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Da oggi in libreria: “Donne con lo zaino. Storie di donne sempre in cammino”, Elliot ed.

Care lettrici, cari lettori,

quindici mesi sono passati da quando ci siamo affacciate la prima volta sul web. Dapprima una manciata di amiche poi, piano piano, le lettrici sono aumentate e si sono unite a noi per raccontare e raccontarsi. Le donneconlozaino ci hanno parlato delle loro esperienze e delle loro vite. Abbiamo raccolto le loro testimonianze, i loro racconti di viaggi reali ed esistenziali, il loro cammino nella vita e nelle strade del mondo.

Ora sono qui, in un libro che la casa editrice Elliot ha pubblicato credendo ed investendo in questo progetto e che uscirà domani in libreria. 

Alcune cose sono cambiate dalle storie apparse nel nostro blog: Teresa e le scarpette a punta, Nena e la sua Tara ci hanno lasciato; Kathya e le infinite case ora abita (più o meno stabilmente…) ad Algeri e Tania è tornata negli Stati Uniti; la francese che non dimentica mai il rossetto ha una terza bambina; Silvia,la dottoressa della terapia intensiva, aspetta una bimba; Andrée e Anne hanno cambiato lavoro e Elsie con la sua associazione Costruisci un sorriso ha quasi terminato la scuola in Congo. Ed ora loro e tutte le altre hanno un posto nel libro appena uscito che vi invitiamo a cercare nella vostra libreria del cuore, a leggere e a diffondere. In questo modo faremo circolare la voce di molte donne che continueremo a pubblicare nel blog donneconlozaino.org e, chissà, in un prossimo volume!

Intanto, buona lettura:

una piccola donnaconlozaino all’arrivo dei libri!

Estremadura: una scoperta

Sono partita per l’Estremadura per il progetto Erasmus+ EDA’N’EDA, dedicato ad attività di formazione e job shadowing nell’ambito di esperienze digitali avanzate nell’educazione degli adulti. Da colleghi spagnoli avevo avuto la conferma che a Caceres, dove sarei stata ospitata con altri colleghi provenienti da diverse regioni italiane, c’è un polo molto avanzato in questo settore. Oltre al lavoro però ero curiosa di sapere quali attrazioni offrisse questa regione per me sconosciuta e ho cercato informazioni: ho saputo così che è patrimonio dell’Unesco per il suo casco antiguo. Felice di partire alla scoperta della regione ‘estrema’ di un Paese che amo molto e dove mi sento sempre come a casa, ho iniziato il viaggio con grandi aspettative.

Domenica scorsa, all’areoporto di Madrid ci siamo incontrati: io, Paola e Marisa provenienti da Roma, gli altri colleghi da Catania, Firenze, Milano, infine Jesùs e Evangelina, i nostri project manager di Aupex, coordinatori e organizzatori del programma per Egina. Il gruppo si è affiatato subito e siamo partiti con il pullmino per Casar de Caceres attraversando un bel tratto di Spagna verso il Portogallo. Le quattro ruote sono ancora indispensabili non avendo treni adeguati per coprire in tempi affidabili i 320 km che ci separano, ci informano i colleghi spagnoli. All’arrivo ci aspettava già uno di quei cieli color rubio tipici dell’estremadura dove il sole, in questa stagione, sembra scendere lentamente all’orizzonte. Abbiamo visitato la cittadina e gustato tapas locali tra cui il formaggio tipico prodotto dalle tantissime fattorie dove pecore e mucche vengono allevate nei pascoli intorno.

Nei giorni seguenti il programma fittissimo ci ha sottoposti a ritmi intensi di lavoro, incontri, spostamenti. Abbiamo avuto l’opportunità di entrare nel vivo delle attività realizzate nei centri che si occupano di alfabetizzazione digitale incontrando professori, coordinatori, studenti. Dal nostro centro di accoglienza Creofonte a Casar siamo partiti per Moraleja e incontrato José che, nel laboratorio Circular FAB, forma giovani, disoccupati e soprattutto donne in cerca di un lavoro e di una formazione digitale indispensabile in Spagna anche per presentare un CV o interagire con l’amministrazione pubblica. In questa regione rurale infatti si cerca, attraverso un grande ventaglio di formazioni, di combattere lo spopolamento dovuto ad un alto tasso di disoccupazione. Il fruitore tipico di questi corsi mediamente è una donna disoccupata tra i 35 e i 54 anni che vive in campagna, con scarsa istruzione e spesso analfabeta digitale. L’evoluzione di questa rete riflette la storia un po’ generale ma più emblematica in Estremadura: fino agli anni ’90 nessuno aveva connessione né internet; la prima fase degli investimenti progettuali e finanziari della regione ha quindi avuto come primo obiettivo di creare centri dove si potesse in modo capillare fornire devices e accesso al web. In questi venti anni, ci spiega Evangelina, accogliente e competente manager di Aupex, dai pochi collaboratori all’inizio, si è passati ad una numerosa equipe disseminata sul territorio con abilità tanto tecnologiche che relazionali-comunicative. La metodologia usata è infatti quella di insegnare ad imparare nel campo della tecnologia, di andare incontro flessibilmente ai bisogni specifici della popolazione rurale alla quale si rivolge questo servizio, sempre tenendo conto delle capacità di ciascuno. Per questi obiettivi ci vogliono formatori e formatrici competenti anche nel saper stabilire relazioni umane solidali. E di capacità relazionali ne hanno da vendere qui: siamo sempre stati accolti con amicizia, simpatia e disponibilità. I momenti informali di incontro, unas tapas, una cerveza, un churro con café con leche sono stati importanti per capire ed immergerci nella cultura locale tanto quanto le riunioni di formazione.

Nei giorni seguenti, aspettando un’ondata di calore che in questa regione estrema fa paura per le alte temperature che può raggiungere, visitiamo il centro di Calamonte e l’Universidad Popular (Mérida), due CEPA (Centro de Educaciòn de Personas Adultas, il “M° Martin Cisneros” e l'”Abril”, à Caceres e Badajoz), altri centri Aupex NCC (Plasencia, Badajoz, FABLAB a Moraleja), una Casa de la Mujer di cui parlerò più ampiamente in un altro articolo. In questa incredibile rete, la sinergia di interventi per la promozione culturale e formativa a scopo professionale e ricreativa è potente perché legata davvero al territorio: progetti sostenuti dai municipi locali, dalla regione e da fondi europei permettono agli abitanti di cittadine e paesi di usufruire di laboratori di alfabetizzazione digitale, cinema all’aperto, concerti o corsi di ginnastica e lingue.

Non pensiate però che l’Estremadura sia una regione da visitare solo per le sue risorse tecnologiche ed ecologiche. Viaggiando vediamo infatti zone molto vaste di pannelli solari; Jesus ci spiega che Estremadura è la prima regione produttrice di energia elettrica con risorse naturali con un rapporto di uno a tre rispetto alla seconda regione.

Per mia sorpresa ho scoperto un’area della Spagna dove è piacevole viaggiare e soggiornare sia per le bellezze naturali che artistiche. A poca distanza da Casar c’è un concentrato di cittadine patrimonio dell’Unesco: Caceres (location di Game of Thrones), Merida (provincia romana imperiale di grande interesse archeologico), Elvas (che si trova in Portogallo appena passata la frontiera) città fortificata, uno dei più grandi esempi nel mondo di questo tipo di mura. A poca distanza la cittadina di Badajoz ci sorprende con la sua Alcazaba del XII secolo e la più grande in Spagna con i suoi otto ettari.

Per gli amanti della natura infine viaggiare nei dintorni permette di esplorare un ambiente protetto molto particolare chiamato la dehesa, una prateria formata da specie vegetali capaci di resistere ad un clima mediterraneo-continentale dalle punte estreme di caldo e siccità estive al freddo invernale. Un ecosistema ideale per la pastorizia e l’allevamento le cui risorse sono ancora studiate per valorizzare i piccoli imprenditori locali. Ad esempio si ricerca come usare la resina di pino a scopi cosmetici o in medicina naturale. Verso le nove e mezza di sera, dopo il lavoro e diminuita un po’ la temperatura, riusciamo a visitare velocemente il limitrofo Parque Nacional Monfragüe, un vero paradiso per gli ornitologi che possono qui osservare avvoltoi, cicogne nere, aquile impérial e altri uccelli che nidificano sulle rocce. Le cicogne bianche ci hanno accompagnato per tutto il viaggio perché, ormai stanziali a causa del cambiamento climatico, sono diventate l’emblema di queste città. Por San Blas, la cigüeña verás, y, si no la vieres, año de nieves, cita Ruben il professore che ci fa da guida a Mérida mentre parlavamo di proverbi che testimoniano il cambiamento climatico con la loro inattualità. Se le cicogne tornavano normalmente a febbraio dalle loro migrazioni verso i Paesi caldi, da anni non partono più a causa delle ormai miti temperature invernali. Le osserviamo punteggiare la città con i loro nidi sui campanili delle chiese, sull’acquedotto romano e sui tetti dei vari palazzi mentre le sentiamo battere i lunghi becchi, richiamo e saluto per questi grandi uccelli che ora stanno nutrendo i loro piccoli.

La settimana è passata velocemente e cerco di sistemare gli appunti per la disseminazione del lavoro ma soprattutto riguardo e seleziono le fotografie scattate per fissare nella mente gli scorci e le bellezze dei luoghi visitati: la Plaza Alta di Badajoz con la sua muraglia, Mérida con il suo teatro romano ancora in uso (a luglio suonera’ anche Luigi Einaudi tra i tanti artisti), il tempio di Diana e l’arco di Traiano. La statua della lupa poi ci ricorda definitivamente l’origine romana di questa città fondata nel 25 a.C. da Augusto che diede questa terra ai soldati veterani (gli emeriti) delle legioni V e X legioni (Alaudae e Gemina). Capitale della Lusitania, era una città ricca che si trovava sulla rotta de la plata dalla Cantabrica alla Betica.

Infine Caceres con le sue torri, le mura, l’Arco de la estrella e la Plaza Mayor, la iglesia de San Jorge, il Palacio de Los Ovandos e il palazzo dove si dice che abitino i discendenti di Montezuma. Leggenda? Certo è che passando nelle varie strade dalla toponomastica di personaggi quali Calle Pizarro e Calle Cortèz ci si ricorda quanto la ricchezza delle conquiste in Sudamerica si siano trasformate in bellezze architettoniche e artistiche qui in Spagna.

Un ultimo giro prima di lasciare l’Estremadura lo dedichiamo ad assaggiare le specialità del luogo: jamòn iberico, tarta del Casar (il buonissimo formaggio locale), solomillo, paella, incluso il bellota, il liquore a base di ghianda, ed agli acquisti di artigianato locale. Nel Casco Viejo passiamo la nuestra ultima tarde in un giardino-bar di un locale che oggi accoglie il concerto dei Castor Head, gruppo spagnolo di musica country. C’è aria di festa e non solo perché è venerdi sera ma anche perché inizia la Feria di Mayo: ogni occasione è buona per fare la festa qui commenta Jesus, il nostro fantastico collega e guida locale.

La settimana dedicata a questo viaggio volge al termina; l’affiatato gruppo dei colleghi si separera’ all’areoporto dopo l’ultimo viaggio in pullmino ma i luoghi e le esperienze mi resteranno impresse per sempre.

Un altro soggiorno in Spagna che mi ha marcato per la facilità nell’incontro umano e lo scambio, la familiarità con una cultura tanto simile, una lingua che adoro e una nuova regione che mi ha sorpreso per la ricchezza culturale e la bellezza. Grazie a tutte e a tutti coloro che hanno reso questo soggiorno ricco e intenso.

P.

Jeanne Baret

La prima donna a circumnavigare il globo.

Photo by Irina Demyanovskikh on Pexels.com

Durante la presentazione del libro “Donne con lo zaino” a Solarolo, in Romagna, ci è stato suggerito di ampliare i nostri ritratti di donne rivolgendoci alle nostre progenitrici. Già in precedenza avevamo ritratto alcune donne incontrate durante le nostre ricerche, come ad esempio Bona Sforza durante il tour su Bari vecchia, o Freya Stark, considerata la prima travel blogger, perciò abbiamo subito raccolto il suggerimento di un’amica. Alcuni giorni fa Martine, venuta a trovarmi da Parigi, sapendo del mio desiderio di approfondire le letture sulle donne che dei viaggi hanno fatto non solo un hobby ma una ragione di vita,  mi ha mostrato sulla rivista francese Reliefs  il ritratto, ad opera di  Michèle Kahn,  di Jeanne Baret, la prima donna di cui si ha notizia che abbia circumnavigato il globo. 

Jeanne, nata nel 1740 in un  modesto villaggio in Borgogna, era povera e analfabeta, destinata ad  una vita noiosa e di stenti. Figlia unica di un contadino, lo aiutava nei campi. L’unica luce nella sua vita era raccogliere le erbe con sua madre, che le aveva fatto conoscere i segreti delle piante.

Diventata orfana, Jeanne visse delle sue erbe mediche che, a detta di tutti,  facevano miracoli. Se vedeva una nuova pianta, ne indovinava subito le proprietà e le testava. Nel 1762, durante una delle sue passeggiate esplorative, si trovò faccia a faccia con un uomo, dottore, un certo Mr. Philibert Commerson, che girava con un barattolo di latta a tracolla, con un bastone in una mano e nell’altra una lente d’ingrandimento. Alle domande curiose di Jeanne, rispose che a casa e nel suo studio aveva un enorme erbario e che, sempre desideroso di arricchire le sue collezioni, saccheggiava di continuo aiuole e sterpaglie per poter raccogliere e catalogare senza sosta le sue erbe.

Monsieur Commerson chiese a Jeanne prove scientifiche sull’efficacia dei suoi preparati. Lei rispose semplicemente che le sue tisane guarivano. I due si videro più volte e, nonostante la differenza sociale, il loro disaccordo sulla botanica (per l’uomo era scienza, per Jeanne intuizione), cominciarono a collaborare.

Commerson, tredici anni più di Jeanne, era sposato. Quando la moglie morì di parto, Jeanne accettò di diventare l’istitutrice del figlio rimasto orfano e da Commerson imparò a selezionare le piante secondo il metodo del botanico svedese Carl von Linné. 

Trasferitasi a Parigi, Jeanne entrò in un mondo completamente nuovo per lei. Più vedeva, più era ansiosa di conoscere. Assimilava tutto con prodigiosa velocità. Nell’ottobre del 1766 il capitano Louis-Antoine de Bougainville si preparò a circumnavigare il mondo e, volendo assumere due scienziati, puntò gli occhi sull’astronomo Véron e sul medico-botanico e naturalista Commerson. Philibert accettò e, avendo bisogno di qualcuno che lo aiutasse, pensò che Jeanne poteva essere un’assistente ideale. Ma alle donne era vietato salire a bordo delle navi del re, perciò Jeanne decise di travestirsi da cameriere. Commerson, conoscendo le abilità di Jeanne, finì per accettare. Jeanne indossò abiti maschili, si legò i capelli, nascose i seni  comprimendoli con un’ampia fascia e, per partire, inventò un nuovo nome, Jean Bonnefoy.

Il viaggio cominciò , i due affrontarono tantissime peripezie ma incontrarono una flora esuberante, sgargiante e  fertile. Ogni tappa fu ricompensata da una scoperta, così a  Montevideo come a Buenos Aires, a Rio, nello stretto di Magellano, in Patagonia, a Tahiti.

Più volte Jeanne rischiò di essere processata e condannata per il suo travestimento ma il  desiderio di conoscenza fu sempre più forte della paura.

Jeanne continuò a studiare e a catalogare per lo sviluppo della botanica, ma solo nel 2012 fu battezzata in sua memoria una pianta rampicante, appena scoperta in Sud America, la Solanum baretiae.

R.

Tastiere e pantaloni

Volevo i pantaloni…- afferma Valentina dopo avermi raccontato le discriminazioni e le difficoltà di una donna nel mondo della musica pop. Professionista competente e preparata, è la prima donna ad aver suonato come solista nella sezione ritmica al Festival di Sanremo 2022:

Non ti sembra incredibile che in settantadue anni di Sanremo non ci sia stata nessuna donna con questo ruolo? Sono principalmente una pianista, ma ho ampliato le mie competenze suonando anche le tastiere proprio per necessità lavorative. Nel settore musicale si tende a scegliere chi ha un maggior raggio di competenze ed inizialmente ho adeguato le mie conoscenze per questo motivo. In un secondo momento ho scoperto che in questo lavoro è difficile che qualcuno dia il ruolo di pianista ad una donna, esponendola ad una responsabilità che viene considerata eccessiva e meglio gestita da uomini più esperti. Con le tastiere, invece, che spesso in orchestra sono due o tre, “gestire le responsabilità” diventa più semplice.

Ad oggi esistono ancora molti pregiudizi che danno adito a credere che ci siano ruoli prettamente femminili e altri prettamente maschili. Il violino e i cori, per esempio, sono strumenti “da donne”…possibilmente carine, soprattutto per la televisione. Batteria, basso, chitarra, pianoforte e tastiere sono, invece, “strumenti da maschio”. Per questo è davvero incredibile che io abbia potuto finalmente avere l’opportunità di suonare in un’orchestra di musica leggera.

Chiamata a dicembre dal Maestro Leonardo De Amicis per le prove del Festival, Valentina racconta questa esperienza con la fierezza di chi ha lottato e sofferto nella sua carriera affinché vengano riconosciute le sue competenze. Una donna è scelta comunque in base all’aspetto fisico; bisogna essere attraenti e tutto concorre a questo, trucco, abbigliamento, ecc. Io però ho preteso di vestire con i pantaloni e le scarpe basse, mi sono imposta perché volevo che si cominciasse a cambiare atteggiamento nei confronti delle musiciste già dall’immagine.

Valentina, per la sua carriera, ha scelto la musica pop ma la sua formazione è classica. Diplomata al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, decide poi di frequentare per passione l’Università della musica leggera che allora si trovava a via Libetta. Figlia d’arte (il papà è stato chitarrista di Lucio Dalla, Claudio Baglioni, Renato Zero e tanti altri artisti famosi), avrebbe voluto diventare direttore d’orchestra:… ma anche se il mondo della musica classica è meno sessista di quello del pop, sentivo di non essere sostenuta in questa scelta per un lavoro che resta appannaggio degli uomini.

Mio padre non è mai stato entusiasta del mio desiderio di diventare una musicista e di entrare nel mondo della musica pop. Conoscendo l’ambiente sapeva le difficoltà che avrei incontrato, difficoltà non certo legate alle mie competenze, ma ai pregiudizi e ai preconcetti che vanno avanti da troppi anni senza dar margine di apertura verso il mondo femminile. Per questo ha sempre sperato che mi dedicassi all’insegnamento o che continuassi nell’ambiente della classica.

La passione per la musica le deriva dalle primissime esperienze con il flauto alla scuola elementare e poi con il pianoforte conosciuto grazie ad un vicino di casa che aveva iniziato a suonarlo.

Figlia di genitori separati in un periodo in cui questo era ancora poco comune, mi sentivo diversa; i miei compagni di scuola vedevano la mia situazione particolare. Credo di aver pensato da subito alla musica come il mio rifugio; il pianoforte rappresentava per me qualcosa di fisso, un punto di riferimento anche fisicamente ancorato in un luogo. A volte mi nascondevo sotto la tastiera e, così accovacciata, mi sentivo al sicuro: sentivo che nessuno avrebbe potuto portarmi via questo strumento. Ho visto i miei genitori sempre come persone traballanti, adulti adolescenti presi dai loro problemi ed esigenze; dopo vent’anni di separazione però sono tornati insieme ed ora mi aiutano con i figli.

Valentina mi racconta di essere rimasta incinta durante la tournée internazionale di un artista molto famoso per la trasmissione accompagnata da un’orchestra composta esclusivamente da musiciste donne.

Svolgevo il ruolo di direttore d’orchestra e responsabile musicale anche se non ero pagata più delle altre colleghe che però non mi sostennero quando lottai per il rispetto della dignità di lavoratrice madre. Avevamo contratti a termine e una paga inferiore a quelle previste normalmente per le orchestre maschili. Intanto la tournée riscuoteva successo; la formula dell’orchestra al femminile piaceva anche se fu vantaggiosa soprattutto per il cantante. Ci esibimmo in Italia e all’estero compresa l’Olympia di Parigi con Aznavour e la Cardinale nel pubblico ed il ritmo di lavoro era intenso. Lavorai per tutti i nove mesi di gravidanza per mantenere gli impegni presi, dovetti pagare di tasca mia la sostituta per le prove del 9 aprile. Programmai un cesareo il 22 aprile per poter essere poi al concerto del 27 aprile ancora con i punti. Portavo con me mio figlio Daniele in tournée incluso il gran concerto di luglio allo Stadio Olimpico con 12.000 persone; furono prodotti DVD di cui non ci fu data neanche una copia né tantomeno i benefici: la nostra paga di musiciste continuava ad essere bassa. Quando il bambino compì sette mesi lo affidai a mia madre. A fronte di tanti sacrifici decisi di incontrare l’artista protagonista del tour per chiedergli un aumento di 50 euro lorde. Mi ricevette nel suo camerino e rifiutò la mia richiesta dicendomi: “La gente viene per me, non per te quindi o te o un’altra è uguale”. Mi rifiutai allora di firmare perciò le ultime tre settimane lavorai senza contratto compresa la grande serata al Sistina. Successivamente fui seconda tastiera per gli spettacoli di Gigi Proietti; nel frattempo avevo avuto Alice, la mia seconda figlia e non potevo permettermi ambizioni particolari. Era un lavoro con meno responsabilità e competitività e comunque devo dire purtroppo che ho quasi trovato più solidarietà tra i colleghi uomini. Proietti però aveva meno date; maturai allora l’idea di aprire una scuola di musica e, dopo diverse peripezie, ho investito in BbMUSIC, un centro musicale polifunzionale dove principianti o musicisti trovano ciascuno il loro spazio per entrare o migliorare nel campo musicale.

Quando è stata chiamata per il Festival, Valentina esitava ad entrare nuovamente in un mondo che sente ancora profondamente maschilista, confermato da battute del genere “Vi lascerei tutte in cucina”. Anche giornalisti e media contribuiscono secondo Valentina a mostrare l’immagine femminile più che dare spazio alla voce delle donne musiciste:

Alla fine del Festival ho avuto ringraziamenti e attenzioni solo da Sabrina Ferilli, Emma e Drusilla; i miei colleghi uomini sono stati chiamati dopo a lavorare e non io. Nei provini si considera ancora la bellezza come criterio per le donne mentre per reggere i ritmi delle tourné ci vogliono competenze specifiche quali l’autocontrollo, la capacità di reggere lo stress, la resistenza, tutte capacità che ho ben dimostrato di avere…

Valentina è una donna brillante e determinata che porta avanti la sua passione e le chiedo se rimpianti ed amarezza la condizionino nella sua professione e nel suo ruolo di madre sola.

Vorrei che la musica fosse un veicolo e una risorsa per tutti gli allievi che arrivano a scuola; in particolare vorrei che le ragazze e le donne trovassero uno spazio libero da condizionamenti e stereotipi. Penso di aver aperto una strada e di dare anche così l’esempio ai miei figli. Io non cucino e il primo regalo che mi sono fatta guadagnando è stato poter pagare un babysitter per tenere i bambini ed esser libera di lavorare. Ho dato a mia figlia il nome di Alice perché, come il personaggio della storia, spero non debba cercare il principe azzurro ma valorizzi la curiosità e l’intraprendenza nella vita….

Davanti a un caffè nella terrazza di fronte alla scuola di musica discutiamo ancora sull’importanza dell’apparenza nei social e così Valentina mi racconta della sua iniziativa di raccolta fondi per i rifugiati ucraini organizzata per l’11 maggio. Sul gruppo facebook non aveva inizialmente avuto nessun riscontro con una normale informativa: decido allora di mettere provocatoriamente un’immagine: quella di un bel sedere. Immediatamente ho avuto tantissime visualizzazioni e questo mi ha fatto riflettere; naturalmente ho acceso un dibattito…come hai visto non sono il tipo che tace…

No, Valentina non è proprio il tipo di donna sottomessa e silenziosa anche perché per lei: la musica è comunicazione, è il modo in cui mi esprimo, è il mondo che deve aprire possibilità, non chiuderle, soprattutto alle donne, fonte incredibile di energia.

E sul palco del Mammut Live Club, dove presenta con entusiasmo e competenza la serata dell’11, introduce infatti le/gli artisti ricordando che: La musica ci dà quell’ energia di cui abbiamo bisogno.

P.

Petsitting a Chantilly/Petsitting à Chantilly

Amate viaggiare ma non potete permettervelo quanto vorreste? Amate gli animali e prendervene cura? Vi piacerebbe vivere per un periodo come “un locale”? Tutto questo è possibile: altre persone che amano gli animali e i viaggi cercano ospiti affidabili a cui consegnare “home&pet” durante i loro spostamenti.

Avevo già parlato di questa modo di viaggiare con la mia amica Ludovica che mi raccontava le sue esperienze di catsitter o dogsitter e delle varie proposte interessante che le capitano da quando si è iscritta su un sito specializzato. Ecco cosa sostiene:

Uso da anni la piattaforma trustedhousitters che mette in contatto persone pronte a scambiarsi il favore di occuparsi degli animali degli altri. Naturalmente il servizio può anche avvenire unilateralmente. Così funziona questo sito: permette di viaggiare in modo diverso, visitare posti nuovi occupandosi di cani, gatti, cavalli, conigli o altri animali che vivono nel posto dove si è ospitati. Questo scambio è basato su una reciproca fiducia. Chi ti affida la propria casa e il proprio “pet” ti affida un pezzo di cuore. Impossibile quindi disattendere questa fiducia, l’amore per gli animali e il rispetto per una casa non propria fa sì che questo scambio si realizzi sempre con successo.

La settimana scorsa poi Ludovica mi invia delle foto del castello di Chantilly e di un meraviglioso cane. Mi scrive di essere molto felice di aver accettato la proposta di Jody, un’americana che vive da vent’anni in una magnifica maison vicino Chantilly con tanto di parco e foresta annessa dove Dixie, la sua goldenretriver, scorrazza beata. Ecco il racconto di Ludovica al ritorno:

Martedì 26 aprile sono partita da Roma con mia sorella Elisabetta, destinazione Parigi. Già il volo è stato un’avventura visto che mia sorella non prendeva un aereo da circa 40 anni dopo un’esperienza che l’aveva marcata. Su un volo Roma New York, dove doveva recarsi per cure molto importanti, un motore improvvisamente si ruppe e il comandante fu costretto a tornare indietro; la paura fu tanta e lei non volle più volare. Questo è stato dunque un viaggio importante anche perché le ha dato l’occasione di superare un blocco.

Tornando a questo nostro soggiorno a Chantilly: avevo ricevuto l’invito di Jody tramite il sito abituale: alloggio in una bellissima casa con parco + uso macchina in Val d’Oise. In cambio dovevo accudire il “pet” della famiglia, in questo caso una dolcissima goldenretriver. Jody ci è venuta a prendere all’aeroporto di Beauvais, ci ha accolto con affetto e simpatia. Ha cucinato per noi e abbiamo cenato insieme in una casa da favola.

Ci ha poi dato tutte le istruzioni e consegnato le chiavi di casa e della macchina. Già dalla mattina seguente, dopo aver fatto una lunghissima passeggiata con Dixie, mia sorella ed io ci siamo avventurate nella valle dell’Oise per scoprire luoghi meravigliosi. A fine pomeriggio tornavamo per fare un’altra passeggiata con il cane per poi rientrare a casa, stanche ma pronte a programmare il giorno successivo!

Per una settimana Ludovica si è sentita un pò turista e un pò “di casa” vivendo appieno le possibilità del luogo e scoprendo tutto quello che il solo lato turistico non avrebbe permesso: la boulangerie-patisserie locale, il café e la brocante del villaggio, le visite nelle città vicine, Senlis, Ermenonville e, naturalmente, il castello di Chantilly.

Quello che mi è piaciuto di più? Il domaine di Chaalis. C’è l’Abbazia reale del XIII secolo con affreschi del Rinascimento, il roseto ed un parco protetto con alberi pluricentenari, progettato dal cardinale d’Este, creatore dei Giardini di Tivoli.

Chiedo a Ludovica quale sia il suo prossimo progetto di viaggio:

Ho già concordato con Marie e Robert, una coppia franco-americana che gestisce delle chambre d’hôtes nel villaggio di Gaujac, vicino a Uzères che andrò ad accudire i loro tre splendidi gatti per cinque settimane. Ho deciso che seguirò un corso di francese oltre ad esplorare i dintorni, vuoi venire?

Grazie Ludovica, penso proprio che farò un salto a trovarti! Viaggi e gatti sono uno splendido sodalizio, n’est pas?

P.

Vous aimez voyager mais vous ne pouvez pas toujours vous le permettre? Aimez-vous les animaux et prenez-en soin? Aimeriez-vous vivre pendant une période comme “un local”? Tout cela est possible: d’autres personnes qui aiment les animaux et les voyages recherchent des hôtes fiables à qui confier leur maison et animaux domestiques pendant leurs vacances. Je n’en avais parlé à mon amie Ludovica qui m’a raconté son expérience de catsitter ou de dogsitter et des nombreuses propositions intéressantes réçues depuis qu’elle voyage ainsi. Voici ce qu’elle m’a dit :

J’utilise depuis des années la plateforme trustedhousitters qui met en contact des personnes prêtes à échanger la faveur de s’occuper des animaux des autres. Bien sûr, le service peut également se faire unilatéralement. Ainsi fonctionne ce site : il vous permet de voyager différemment, visiter de nouveaux endroits en s’occupant de chiens, chats, chevaux, lapins ou autres animaux qui vivent dans l’endroit où vous êtes hébergé. Cet échange est basé sur une confiance mutuelle. Celui qui vous confie sa maison et son “animal de compagnie” vous confie ce qui a de plus cher. Il est donc impossible de négliger cette confiance, l’amour des animaux et le respect d’une maison qui n’est pas la sienne font que cet échange se réalise toujours avec succès.

La semaine dernière, Ludovica m’a envoyé des photos du château de Chantilly et d’un chien merveilleux. Elle m’écrit qu’elle est très heureuse d’avoir accepté la proposition de Jody, une américaine qui vit depuis vingt ans dans une superbe maison près de Chantilly avec un grand parc et une forêt annexe où Dixie, son goldenretriver, court bienheureux. Voici le récit de Ludovica au retour:

Le mardi 26 avril, je suis partie de Rome avec ma sœur Elisabetta, destination Paris. Le vol était déjà une aventure puisque ma sœur n’avait pas pris d’avion depuis environ 40 ans après une expérience qui l’avait marquée. Sur un vol Rome New York, où elle devait se rendre pour des soins très importants, un moteur tombe soudainement en panne et le commandant est contraint de revenir; la peur était grande et elle n’a plus voulu voler. Ce fut donc un voyage important aussi parce qu’il lui a donné l’occasion de surmonter un blocage.

J’avais reçu l’invitation de Jody via le site habituel: hébergement dans une belle maison avec parc + utilisation de la voiture dans le Val d’Oise. En échange, je devais m’occuper du “pet” de la famille, dans ce cas une goldenretriver très sympathique. Jody est venue nous chercher à l’aéroport de Beauvais, nous a accueillis avec chaleur. Elle a cuisiné pour nous et nous avons dîné ensemble dans une maison de conte de fées.

Elle nous a ensuite donné toutes les instructions et remis les clés de la maison et de la voiture. Dès le lendemain matin, après une longue promenade avec Dixie, ma sœur et moi nous sommes parties à la découverte de la vallée de l’Oise. En fin d’après-midi, nous revenions faire une autre promenade avec le chien, puis rentrions à la maison, fatiguées mais prêtes à programmer le lendemain!

Pendant une semaine, Ludovica s’est sentie un peu touriste et un peu “à la maison” en vivant pleinement les opportunités de la maison et ses alentours: la boulangerie-patisserie locale, la brocante du village, les visites dans les villes voisines, Senlis, Ermenonville et le château de Chantilly.

Ce que j’ai le plus aimé? Le domaine de Chaalis. Il y a l’Abbaye royale du XIIIe siècle avec des fresques de la Renaissance, la roseraie et un parc protégé avec des arbres pluricentenaires, conçu par le cardinal d’Este, créateur des Jardins de Tivoli.

Quel est ton prochain projet de voyage? -je demande à Ludovica:

J’ai déjà convenu avec Marie et Robert, un couple franco-américain qui gère des chambres d’hôtes dans le village de Gaujac, près d’Uzères, que je vais m’occuper de leurs trois beaux chats pendant cinq semaines. J’ai décidé de suivre un cours de français en plus d’explorer les environs, veux-tu venir?

Merci Ludovica, je pense que je viendrai te voir. Les voyages et les chats sont une merveilleuse association, n’est pas?

P

Una milanese sui tetti di Roma

Cristina Ruffoni, Milano

Spesso si parla della rivalità tra Roma e Milano in vari campi.  Se Milano appare meno attrattiva di Roma per quel che concerne le opere e i monumenti, primeggia in termini di gestione e della valorizzazione delle bellezze artistiche. Roma è una città dalle enormi potenzialità, sicuramente esteticamente più bella di Milano ma, a detta dei meneghini, ferma e priva di visioni di sviluppo e di innovazioni, in quanto legata troppo ai tempi passati. Nel campo dell’arte Roma ha da sempre conservato il suo fascino intriso di storia, antichità e grande bellezza, Milano dal canto suo, è meno affascinante dal punto di vista del patrimonio urbanistico culturale, ma ha creato  in modo sapiente un’atmosfera glamour fatta di moda, cultura, design, stile di vita. Che succede quando la creatività e il fascino milanesi si confrontano con la Caput mundi?

Proviamo a immaginare un terrazzo di Roma che si affaccia sul Colosseo, sui Fori, sul parco degli Acquedotti e appare una macchia a prima vista dissonante: un’opera moderna, piena di colori fluorescenti e lettere…

Presto un’artista milanese porterà a Roma un bizzarro ed efficace tentativo di rendere belli oggetti che comunemente fanno arricciare il naso ai più. Quante volte abbiamo sentito  la frase :- Che bella terrazza! Quell’antenna, però!….

Cristina porterà la cultura pop e il colore sui  terrazzi di Roma  adornando le antenne paraboliche che diventeranno così parte dell’arredo urbano, oggetti cui verrà donato un fascino nuovo.

Non è nuova a tali esperimenti Cristina, da una vita scompone, taglia, incide, straccia e sfilaccia per poi ricostruire: lo fa con le parole, con le tele, con materiali diversi e con gli oggetti grandi e piccoli che si trovano sul suo cammino.

Da sempre Cristina  ha saputo che voleva creare, ha iniziato dapprima  con le parole, scriveva poesie, frammenti di storie e poi scomponeva e rimontava i suoi racconti per farne testi e contesti diversi, come i Surrealisti e i Dadaisti. Ma non le bastava, perciò ha tentato ancora con i quadri, cercando nel colore un senso, nella pittura un percorso. Ma anche questo non le è stato sufficiente. Soltanto quando ha fuso la poesia con l’immagine ha potuto esprimere i concetti, le idee che voleva regalare al mondo.

Così mi racconta in una conversazione, un fiume in piena per descrivere la sua arte.

Cristina:

 Da ragazza ho sempre scritto e dipinto ma non mi sentivo né scrittrice né poetessa, avevo le idee poco chiare, sapevo solo che volevo creare, raccontando delle storie e mi sono iscritta all’Accademia d’Arte. 

Lì, a Brera, è arrivata la consapevolezza, con le lezioni di Luciano Fabbro: mentre tutti seguivano alla lettera le sue opere, io di nascosto sperimentavo con la scrittura. Per la stesura della mia tesi : “Parola e immagine”, sono stata aiutata da Roberto Senesi, grande traduttore e poeta visivo, che mi ha incoraggiato a seguire le mie inclinazioni di sempre: contaminare parole e immagini e mi ha indirizzato al Mercato del Sale, allora in Via Orti, uno dei pochi centri di sperimentazione e studi su queste tematiche in Italia, lo dirigeva Ugo Carrera, grande artista e teorico di scrittura visiva che ha ospitato la mia prima mostra, seguita poi da altri eventi a Milano e altrove. Per anni, è stato quello con lui, nonostante il suo carattere irruente e dominante, un sodalizio per me fondamentale dal punto di vista professionale, intellettuale e soprattutto umano. 

In seguito ho avuto la fortuna di fare da assistente a due artisti Fluxus, alla Fondazione Mudima con Wolf Vostell e con Ken Friedman a Milano Poesia, grande manifestazione dove installazioni, azioni e performance si alternavano, suggerendomi la possibilità di uscire dal quadro, come per una delle mie prime mostre personali: “L’arpa d’erba”, in occasione del quale avevo occupato lo spazio della galleria con un castello di carte in gesso giganti, sulle quali parole e immagini interpretavano il significato dei tarocchi. Ogni volta infatti, un mio progetto si sviluppa su un tema, come “Oriente+Occidente: un dialogo immaginario con una donna cinese”, alla galleria QuintoCortile, dove le pareti vennero occupate da totem nei quali l’iconografia cinese si mescolava a quella Pop, immedesimandomi nella vita di una ragazza asiatica. 

Pur essendo destinata ad essere solitaria la giornata di una pittrice, ho sempre preferito lavorare e condividere le esperienze con gli altri, come il romanzo: “Gli anni chiusi”, scritto a quattro mani con Micaela Solbiati, pubblicato nel 2004 per le Edizioni Archinto. Infatti, da alcuni anni, il mio studio è anche sede dell’Associazione ZONE + Pelouse Interdite: Studi di cultura visuale e pratiche dell’arte, incentrato sul libro e la scrittura e con gli stessi soci, abbiamo fondato il gruppo Sound Strip Poem, che si è già esibito nella performance di lettura simultanea di testi di filosofi, poeti e dei nostri testi dove la voce esalta e trasforma il significato delle parole in musica e ritmo. 

Da giovane, negli anni ‘90, ho collaborato con un’agenzia di Comunicazione,  disegnando magliette e cartoline per diverse manifestazioni e campagne pubblicitarie di Vodka Artic e Campari.

Nell’arco degli anni il mio lavoro si è modificato. Partendo sempre dal significato di un testo, destinato poi ad essere frantumato per essere collocato sulla superficie, iconografie e colori erano sacrificati e penalizzati. In seguito, come scrive l’artista Emilio Isgró in un testo critico sulla mia ricerca, ho iniziato a dipingere lettere, fondi ed immagini prelevate da fonti diverse (cinema, televisione, cataloghi d’arte ecc.) con tinte fluorescenti e colori cangianti che avrebbero fatto inorridire i Maestri della Poesia Visiva e del Concettuale. 

La solitudine degli oggetti.

Durante la pandemia Cristina ha riscoperto, assemblato e dipinto oggetti di uso quotidiano e, accanto ad essi, scriveva dei significati sul mondo di fuori e sulle storie intime racchiuse in una stanza. Quegli stessi oggetti, prima insignificanti e destinati alla distruzione, hanno iniziato ad essere considerati in un altro modo, forse con uno sguardo diverso. Per capire, a volte bisogna osservare il mondo rovesciato, simile a quello di Alice nel paese delle meraviglie, dove puoi perderti in una pianta come in una foresta, le lancette si fermano e una tazza e un’elica diventano grandi come delle navi. 

Cristina:

Per le mie opere utilizzo tele ma anche specchi, legni, paraboliche. A Parma c’è uno spazio:  “Il centro del riuso”, dove si raccolgono materiali, di scarto, oggetti di vario uso. Alcune cose si regalano, altre si vendono, molte si trasformano in altri materiali ed utensili. Nell’esposizione, in occasione dell’inaugurazione della nuova sede, ci sono sette stazioni con delle grandi gabbie assemblate e donate dal centro, dove sono collocate le nostre opere, delle installazioni ispirate al libro: “Piccola Cosmogonia portatile” di Raymond Queneau. Anche in questo caso, le paraboliche destinate ad essere buttate via, sono utilizzate per veicolare un messaggio sulla distruzione e ricostruzione dell’universo, con una diversa finalità da quella televisiva-satellitare.  

A Roma mi vedrete al lavoro su un tetto, dove sarà girato un brevissimo video mentre dipingo e scrivo su una parabolica al tramonto, anche per scoprire come l’utilizzo di un oggetto che diviene un manufatto artistico sia un’idea vincente in termini di bellezza oltre che di significato, non vulnerabile al trascorrere del tempo perché ricoperto da una protezione alla ruggine e agli agenti atmosferici.

Io sarò di sicuro in prima fila per ammirare lo skyline della Roma antica integrarsi armonicamente con un’azione underground e leggere le parole dipinte su un’opera simile un po’ a un disco volante. 

R.

Ottimismo e abbracci: la vera cura

Care “ Donne con lo zaino” , a poco più di un mese dal mio intervento per un tumore al colon, rieccomi ricoverata per l’ inizio della temutissima chemioterapia che durerà sei mesi con frequenza quindicinale. La prima battaglia, quella operatoria, l’ ho superata alla grande, ma adesso inizia la vera guerra. Infatti il nemico, o alleato che mi aspetta, è subdolo, imprevedibile, silenzioso, soggettivo, ostinato.
Sulla strada che percorre cura …ma uccide anche. Questa prima sessione è detta “assistita” , perché sono stata ricoverata per tre giorni e sostenuta dal personale medico, perciò è andata piuttosto bene. Non ho potuto evitare però di pensare a quello che mi aspetta … il poi …. gli effetti collaterali…la mancanza di autonomia…di libertà…di energia e di tutto ciò che comporta questa cura. Sono allegra e positiva per natura, ho dovuto affrontare nella vita cose e situazioni difficili, mi ritengo coraggiosa, ma oggi, per la prima volta da quando mi è stata comunicata in modo inatteso la diagnosi, mi sono spaventata e ho pianto. Non è che mi riproponessi di non farlo, ma non ne sentivo il bisogno, non avevo paura … fino a stamattina. Oggi, dopo ormai quasi 48 ore attaccata ad una macchina che introduce nel mio corpo la cosiddetta “ medicina”, mi sono permessa un po’ di sconforto e di preoccupazione, ma poi sono ritornata quella di prima e per questo ho deciso di scrivere…di scrivervi.
La strada che dovrò percorrere sarà un po’ in salita, ma non perderò mai il mio ottimismo, soprattutto perché ho tanti sogni ancora da realizzare, tanti viaggi con lo zaino da fare, tante persone da abbracciare e amare.
So che la vera medicina sono io con la mia determinazione e positività quindi … fronte in alto e sempre avanti!!

Anna Maria, detta “Pic”

OPTIMISMO Y ABRAZOS, ESTE ES EL CUIDADO QUE NECESITO!

Queridas “Mujeres con mochila”,

a poco más de 1 mes de mi operación de cáncer de colon, estoy hospitalizada nuevamente para el inicio de la temida quimioterapia la cual durará seis meses con frecuencia quincenal. La primera batalla, la de la operación , la superé “estupendamente” pero ahora empieza la verdadera guerra. De hecho, el enemigo, o aliado, que me espera es furtivo, impredecible, silencioso, subjetivo, obstinado.
En el camino cura… pero también mata. Esta primera sesión fue “asistida” porque estuve tres días hospitalizada y apoyada por el personal médico, y salió bastante bien. Sin embargo, no pude evitar pensar en lo que me espera… lo que viene…. los efectos secundarios… la falta de autonomía… de libertad… de energía vital que todo esto implica. Soy alegre y positiva por naturaleza, sé y he tenido que enfrentar cosas y situaciones difíciles en la vida, soy valiente, pero hoy, por primera vez desde que me sorprendió el diagnóstico, me asusté y lloré. No es que no quisiera hacerlo, es que no sentía la necesidad, no tenía miedo… hasta esta mañana. Hoy, después de casi 48 horas conectada a una máquina que introduce la llamada “medicina” en mi cuerpo, me permití un poco de desesperación y preocupación, pero luego volví a ser lo que era antes y sentí la nececidad de escribir. … de escribirle.
El camino que tendré que tomar será un poco cuesta arriba, pero nunca perderé el optimismo, especialmente porque tengo tantos sueños por realizar, tantos viajes de mochilera por hacer, tanta gente a la que abrazar y amar.
Sé que soy la VERDADERA MEDICINA con mi determinación y positivismo, así que… ¡al frente y siempre adelante!

Pic

Vuoi un libro gratis?

Sei a Bologna e vuoi leggere senza spendere un euro? Questo è possibile andando alla libreria Libri Liberi, tenuta da una signora dall’apparenza fragile ed aristocratica ma con una grinta ed una coscienza politica e civica di lunga data.

Il mese scorso, in occasione della presentazione del libro DONNE CON LO ZAINO a Solarolo per l’associazione I Cultunauti, chiedevo a Carlo, il presidente, un contatto per una biblioteca o libreria interessata a tematiche ‘al femminile’:

Devi assolutamente conoscere la libreria Libri Liberi a Bologna ed incontrare Anna Hilbe allora! – mi risponde incuriosendomi ancor di più quando mi spiega che in questa libreria non c’è nessun registratore di cassa, non si compra e non si vende nulla.

Prendo dunque un appuntamento con la fondatrice che incontro con Carlo e Raffaella poco prima dell’apertura pomeridiana. Anna ci incanta con i suoi racconti partendo dall’inizio di questa fantastica storia, anzi ancora prima, parlandoci del suo percorso di militante femminista e fondatrice, nel 1977, della prima libreria delle donne di Bologna, la seconda in Italia dopo quella di Milano.

Aprimmo la libreria La librellula con mia sorella e tre amiche; era l’epoca del movimento femminista ed era importante avere un luogo dove trovare testi e spazi di approfondimento. A Bologna c’era un fermento culturale particolare, era un periodo esaltante che durò fino al 1990 quando decidemmo di chiudere. All’inizio il movimento femminista era forte e nella libreria trattavamo temi legati alla questione femminile; si trovavano testi specialistici che ruotavano intorno alla letteratura e saggistica di genere. C’era tanto materiale che nutriva le analisi e i dibattiti dei gruppi femministi che ospitavamo insieme a conferenze, mostre, incontri. In seguito però il movimento cambiò posizione e ci sembrava non avesse più tanto senso tenere aperta una libreria così altamente specializzata. Nel frattempo era nata la Biblioteca delle Donne e l’associazione Orlando e parte di quel fermento intellettuale e militante convogliava in altre forme di impegno ed attività.

Mentre racconta, Anna si alza e va a cercare un saggio di suo marito che ci offre con quella generosità autentica che le deriva dalla convinzione assoluta alla base di Libri Lib(e)ri, ovvero che i libri debbano circolare. Ci parla quindi dell’incontro con il marito, un professore americano che insegnava Economia Politica a Bologna presso la Hopkins University

Negli anni Ottanta conobbi Doug. Io ero già amica dei suoi figli; eravamo tutti a Firenze durante l’alluvione cercando di salvare dal fango i libri alla Biblioteca Nazionale. Doug era appassionato di politica da quando, appena quindicenne, vide uccidere dalla polizia alcuni portuali in sciopero. Da questo fatto decise che la politica sarebbe sarebbe stata il suo impegno per tutta la vita. Negli anni ’70 partecipò al movimento contro la guerra in Vietnam e ne divento un leader. Ci sposammo a San Francisco e vivemmo passando del tempo tra gli USA e Bologna (la Librellula era ancora aperta). Amavamo molto San Francisco: io frequentavo la libreria City lights, leggevo, mi occupavo del giardino. Poi tornammo definitivamente in Italia, a Bologna. Doug morì a 97 anni, nel 2017.

Anna riprende a raccontare del suo progetto di circolazione dei libri che la impegna molto:

Libri Lib(e)ri è nata nel 2012; in questa libreria non circola denaro. Avevo letto un articolo su Book things, una libreria a Baltimora che praticava lo scambio di libri gratutamente. Ho amato subito l’idea anche se qui si possono prendere libri anche senza portarne. All’inizio c’era incredulità nella gente che entrava e iniziava a frequentarla ma poi cominciano a capire i valori alla base del progetto e si appassionano. Prima la libreria si trovava a San Petronio vecchio poi ci siamo spostate qui in via Fondazza 40 ma la gente ci ha seguito e si sono aggiunti moltissimi altri: studenti e studentesse, anziani, casalinghe, anche bambini. Abbiamo un ricco e accogliente settore per l’infanzia che curiamo molto.

La libreria regge grazie ai libri che ci portano persone singole che hanno magari ereditato biblioteche intere o a qualche istituzione, per es. I beni culturali dell’Emilia Romagna ci ha regalato tanti bellissimi volumi. Ci sono anche alcuni libri antichi o in inglese. Accettiamo donazioni ma non libri rosa, né di cucina, né enciclopedie o guide turistiche. Pago l’affitto regolarmente perché voglio essere libera nella gestione; ci sono tanti amici e amiche che mi aiutano. Per me questa attività è molto gratificante perché vedo le persone soddisfatte; molti vengono perché non potrebbero comprare i libri ma altri per cercare, frequentare questo posto che vuole essere anche un luogo di incontro. Non possiamo organizzare dibattiti per oscure disposizioni di legge, ma di discussioni se ne fanno comunque fra i frequentatori della libreria. La gente viene contenta di vedere che esistano ancora spazi di discussione e riflessione. Bologna è molto cambiata in questi anni: si parla più di cibo che di politica e gli incontri sono intorno ad un tavolo fumante più che a una tavola rotonda. Mi sento fortunata ad essermi ritagliata questo piccolo spazio, in un momento in cui la città non offre gli stessi stimoli di un tempo. Qui riesco ad apprezzare l’immensa conoscenza che le letture intorno a me riescono a regalare, tutti questi libri hanno un meraviglioso effetto terapeutico. La pandemia ha limitato moltissimo le attività: ora che c’è la guerra ad esempio ho attaccato la bandiera della pace in vetrina ma vorrei poter aprire questo luogo per discutere di politica, di questo conflitto che spero finisca presto. Abbiamo cominciato a fare alcune letture di pagine di libri che ci interessano sotto il portico e pensiamo di farne altre con accompagnamento dei nostri amici liutai nostri recenti vicini.

Nel frattempo si è fatta ora di apertura della libreria; un’amica di Anna è arrivata per aiutarla, alcune persone entrano e cominciano a cercare libri negli scaffali ben ordinati per generi. Prima di salutarla chiedo ad Anna come è nata la sua passione per la lettura, quali libri sono stati fondatori per il suo percorso personale e politico e che messaggio lascerebbe alle giovani donne di oggi:

Ho sempre letto molto fin da piccola; per me leggere è tuttora divertimento, sollievo, piacere, apprendimento. Mia nonna paterna leggeva molto e mi spronava. Ricordo che amavo “Pattini d’argento” e “La capanna dello zio Tom”. Mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere poi sono entrata a far parte del movimento studentesco, ho militato a Lotta continua fino al 1975 e nel movimento femminista. Tantissimi libri sono stati importanti per la mia formazione e che consiglierei alle giovani per formarsi una coscienza politica e femminista. Le ragazze oggi spesso non sanno della lotta di liberazione che noi donne abbiamo dovuto intraprendere per conquistare tanti diritti. Suggerirei Virginia Wolf, Simone de Beauvoir, Elsa Morante, “La politica del sesso” di Kate Millet. Inoltre per una riflessione sulla contestazione e i movimenti rivoluzionari: “Il capitale monopolistico”, gli scritti di Che Guevara e molti altri testi…

Per noi si è fatta ora di andare anche se vorremmo restare a parlare con Anna ancora a lungo; prima di lasciarci sceglie per noi un testo che pubblicava nella libreria e che ci regala con un sorriso dolce: raccontarsi le ha fatto bene; noi ne usciamo senz’altro arricchite della storia di una donna che non dimenticheremo.

P.

Agni Hotra

Pisco Elqui è un piccolo borgo che si trova tra le montagne andine nel meraviglioso valle del Elqui, in Cile, dove si dice che tutto può succedere, la magia esiste…

Si trova circa a 1.300 metri di altezza e da lì si vede il cielo più azzurro del mondo,  le notti sono piene di stelle. Il clima è paradisiaco, quasi tutto l’anno è primavera e solo pochi mesi all’anno nevica e fa freddo.

La gente che vive in questo borgo vive della terra e dell’artigianato. Qua si viene per scappare dalla contaminazione ed allontanarsi dalla tensione cittadina, dimenticarsi del cellulare, dei social.

La valle si trova a 500 km da Santiago del Cile. La papaya e l’uva per la produzione del pisco sono le produzioni piú importanti di questa valle. Il  fiume che scorre tra queste montagne dona energia, tutto il verde e le persone ne sono eternamente grate. La frutta e la verdura che si coltiva è succosa e piena di natura.

Se si amano i poteri spirituali, l’atmosfera misteriosa o semplicemente un buon massaggio, questo è il posto perfetto. In ogni angolo si possono trovare locali che vendono questo tipo di servizi. Tutta la valle è circondata da un alone spirituale, sará perché si trova in mezzo alle montagne, perché il verde della natura contrasta con l’azzurro del cielo o perché è piena di un magnetismo difficile da spiegare. 

Presenziare alla cerimonia dell’Agni Hotra è un’esperienza unica, non la si può capire se non si è stati lì, in mezzo alla valle dell’Elqui. È una cerimonia che ha introdotto un certo Vasant Paranipe, un maestro indù, arrivato con una mappa, cercava il punto esatto chiamato san Andrès, dove tantissimi anni fa si celebrava il rito del fuoco. Su una piccola piramide di pietra si colloca una piramide rovesciata di rame dentro cui si bruciano, accendendo il fuoco con una candela, foglie di eucalipto, sterco secco di vacca, burro purificato e riso integrale. L’officiante recita mantra e si dice che questa cerimonia attragga l’energia planetaria, armonizzando gli esseri umani con la natura.

«Ma perché proprio nella valle dell’Elqui? mi spiegano che ciò succede perché ci si trova al trentesimo parallelo sud, agli antipodi del Tibet».

Cosa occorre per la cerimonia:

– Piramide rovesciata di rame, costruita secondo precise proporzioni;

– Sterco secco di mucca (contiene un mycobatterium che stimola la produzione della serotonina, l’ormone della felicità)

– Ghee (burro biologico chiarificato)

– Riso integrale

– Candela e fiammiferi

– Orologio digitale e precise tabelle per gli orari personalizzati secondo il sito di celebrazione

– bussola per l’orientamento

Il rituale è molto semplice da eseguire.

 L’Agnihotra è un antico rituale del Fuoco, di origine Vedica, diffuso in Occidente da Shri Vasant, perché chiunque potesse praticarlo.

Tu risani l’ambiente, e l’ambiente risanato sana te!

Sviluppa infatti un’incredibile azione armonizzante e purificante su tutta l’atmosfera, contribuendo alla guarigione dell’ambiente circostante, dei terreni, delle acque, ma anche dei pensieri, degli stati emotivi e delle condizioni fisiche di chi lo pratica e di quanti lo circondano. A far da tramite tra Cielo e Terra è proprio Agni (Fuoco), celebrato dalla fiamma che viene ritualmente accesa in una piccola piramide di rame, rovesciata e di base quadrata, nel momento preciso dell’alba e del tramonto. L’Hotri che accende il fuoco lo onora con sapienza e silenzio interiore, cantando un preciso Mantra di ringraziamento, rivolto la mattina alla luce visibile e la sera alla luce invisibile, espressioni entrambe del Creatore di tutte le creature.

L’ Agnihotra è considerato un dono inestimabile con il quale chiunque può contribuire al risanamento dell’universo personale, collettivo e globale!  

Persino la cenere ottenuta, adeguatamente filtrata,  può essere adoperata nelle coltivazioni, per ottenere frutta e verdura più sane, saporite  e durevoli, ma anche  bevuta, in piccolissime proporzioni, nell’acqua di tutti i giorni, che così “informata” ha un notevole effetto armonizzante e rigenerante su tutti i livelli, fisico, emotivo, animico e spirituale. Si è dimostrata molto efficace anche nella guarigione di ferite. 

Io non ci ho mai provato!

R.

Una Luce per le donne

Luciana, sempre in prima fila contro il Fascismo, non poteva non intervenire in una giornata così importante per il popolo italiano. Le donneconlozaino hanno il piacere di ospitarla ancora una volta sul nostro blog.

Il 25 Aprile è la Festa di tutti gli Italiani. È la Festa Nazionale della Repubblica Italiana per ricordare la Liberazione dal FASCISMO, la cacciata del feroce invasore tedesco e la fine della Seconda Guerra Mondiale. Questa Festa nasce dall’insurrezione armata dei combattenti PARTIGIANI di Genova, Torino, Milano e di tante città “ribelli”. Si metteva così fine a vent’anni di dittatura e cinque anni di conflitto.
La Resistenza è stata una lotta di popolo. Ha fatto insorgere dalle radici profonde del popolo migliaia di combattenti, uomini e donne che hanno avuto il sostegno di giovani e vecchi di differenti idee politiche e religiose e di diversa estrazione sociale. Insieme ci siamo organizzati, abbiamo creato una rete clandestina solidale che ha permesso agli italiani di combattere il fascismo che ci aveva trascinati in una guerra ingiusta. Insieme abbiamo voluto costruire una vera democrazia per un migliore avvenire.
Ognuno per la sua parte ha contribuito alla Resistenza e alla Liberazione.

Anche noi che eravamo piccole, e forse un po’ incoscienti, abbiamo inforcato le nostre biciclette per fare le staffette agli ordini dei Comandanti del Comitato di Liberazione Nazionale. Le donne, mosse dagli ideali di Libertà, Giustizia e Solidarietà hanno partecipato alla Liberazione e alla nascita dell’Italia fondata sulla Costituzione per cui tante e tanti diedero la vita. Anch’io ho dato il mio contributo. Oggi benché anziana e sempre un po’ incosciente sento il dovere di continuare a tenere alti i valori di quella lotta, trasmettendoli alle nuove generazioni perché i giovani si impegnino in prima persona ad essere artefici di un mondo migliore. Alle ragazze e ai ragazzi voglio dire ricordatevi di quelle donne che dopo il 25 Aprile 1945 hanno continuato a lottare a credere in quei valori.
Le lotte delle donne nelle fabbriche, nelle scuole, nei campi, ma anche tra le mura domestiche sono state e sono ancora fondamentali per il progresso della società e per la pace. Abbiamo imparato che il fascismo non è mai sconfitto. Va sempre combattuto perché quello che abbiamo vissuto noi sia sempre un solido fondamento per il presente e per il futuro.

Luciana Romoli, 25 Aprile 2022

Un’umbra oltre i confini

Inglese, cucina umbra e Università delle Tre Età: cosa può esserci in comune tra questi tre elementi?

La risposta è: Mara, una donna ben ancorata nel suo territorio, l’Umbria, ma da sempre con lo sguardo (e non solo) oltralpe. Incontrata in Irlanda, Mara racconta di essere nata ad Amelia dove vive ma di aver da sempre avuto il gusto per i viaggi e gli spostamenti, probabilmente a causa di quel legame con gli ascendenti spiegato dalla psicogenealogia di cui è esperta. Con un nonno postino, un altro emigrato in America ed il padre autista, da piccola le dicevano: “Farai molto strada…” Intendevano letteralmente! Mi sono sposata con un ragazzo il cui padre faceva il tassista; mio zio lavorava all’Alitalia ed io pensavo di fare l’hostess ma mi sono laureata in Lingue con Inglese quadriennale e mi piaceva l’insegnamento. Ho conservato però uno spirito avventuroso, l’amore per il viaggio e questa proiezione verso altri luoghi che mi spinge a partire appena posso. Giovane studentessa di inglese sono partita per l’Inghilterra con borse di studio e presalario: avevo capito che la lingua inglese sarebbe stata una carta da giocare come lingua di comunicazione. Sono rimasta qui a vivere in Umbria ma sempre proiettata verso l’estero. Aspettando il concorso ho lavorato presso l’ufficio informazioni turistiche qui ad Amelia e poi come guida turistica dell’Umbria negli anni ’80.

Mara ha poi conciliato il lavoro di insegnante di Lingua Francese e di Lingua e Civiltà Inglese con l’apertura della realtà locale all’estero operando diversi anni come assessore al turismo. Nella scuola ha realizzato viaggi studio, progetti e stage europei con i suoi studenti ad Amburgo e in Danimarca; prima di concludere la sua carriera scolastica è riuscita ad ottenere l’apertura dell’indirizzo turistico nell’istituto dove insegnava.

Nel periodo in cui il sindaco era Luciano Lama, Mara racconta orgogliosa delle molteplici iniziative ed eventi che riuscì a realizzare: nel 1992, per il V centenario della scoperta dell’America il sindaco le affidò la gestione degli eventi con un budget di 150 milioni:

..organizzai una mostra sulle navi dei Vichinghi, la partecipazione della delegazione ufficiale con il nostro corteo storico a Genova, il convegno storico internazionale Alessandro Geraldini e il suo tempo. Nel campo dell’insegnamento ho affinato le capacità di capire, di ascoltare e in quello dell’impegno civile la capacità di organizzare, valorizzare, armonizzare i bisogni e le risorse. Ho realizzato diversi gemellaggi. Sono stata assessore e consigliere comunale poi regionale oltre ad impegnarmi per anni nel sindacato. Da studentessa universitaria, con altri giovani, ho fondato il G.T.A., Gruppo Teatrale Amerino per far rivivere il teatro di Amelia che anche recentemente ha rischiato di cadere nelle mani di privati così, con alcuni amici, abbiamo lanciato una petizione per chiedere la prelazione da parte del MIC e il Ministero della Cultura ha acquisito il bene allo Stato. Con la pensione, oltre a dedicarmi ai miei due nipotini di otto e due anni, coltivo le mie tre passioni: la cucina, il teatro e l’Università ovvero la cultura, la scrittura, le tradizioni locali e l’associazionismo. Sono fiduciaria e prima fondatrice della Condotta SlowFood Terre dell’Umbria Meridionale, presidente della’Unitre di Amelia e Consigliere Nazionale e presidente dell’Associazione Amici del Teatro-Amelia. La Unitre nazionale è un’associazione di promozione sociale con circa novantamila soci in tutta Italia ed alcune sedi all’estero; prima della pandemia qui ad Amelia avevamo, con le sezioni staccate, circa duecento iscritti. Ci reggiamo sul volontariato e sulla quota di iscrizione di trenta euro all’anno da parte dei soci per tutti i servizi. Promuoviamo e realizziamo attività gratuite e collaboriamo con le scuole. Offriamo corsi di dialetto, nuove tecnologie, erbe per la salute e la bellezza, gemmologie, disegno e pittura, teatro oltre a visite tematiche ed altri eventi culturali.

Per quanto riguarda la storia e la cultura locale, Mara, insieme a Carla Pernazza, ha realizzato una ricerca d’archivio pubblicata nel volume: Amelia e la Grande Guerra. Storia e storie di un territorio (Intermedia ed.) per raccontare eventi e ripercussioni locali della Prima Guerra Mondiale.

In tutt’altro settore e a testimonianza della versatilità di Mara, mi parla della sua pubblicazione Le UMBRIAche. Ricette e racconti con i vini umbri (Gambini Editore2022):

È uno storytelling della tavola. Sono partita dall’idea che il vino lo mettiamo dappertutto, dunque ho cercato le ricette locali realizzate con i vini tipici o accompagnate da questi. Le ricette sono corredate dalla storia di quel piatto e tanti altri aneddoti, perché in Umbria “mentre si mangia e si beve… si racconta”.

Nel 2021, con la scomparsa dell’attore, ho poi realizzato una ricerca sulle origini umbre di Gigi Proietti. Il padre era nativo di Porchiano del Monte, una frazione di Amelia. Ho raccolto interviste e testimonianze inedite dal punto di vista umano e artistico degli incontri avuti qui in Umbria per scoprire quanto la sua arte deve a questo luogo ed alla sua gente. Il paese è un piccolo ‘globe’ circolare con il teatrino di vita in cui le persone sono dei personaggi. Ne è emerso dunque il saggio Gigi Proietti sul palcoscenico dell’Umbria,(Gambini Editore 2021).

Con grande naturalezza Mara mi racconta anche della sua battaglia contro la malattia; nel 2021 ha attraversato un doppio tunnel: oltre alla pandemia ha dovuto subire un’operazione e una lunga terapia, davvero una doppia croce. Mara ha però tirato fuori tutta la sua grinta superando quel difficile periodo che racconta anche come testimonianza della solidarietà ricevuta e della gratitudine verso i medici e le infermiere che l’hanno curata.

Mio padre è morto quando io dovevo programmare un ago aspirato; era in obitorio il giorno che ho fatto questo esame per scoprire poi di avere un tumore ascellare. Sono andata subito all’ospedale di Terni poi a Milano infine sono tornata a Perugia dove nel Breast Center ho trovato un chirurgo che mi ha sottoposto ad una mastectomia bilaterale. Ho vissuto tutto il duro percorso che va dall’accettazione della diagnosi alla chemioterapia passando per il ritorno a casa con drenaggi e dolori. Per trovare la forza e superare il momento in cui affrontavo le chemio mi visualizzavo come un’atleta circense che doveva saltare attraverso un cerchio di fuoco. Ecco sapevo di dover passare una prova e cercavo di affrontarla sempre serenamente. Quando ho dovuto subire l’operazione mi hanno aiutato i tanti segnali di affetto, dai miei familiari alle persone a cui non avrei pensato; tanti miei contatti mi hanno sorpreso con messaggi affettuosi di sostegno. Una collega per esempio mi mandò un messaggio in cui mi esortava, la sera prima dell’intervento, a praticare una meditazione per invocare la forza dei miei avi. Io credo molto alla forza delle relazioni umane e degli affetti; infatti sono grata a tutti coloro che mi sono stati vicini, i medici e il personale sanitario che sono stati straordinari.

Mara mi racconta un episodio di quando stava facendo ancora la chemioterapia. Dalle sette della mattina, dopo aver terminato l’infusione, alle quattordici era di nuovo in sala d’attesa per prenotare il trattamento successivo; vicino a lei c’era una signora che aveva le lacrime agli occhi perché nessuno si premurava di darl9e notizie o informazioni ed era preoccupata per il marito da poco dimesso dall’ospedale, solo a casa.

Non aveva neanche il coraggio di lamentarsi; allora sono andata all’ufficio delle relazioni con il pubblico avvisando che avrei protestato. Infatti poco dopo è uscito un mio articolo sul giornale. In seguito il sistema delle prenotazioni è stato cambiato.

Meditazione sì, ma bisogna anche protestare a volte per i diritti di tutti e, Mara, nel suo impegno civile, non si ferma nemmeno di fronte alla malattia.

P.