Mondiali, donne e sport “gentile”

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Da bambina amavo il calcio. Conoscevo a memoria il nome di tutti i giocatori della mia squadra del cuore, l’Inter. Aspettavo la domenica con entusiasmo e vivevo le partite come piccoli riti collettivi.

Poi, cresciuta, ho iniziato a guardare il calcio con occhi diversi, infastidita dalla quantità di denaro che gli ruota attorno e dal peso che occupa nel panorama sportivo. Mi sono spesso chiesta quante discipline, meno visibili ma altrettanto ricche di valori, potrebbero crescere se ricevessero anche solo una parte di quell’attenzione. Forse è anche per questo che oggi mi sento più vicina a quello che mi piace chiamare “sport gentile”. Non uno sport debole, né meno competitivo. Al contrario, uno sport che mette al centro la persona, il percorso più del risultato, la relazione più della prestazione. Uno sport che considera il corpo non come una macchina da spremere, ma come un alleato da conoscere e rispettare.

In questo, credo che le donne abbiano dato un contributo importante. Non perché esista un modo “femminile” di fare sport per natura. Sarebbe uno stereotipo tanto limitante quanto quello che per secoli ha tenuto le donne lontane dai campi di gioco. La storia dello sport femminile è stata diversa. Le donne hanno dovuto conquistarsi ogni spazio: il diritto di correre, di gareggiare, di allenarsi, di essere considerate atlete e non semplici comparse. Hanno praticato sport senza i grandi sponsor, senza stipendi milionari, spesso senza visibilità e, in molti casi, senza nemmeno il riconoscimento professionale.

In molte discipline praticate prevalentemente da donne è cresciuta una cultura in cui la competizione convive con la collaborazione, dove il gruppo conta quanto il talento individuale e dove il successo di un’atleta apre la strada anche alle altre. Basta osservare ciò che accade in tante palestre, nelle società sportive di quartiere, nei gruppi di running, nelle scuole di danza, nelle piscine o nei corsi di arti marziali: accanto all’impegno e alla determinazione c’è spesso una rete di sostegno reciproco che rende lo sport uno spazio di crescita condivisa. Ciò non significa che il mondo dello sport femminile sia immune dall’agonismo, dalle rivalità o dagli interessi economici. Anche lì stanno arrivando sponsor, diritti televisivi e marketing. Ed è giusto che le atlete vengano finalmente retribuite e riconosciute per il loro valore. Ma forse proprio perché sono arrivate dopo, molte donne hanno conservato uno sguardo diverso. Per tante di loro lo sport continua a essere prima di tutto un luogo di emancipazione. Un modo per riappropriarsi del proprio corpo, troppo spesso giudicato, controllato, sessualizzato. Un modo per scoprire la propria forza, costruire fiducia, imparare a cadere e rialzarsi.

La resilienza, parola ormai abusata, nello sport femminile assume un significato molto concreto. È la capacità di allenarsi dopo una maternità, di ricominciare dopo un infortunio, di trovare il tempo tra lavoro, famiglia e cura degli altri. È la scelta di continuare anche quando gli spalti sono semivuoti e le telecamere assenti. Forse è per questo che mi emozionano tanto gli sport che qualcuno continua a definire “minori”. Non sono minori affatto. Sono semplicemente meno rumorosi. E spesso, proprio per questo, raccontano meglio l’essenza dello sport: il piacere del movimento, la disciplina, la costanza, la condivisione.

Il mio distacco dal calcio ha avuto anche una radice più profonda, più politica. I Mondiali del 1978, disputati in Argentina sotto la dittatura militare, mi hanno insegnato che lo sport non vive mai in una bolla. Mentre milioni di persone seguivano le partite, il regime di Jorge Rafael Videla utilizzava quella competizione come una gigantesca operazione di propaganda. A poche centinaia di metri dallo stadio Monumental, nell’ESMA, si torturava e si uccideva. Le Madres de Plaza de Mayo continuavano a cercare i propri figli scomparsi mentre il mondo applaudiva i gol. Da allora ho capito che ogni grande evento sportivo porta con sé una domanda che va oltre il risultato: quale storia stiamo raccontando? E quale storia stiamo scegliendo di non vedere?

Eppure i Mondiali continuano ad emozionarmi. Succede ancora oggi. Perché lo sport conserva una forza straordinaria: quella di unire le persone e di regalarci immagini che restano nella memoria. Negli ultimi anni mi sono ritrovata spesso a tifare Argentina, anche per il legame affettivo che ho con Buenos Aires. Per me l’Argentina non è la dittatura che l’ha attraversata, ma anche il Paese delle Madres, della resistenza civile, della cultura e della capacità di rialzarsi.

La sera della finale, però, ancora una volta sport e politica si sono intrecciati. Da una parte c’era la Spagna, dall’altra l’Argentina. E mentre seguivo la partita mi rendevo conto che, come spesso accade, non stavo guardando soltanto due squadre. Guardavo due narrazioni, due visioni del mondo, due modi di abitare il presente. Quando la Spagna ha alzato la coppa, mi ha colpito soprattutto un gesto: la volontà di impedire che quella vittoria diventasse la passerella di chi detiene il potere.

È questo, forse, il volto dello sport che mi piace raccontare in uno spazio dedicato alle donne. Uno sport che sa competere senza perdere umanità, considerando la vittoria un traguardo, non un’identità. Uno sport insegna a vincere senza dimenticare chi resta indietro e a perdere senza sentirsi sconfitti come persone. Uno sport a volte duro, come il parkour raccontato  tempo fa nel nostro blog da Monica, sport forte ma sempre pieno di grazia.

Donne che tracciano la via

Raffaella Gambardella

Raffaella, appassionata narratrice, è una blogger che ha saputo rasformare le sue più grandi passioni – il cinema, i viaggi e la lettura – in una piattaforma vibrante e ispiratrice. Sin da piccola, è stata affascinata dalle storie: quelle raccontate sul grande schermo, lette nelle pagine di un libro o incontrate lungo il cammino nei suoi viaggi. Continua a intrecciare parole di donne in un cammino che non smette mai di arricchirla.

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