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Il 27 luglio ho assistito presso il Circo Massimo di Roma al concerto di Patti Smith. È stata un’esperienza che difficilmente dimenticherò. Sul palco c’era una donna di ottant’anni. Ma tra il pubblico non c’erano soltanto suoi coetanei mossi dalla nostalgia. C’era un meraviglioso intreccio di generazioni: boomer, millennials, ragazzi della Generazione Z, bambini sulle spalle dei genitori e persino qualche spettatore ancora nel grembo della mamma. È raro vedere un’artista capace di parlare a persone così diverse, unite dalla stessa emozione.
Nel corso degli anni sono state tante le cantanti che mi hanno emozionato. Ma Patti Smith occupa un posto speciale. Per me rappresenta l’idea che poesia, arte e musica possano fondersi in un’unica forma di espressione, capace non solo di emozionare, ma anche di far riflettere. Ha rivoluzionato il rock, portando dentro le canzoni la forza della poesia. I suoi testi parlano di libertà, amore, spiritualità, impegno civile, ricerca di senso. E la sua scrittura ha un valore che va ben oltre la musica.
Il suo album Horses è considerato una pietra miliare della storia del rock, ma ciò che più colpisce è la sua autenticità. Patti Smith non ha mai inseguito le mode: ha sempre seguito la propria visione artistica, anche quando era la strada più difficile. Per questo ha ispirato musicisti, scrittori, poeti e artisti di ogni genere. E continua a farlo ancora oggi.
Chi ha avuto la fortuna di vederla dal vivo sa che i suoi concerti non sono semplici spettacoli, sono incontri, momenti di intensa partecipazione, fatti di energia, spontaneità e condivisione. Anche dopo decenni di carriera continua a prendere posizione sui temi culturali e sociali, dimostrando che l’arte può ancora essere una voce viva e necessaria.
E poi c’è un’altra cosa che mi affascina profondamente. Patti Smith ha ottant’anni e sembra aver sconfitto una delle malattie del nostro tempo: l’ageismo. Sale sul palco con i suoi lunghi capelli bianchi sciolti, i jeans consumati, il gilet e gli stivali di sempre. È rimasta fedele a se stessa. Su di lei il tempo non è qualcosa da nascondere, ma una storia da portare con orgoglio. Guardandola si capisce che gli anni offendono soltanto chi concede loro questo potere. Lei li attraversa con leggerezza, senza perdere la forza delle proprie idee. Ci insegna che si può restare ribelli anche con i capelli bianchi e che si può continuare a impegnarsi senza rinunciare alla leggerezza.
Sono moltissime le sue canzoni che amo. La mia preferita è sicuramente Because the Night, il grande successo scritto insieme a Bruce Springsteen nel 1978. È uno di quei brani che attraversano il tempo senza perdere intensità. Ma se dovessi consigliare tre canzoni a chi volesse scoprirla davvero, sceglierei queste:
Gloria, la ribelle, dove esplode tutta la sua forza rivoluzionaria.
Dancing Barefoot, la mistica, forse il suo brano più intenso e spirituale.
E infine People Have the Power, un inno che ancora oggi ci ricorda che il cambiamento nasce dalle persone e dalla loro capacità di credere in un futuro migliore.
Ed è forse questo il dono più grande che Patti Smith continua a farci: ricordarci che la cultura, la poesia e la musica possono ancora cambiare il nostro modo di guardare il mondo.
Buon ascolto… e, come direbbe lei, People Have the Power.
