Calder, sognare in equilibrio

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Calder alla Fondation Louis Vuitton

Ero già stata tempo fa con Anna alla Fondation Louis Vuitton a Parigi. Oggi sono tornata  lì con lei, questa volta per vedere l’esposizione dedicata ad Alexander Calder. Confesso che conoscevo ben poco di lui, ma la visita mi ha davvero entusiasmato. È una di quelle mostre che, oltre a farti scoprire un artista, ti fanno guardare in modo diverso lo spazio, il movimento e persino l’aria intorno a te.

L’esposizione, intitolata  “Calder. Rêver en équilibre “, è una delle più importanti mai dedicate allo scultore americano e sarà visitabile fino al 16 agosto 2026. Riunisce quasi 300 opere e ripercorre circa cinquant’anni della sua produzione, dagli anni Venti fino alle grandi sculture monumentali degli anni Sessanta e Settanta.

Ma chi era Alexander Calder?

Alexander Calder nacque nel 1898 a Philadelphia in una famiglia di artisti: suo padre, Alexander Stirling Calder, era scultore e sua madre, Nanette Lederer Calder, pittrice. Anche il nonno era scultore. L’arte, quindi, faceva parte della sua vita fin dall’infanzia: già da bambino aveva un piccolo laboratorio e si divertiva a costruire oggetti e figure con le proprie mani.

Eppure Calder non iniziò subito come scultore. Dopo gli studi alla Art Students League di New York, arrivò a Parigi nel 1926, a 28 anni, in un momento in cui la capitale francese era ancora uno dei grandi centri internazionali dell’avanguardia.

A Montparnasse entrò rapidamente in contatto con gli artisti più innovativi dell’epoca e cominciò a realizzare piccole sculture in filo di ferro, leggere e quasi disegnate nello spazio. Tra le sue prime opere parigine c’era anche qualcosa di molto particolare: il Cirque Calder, un circo in miniatura composto da personaggi, animali, acrobati e oggetti costruiti con materiali semplici.

Il Circo non era soltanto una scultura da guardare: Calder lo animava personalmente, muovendo i suoi piccoli personaggi davanti a un pubblico sempre più numeroso. Tra gli spettatori ci furono artisti come Fernand Léger, Joan Miró, Jean Arp, Le Corbusier e Piet Mondrian.

È proprio a Parigi che Calder compie una delle svolte fondamentali della sua carriera. Dopo aver visitato lo studio di Piet Mondrian nel 1930, comincia a interessarsi sempre più all’astrazione e al movimento. Nel 1931 Marcel Duchamp utilizza per le sue opere il termine mobile, parola che in francese richiama sia il movimento sia ciò che è mosso. Jean Arp, invece, chiamerà stabiles le sue sculture astratte immobili.

Da quel momento Calder trasforma radicalmente l’idea stessa di scultura.

Le sue opere non sono più necessariamente qualcosa di pesante, fermo e immobile appoggiato su un piedistallo. Possono sospendersi, oscillare, ruotare, reagire all’aria e alla luce. Il movimento diventa parte integrante dell’opera.

Ed è probabilmente questo l’aspetto che mi ha colpita di più durante la visita.

Una scultura che si muove

Alla Fondation Louis Vuitton i mobile di Calder sembrano quasi galleggiare negli enormi spazi progettati da Frank Gehry. Le forme, spesso semplicissime, sono composte da elementi metallici, fili e superfici colorate. Ma basta un leggerissimo spostamento dell’aria perché tutto cambi. La scultura non è mai esattamente la stessa.

Ogni secondo produce un equilibrio diverso, un’ombra diversa, un rapporto diverso con l’architettura che la circonda. È come se Calder avesse trasformato la scultura in una piccola coreografia.

Ed è proprio questo dialogo tra le opere e l’architettura di Gehry a rendere particolarmente riuscita questa mostra: le forme di Calder si muovono dentro gli spazi della Fondation, mentre gli spazi stessi sembrano diventare parte dell’opera.

Il percorso, che occupa più di 3.000 metri quadrati, segue cronologicamente la carriera dell’artista e permette di scoprire non soltanto i celebri mobile e stabile, ma anche i suoi ritratti in filo di ferro, le sculture in legno, i dipinti, i disegni e persino i gioielli, concepiti da Calder come vere e proprie piccole sculture.

Una delle cose più interessanti è vedere come, nel corso della sua carriera, Calder passi dalle opere più intime e leggere alle enormi sculture destinate agli spazi pubblici.

I suoi monumentali stabile, infatti, finiscono per entrare nel paesaggio di città e piazze, modificando il modo stesso di concepire la scultura pubblica negli anni Sessanta e Settanta. La leggerezza dei mobile trova così il suo contrappunto nella solidità delle grandi strutture in acciaio.

Ma, nonostante le dimensioni, il principio rimane lo stesso: equilibrio, spazio, movimento, gravità, luce.

Sono questi gli elementi che interessano Calder molto più della rappresentazione della realtà.

Ed è forse proprio per questo che le sue opere continuano a sembrarmi così contemporanee. A distanza di decenni non sembrano affatto appartenere a un’epoca passata.

Per questa grande retrospettiva la Fondation Louis Vuitton ha collaborato strettamente con la Calder Foundation, principale prestatore delle opere, insieme a importanti istituzioni internazionali e collezioni private. Il risultato è un percorso davvero ricchissimo, che permette di seguire l’evoluzione dell’artista dalle prime esperienze parigine fino alle grandi opere della maturità.

La mostra celebra inoltre due anniversari: i 100 anni dall’arrivo di Calder in Francia, nel 1926, e i 50 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1976.

Calder morì a New York nel novembre del 1976, dopo aver trasformato profondamente il linguaggio della scultura del Novecento.

Sono uscita dalla mostra pensando che forse il modo migliore per descrivere Calder sia proprio quello suggerito dal titolo: sognare in equilibrio.

Davanti alle sue opere si ha davvero la sensazione che qualcosa possa restare sospeso tra cielo e terra, tra movimento e immobilità, tra caso e controllo.

Ero arrivata conoscendolo appena. Sono uscita con la voglia di saperne molto di più.

E dopo la mostra…

All’uscita siamo andate a mangiare un flan, che dicono sia il migliore di Parigi, in una boulangerie lì vicino.

Se è davvero così, ve lo racconterò presto.

 

Raffaella Gambardella

Raffaella, appassionata narratrice, è una blogger che ha saputo rasformare le sue più grandi passioni – il cinema, i viaggi e la lettura – in una piattaforma vibrante e ispiratrice. Sin da piccola, è stata affascinata dalle storie: quelle raccontate sul grande schermo, lette nelle pagine di un libro o incontrate lungo il cammino nei suoi viaggi. Continua a intrecciare parole di donne in un cammino che non smette mai di arricchirla.

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