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Da oggi in libreria: “Donne con lo zaino. Storie di donne sempre in cammino”, Elliot ed.

Care lettrici, cari lettori,

quindici mesi sono passati da quando ci siamo affacciate la prima volta sul web. Dapprima una manciata di amiche poi, piano piano, le lettrici sono aumentate e si sono unite a noi per raccontare e raccontarsi. Le donneconlozaino ci hanno parlato delle loro esperienze e delle loro vite. Abbiamo raccolto le loro testimonianze, i loro racconti di viaggi reali ed esistenziali, il loro cammino nella vita e nelle strade del mondo.

Ora sono qui, in un libro che la casa editrice Elliot ha pubblicato credendo ed investendo in questo progetto e che uscirà domani in libreria. 

Alcune cose sono cambiate dalle storie apparse nel nostro blog: Teresa e le scarpette a punta, Nena e la sua Tara ci hanno lasciato; Kathya e le infinite case ora abita (più o meno stabilmente…) ad Algeri e Tania è tornata negli Stati Uniti; la francese che non dimentica mai il rossetto ha una terza bambina; Silvia,la dottoressa della terapia intensiva, aspetta una bimba; Andrée e Anne hanno cambiato lavoro e Elsie con la sua associazione Costruisci un sorriso ha quasi terminato la scuola in Congo. Ed ora loro e tutte le altre hanno un posto nel libro appena uscito che vi invitiamo a cercare nella vostra libreria del cuore, a leggere e a diffondere. In questo modo faremo circolare la voce di molte donne che continueremo a pubblicare nel blog donneconlozaino.org e, chissà, in un prossimo volume!

Intanto, buona lettura:

una piccola donnaconlozaino all’arrivo dei libri!

Consigli di lettura n.7

martedi’ 7 settembre 2021 

 –Helgoland, Carlo Rovelli, Adelphi, 2020. Saggio sulla nascita della teoria quantistica e di come questa ha modificato poi il paradigma filosofico dai primi del Novecento da quando  nel 1925 il giovane Heisenberg ha progressivamente spiegato questa rivoluzionaria teoria scientifica. Teoria che ha modificato la prospettiva globale nello spiegare la realtà, la natura e l’uomo che ne fa parte. (Antonio)        

-La ballata di Iza, Magda Szabo’ , Einaudi, 2006. In questo romanzo la scrittrice ungherese tratta, con stile fluido e coinvolgente, il tema dell’incomunicabilità familiare raccontando la relazione tra una madre e una figlia, sullo sfondo di una grigia Budapest stalinista.                    (Anna)                                        

Tre piani, Eshkol Nevo, Neri Pozza, 2017. L’autore isrlaeliano narra le storie di tre personaggi abitanti nei tre piani di un palazzo a Tel Aviv che rilfettono il percorso progressivo dalla razionalità all’istintività. I racconti vengono narrati in prima persona con tre strategie narrative differenti e mostrano la ricerca interiore e la follia, sullo sfondo delle vicende familiari e delle comunità in cui vivono. (Laura)

– Il lettore, Bernhard Schlink, Neri Pozza 2019 (riedizione di A voce alta , ‘96). Un romanzo atipico sulle persecuzioni in cui la protagonista è una guardiana di un campo di concentramento raccontata da un giovane giudice che la ritrova dopo tanti anni sui banchi degli imputati. Ricorda la relazione particolare instaurata con la donna quando, giovanissimo liceale, le leggeva romanzi ad alta voce. Uno straordinario romanzo sul dilemma della verità e della salvezza da cui è stato tratto un altrettanto splendido film.  (Francesco)

In nome del figlio, Maggie O’Farrell. Storia che narra l’origine dell’Amleto basandosi sui lost years della biografia di Shakespeare e raccontata dal punto di vista della moglie del Bardo. L’autrice irlandese riesce a rendere in modo godibile e fluido, in un’ambientazione tra il magico e la ricostruzione storica, la tragedia della perdita di un figlio e le vicende di una donna originale e indipendente che cerca il suo posto a fianco al mostro sacro della letteratura inglese, decisamente umanizzato in questo testo.  (Patrizia)   

– Fiori sopra l’inferno, Ilaria Tuti, Longanesi Tea, 2018. Romanzo giallo d’esordio in cui la protagonista è una figura femminile ordinaria che, nelle vesti di un’abile commissaria, indaga i segreti celati in uno splendido paesaggio delle montagne friulane. Superbe descrizioni della natura in cui si svolge l’indagine. (Stefania)    

– L’isola di altrove, Karen Köhler, Guanda, 2020. Primo romanzo della drammaturga tedesca che scrive un vero poema diviso in strofe per raccontare il percorso di emancipazione di una bambina, poi giovane donna, accompagnata da un’altra figura femminile e da un priore, in un contesto distopico e chiuso. Nell’isola vive una comunità arcaica e maschilista legata all’Altrove solo da una nave di rifornimenti i cui contatti sono controllati dal consiglio da 13 anziani che dettano le regole di vita. Imparare a leggere e ad adattarsi ad una vita di privazione sarà il percorso della protagonista verso il riconoscimento di sé come persona che trova la forza in un contesto di privazioni anche dell’identità personale. (Carolina)                         

Bianco è il colore del danno, Francesca Mannocchi, Einaudi 2021. In questo libro che parla di riscatto, resilienza e di resistenza, la giornalista affronta la sua malattia raccontandola sullo sfondo dei suoi reportage in zone di guerra e rivoluzioni. Sempre in prima fila, esponendosi personalmente e raccontando anche i casi più difficili, narra, in questa opera, la sua lotta personale nell’affrontare la malattia che l’ha colpita e il suo percorso di accettazione e convivenza con il male. (Raffaella)    

Coups de coeur:

Libri e fumetti:

Senza mai arrivare in cima, Paolo Cognetti, Einaudi, 2018 (Francesco) 

Klara e il Sole, Kazuo Ishiguro, Einaudi, 2021 (Laura)

Un cuore da campione, Roberto Riccardi, Giuntina, 2021 (Anna)

Ancora. Claudio Arrigoni racconta Alex Zanardi, Libreria Pienogiorno 2021 (Anna)

Cambiamo strada. Le 15 lezioni del Coronavirus, Edgar Morin, Cortina Raffaello 2020 (Antonio)

Cose da fare a Francoforte quando sei morto, Matteo Codignola, Adelphi 2021 (Carolina)

La vasca del Führer, Serena Dandini, Einaudi 2020 (Patrizia)

Terramatta, Vincenzo Rabito, Einaudi 2017 (Paride, auditore n.2)

Sandman,  Neil Gaiman, DC Comics 1988 -1996  (Giovanni, auditore n.1 e autore del ciambellone più buono del mondo!)

Persone, luoghi, attività:

Inge Dusi, artista novantenne (Raffaella), https://donneconlozaino.org/2021/09/01/inge-dusi/

Caffé Nemorense https://www.instagram.com/caffenemorense/?utm_medium=copy_link (Stefania) cliccate e scoprirete la foto di Raf e Pat dell’evento di domenica 5!

Accrofly yoga o yoga aereo, attività da fare anche in terrazza (di Carolina…) con una sorta di amaca….

Giovanni Gastel, fotografo https://www.giovannigastel.it/  

un’intervista per cominciare a conoscerlo: https://www.youtube.com/watch?v=pmTInC975-A (Stefano, auditore n.3 e fotografo preferito delle donneconlozaino)

Grazie a Stefania per la lettura dei suoi racconti e per l’accoglienza nel giardino delle meraviglie e grazie a tutti! Prossimo appuntamento: giovedì 4 novembre

Buone letture

11 Settembre

Oggi si commemorano due date nefaste per il mondo: la caduta delle torri gemelle e il colpo di Stato in Cile del 1973, quando ci fu il rovesciamento del governo democraticamente eletto presieduto da Salvador Allende da parte dell’esercito e della polizia nazionale.
Molte delle donne con lo zaino scrivono su questo blog e vorrei ricordare con loro questo evento fondamentale della storia del Cile.
Mi piace ricordare oggi quel giorno terribile con l’ultimo discorso pronunciato da
Allende:
Amici miei, sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Portales e Radio Corporación. Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori“.
Di seguito il link ad un articolo scritto lo scorso anno in occasione della vittoria del referendum per la riforma della Costituzione, vittoria simile allo storico referendum del 1988: un plebiscito nazionale, previsto nella costituzione cilena del 1980, per determinare se il popolo volesse conferire ad Augusto Pinochet un ulteriore mandato di otto anni come presidente della Repubblica. Infatti anni prima era stato stabilito che fosse effettuato il plebiscito al termine del primo mandato presidenziale. Il “Sì” avrebbe confermato Pinochet, il “No” avrebbe portato a nuove elezioni. Al termine di una strana campagna referendaria (ricordiamo il celebre film “No – I giorni dell’arcobaleno” del 2012 diretto da Pablo Larraín, adattamento cinematografico dell’opera teatrale “El Plebiscito” di Antonio Skármeta, il “No” vinse con il 55,99% dei voti, ponendo fine a quindici anni di dittatura.
Diciamo ancora al “mondo alla fine del mondo” – per citare le parole dello scrittore cileno Luis Sépulveda scomparso lo scorso anno: “ Viva Chile!

Freya Stark

Una mattina come tante, ero intenta a rifare il letto, la televisione sintonizzata su Rai Storia, sentendo una  frase che parlava di donne viaggiatrici, ho rivolto la mia attenzione alla trasmissione.

 Sullo schermo, delle ombre ritagliate alternate a immagini di repertorio che riguardavano Freya Stark, la caposcuola del moderno travel writing e una delle icone più importanti della libertà e dell’emancipazione femminile. Ho visto il documentario e mi sono subito appassionata  a questa singolare donna, cercando notizie su di lei per raccontarla alle donne con lo zaino.

Freya è stata chiamata in molti modi: da un giornale italiano  “regina nomade”  dal Times “l’ultima dei viaggiatori romantici”  dal New York Times “viaggiatore di consumata abilità”.

 Figlia primogenita di Flora e Robert Stark, cugini di primo grado ed entrambi pittori dallo stile di vita dinamico, nasce a Parigi nel bel mezzo di un viaggio dei genitori. Vive dapprima ad Asolo, nel Trevigiano, borgo medioevale  dove risiedeva una piccola comunità di inglesi, tra i quali il pittore Herbert Young, amico dei genitori e figura di riferimento per lei e la sorella Vera. Dopo l’abbandono del marito da parte della madre si trasferisce a Dronero, in provincia di Cuneo, dove l’amante della  madre possiede una  fabbrica. Proprio in questa fabbrica Freya rimane sfigurata dopo un  incidente.

Vorace lettrice di saggi classici latini italiani ed inglesi, parla fluentemente tedesco, inglese e italiano, prende lezioni di arabo. A 18 anni si trasferisce a Londra per studiare. 

Dopo la Prima Guerra Mondiale si aprono infinite possibilità di lavoro in medio Oriente e Freya, nel 1927, a 34 anni, si imbarca per il  Libano per perfezionare l’arabo cercando  la compagnia dei locali per praticare la lingua. Si guadagna da vivere inviando in Europa reportage dai paesi che sono al centro dell’interesse politico ed economico dell’epoca. Visita luoghi inesplorati e pericolosi in Iran, Turchia, Afghanistan, Persia, Mesopotamia, Transgiordania, Palestina, Egitto, Siria, Penisola Arabica. Veste con abiti del luogo,  impara la lingua e attraversa i deserti a dorso di cammello.

In Gran Bretagna molti leggono i suoi articoli corredati dalle sue fotografie, e le Forze Armate usano le carte geografiche che lei disegna. Ha talento e coraggio e si sente a suo agio sia con gli intellettuali britannici che con i Beduini dell’Arabia. A 54 anni  sposa  Stewart Perowne, che ha 46 anni, è gay e condivide i suoi interessi nel mondo arabo.

Allo scoppiare della Seconda Guerra Mondiale viene impiegata dal Ministero dell’Informazione britannico come esperta del mondo arabo e inviata in missione per persuadere gli Arabi a sostenere gli Alleati. Al Cairo promuove l’idea di istituire una Fratellanza di Libertà sulla falsariga della Fratellanza musulmana (un’organizzazione pan-araba i cui membri sono fedeli all’Islam e si dedicano a sradicare la corruzione e la dominazione straniera), con lo scopo di includere tutti i gruppi religiosi e le classi sociali e promuovere un sistema politico secondo linee secolari e democratiche. Incontra ambasciatori, primi ministri, generali, gente comune e fellain dei villaggi. Esporta il progetto in Iraq, un paese di importanza strategica per Hitler e con forti sentimenti anti-britannici, dove arriva nel bel mezzo di un colpo di stato.

Continua a viaggiare, non solo in Medio Oriente, ma anche in India e negli USA, dove partecipa al dibattito sulla questione palestinese e discute contro la causa sionista. Il suo istinto artistico e umano corre nella direzione opposta alla sua adesione formale all’imperialismo britannico.

Dopo la guerra si stabilisce ad Asolo  a “Villa Freya” ereditata nel 1941 da Herbert Young e da lì parte per altri viaggi. Fa visita ad amici, studia lingue e scrive, raccontando la sua incredibile vita in quattro volumi autobiografici, coprendo il periodo dal 1893 al 1946. La sua produzione letteraria è tuttavia molto più ampia e consta di trenta opere, a cui devono aggiungersi numerosi articoli e alcune raccolte di lettere.

Viaggia fino all’età di novant’anni; a ottantotto percorre l’Himalaya a dorso di mulo fino al confine tibetano.

Freya Stark  visse sempre seguendo i propri sogni e le proprie passioni, oltrepassando gli steccati delle convenzioni sociali e degli stereotipi. Visitare nuove terre per lei non rappresentò solo un’esperienza da cui poter trarre benessere e piacere bensì un modo per acquisire saggezza e donare un po’ di se stessa. Freya Stark cercò sempre di immergersi nel viaggio, nell’ottica non di lasciarsi travolgere ma di determinarlo.

Freya scelse mete non usuali, poco o per niente conosciute, ma seppe essere una viaggiatrice consapevole e preparata: prima di intraprendere la rotta verso est, nel 1921 iniziò a studiare l’arabo. Prima di ogni partenza, per approcciarsi al territorio cui era diretta in modo il più autentico possibile e poterne comprendere appieno le tradizioni e la storia, studiava e imparava la lingua della popolazione che vi abitava “Anche il paese più spento – sosteneva – ha una sua anima, se sei in grado di capire cosa dicono le persone; e non solo le parole, ma i pensieri che le formano”.

Il viaggio accompagnò Freya per tutta la vita, entrò a far parte di lei, al punto che, nonostante l’età avanzata, a 84 anni ridiscese l’Eufrate su una zattera e a 88 anni scalò l’Himalaya sul dorso di un pony, mentre , novantenne, percorse il deserto ad Aleppo. Il viaggio fu per lei uno strumento di conoscenza fondamentale e imprescindibile: «Importante è conoscere e per conoscere bisogna andare nei luoghi, incontrare la gente, parlare con loro. Solo allora tutto il mondo ti viene incontro come un’onda», ebbe modo di sottolineare spesso.

La scrittura fu per lei conseguenza naturale del viaggiare, non solo per fissare la sua interpretazione di un mondo ancora quasi del tutto sconosciuto, ma anche per metterla a disposizione degli altri. Fu dunque una “viaggiatrice generosa” che, basandosi su esperienze dirette e personali, seppe selezionare e raccontare con passione, vivacità e senso dell’umorismo; riuscì a creare personaggi riconoscibili ma mai stereotipati, coinvolgendo e divertendo. Ad ogni suo viaggio negli anni tra le due guerre mondiali seguirono articoli e libri attraverso i quali condivideva con i lettori occidentali il suo sguardo su un mondo misterioso e affascinante: dai racconti sul Baghdad Sketches al primo volume, The Valleys of the Assassins nel 1934, passando per oltre venti opere e concludendo con il volume fotografico Rivers of Time nel 1982 (tutti pubblicati dall’editore londinese Jhon Murray, suo grande amico).

«Viaggiare, significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare interamente all’esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. È questo il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando». Era questo l’approccio di Freya Stark ad ogni viaggio, compreso l’ultimo e definitivo, quello della sua dipartita, compiuto pochi mesi dopo aver festeggiato il centesimo compleanno. Anche a questo viaggio, nonostante l’età, seppe avvicinarsi con profondità e serenità, pronta a stupirsi e ad incantarsi di fronte all’Eternità.

Nel 2018 il Museo Civico di Asolo (Treviso) ha dedicato a Freya Stark una sezione permanente intitolata “La stanza di Freya”. “La stanza di Freya” si trova al secondo piano del Palazzo del Vescovado con l’annesso edificio della Loggia della Ragione, che ospita il Museo civico di Asolo. Si tratta di una stanza, uno spazio, in cui la viaggiatrice è presente attraverso i suoi disegni, i suoi oggetti, i suoi taccuini di viaggio che ne raccontano le sfaccettature della personalità, le passioni, la determinazione oscillando tra aspetti noti della sua vita e aspetti più intimi.

In uno spazio che suggerisce la circolarità dell’esistenza in un gioco di richiami, in un rimbalzare da oggetto ad oggetto, il racconto, come ideato dalla curatrice Annamaria Orsini – che già si è occupata della mostra “Vaghe stelle dell’Orsa… Il viaggio sentimentale di Freya Stark”, ad Asolo nel 2014 si snoda attorno a tre nuclei: l’armadio, la scrivania circolare, il baule da viaggio collocato accanto ad una porta , oggetti d’arredo che hanno fatto parte delle stanze più amate nella vita di Freya Stark. Essi sono stati ricostruiti in modo fedele e resi completamente bianchi, per sottolineare il processo di astrazione che li smaterializza consentendo al contenuto di prendere il sopravvento. L’assenza di colore, inoltre, permette l’immediata individuazione dei materiali originali rispetto a ciò che è pura rappresentazione.

Nei suoi libri, come ad esempio ne Le Valli degli Assassini, vi sono numerosi tratti caratteristici della scrittura femminile e del “diverso sguardo” delle viaggiatrici con un’attenzione privilegiata per i dettagli e per le donne, una forte compartecipazione emotiva agli eventi, la ricerca del consenso delle persone che la circondano.

Il viaggio di Freya ha un interesse scientifico (la cartografia), oltre che uno scopo romantico (la localizzazione del giardino degli Assassini); Freya Stark ha dovuto lottare duramente per ottenere quello che ha da sempre e con sacrificio inseguito: il riconoscimento pubblico (studia l’arabo perché convinta che le cose più interessanti del Novecento accadranno nelle vicinanze del petrolio e la rispettabilità che ne deriva (non è più una donna sola ed eccentrica da guardarsi con commiserazione, ma un esponente di primo piano dell’élite londinese).
Concludo la mia descrizione di questa fantastica viaggiatrice con una frase tratta da Le Valli degli Assassini

“Se mi si chiedesse di elencare i piaceri del viaggio, direi che questo è uno dei più importanti: che così spesso ed inaspettatamente si incontra il meglio della natura umana, e vederlo così, di sorpresa e spesso in situazioni talmente improbabili, si arriva, con un piacevole senso di gratitudine, a realizzare quanto ampiamente siano sparse nel mondo la bontà e la cortesia e l’amore per le cose immateriali, che fioriscono in ogni clima, su qualsiasi terreno”

R.

Photo by Murat u015eahin on Pexels.com

Da una finestra all’altra

Eccomi di nuovo qui, a distanza di un anno. Osservo da una finestra in Normandia delle bandierine sferzate da un vento battente, le onde  impetuose, a sinistra le scogliere a picco sul mare. Tornare a Fécamp per buttarsi alle spalle un anno così… Brutto? Diverso dagli altri, privo di certezze, la salute minacciata sempre dal virus, la sensazione di pericolo incombente, il non dare più per scontato niente, neanche la libertà: troppo male fanno le immagini delle persone attaccate alle ruote di un velivolo in volo, la gente ammassata su un aereo per sfuggire ad un regime lontano, ma che fa paura al mondo intero, soprattutto alle donne….  

Da un’altra finestra a Parigi, a rue Lepic, ho visto sfilare,  alcuni giorni fa, un drappello di persone arrabbiate che gridavano “Libertà!!!” Libertà da un pass sanitario, libertà da un vaccino, libertà dalle cure … Non posso non affiancare le immagini a quelle di coloro che della libertà, quella vera, sono davvero privi.

Li vedevo sfilare dalla finestra e provavo sgomento. 

Avevo cominciato le mie riflessioni per parlare di Fécamp, dei campi di cereali, invece i miei pensieri volano lontano dalla bellezza del paesaggio che vedo dalla  finestra di una casa in Normandia.

Preludi per il Nuovo Giorno con I Suoni Dell’Alba/Préludes pour Le Nouveau Jour avec Les Sons de l’aube

(En français après les photos) Sui tronchi delle palme del KoKo Beach brillava ancora il turchese dell’illuminazione notturna, creando un’atmosfera in bilico tra la notte e il giorno, tra il sonno e la veglia. Eravamo in molti, il 22 agosto, in attesa sulla spiaggia. Sagome indistinte nella luce incerta dell’aurora, chi a terra sulle stuoie o sugli asciugamani, chi nelle sdraio o sui lettini, tutti aspettavamo in silenzio. E le onde del mare, più simili a quelle d’un lago, venivano calme a sussurrare alla riva il loro sciabordio.

All’ora prevista, quella che precede l’alba, il Giovane Pianista a Bordo Mare ha iniziato a suonare preludi. Da Bach a Mozart, da Chopin a Grieg, attraverso la Carmen, le note sostenevano la tenera luce che sorgeva dal mare sempre più decisa. E poi ecco all’orizzonte un luminoso punto arancione … ed il Sole è emerso rapido dalle acque, istantaneamente rotondo e giallo.

Allora, una Coppia di Ballerini a piedi scalzi e vestiti di trasparenze, è venuta a danzare un elegante tango sulla sabbia. Era forse l’abbraccio della notte e del giorno che si cercano, si allacciano, si sfiorano per poi separarsi fino al prossimo incontro?

Il Pianista intanto, nella luce color pesca che aveva preso vigore e acceso i contorni delle cose, delle case e delle colline, continuava ad avanzare con le note di Debussy e Gershwin fino a Playng love di Morricone de La leggenda del pianista sull’Oceano. Non è stato facile uscire dalla magia con la quale ci aveva catturati …

Per chi, come me, ha fatto parte dell’evento I Suoni Dell’Alba, la giornata è iniziata con questo Viaggio. Pur avendo percorso solo pochi minuti di bicicletta per raggiungere la spiaggia, ero anch’io una Donna con lo Zaino, ma non lo sapevo perché lo zaino era invisibile. Dentro c’era la mia Paura antica di svegliarmi prima del sorgere del sole … c’erano i Ricordi, le Nostalgie e i Rimpianti … ma la voce del pianoforte scioglieva e dissolveva ogni Pensiero facendomi sentire serena e lucida. E per un momento ho avuto la percezione che questo stato d’animo non fosse solo mio, ma che tutte le persone presenti attorno a me condividessero lo stesso sentimento di pace e di appagamento.

La musica è una via maestra per spostarsi dentro se stessi e come per ogni viaggio nel quale vogliamo essere sicuri di non perderci, di capire e conoscere di più e meglio, è importante non essere soli. Ringrazio dunque, la nostra Guida, il Maestro Davide M., Pianista e Direttore artistico del Cupra Musica Festival per averci deliziati, quest’anno, con la proposta inedita e originale di tre appuntamenti intitolati « I Concerti Dell’Alba », nati per celebrare l’aurora sul mare con eventi musicali che hanno avuto luogo ognuno sulla spiaggia di un diverso stabilimento balneare.

Ringrazio anche, ammirata, i Ballerini di tango, Irene C. (Mil Pasos) e il suo allievo Manlio A., per la qualità delle immagini che ci hanno regalato, così come tutti gli organizzatori del Comune e della Proloco di Cupra che ci hanno offerto la possibilità di fare molteplici Viaggi culturali (archeologici, musicali, letterari, enologici e più) all’interno della nostra villeggiatura. Grazie.

Alessandra D.

Sur les troncs des palmiers du KoKo Beach brillait encore le turquoise de l’éclairage nocturne, en créant une atmosphère entre la nuit et le jour, entre le sommeil et le réveil. Nous étions beaucoup le 22 août, à attendre sur la plage. Silhouettes indéfinies dans la lumière incertaine de l’aurore, quelques-uns par terre sur des nattes ou des serviettes, d’autres dans des transats ou sur des lits, nous attendions tous en silence. Et les vagues de la mer, plus semblables à celles d’un lac, venaient calmes chuchoter au rivage leur clapotis.

A l’heure prévue, celle qui précède l’aube, le Jeune Pianiste au Bord de l’Eau a commencé à jouer des préludes. De Bach à Mozart, de Chopin à Grieg, en passant par Carmen, les notes soutenaient la lumière tendre qui sortait de la mer de plus en plus décidée. Et puis voici à l’horizon un point lumineux orangé … et le Soleil a émergé rapide des eaux, subitement rond et jaune.

Alors, un couple de Danseurs, pieds nus et habillés de transparences, est venu danser un tango élégant sur le sable. Peut-être était-ce l’étreinte de la nuit et du jour qui se cherchent, s’enlacent, se touchent pour enfin se séparer jusqu’à la prochaine rencontre?

Entre-temps le Pianiste, dans la lumière couleur pêche qui était devenue plus vigoureuse et avait allumé les contours des choses, les maisons, les collines, continuait à avancer avec les notes de Debussy et Gershwin jusqu’à Playing love de Morricone du film La Légende du pianiste sur l’Océan … Il n’a pas été facile de sortir de la magie avec laquelle il nous avait capturés … 

Pour qui, comme moi, a fait partie de l’événement Les Sons De l’Aube, la journée a commencé par ce Voyage. Même si j’avais parcouru seulement quelques minutes à vélo pour rejoindre la plage, j’étais moi aussi une Femme avec sac à dos, mais je ne le savais pas parce-que le sac à dos était invisible. Il y avait dedans ma Peur ancienne de me réveiller avant l’aube … il y avaient les Souvenirs, les Nostalgies, les Regrets … mais la voix du piano faisait fondre et dissolvait chaque Pensé en me laissant sereine et lucide. Et pour un moment j’ai ressenti que cet état d’âme n’appartenait pas qu’à moi seulement, mais que toutes les personnes présentes autour de moi partageaient le même sentiment de paix et d’accomplissement.


La musique est une voie maîtresse pour se déplacer à l’intérieur de soi même et, comme pour tout voyage dans lequel nous voulons être sûrs de ne pas nous égarer, de comprendre et de connaître plus et mieux, il est important de ne pas être seuls. Je remercie donc, notre Guide, le Maestro Davide M., Pianiste et Directeur artistique du Cupra Musica Festival pour nous avoir gâtés, cet été, avec la proposition inédite et originale de trois rendez-vous appelés “Les Concerts de l’Aube”, nés pour célébrer l’aurore sur la mer avec des événements musicaux qui ont eu lieu sur la plage de trois différents établissements balnéaires.

Je remercie aussi, avec admiration, les Danseurs de tango Irene C. ( Mil Pasos) et son élève Manlio A., pour les images qu’ils nous ont offertes, ainsi que tous les organisateurs de la Mairie et de la Proloco de Cupra qui nous ont donné la possibilité de faire plusieurs Voyages culturels (archéologiques, musicaux, littéraires, œnologiques et plus …) à l’intérieur de notre villégiature. Merci.

Alessandra D.

Salita al Monte Serrasanta

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il racconto di Manuela, donnaconlozaino amante della natura e dei bei panorami, a proposito di una sua escursione interessante.

“In un assolato ma tiepido pomeriggio di fine agosto sono tornata in Valsorda (1006 mt), la vallata più conosciuta della dorsale appenninica che circonda Gualdo Tadino (Pg). Gualdo è una tranquilla cittadina sulla via Flaminia, situata a 535 mt di altitudine, ricca di storia, a partire dagli Umbri per passare ai Romani e ai Longobardi e con varie vicissitudini storiche che comprendono guerre, incendi e terremoti devastanti.
Il territorio è ricco di sorgenti d’acqua, la più famosa è la sorgente della Rocchetta.
Valsorda prende il nome dall’assenza di eco nella vallata.
È incastonata tra il Monte Serrasanta (1348 mt) e il Monte Maggio (1361mt.) e si può raggiungere partendo dal centro storico di Gualdo a piedi, in bici oppure in auto.
È un luogo ricco di prati che a fine primavera si riempiono di splendidi fiori multicolori, compresi i ranuncoli selvatici e di boschi, antichi tratturi e sentieri di varie difficoltà che in alcuni punti offrono splendidi panorami dell’Appennino Umbro-Marchigiano, dai Monti Sibillini al Catria.
Salendo verso la vetta del Monte Serrasanta, a piedi per sentieri (con un dislivello di quasi 500 metri) o in auto, percorrendo una bellissima strada a tornanti con vista mozzafiato e tra prati immensi e mucche, in circa 10 minuti, si arriva in un luogo magico: il complesso dell’Eremo di Serrasanta, antico romitorio benedettino, con la chiesina della SS. Trinità che nel Medioevo accolse diversi eremiti.
Dallo spazio antistante, dove svetta una grande croce, si gode uno splendido panorama a quasi 360°.
Le montagne che si susseguono a diverse altezze e con diversi toni di verde, assomigliano a quelle di carta dei presepi con le loro creste arrotondate.
Grazie un cartello esplicativo, è possibile individuare le vette più conosciute, fino al Subasio. In basso si vede Gualdo e guardando a Est si scorge anche il mare Adriatico!
Molto suggestiva è una targa che riporta queste parole:
“La pioggia che mi bagna si tufferà nei fiumi-Feo-Rasina-Chiascio-Tevere e nel Mar Tirreno”.
A parte rare giornate in cui si raduna più gente e c’è un po’ di confusione, di solito si arriva in un luogo dove si respira spiritualità e sacralità, la sacralità di Madre Natura unita alle preghiere dell’uomo che cerca Pace.
L’ emozione più bella è sentirsi immersi nel silenzio, a due passi dal cielo, abbracciati dai monti. 
Buon sentiero!”

Manuela

Inge Dusi

Inge, mi amiga viajera en cuerpo y alma

(in italiano dopo le foto)

“Donne con lo zaino” es un sitio donde se encuentran y se reconocen esas lindas mujeres que han sabido darle a sus vidas un giro interesante y que vale la pena conocer. Es por esto y por mucho más que he querido presentarles a esta gran mujer, Ingeborg Schünemann, de nombre artístico Inge Dusi.

La conocí hace 9 años, cuando ella tenía 80 años, yo 59, y fue un verdadero regalo. Encontrar a una mujer tremendamente inquieta, curiosa, sensible, acogedora, divertida, de amplia cultura e integradora de culturas, de refinado interés por el arte, en fin, una persona a la que aprecias entrañablemente!

Hurgueteando por ahí pude descubrir que Inge nació en Alemania y al año de vida llegó al sur de Chile, al Lago Llanquihue, debido al trabajo de su padre, un Pastor Luterano.

Desde muy pequeña demuestra intereses artísticos y sensibilidad hacia la naturaleza que la rodea; integra en sus primeros dibujos y pinturas elementos de la naturaleza, dando forma a sus primeras obras. ¡Para ella todo lo que la rodea constituye un laboratorio de exploración!

Luego de realizar sus estudios escolares en Chile volvió a su País natal a estudiar Arte Textil. Ahí vio y practicó por primera vez la técnica del batik. De vuelta en Chile siguió desarrollándose en ese ámbito, luego fue invitada a integrar el taller 99 de grabado de un reconocido artista chileno, Nemesio Antúnez, quien le dio el merecido espacio, pero su inquietud por lo textil era más fuerte. Siguió investigando y experimentando y sus resultados la llevaron a participar en exposiciones de batik en el extranjero. Fue justamente en una de esas exposiciones donde ella cae rendida ante la técnica de la “amarra precolombina”, como la llama ella o “shibori”, como se le llama en Japón. Ahí conoció este sistema milenario de huellas dejadas por amarras y teñidos, y se le abrieron miles de posibilidades que ella fue explorando, incluyó también pliegues,

costuras y enrollado de telas. A partir de este hallazgo ella siguió buscando, investigando cómo trabajar esa técnica porque en Chile era totalmente desconocida. Ella considera que sus maestros fueron los pre-colombinos.

Por esos años fue contratada como profesora del departamento textil de la Universidad Católica, donde pudo perfeccionar sus conocimientos, ponerlos al servicio de sus alumnos y aportar al arte textil. Ganó una beca Fullbright que la llevó a palpar el quehacer en este ámbito en distintos planteles norteamericanos y perfeccionarse para entregar su conocimiento. Y así volvió a Chile: ¡una destacada artista textil única, genuina y auténtica!

Sin embargo, cuando Inge logra destacarse en Chile y su obra empieza a ser reconocida en nuestro País, el régimen político del momento, la dictadura militar, no está de acuerdo con el pensamiento de las élites artísticas y más que apreciar sus obras, considera que los artistas son un peligro para la estabilidad nacional. Es por este motivo que Inge, su marido, Marco Dusi, un destacado director de coros y su pequeña hija, Catalina, se ven forzados a dejar el País trasladándose a Costa Rica. Inge no se desanima, al contrario, cada cambio para ella es una nueva oportunidad de creación. Y ahí pasó años de mucha productividad siendo un aporte para el ámbito textil. Luego la familia se trasladó a Milán, ciudad de origen del marido, años que dedicó casi exclusivamente al diseño de vestuario y a la moda en general. Trabajó para Missoni y dos veces representó a Italia en el Fashion Foundation Contest en Tokio.

Volvió a Chile en 1997 y ahí retomó de lleno el shibori, la enseñanza de este y ayudó a visualizar la disciplina. Organizó simposiums internacionales y exposiciones con connotados artistas mundiales. Fue muy cercana a Yoshiko Wada, gran exponente del shibori en Japón, quien al ver la obra de Inge, no se convencía que no fuese hecha por una japonesa.

Reinició las clases con sus alumnas, artistas textiles, en su departamento, utilizando la cocina y el baño, y ahí les enseña la maravillosa alquimia del teñido, con telas precisas, miligramos exactos para conseguir los tonos deseados y con una actitud increíblemente minuciosa y perfecta.

Inge sigue adelante. Sus pies le están fallando, muchos dolores, pero ella no afloja! Le piden el departamento que habitan en Santiago, ¡tienen que cambiar casa a esa edad!, y tanto ella como su marido, grandes aventureros cercanos a los 90 años, deciden trasladarse a Viña del Mar. Así Marco no tendrá que viajar dos veces por semana en bus a trabajar con sus coros e Inge estará más tranquila. E inician una nueva vida ahora en la costa, ella siempre optimista integrando a su trabajo este nuevo escenario a pesar de sentir que su cuerpo se ha ido deteriorando, pero su espíritu le va dando ánimo y no la deja decaer. Voy a visitarla y caminamos por la orilla del mar, conversamos, nos reímos y disfrutamos como si nos hubiésemos conocido desde siempre y tuviésemos la misma edad. Esa es Inge: a pesar de su fama, de sus obras, de sus vivencias y de su sabiduría, ella es siempre la misma y se adapta a los demás.

Han pasado los años y la salud está débil. A petición de su hija, Inge acepta ir a Italia con su marido a vivir cerca de su familia. Ella dice: “No es fácil dejar Chile, pero uno tiene que estar donde están los sentimientos, donde está la familia!” Hoy vive en Italia en las cercanías del Lago Maggiore, cerca de su hija Catalina, su yerno y sus tres nietos. No ha seguido haciendo shibori pero está rodeada de sus hermosas obras dispuestas por toda la casa, cada una tiene una historia, las que ella recuerda con perfección. Si bien es cierto que sus manos están quietas, su mente ya está viajando hacia su próxima exposición que hará con el Comune, repasa las obras que aún tiene en Chile, piensa en cómo las hará traer a Italia, cuáles expondrá y yo, desde el otro hemisferio, me la puedo imaginar con qué perfección y tenacidad estará organizando todo y el lujo de exposición que montará.

Ana Maria Valdivieso

Inge, la mia amica di viaggio nel corpo e nell’anima

“Donne con lo zaino” è un blog dove si incontrano e si riconoscono quelle donne speciali  che hanno saputo dare alla loro vita una svolta interessante, donne da far conoscere.  Per questo e per altri motivi ho voluto parlarvi qui di una grande donna, Ingeborg Schünemann, dal nome d’arte Inge Dusi.

L’ho conosciuta 9 anni fa, quando lei aveva 80 anni, io 59.  É stato un vero regalo per me trovare una donna così irrequieta, curiosa, sensibile, accogliente, divertente, con una ampia  cultura in grado di  integrare altre  culture, con un raffinato interesse per l’arte,  una persona davvero speciale.

Indagando un po’ ho scoperto che Inge è nata in Germania. Dopo un anno di vita è arrivata nel sud del Cile, presso il lago Llanquihue, a causa del lavoro  di suo padre, pastore luterano.

Fin da giovanissima mostra interessi artistici e sensibilità verso la natura che la circonda.  Integra elementi della natura nei suoi primi disegni e dipinti, dando forma alle sue prime opere. Per lei, tutto ciò che la circonda costituisce un laboratorio di esplorazione!

Dopo aver completato gli studi scolastici in Cile, è tornata nel suo paese natale per studiare arte tessile. Lì ha conosciuto e praticato la tecnica del batik per la prima volta. Tornata in Cile, ha continuato a perfezionarsi in questo campo, poi è stata invitata a unirsi al laboratorio di incisione 99 di un famoso artista cileno, Nemesio Antúnez, che le ha dato il meritato spazio, ma la sua predilezione per i tessuti è stata più forte. Ha continuato perciò a ricercare e sperimentare e i suoi risultati l’hanno portata a partecipare a mostre batik all’estero. Proprio in una di quelle mostre si è incantata davanti alla tecnica della “cravatta precolombiana”, come la chiama lei o “shibori”, come viene chiamata in Giappone. Lì ha incontrato questo sistema millenario di tracce lasciate da ormeggi e tinture, e le si sono aperte migliaia di possibilità da esplorare, incluse anche pieghe, cucitura e arrotolamento di tessuti. Dopo questa scoperta ha continuato a cercare, indagando su come lavorare con questa tecnica che  in Cile era totalmente sconosciuta.  Ella ritiene che i suoi insegnanti fossero i precolombiani

In quegli anni viene assunta come docente nel dipartimento tessile dell’Università Cattolica, dove ha modo di perfezionare le sue conoscenze, metterle al servizio dei suoi studenti e contribuire all’arte tessile. Ha vinto una borsa di studio Fullbright che l’ha portata a sviluppare il lavoro in questo settore in diverse scuole nordamericane e a migliorarsi per trasmettere le sue conoscenze. E così è tornata in Cile: un’artista tessile eccezionale unica, genuina e autentica!

Tuttavia, quando Inge riesce a distinguersi in Cile e il suo lavoro comincia ad essere riconosciuto nel nostro Paese, il regime politico del momento, la dittatura militare, non condivide il pensiero delle élite artistiche e più che apprezzare le sue opere,  ritiene che gli artisti siano un pericolo per la stabilità nazionale. È per questo motivo che Inge, suo marito, Marco Dusi, un importante direttore di coro, e la loro figlia Catalina, sono costretti a lasciare il Paese per il Costa Rica. Inge non si scoraggia, anzi, ogni cambiamento per lei è una nuova opportunità di creazione. Lì ha trascorso anni di grande produttività dando un contributo al settore tessile. Successivamente la famiglia si è trasferita a Milano, città di origine del marito, anni che poi ha dedicato quasi esclusivamente al costume e alla moda in genere. Ha lavorato per Missoni e ha rappresentato due volte l’Italia al Fashion Foundation Contest di Tokyo.

Tornata in Cile nel 1997, riprende a pieno lo shibori, insegnando e aiutando a comprendere la disciplina. Organizza simposi internazionali e mostre con artisti di fama mondiale.   Si è molto legata a Yoshiko Wada, grande esponente dello shibori in Giappone, il quale, vedendo l’opera di Inge, non credeva  che potesse essere  stata realizzata da una donna giapponese.

 In Cile riprende le lezioni con i suoi studenti, artisti tessili, nel suo appartamento, utilizzando la cucina e il bagno, e lì  insegna loro la meravigliosa alchimia della tintura, con tessuti precisi, milligrammi esatti per ottenere i toni desiderati con una precisione  incredibilmente accurata e perfetta.

Inge va ancora  avanti. I suoi piedi le stanno venendo meno,  prova molto dolore, ma non si arrende! Le chiedono  di lasciare l’appartamento in cui vive a Santiago, è costretta a cambiare casa a quell’età! Sia lei che suo marito, grandi avventurieri vicini ai 90 anni, decidono di trasferirsi a Viña del Mar, così Marco non sarà costretto a  viaggiare due volte alla settimana in autobus per lavorare con i suoi cori e Inge si sentirà più tranquilla.  Iniziano una nuova vita sulla costa, lei è sempre ottimista nell’integrare questo nuovo scenario nel suo lavoro. Nonostante senta che il suo corpo si sta deteriorando,  il suo spirito la incoraggia e non le permette di decadere. 

Di tanto in tanto andavo a trovarla e camminavamo in riva al mare, parlando, ridendo e  divertendoci come se ci conoscessimo da sempre e avessimo la stessa età. Questa è Inge: nonostante la sua fama, le sue opere, le sue esperienze e la sua saggezza, è sempre la stessa e si adatta agli altri.

Gli anni sono passati, la  sua salute è debole. Su richiesta della figlia, Inge accetta di andare in Italia con il marito per vivere vicino alla famiglia. Dice: “Non è facile lasciare il Cile, ma bisogna stare lì dove sono gli affetti, dove c’è la famiglia!” Oggi vive in Italia vicino al Lago Maggiore, vicino a sua figlia Caterina, suo genero e i suoi tre nipoti. Non ha più continuato a fare shibori ma è circondata dalle sue bellissime opere disposte in tutta la casa. Ognuna  di esse ha una storia, che lei ricorda alla perfezione. Anche se è vero che le sue mani sono ferme, la sua mente è già in viaggio verso la sua prossima mostra che farà con il Comune, passa in rassegna le opere che ha ancora in Cile, pensa a come le porterà in Italia, a come le esporrà e io, dall’altro emisfero, immagino con quale perfezione e tenacia organizzerà e tutto il lusso dell’esposizione che allestirà.

Silvia

Silvia, Imperia- Asti-Trevignano Romano-Saint Pierre en Port

Sono nata in una città marina. Il mare è stato da subito il mio elemento. Amavo viverlo dal di dentro, rotolarmi nelle onde e poi tuffarmi. Ho imparato presto a nuotare e da piccola ho gareggiato fino a  diventare una vera e propria  campionessa di nuoto nella categoria dei pulcini. Ho vissuto ad Imperia fino a quando mi sono sposata. In quel periodo, avendo studiato per diventare decoratrice d’interni, progettavo case e vendevo cose belle in un negozio di oggettistica. La  mia socia era un’esperta di piante, più da un punto di vista scientifico, io prediligevo il lato estetico e il nostro connubio lavorativo funzionava bene, da lei ho imparato molto.

 La mia seconda città è stata Asti e lì, pur non avendo il mare, vivevo serena in una grande casa con un giardino. Il bello delle cascine piemontesi è dato dalla presenza di tanto verde e, pur se lontana dall’azzurro del mare, mi piaceva vivere nella natura astigiana. Gli insegnamenti della mia socia e gli studi sulle piante nei quali mi ero immersa da autodidatta hanno fatto sì che mi dedicassi poi ad un vero e proprio lavoro di giardiniera nella terza cittadina dove sono andata a vivere: Trevignano Romano.

Lì ho trovato un connubio perfetto tra acqua e verde: il lago dove potevo ricominciare a nuotare e le piante. Il mio lavoro da cittadina del lago consisteva nel progettare e realizzare giardini per case con spazi esterni. Da Imperia ad Asti, poi, a Trevignano Romano…una nuova vita, ma non era finita lì. A cinquanta anni suonati un altro cambiamento, questa volta diverso per l’impegno nel dover apprendere una nuova lingua, una geografia differente, una città bella e difficile per i timori legati ad un nuovo inserimento dei figli in una realtà cittadina. Mi sono adattata comunque alla mancanza del mare e della campagna. Quando sentivo il richiamo dell’acqua passeggiavo sulla Senna e ascoltavo lo scorrere del fiume. Rimpiangevo un po’ i miei lavori di un tempo, ma ero stimolata dal cambiamento, dall’avventura, dalle sfide che una città come Parigi mi poneva sempre di fronte. Le amiche mi contattavano per consigli sulle loro piante da balcone o sull’arredamento delle loro case che spesso, con un mio semplice tocco, rilucevano di nuova vita. Ho sempre privilegiato il  riciclo di oggetti e mobili e con una piccola spesa riuscivo a rimodernare cianfrusaglie messe in un angolo e mobili dati per spacciati. Con i giusti colori sulle pareti le case apparivano subito differenti, lucenti. Anche per le piante adotto lo stesso stile: sono poche le piante che compro, i miei giardini sono il frutto di piante regalate o raccolte un po’ qui e un po’ lì, in un miscuglio originale che rende unico il luogo che curo. Cerco sempre di creare armonia tra quello che si è e quello che si ha, armonizzando ciò che ho a disposizione, aggiungendo qua e là piccole cose d’occasione, oggetti pescati nei negozietti della Croce Rossa o piantine trovate sul greto di un ruscello. 

Voi che leggete però smettetela di immaginarmi sdraiata su un prato a Champs de Mars o affacciata su un balcone che dà sulla Torre Eiffel.

Adesso vivo in Normandia, a Saint Pierre en Port, ho cambiato ancora una volta esistenza. Adesso, insieme a mio marito, accolgo ospiti un una casa spaziosa e piena di fiori. Al piano di sopra  ci sono due camere che affitto da primavera a settembre a ospiti che arrivano da tutto il mondo.

Alcuni sono marciatori, altri ciclisti che imperterriti affrontano anche le giornate più piovose. A volte abbiamo accolto ‘randonneurs’ sorpresi dalla pioggia mentre percorrevano il sentiero GR. Li accogliamo tutti come se fossero gente di famiglia, ci piace dare consigli sulla regione che stanno visitando e condividere chiacchiere e marmellate fatte in casa. Molti ospiti si trasformano in amici che poi andiamo a trovare, si creano vincoli che durano nel tempo.

La Normandia è una terra unica. Adoro il profumo delle piante e la potenza del mare. Sono nata sul Mediterraneo e non posso stare a lungo lontana dalle onde, il vento impetuoso che porta l’odore del mare nella mia casa è ciò che rende interessante la mia vita in questo luogo. Chissà  però dove sarò tra qualche anno, la vita mi riserba sempre delle sorprese. Per ora sono qui, se volete venire a trovarmi sarò lieta di accogliervi.

Silvia Salvaneschi

Se volete girare per la Normandia e fare tappa da Silvia questi sono i suoi contatti:

419 Rue du Nord, Saint Pierre en Port 76540 France, tel. +393386867593 oppure +33623735001, email: silviabov@gmail.com

Noi amiamo particolarmente la casa di rue du Nord e Saint Pierre in Port, il mare e la spiaggia. Lo scorso anno abbiamo trascorso lì delle giornate davvero piacevoli.

Lì abbiamo incontrato, un pomeriggio di fine giugno 2020, una pescatrice. Chantal, così si chiama la donna che siamo tornate a cercare da poco senza successo, praticava un tipo di pesca abituale da quelle parti, la “pesca a piedi”. Abbiamo mostrato la sua foto ai pescatori sulla spiaggia ed alla gente che incontravamo per strada. Dov’è Chantal?- chiedevamo- ma tutti scrollavano le spalle- nessuno sapeva nulla di lei. Torneremo ancora nella casa di Silvia per guardare dalle sue finestre il mare ed il giardino fiorito e chiedere ancora a tutti: “Où est Chantal?”

Se andate da quelle parti, cercatela anche voi.

R.&P.

La resistenza delle donne in un angolo di Paradiso.

Laghi di Fusine, Tarvisio, estremo nord est a 5 km dal  confine con la Slovenia.
Qui dal 1935, senza restiling ( per il momento) esattamente come allora, sorge La locanda Edelweiss che si affaccia sul lago inferiore di Fusine, incastonato tra le montagne e le acque trasparenti e cristalline del lago che, quando virano sul blu, a seconda della luce, lasciano senza esagerare senza fiato.
Tre generazioni di donne fiere e resistenti hanno abitato questo luogo lavorando con tenacia e passione.

La prima a costruire la locanda è stata Carolina Stupancich.
A 30 anni Carolina si è ritrovata da sola ad aver la necessità di sbarcare il lunario,dovendo provvedere anche a  suo marito, ufficiale reduce della grande guerra che, come molti suoi coetanei dell’epoca, era tornato profondamente segnato dai traumi psichici, portandosi dietro le cicatrici profonde della guerra.
Cosí Carolina a 40 anni, dopo essersi fatta le ossa per diversi anni alla Locanda del Cervo, aprì il mitico Edelweiss nel 1935.

Arriviamo adesso agli anni 50.
La figlia di Carolina, Emilia Kramer, rimane vedova e, continuando un filo matriarcale di imprenditoria al femminile, prende in mano le redini dell’ Edelweiss.
Nella foto si può vedere Emilia in uno scatto del 1929, bellissima e sorridente seduta sull’erba, mentre indossa con eleganza un abito locale durante una festa di beneficenza.
Negli anni 50 saranno sempre più numerosi  i Triestini, gente aperta e di larghe vedute, a trascorrere all’Edelweiss periodi di villeggiatura.

Come a perpetrare un destino di famiglia, nel 1960 subentra Laura Pio, la figlia di Emilia, donna indipendente e volitiva.
Si separa dal marito in anni difficili per le donne ma sa farsi rispettare  ed apprezzare, diventando un punto di riferimento ed un’ istituzione per la comunità dei due laghi.
Laura verrà affiancata negli ultimi anni di lavoro da sua nuora Cristina, splendida cuoca appassionata di musica, per poi
ritirarsi dalle scene  in Austria nel 2019.

A sciogliere e trasformare il karma matrilineare c’è ora la famiglia del figlio di Laura al completo.
Umberto,  la moglie   Cristina e i due figli Carlo ed Elena portano avanti con  passione, professionalità e cura  la tradizione di famiglia in questa perla incantevole delle Alpi fuori dai circuiti turistici più battuti.
Consiglio vivamente questa meta  agli amanti della montagna e a tutti quelli che vogliono assaporare un pezzetto di storia tra Italia, Austria e Slovenia anche dal punto di vista culinario.

Simona

Il cammino di Annalisa

Riceviamo da un’autentica donnaconlozaino il diario del suo cammino realizzato in sei giorni, brava Annalisa!

“Incuriosita dall’esplorazione di un’ex ferrovia, mi sono costruita un percorso tutto mio. Inizio così il mio viaggio, zaino in spalla, il 9 agosto con il cammino di “qui passò Francesco” per poi proseguire con l’ex ferrovia Spoleto-Norcia da dove poi inizio il “cammino di San Benedetto”: in totale 200 km.

Parto da Assisi e, in un’atmosfera di serenità e bellezza, percorro un sentiero che sale verso il monte Subasio, fino ad arrivare all’Eremo delle Carceri dove è d’obbligo una piccola sosta per ammirare il paesaggio. Proseguo fino a Spello e poi a Foligno, mi sembra che qui il tempo si sia fermato, che tutto sia più genuino e autentico. La mia meta del primo giorno è la deliziosa cittadina di Trevi.

 Il giorno seguente il mio cammino mi porta alle fonti del Clitumno, lì inizio il percorso del treno, una bellissima oasi verde dove poi proseguo, purtroppo su strada, fino a Spoleto. Lì incontro il custode dell’ex ferrovia Spoleto-Norcia che mi guida nel museo illustrandomi tutti i dettagli per affrontare il percorso del giorno successivo. Mi racconta la storia di questa ferrovia a trazione lenta che fu progettata dall’ingegnere Erwin Thomann e costruita dalla società subalpina di imprese ferroviarie tra il 1913 e il 1926, con un ritardo di circa 10 anni a causa della guerra.

Al mattino presto riprendo il mio zaino e inizio il percorso dell’ex ferrovia. Mi sembrava di viaggiare sui binari con tutta la loro storia. Tra bellissimi scorci devo affrontare diverse gallerie, tutte prive di illuminazione, la più lunga è di 2 km. Quando arrivo di fronte a questa, mi assale un po’ di timore ma mi preparo: giubbotto e torcia e via, mi inoltro! Il calcare risplende come se fosse argento, si sentono i gocciolii dell’acqua e i pipistrelli  che accompagnano il mio passo: è un’esperienza unica! Proseguo verso il viadotto: la vista sulla Valnerina è bellissima. Aarrivo a Borgo Cerreto, dove devo sostare perché purtroppo i danni del terremoto hanno interrotto per qualche chilometro la ex ferrovia. Al mattino arrivo a Norcia, dove mi assale la tristezza nel vedere così tanti cantieri in costruzione: tante famiglie ancora nei tanti container. L’unica cosa non danneggiata è la statua al centro della piazza e quella di San Benedetto da dove parte il mio nuovo cammino.

Riprendo il sentiero angosciata dal pensiero dei danni del terremoto e di quanto si sarebbe dovuto fare di più per le persone colpite. Continuo a camminare nella natura e passo nei piccoli paesi di Popoli, Piediripa, Togliano fino ad arrivare a Cascia; percorro il viale rasserenata dalla visione della basilica di Santa Rita. Rimango colpita dai colori brillanti e accesi all’interno della basilica e da tutto il suo splendore. In sacrestia mi accolgono a braccia aperte e mi chiedendono da dove vengo e quale cammino ho percorso. Mi regalano il libretto dei pellegrini; poi timbro la credenziale e proseguo ad esplorare la cittadina. Il giorno successivo mi aspettano diversi chilometri da fare per arrivare a Leonessa, quindi vado a letto prestissimo dopo una buonissima cena ristoratrice.

Ore 6: saluto Cascia e riprendo il sentiero che mi porterà a Roccaporena. Qui è nata Santa Rita e sembra che la sua figura aleggi ancora dovunque. Riprendo il sentiero sassoso in salita che mi porta fino a Monteleone di Spoleto; la sua torre dell’orologio fa da scenario al corso. Non posso sostare molto pero’ perché la strada è ancora lunga. Attraverso piccoli paesi e frazioni agresti, incrocio pascoli con mucche e cavalli allo stato semilibero, di fronte il panorama dei monti reatini. Arrivo a Leonessa entrando dalla porta Aquilana e proseguo per la splendida piazza 7 aprile dove si può ammirare la fontana Margaritana.

L’ultimo giorno affronto un bel po’ di sentiero in salita fino ad arrivare oltre i 1400 metri dove ammiro i meravigliosi prati di San Bartolomeo, il cippo di confine tra Umbria e Lazio: uno spettacolo a dir poco suggestivo e provo la sensazione di essere completamente  in pace con me stessa. Scendo poi verso Poggio Bustone dove trovo il frate che mi timbra la credenziale. Due chiacchiere con lui e poi riparto perché fa molto caldo e devo ancora percorrere venti km per recuperare il mio cammino.

Negli ultimi chilometri di ogni cammino si ripensa un po’ a tutto il percorso, alle emozioni provate, a tutti i chilometri percorsi, allo zaino che non sembra più così pesante perché ormai fa parte di te: vorresti che non finisse.

L’ultimo santuario che trovo prima di rientrare sulla strada, è quello di “La foresta” che merita davvero una piccola sosta. Riprendo infine  il cammino e concludo arrivando a Rieti, felice di essere arrivata dove volevo: al centro d’Italia!

Questo cammino, come gli altri precedenti che ho percorso, mi ha arricchito. Oltre alla bellezza di cui ho goduto, ho potuto misurare la mia resistenza fisica e la forza mentale necessaria per affrontare le difficoltà che si presentano. Insomma questi viaggi da sola mi rendono forte e lo stesso penso che possa accadere agli altri. Buon cammino a tutti!

Annalisa M.