parola felicità.

La lettura è quindi una proiezione del testo come mondo che entra in collisione con il mondo reale per cambiarlo.

Cosa sapremmo dell’amore e dell’odio, dei sentimenti etici e, in generale, di quello che chiamiamo l’IO, se tutto ciò non fosse stato portato nel linguaggio della letteratura?

 Carla continua ad entusiasmarci con i racconti dei successi ottenuti nei suoi gruppi, del grande sostegno offerto a persone in lutto, deluse dalla vita, dalla perdita del lavoro, di un amore o della capacità di amare, a pazienti oncologici che sono riusciti a individuare le risposte che non trovavano altrove. Hanno revisionato e compreso meglio il loro passato, dato voci e pensieri ad emozioni inespresse, riconosciuto situazioni già sperimentate da altri e, attribuendo un significato nuovo e assumendo altri punti di vista, hanno potuto attenuare  il senso di angoscia, ripensato ai propri progetti futuri. La libroterapia ha a che fare quindi con la cura perché il libroterapeuta aiuta  a ricostruirsi, restituendo, con la mediazione della lettura, una potenza di immaginazione e creazione. E l’ immaginazione, l’identificazione, l’interpretazione, possono colmare uno spazio psichico e sentimentale altrimenti svuotato e sofferente.

Carla

Nei miei incontri di libroterapia, tramite la lettura, ci si aiuta nella riappropriazione della propria vita, nel proprio posto nel mondo. Se un paziente è malato, ha un medico che lo cura. Però essere malato lo fa star male nell’animo: ed è qui che il libroterapista interviene per impedire che il paziente soffra per il fatto di essere malato.I generi di lettura sono diversi, ognuno traccia una via.

L’incontro ha successo se questo ci permette di riconoscere il nostro mondo emotivo interno, se ci aiuta a sdrammatizzare, a togliere pesantezza al nostro vissuto, a superare una visione pessimistica del mondo.

 Carla  afferma infine che attraverso le parole la lettura ci restituisce qualcosa di non detto: è un’idea, un messaggio che ci tocca in profondità contattando le nostre risorse interne, la nostra intelligenza, le nostre emozioni.

Il libro per Carla è tanto ma non è tutto; appassionata di montagna, percorre i sentieri della Valtellina e del Cantone dei Grigioni, la Valle Poschiavina, il Bernina.

Ha una vera  passione per la bicicletta e sta progettando di percorrere la pista che da Sesto Calende – Lago Maggiore – costeggia il fiume Ticino , il Naviglio grande ed arriva sino a Pavia. 

Ha un amore particolare per il Lago di Como: convinta della mobilità sostenibile – non possiede una macchina e lo scooter l’ha venduto andando via da Roma – arriva a Como in treno e le piace camminare per la città, percorrere il lungolago ed arrivare fino a Cernobbio, o prendere il battello, arrivare a Tremezzo e perdersi nella meraviglia di Villa Carlotta e del suo giardino botanico.

Vive con quattro gatti: Duchessa, Nicoletta, Sandrino e Paolino. Gatti speciali come lo sono tutti i gatti e molto simpatici.

Le piace coltivare i fiori; è molto fiera del suo balcone fiorito, che tanto somiglia ai lettori che tutti i giorni incontra e sostiene nel loro percorso di consapevolezza.

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R&P

VIAGGIO INTORNO A UN PAPAVERO

Mi piacciono molto i fiori e spesso me ne porto a casa mazzetti che piazzo qua e là per godermi un po’ di natura tra le quattro pareti, ma non avevo mai raccolto i papaveri, nella convinzione che fossero troppo delicati per resistere, senza sole e aria.

Da piccola, però, ci giocavo e me ne facevo delle bamboline rovesciandone i petali che legavo con un filo d’erba allo stelo: ballerine su una sola gamba, dal vestito di veli scarlatti e la “testolina” (il pistillo) con i suoi “capelli” blu o neri (gli stami) che usciva da una specie di collarino nero. Oppure con i miei amichetti giocavo a “vaccinarci” premendo quelle testoline sul braccio o sulla fronte.

Poi la mia amica Annie mi ha mandato una foto con un bel mazzo rustico nel quale i papaveri giocavano la parte principale, e mi ha spiegato che resistono abbastanza bene se messi appena possibile in acqua ma, soprattutto, se se ne brucia l’estremità dello stelo, una specie di cauterizzazione, direi, che blocca l’uscita del lattice.

L’idea di avere in casa quelle spettacolari macchie di colore e luce mi ha soggiogata e, appena possibile, sono andata a fare la mia messe. Ho verificato che il consiglio di Annie è ottimo, tanto che i fiori così trattati resistono cinque-sei giorni.

Ma sui rami fioriti c’erano anche dei boccioli che, inaspettatamente, si sono aperti.

Dapprima il bocciolo è pendulo, una specie di ovetto verde peloso; poi lo stelo comincia a drizzarsi (e somiglia a un serpentello dal corpo sottile sottile e una grossa testa) e, quando il bocciolo punta verso l’alto, le due valve verdi cominciano a perdere colore e a schiudersi, lasciando intravedere il rosso del fiore. Questo cresce e si gonfia, e spinge verso l’alto l’involucro. Lentamente i petali premono, finché le due valve si staccano e cadono, mentre la corolla incomincia a espandersi in modo impercettibile. Avrete visto i filmati delle farfalle che escono dalla crisalide tutte spiegazzate, e pian piano stendono le ali che diventano lisce mostrando tutto il loro splendore. Così il papavero distende dolcemente i suoi quattro petali scarlatti che si schiudono rivelando il cuore nero degli stami e le macchie nere alla base del pistillo. Eccolo, radioso, come direbbe la mia amica Josiane, “dans sa belle robe rouge toute froissée”, nel suo bell’abito rosso tutto spiegazzato.

Così ora in casa ho vasi con boccioli nei vari stadi di maturazione, fiori gloriosamente aperti, petali che conservano tutta la loro brillantezza, persino dopo essere caduti, e steli che sostengono le capsule dei semi; la mattina, quando il sole entra ne rivela le trasparenze e la delicatezza che la spavalderia del colore sembrerebbe contraddire.

La mia amica Celeste mi ha detto che in Portogallo, all’Ascensione (il giorno della spiga), si va in campagna a raccogliere “papoilas” e fiorellini blu, i papaveri e i fiordalisi. Che nostalgia, nei nostri campi di grano i papaveri si vedono ancora (un’altra caratteristica di questo fiore, in apparenza così delicato, ma in realtà robustissimo), e in gran quantità, ma i diserbanti hanno del tutto sterminato i fiordalisi, col loro ineffabile azzurro.

Marisa

2 giugno a Ventotene

C’è una Ventotene che ci ricorda i tempi bui della storia italiana e una Ventotene isola d’incanto per una vacanza marina, a cinquanta minuti di aliscafo da Formia.

Arrivo in questa splendida isola dell’arcipelago pontino alla riapertura post confinamento di ristoranti, bar e luoghi di degustazione di prodotti locali per godere appieno della gastronomia locale: la zuppa di lenticchie e cicerchia, il pesce fresco accompagnato da un buon vino come il Bolle di Vento o il Pandataria, le frittelle di borraggine, l’amaro di rucola o di finocchietto.

Il clima a fine maggio è assolato e la brezza rende piacevole le passeggiate dal porto a Capo d’Arco. Le fioriture inebriano la nostra camminata e colorano giardini e campi con tutta la varietà di sfumature delle diverse specie vegetali che abbondano nell’isola: dalle ginestre al mirto, dai papaveri ai gelsomini, dalle agavi ai fichi d’india, in un misto di flora mediterranea e semitropicale.

 L’isola è un parco marino e offre, oltre alle tante possibilità di escursioni in barca, di immersioni e di navigazione a vela, un mare da godere semplicemente per l’acqua cristallina e i fondali meravigliosi. Tra un tuffo e l’altro mi stendo su uno scoglio o in spiaggia e ho già dimenticato lo stress delle ultime intense settimane di lavoro.

 Ventotene ospita anche il Museo della migrazione, un importante centro ornitologico che censisce e studia le numerose specie di uccelli migratori che sostano durante il loro viaggio stagionale. È inoltre un luogo di interesse storico-archeologico per le vestigia romane.

E qui comincia la sua storia di esilio e confino. Storia di confini femminili in tempi antichi che risale al 2 a.C. quando l’imperatore Augusto decide di esiliarci sua figlia Julia. Anche Tiberio ci inviò la nipote Agrippina nel 29 d.C.; la donna si fece morire di fame qualche anno dopo. In seguito anche Nerone ci esiliò la prima moglie Ottavia, ufficialmente perché non gli dava eredi, in realtà per motivi politici.

Se di questi esili ci parlano i resti della villa Julia e altre rovine; della più recente storia del confino degli antifascisti c’è un percorso della memoria che viene tracciato da placche commemorative, monumenti, documenti e un murales sulla facciata del municipio.

In questo periodo non è possibile accedere all’isola di Santo Stefano ma il carcere è ben in vista e ci ricorda quante persone “non gradite” al regime furono allontanate e condannate all’esilio, impedendo loro la libertà di espressione e di movimento. Ma non la libertà di pensiero che, proprio qui, diede vita al Manifesto di Ventotene. Tra gli antifascisti esiliati, c’erano Sandro Pertini, Umberto Terracini, Pietro Secchia, Germoni Guglielmo (zio della partigiana Luciana Romoli che abbiamo intervistato in un precedente articolo), Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, ed è da questi incontri che nacque l’idea del federalismo europeo. Cammino per le stradine cercando le placche intitolate a questi grandi personaggi che resistettero e lottarono per un’Italia ed un’Europa libera e giusta. Mi fermo e dentro di me penso alla nostra Costituzione repubblicana. Ringrazio i tanti uomini e donne che hanno stravolto la loro vita nell’impegno civile e politico o l’hanno persa per questo.

P.

Tempo fa in una intervista Luciana Romoli parlò di suo zio, confinato a Ventotene (ne parla dal terzo minuto in poi)).

TRA LE RISAIE DI BALI

I campi di riso sono sicuramente una delle tante attrazioni di questa bella isola. Il prodotto finale è il principale degli alimenti consumati in Indonesia. Coltivarlo non è semplice per la struttura montagnosa del terreno e, per questo motivo, i balinesi coltivano col sistema a “ terrazze” che mi ricordano la mia amata Liguria.
La costruzione di alcune di queste terrazze , mi viene raccontato, ha richiesto addirittura secoli. Oggi questi terreni coltivati non solo sono fonte di alimento per gli isolani, ma anche un richiamo per i turisti che approdano sull’isola.
Le più famose sono le risaie terrazzate di JATILUWIH, una delle meraviglie naturalistiche di Bali.
Nella zona dove risiedo, CANGGU le vedo sfrecciando in moto ad ogni angolo, i localetti più attraenti hanno le loro terrazze che si affacciano su questi campi verdissimi che rilassano occhi e mente. Così come sono sempre stata affascinata ed ipnotizzata dal mare , soprattutto dall’ oceano con la sua forza smisurata, il verde intenso della campagna balinese mi emoziona e conquista. Dicono che è nelle risaie che risiede l’anima dei balinesi …una cosa è certa: che i contadini del luogo ci “ lasciano l’ anima” …non ne ho dubbi. Lavoro duro e logorante, lo sanno benissimo le mondine lombarde. Io osservo uomini e donne, con i loro tipici cappelli a cono, chini sotto il sole cocente e mi vergogno un po’ anche solo dello scatto che realizzo per immortalarli. Quanta fatica per questo alimento degli dei!
Una volta raccolto te lo ritrovi in quasi tutte le specialità gastronomiche e con diversi colori e metodi di cottura, è il principale carboidrato consumato dalla gente locale.
Il piatto che più mi è piaciuto è stato il “nasi goreng” , un riso bollito e poi fritto in padella. Lo servono con verdure, un tipo di carne a scelta e un uovo. Ottimo. 
Alla prossima!

Pic

Da una lingua all’altra

La vita è bella perché non si finisce mai di imparare. Per esempio, chi di voi saprebbe dire cosa significa “Toot sweet” in un testo di Margaret Atwood in lingua originale? Difficile, così, di punto in bianco. Avendo però un contesto a disposizione, ho capito che significa “immediatamente, subito”. Ma solo nell’inglese canadese, che dev’essere infarcito di interferenze linguistiche col francese (e lo stesso deve succedere nel francese locale). Perché così immagino si pronunci da quelle parti “tout de suite”.

Leggere la letteratura contemporanea tiene al corrente dei cambiamenti linguistici. In testi americani (Grace Paley, Louise Glűck, Margaret Atwood) mi sono imbattuta in “I didn’t used to”, che, da insegnante di inglese avrei segnato come errore; ma non mi sembrava possibile che autrici tanto brillanti facessero errori! E infatti, ho scoperto che questo è un uso (ausiliare seguito da passato anziché dall’infinito, come di regola) che ormai viene ammesso, anche se didn’t use to rimane sempre corretto. Diciamo che la differenza si nota solo nello scritto, perché parlando la d di used e la t di to si fondono in un unico suono.

Ma i passaggi da una lingua all’altra producono sempre strani effetti, come il beignet francese che in Italia diventa bignè (e in Piemonte, bignola), mentre la niña zangolotina (bambina birichina) spagnola viene nientepopodimeno che da sansculottes, sanculotti, la plebe arrabbiata e violenta della Rivoluzione Francese.

L’altro giorno ha telefonato a Prima Pagina una signora che lavora in un centro vaccinazioni nel Veneto. Si è presentata dicendo:”Sono un dipendente …”. E mi sono per l’ennesima volta stupita della stupidità di chi, pensando di “mettere finalmente le cose a posto e dare alle donne quel che è delle donne”, precludono loro persino quel che la nostra complicata lingua sancisce come corretto: la maggior parte dei sostantivi che finiscono per -e, può essere declinata nei due generi. In particolare quelli in -ente/-ante, che sono in effetti dei participi presenti sostantivati, come ben sanno le insegnanti/docenti.

Adesso che la polizia e gli altri corpi militari hanno personale femminile, possiamo (e dobbiamo, a mio avviso) usare la davanti a vigilante, per esempio, come abbiamo sempre fatto con la supplente; dobbiamo però ammettere per equità che esista anche il supplente e, perché no, il badante. Non mancano (anche se meno numerose dei loro colleghi maschi) le delinquenti. Nei paesi con leva militare obbligatoria, suppongo esistano le renitenti. Numerose sono le praticanti negli studi notarili e le viandanti, anche se poco citate in letteratura, hanno la loro parte nel consesso umano. Non mi risulta che negli studi di Carlo Ginzburg compaiano delle benandanti, ma chi può escluderne l’esistenza?

Meglio non negare ai maschi la possibilità di essere dei penitenti o dei supplicanti, (mentre è del tutto surreale che possano essere dei partorienti!) ma certamente mi sembra provocatorio non ammettere che una signora possa essere una dipendente, o addirittura una dirigente o una sovrintendente!

Nessuno ha mai negato che esistano, oltre ai portieri, anche le portiere (auto a parte, persino sui campi di calcio); e le cavadenti? Certo, questi esempi non rientrano nella fattispecie del participio presente, ma si tratta pur di sostantivi con terminazioni che potrebbero indurre in tentazione: qualche produttrice di pane, seguendo l’esempio della signora del centro vaccinazioni potrebbe pretendere di essere un panettiere!

E come la mettiamo con la terminazione -mante? La rabdomante può certamente essere il corrispettivo femminile di quel signore che trova l’acqua con l’ausilio di una bacchetta; e quanti cartomanti esistono che non pensano minimamente di rispondere “Faccio la cartomante” a chi ne chiede la professione?

Mi meraviglia anche molto l’uso (che fortunatamente si sta pian piano dileguando) di incinta come se fosse una parola invariabile. Fino a qualche anno fa le gestanti erano anche dette incinte. Il termine, aggettivo o sostantivo, come di regola nell’italiano, è declinabile, quindi ha un plurale e ammette, anche se per assurdo, il maschile (“Non è mio marito ad essere incinto!”). Invece si sente ancora, di tanto in tanto, citare le donne incinta, e per fortuna succede poco, perché mi viene sempre l’orticaria. Non lo sanno, gli allergologi, ma anche un certo abuso della lingua può provocare fastidiose eruzioni.

Ma poi ci sono dei doni inaspettati, come quello della mia amica Luciana; mentre passeggiamo immerse nella natura, mi addita degli asparagi selvatici e, quando ammiro la sua acutezza di vista, mi offre una felicissima frase:”Ah, ma io ho l’occhio di falce”, inconsciamente abbinando la capacità del falco di individuare la preda dall’alto, e quella della lince che la scorge anche se mimetizzata nella vegetazione.

Marisa

BALI ISOLA DEGLI DEI


In più di un’occasione in passato ho pensato di includere Bali nei miei itinerari di viaggio avendo un caro amico che vive da anni da queste parti, ma mai avrei immaginato di approdare qui perché mia figlia ora ci abita con il marito e pensa di fermarcisi per un paio di anni. Delle difficoltà di viaggio passate ne siete al corrente se avete letto i miei resoconti precedenti su questo blog.

L’ isola di Bali è famosa fin dai miei lontani tempi di gioventù, è una delle più gettonate attrazioni turistiche a livello mondiale. Grazie al surf, ai templi, alle risaie, alle spiagge di sabbia bianca o vulcanica, alla buona cucina, all’amabilità della sua gente e ad una maggior apertura e tolleranza religiosa in un paese musulmano, è visitatissima. Devo premettere che io non amo molto questi posti straripanti di gente e di “movida” , non li ho mai apprezzati neppure da giovane, prediligo luoghi più solitari ma, in questo caso, l’obiettivo che mi ha portato qui è stato quello di poter stare con mia figlia e con la nipotina che a breve nascerà in questa terra.
Sono passati solo pochi giorni dal mio arrivo ma, ogni ora che passa, mi sento più a mio agio. Sono alloggiata in Casa Palma Bali (ottima scelta per quei turisti che desiderano scegliere una residenza e non un albergo) e per il momento gironzolo per Canggu e dintorni su moto che schizzano veloci in mezzo ad una marea di tanti altri veicoli a due ruote. Il turismo locale è a terra ma si osservano molti occidentali che hanno scelto Bali per vivere o anche turisti, prevalentemente giovani, che si sono trovati a fermarsi qui a causa della pandemia e della chiusura delle frontiere di tutti i paesi del cono sud. La temperatura è gradevole e, anche se fa abbastanza caldo, siamo nella stagione secca per cui l’umidità non è ancora alla sua massima espressione (per fortuna). Fin dai primi giri in moto ho subito amato il verde delle collinette e dei campi di riso, il cibo nella sua semplice ma saporita ed impeccabile presentazione e la gentilezza delle persone del luogo, ma devo dire che sono i tramonti quelli che mi hanno rubato il cuore! Un vero spettacolo ed esplosione in tutte le tonalità del rosso che sembrerebbero possibili solo con filtri speciali e invece sono completamente naturali. “Paradiso” è il nome che spesso utilizzano per quest’ isola. Sono appena arrivata e pian piano cercherò di girarla un po’ e conoscere le cose più significative di questo luogo ma ho l’ impressione che ben presto un paradiso lo sarà anche per me!
Salam Pembuka ( saluti )

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