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Sono molti i riferimenti letterari e cinematografici alle isole Eolie. Tra tutti mi piace ricordare l’episodio Isole del film di Nanni Moretti Caro Diario, visto recentemente in un cineclub americano a Casablanca (!). Incuriosita dal giovane pubblico, per lo più marocchino, arrivato una domenica pomeriggio a vedere un film italiano del 1993, ho partecipato poi al dibattito per confrontarmi sull’impatto di una pellicola che già in Italia era considerata “di nicchia”. Arrivando a Filicudi, mi è tornata in mente una sequenza del film. L’amico intellettuale di Moretti, dichiaratamente contrario alla teledipendenza – fino a scoprire di essere affetto anche lui dalla stessa sindrome che l’Italia berlusconiana stava affrontando – fugge a gambe levate da Alicudi, in preda a un attacco di panico per l’assenza di elettricità.
Ed è senza elettricità e acqua corrente che, nella campagna di Filicudi, hanno vissuto Stefano, detto “il Ciclone”, sua sorella Annuzza e la loro famiglia che ho conosciuto sull’isola questa estate. I racconti della loro infanzia vanno ben oltre il quadro bucolico che il luccichio del mare dalla barca potrebbe far immaginare quando Stefano ci mostra uno sperone di roccia sulla costa e indica quella che era la loro casa, raggiungibile solo attraverso una mulattiera. «Sono nato nei rovi, mia madre lavorava la terra», racconta. «La prima volta che ho visto una pesca è stato quando avevo dieci anni e mio padre mi portò al porto, dove arrivavano le cassette di frutta dalla Sicilia».

Annuzza, dal canto suo, ricorda un’infanzia fatta soprattutto di lavoro: «Dovevo badare agli animali, aiutare i genitori, lavorare sempre. Ero una bambina, ma se mi trovavano a giocare rischiavo le botte».
Sono parole che fanno entrare in un’altra Filicudi, molto lontana dall’immagine dell’isola selvaggia e un po’ chic che oggi attira artisti, stranieri e amanti della natura. Una Filicudi contadina, povera, dove la distanza dalla terraferma significava anche isolamento e dove ogni cosa doveva essere conquistata con fatica.
Annuzza è oggi una vera istituzione a Filicudi, come del resto il fratello che durante la stagione gestisce una dozzina di barche a Pecorini a Mare. Tutti la conoscono e si rivolgono a lei per i fantastici capperi dell’isola, l’origano e gli altri prodotti della terra. «La villa sopra casa mia è di Francesco Rutelli, mi ha fatto da testimone di nozze e siamo diventati amici», ci racconta sorridente questa donna solare ed entusiasta, mentre mi invita ad aggiungermi al suo gruppo virtuale su Filicudi. È proprio su quella pagina che trovo commenti, fotografie e ricordi di tanti emigranti, famiglie intere partite per l’Australia o per le Americhe. Qualcuno è tornato dopo cinquant’anni, altri non sono mai tornati. Chi è rimasto e ha resistito ha visto cambiare l’economia dell’isola, soprattutto negli ultimi quindici anni, con la crescita del turismo.
Eppure la storia di Filicudi è molto più antica di quella raccontata dai suoi abitanti o dagli emigrati. Basta salire verso Capo Graziano per rendersene conto: qui si trovano i resti di un villaggio dell’età del Bronzo, uno dei siti archeologici più importanti delle Eolie. E al porto, in una tipica casa eoliana, il Museo archeologico di Filicudi – sezione distaccata del Museo “Luigi Bernabò Brea” di Lipari – raccoglie reperti provenienti dagli insediamenti preistorici di Capo Graziano e Filo Braccio, ma anche testimonianze dell’epoca greca e romana e dell’archeologia marina.

È forse proprio la parte più sorprendente del piccolo museo: accanto alle ceramiche, alle anfore e alle antiche ancore recuperate dai fondali, ci sono gli oggetti della vita quotidiana degli abitanti di Filicudi, utensili domestici e strumenti di lavoro donati dagli stessi isolani. Un mulino per macinare il grano, attrezzi agricoli e oggetti legati alla vita rurale e marinara raccontano un’isola che, fino a non molto tempo fa, viveva di terra e di mare molto più che di turismo.
Anche il mare conserva la memoria dell’isola: nelle acque intorno a Capo Graziano sono stati individuati diversi relitti, testimonianza delle antiche rotte commerciali che attraversavano il Mediterraneo. Il passato di Filicudi, insomma, non è soltanto sotto i piedi di chi percorre le sue mulattiere (meglio al di fuori della stagione calda!), ma anche sotto la superficie trasparente del mare (il centro diving organizza immersioni).
D’altra parte, come ci ha mostrato Moretti, ogni isola delle Eolie ha un suo ‘pubblico’. A Filicudi, l’accesso a volte difficoltoso alle case in altura e le poche spiagge, spesso di roccia vulcanica, scoraggiano famiglie e anziani. Stranieri e giovani cercano soprattutto la quiete e quel lato selvaggio che caratterizza l’isola, a mezz’ora di barca da Alicudi. Si è così formata una piccola comunità di amanti di Filicudi, artisti e artigiani che tornano regolarmente, a differenza di chi preferisce passare velocemente da un’isola all’altra in un tour dell’intero arcipelago.
Io ho sempre preferito scoprirne una alla volta, assaporandone la specificità e lasciandomi impregnare da un’atmosfera ogni volta diversa. Vulcano fu la prima che scoprii, un luglio di tanti anni fa, per fare l’esperienza di raggiungere quel cratere che tanto mi affascinava. Stromboli, in aprile, fu la seconda, e la scelta delle due isole più “vulcaniche” non è stata senz’altro casuale. Ci ho ripensato leggendo il libro di Patrick Lowie. Il magnetismo di un’isola vulcanica, l’energia che ne scaturisce, si trova nel mondo immaginario di Mapuetos creato dall’autore e che invito a scoprire (con il mio ritratto onirico…) https://mapuetos.eu/
Il soggiorno estivo a Filicudi mi ha permesso di godere pienamente di uno dei mari più belli del Mediterraneo. Detta anche “l’isola della Canna”, dal nome del grande faraglione che emerge dal mare e dove nidificano i falchi della regina, Filicudi possiede vicino a questo, numerose formazioni rocciose che nascondono piscine naturali e fondali impressionanti.

«La maschera non serve, per quanto è trasparente l’acqua», esclama fiero Stefano. In effetti, quasi si vede il fondo anche nei pressi della Grotta del Bue Marino, dove rimprovera alcuni turisti che si sono avvicinati troppo con i loro gommoni e yacht.
La maschera è invece essenziale per ammirare i dettagli della flora e della fauna marina che cerco poi invano di riconoscere in un libro sui fondali del Mediterraneo. Dal punto di vista geologico ci aiutano Salvatore e Ilaria, due esperti catanesi che condividono con noi il giro in barca e spiegano con entusiasmo le stratificazioni e le trasformazioni eruttive e erosive: l’isola ci appare quasi come un essere vivente dai tempi per noi inconcepibili.

Su suggerimento di Stefano andiamo anche alla festa di San Bartolomeo, patrono delle isole, che viene celebrato in giorni diversi nelle varie località dell’arcipelago. Per noi sarà la notte di Ferragosto ad Alicudi, una serata calda anche per le pietre vulcaniche che continuano a restituire il calore assorbito durante il giorno. Tra la processione, una specialità da gustare e qualche danza sul molo del porto, aspettiamo i ‘giochi’ d’artificio bagnandoci nell’acqua caldissima vicino al porto. Poi risaliamo sulla barca e dal mare ammiriamo lo spettacolo pirotecnico.


La luna ci illumina mentre torniamo a Filicudi, per raggiungere la casa sulle alture, in auto e poi percorrendo un tratto di mulattiera. Lo zaino sulle spalle mi sembra di colpo pesante anche se contiene le solite poche cose per i 70 giorni che sarò lontana da Casablanca.
Dalla casa sull’altura il panorama è magnifico e la terrazza è il luogo ideale per ammirare l’eclisse totale di luna: un’estate interessante dal punto di vista astronomico. Alle 5 ci svegliamo per osservare l’ultimo lembo di luce prima che il satellite scompaia alla nostra vista.


L’impatto con Filicudi – e con Alicudi – è stato una ‘sorpresa attesa’. Per me, che alle cinque del mattino ero ancora a Parigi con quattordici gradi, ritrovarmi a Palermo con quasi quaranta e poi sulle isole significava desiderare esattamente ciò che avevo cercato. Arrivati al porto, un bagno nelle acque trasparenti e una granita di mandorla ghiacciata sono state le prime azioni per sintonizzarmi con l’isola.

Il resto è venuto da sé: assaporare gli odori, imparare la carta dell’isola guardandola dall’alto e poi circumnavigandola, ascoltare le storie di chi ci è nato e di chi continua a tornarci, godere della compagnia degli amici cari e poi, ancora una volta, mare, mare, mare.
Filicudi bedda mea.
