“Sherazade e le altre”

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Intervista a Grazia Fresu “Sherazade e le altre”, 2026

-Dopo il “Canto di Sherazade” pubblicato nel 1996 sono passati trent’anni, un tempo lungo in cui la tua esplorazione poetica di personaggi femminili, donne del patrimonio culturale o della tua vita personale è proseguita tanto da tornare sul tema con un’altra pubblicazione. Cosa ti ha spinto a creare una nuova raccolta che può essere considerata opera a sé stante ma anche sviluppo della precedente per la cornice, lo stile e la scelta di omaggiare donne della mitologia, della cultura, personaggi famosi insieme alla madre, alla sorella, alle amiche, alle altre?

Il mio primo libro di poesie “Canto di Sheherazade”, (fin da bambina leggevo e ascoltavo da mia madre le storie de “Le mille e una notte”) parlava di una donna coraggiosa, forte e generosa che rischia tutto, armata solo delle sue parole, delle sue storie, delle sue capacità di affabulazione, decisa a salvare le donne della sua città che il sultano uccideva dopo la prima notte passata con loro. Questa figura racchiudeva in sé quello che volevo essere: una che cercava nelle parole la bellezza e il racconto e una che si riconosceva in una comunità al femminile ed era cosciente dei limiti in cui questa comunità viveva, quindi voce di narrazione e rifiuto di questa condizione, grido di rivolta contro tutti i ruoli imposti e contro ogni forma di patriarcato.

Da quel primo libro tanta vita è passata, esperienze, dolori, conoscenze nuove, viaggi nel mondo e dentro di me, conoscenza dell’universo femminile più profonda, che mi hanno quasi obbligata eticamente a riallacciare quel discorso sempre vivo e presente nella mia vita, sia nella scrittura che nelle scelte quotidiane. Ma ugualmente potente è stata la spinta a rendere il mio verso più preciso, più armonico, più incisivo, un verso che si è caricato anch’esso di tanta scrittura e di tanta vita. Spero di essere riuscita a cantare queste donne, non tanto dentro una struttura ideologica di riscatto che è solo il sottotesto del libro, ma dentro un mondo poetico che ne esalta con musicalità e calviniana leggerezza tutte le qualità, che ne mostra la bellezza dei volti, dei corpi, delle scelte, dei gesti piccoli o grandi che hanno dovuto fare per diventare quello che sono. Il libro è diviso in quattro sezioni: la prima è un poemetto in dieci poesie che racconta la Sheherazade de “Le mille e una notte; la seconda racconta le donne della storia e del mito in cui mi sono riconosciuta per molti aspetti e le cui esperienze ho vissuto in gran parte; la terza sono le mie Donne, ossia le donne della mia famiglia, le amiche, quelle che ho incontrato e che mi hanno motivata nelle idee, nelle emozioni e nei comportamenti; le quarte sono donne della contemporaneità, le altre, senza legami familiari o amicali con me, ma che hanno colpito il mio immaginario e la mia sensibilità, da Frida Khalo alla Sposa bambina, chi vittima indifesa chi guerriera contro i suoi carnefici come Ebru Timtik.

-Parliamo dello stile: la tua è una poesia epica e autentica, vibrante e sonora. I versi si sciolgono con una ritmica sapiente che si rifa a una tradizione letteraria colta e che denota una frequentazione poetica di vari orizzonti temporali e multiculturali per poi sfociare in una voce originale e potente Oltre ovviamente a Le Mille e una Notte, quali sono state le tue ispirazioni in generale e in particolare per quest’opera?

Fin dai miei inizi la mia poesia si è espressa in due forme che si sono fuse tra loro per definire il mio stile: la poesia epica e la poesia lirica. Mia madre era una grande narratrice e ha cresciuto me e mia sorella Anna con un’infinita di storie. Abbiamo imparato tanto dalla sua voce oltre che dalla lettura, un ascolto partecipe e emozionato che ci ha segnato per sempre. Da lei ho conosciuto le storie della Bibbia, le favole e le fiabe tradizionali, i miti della mia terra, la Sardegna, e prima della scuola, la caduta di Troia e il ritorno di Ulisse a Itaca, il viaggio di Dante nell’Oltretomba, a casa c’era un’antica Divina Commedia illustrata che aperta sul tavolo della cucina entrava nel nostro immaginario insieme alle sue parole, (quel libro è ancora nella mia casa). Non ho mai trovato Dante difficile e fin da bambina l’ho letto nella lettura felice di cui parlava Borges, senza zavorre critiche o intellettuali, solo la magica potenza di quei versi. Quei primi endecasillabi sono stati il tessuto musicale su cui istintivamente ho cucito i miei versi. I miei primi poeti amati usano questo tipo di verso che sembra una prigione ed è invece un trampolino di lancio, Leopardi, Foscolo, e poi Montale, Ungaretti, Quasimodo, fin dall’adolescenza la scoperta dei poeti di lingua spagnola, me li regalarono in versione originale con traduzione. Oggi lo spagnolo è la mia seconda lingua, lo parlo, lo scrivo in prosa e versi, lo uso nei miei sogni e lo controllo perché non interferisca quando parlo italiano. Ho vissuto e lavorato in Argentina per 25 anni. Molti poeti amati: Lorca, Neruda, la loro straordinaria musicalità è quella che cerco per i miei versi, assomiglia al canto e per me la poesia è musica fatta con le parole che trasmette emozioni più che informazioni. Oggi la poesia contemporanea sembra calpestare altre strade, cerca la rudezza, la coltellata, la disgregazione della parola, l’impatto violento della contemporaneità. Ma la mia strada è un’altra, ne ho coscienza da sempre, la voce soave di Sheherazade che racconta storie accucciata accanto al Sultano, uomo del potere e della violenza, ha più forza di mille spade. Per questo ho amato Borges, Cortazar, Guelman, poeti sudamericani che hanno raccontato il mondo senza dimenticare la magia del verso, la sua capacità di darci nella bellezza il potere di aprirci gli occhi sulla realtà e di farci sentire che il valore di una vita non sta solo nel viverla ma nel raccontarla perché gli altri, i lettori, non siano solo testimoni passivi ma entrino nel verso con mente e cuore aperti, disposti a raccontare a se stessi la propria vicenda umana.

Altra ispirazione per questo libro sono stati i versi dell’ebrea tedesca Else Lasker-Schüler, nella cui poesia si intrecciano armoniosamente versi d’amore, una profonda spiritualità, riferimenti biblici, attenzione ai Diritti Umani e una grande ricerca formale e concentrazione interiore, e dell’americano Edgard Lee Master con la sua “Antologia di Spoon River”, la cui epica moderna, tanti ritratti di donne e uomini, sepolti sulla collina che sovrasta il paese, presentati nella loro vita con versi di una ricchezza psicologica impressionante, ha influenzato notevolmente il mio approccio all’epica di questo libro.

E, nonostante sia un libro di narrativa, per la mia formazione e per questo libro è stato fondamentale “Le città invisibili” di Italo Calvino, questo racconto mitico di città inesistenti che Marco Polo presenta al Gran Can come una miriade di frammenti che finiscono per rivelargli la vera natura del suo Paese.

Con questo libro ho cercato di ricostruire attraverso frammenti di storie, di persone, di luoghi un ritratto della Donna come mi si è rivelata nella mia esperienza di vita.

-Sherazade e le altre è un poema suddiviso in canti, i primi dieci dedicati proprio alla figura di Sherazade, i successivi a figure epiche e mitologiche seguiti da quelli dedicati a donne reali che hanno incrociato e condiviso il tuo percorso esistenziale. Si tratta di un accostamento basato su alcuni elementi comuni che esprimono una continuità superando il limite della finzione.

Il primo elemento è senz’altro quel sentimento di sorellanza che Sherazade esprime nel più alto grado quando è pronta a offrire ciò che sa fare meglio – narrare – anche a rischio della sua stessa vita, nel gioco perverso del sultano e lo fa per salvare ‘le altre’.

Il secondo elemento è la forza della narrazione salvifica di cui Sherazade rappresenta l’eroina per eccellenza che la unisce, in una prospettiva più umile e personale (ma che i tuoi versi elevano a pura poesia) al narrare di tua nonna, di tua madre e delle amiche magari intorno a un tavolo sgranando verdure e parole, una sera dopo l’altra: “Avevano il tuo volto/le vecchie dell’infanzia, le janas/, le tessitrici, le padrone di antiche storie/ che la tua voce sussurrava all’orlo del camino. “Mia nonna”).

Infine mi sembra che sia forte l’elemento della violenza subita dalle donne in un universo patriarcale, a partire dalla stessa Sherazade la cui vita dipende dall’incanto sospeso indotto nel sultano, padrone dei corpi e del respiro di tante fanciulle prima di lei. Una narrazione che percorre la Storia, la Mitologia fino all’atroce attualità delle torture e morti per silenziare donne come Ebru Timtik.

Ci sono altri elementi di accostamento che vuoi sottolineare?

Sicuramente l’elemento della sorellanza tra donne e quello della violenza subita attraversa gran parte del libro, specie nelle donne della storia e del mito, ma c’è altro. Pensiamo ai primi versi del poema dedicato a Sheherazade con cui inizia il libro: “Vanto dell’esser femmina potente/ maestra della sfinge e dei confini/ cantava Sheherazade e lacrime salivano/ a turbarne l’anelito di fiamma,/ falce d’oriente alzata a rischiarare/ palmizi di smeraldo, sorriso dell’avorio/ che esaltava nella notte il suo canto,/ era il narrare dolce, carezza più soave/ dell’incenso,/trappola preparata/ a rinfrescare l’arsura dei deserti…”

In questi primi versi si trovano tutti gli altri elementi che accomunano le mie Donne tra loro. Il poema mette in risalto sin dall’inizio il “vanto dell’esser femmina potente”, ossia l’orgoglio d’essere femmina (cosi si nasce) potente, il riconoscimento della propria biologia umana non come elemento debilitante ma come forza che genera potenza (tutte le donne di questo libro sono potenti, anche nel loro essere vittima, perché assurgono a una consapevolezza di sé che genera azioni che cambiano) e da questa potenza divengono maestre della sfinge e dei confini, ossia entrano nell’enigma e nel limite, imparano i misteri, risolvono enigmi e entrano nei confini che limitano per aprirvi passaggi, in tutto il libro le donne sono indovine del futuro perché attente ascoltatrici del presente. E da questo groviglio di identità, potenza e passione trovano il canto e lo usano per piangere sulle loro miserie, sui loro dolori con lacrime sanatrici e questo pianto turba il loro desiderio di incendiare il mondo per loro ostile, ma sanno d’essere una falce d’oriente (la falce taglia il grano e dà vita ma è anche simbolo di morte) ma l’oriente è dove sorge il sole, l’origine della luce, il risvegliarsi dal sonno, la donna stessa è questo oriente che rischiara e illumina e esalta il suo canto, tutte le mie donne stanno nel limite tra la notte e il giorno e lì il canto diventa carezza, seduzione che sembra una trappola ma rinfresca l’arsura dei deserti, distribuisce il bene che la sua parola sa evocare e partorire nel mondo.

Le mie Donne sono quelle degli ultimi versi di questo libro; “Ancora e sempre il nostro sguardo ostinato/ si accende sul mondo e ancora e sempre,/ sorelle, siamo pacificatrici e guerriere/ sul palcoscenico della vita/ fino a che i riflettori ci illumineranno/ con la luce che da noi stesse nasce.”

-Nell’esaustiva prefazione di Claudia Formiconi si parla delle altre donne del Mito e della Storia come Archetipi delle diverse figure femminili, sfaccettature di un universo complesso e ricco di poteri ed esperienze da tramandare. Tutto espresso nel tuo versificare fluido e audace in cui si avverte il desidero di rendere giustizia e movimento a figure scolpite nel tempo in una prospettiva disincantata che mette la donna al centro della sua vita. Abbiamo così una Penelope che esprime desideri carnali “…torna alla reggia e brinda da Regina/ sceglie tra i Proci il peso di una mano/ per profanare il talamo nuziale/sceglie lo sguardo che sappia abitare/quell’incubo segreto che l’abbaglia/ tra carezze perdute e amaro sale”…”, una Elena resa ingiustamente responsabile de “...i tanti morti, /i corpi lacerati, il fuoco nelle piazze /e nei cortili, il crollo degli dei,/ la sconvolgente follia della ragione/ ‘che un cantore bugiardo ha consumato”. Alle figure della mitologia già presenti in Canto di Sherazade si aggiungono ancora altre quali Mnemosine, Cassandra, Didone, la Regina di Saba, Morgana, Eleonora d’Arborea. Cosa senti vibrare in queste donne dell’immaginario collettivo che ti spinge a cantarle?

Parliamo delle figure femminili che chiamo archetipi, uso il termine nel senso junghiano, per cui sono immagini che la storia della specie ha radicato nel nostro subconscio, riconoscerle, analizzarle ci libera da uno stato di ignoranza che ci impedisce di sapere chi siamo, cosa vogliamo, dove andiamo. Nella prima poesia ribadisco quel concetto di sorellanza che già riroviamo in Sheherazade e qui le donne sorelle ci impartiscono una serie di consigli e divieti per intraprendere il cammino verso la consapevolezza che deve guidarci. Da sempre siamo prigioniere di ruoli congelanti che l’immaginario e la società patriarcale ci ha costruito addosso. Per prima cosa queste donne ci chiedono di portare nel viaggio un amuleto “che serva a consumare le paure/ dentro un volto ridente”, quindi prima di ogni cosa ci chiedono di armarci di coraggio per vincere ogni paura mantenendo un sorriso che non riveli la nostra interiore verità, di non accettare nulla lungo il cammino, neppure le cose che ci sembrano indispensabili alla sopravvivenza, il pane e il vino, offerta il cui scopo è convincerci a fermarci, “è salutare sapere d’esser deboli”, desiderare il riposo, ma bisogna rifiutare anche l’estrema trappola, chiunque, mercante o signore, colui che vende e compra e colui che possiede, voglia possedere il nostro corpo prezioso. Dobbiamo cercare solo le nostre sorelle: “…Solo di loro chiedi per la via,/ cosi sarà esaltato il tuo valore/ sull’altare del tempio.”

Dopo questo richiamo alla sorellanza abbiamo Mnemosine, la Dea greca della memoria, perché in essa si deposita il ricordo di tutte le vite e perché è la madre delle Muse, quindi ci aiuta a ricordare la vita e rivalutare il ruolo creatore dell’essere umano, parla alle sue figlie per dire loro che gli altri dei sono morti perché hanno abbandonato le memoria delle cose e solo sopravvive quello che Lei ricorda e che le sue figlie trasformano in poesia, musica, danza, teatro e regalano agli uomini per il loro piacere. Sono tutte donne quelle che la mitologia greca considera dee delle arti e richiama a una riflessione il fatto che per molto tempo la donna veniva considerata incapace di produrre bellezza ossia arte.

Due donne, Arianna e Didone, una greca, l’altra cartaginese, sono archetipi dell’abbandono: la prima, in fuga con Teseo dopo avergli dato il filo per uscire dal labirinto dove ha ucciso il Minotauro, viene abbandonata su un’isola, lei che era figlia di un re potente, cresciuta a Creta tra splendori e raffinata cultura, lei che conosceva i segreti della magia, non piange, lancia su Teseo una maledizione che si avvererà, la morte di suo padre al suo arrivo in patria. Arianna ha tradito la sua patria, la sua stessa identità per amore ma nell’abbandono comprende e soffre il suo errore: “…Arianna resto alata sulla riva/ del suo assurdo passato come un nume/ e nel presagio il potere trovo/ riconfermato nel suo senno dolente”.

Didone non soffre l’abbandono di un antieroe come Teseo ma di un uomo giusto come Enea che ha una missione da compiere. Eppure anche lei lancia una maledizione, che i Romani, futuri discendenti di Enea, e i Cartaginesi non abbiano mai pace tra loro, un modo per stendere un velo oscuro su un futuro predetto a Enea come luminoso. Anche lei come Arianna di stirpe reale, regina rispettata del suo regno, vedova dignitosa che ha giurato fedeltà alle ceneri del marito, viene travolta da una passione incontrollabile per Enea e sebbene sia una donna forte soccombe alle pene d’amore fino al suicidio: “…Senso dell’evidenza e della fuga/ che condanna l’orgoglio della gloria/ nel marchio disperato di una morte/ che è maledetto oblio.”

L’amore come destino di sofferenza, a volte di morte, viene impresso nelle carni delle donne come una mistica del sacrificio. Da questo bisogna fuggire; dopo aver elaborato il lutto, il rifiuto dell’altro, il cui atto estremo è la maledizione, si rivela psicologicamente necessaria l’accettazione che quanto è accaduto non rientra nelle nostre responsabilità, non siamo colpevoli dell’altrui abbandono e non valiamo meno per questo, capirlo ci traghetta verso la libertà dalla dipendenza e dal dolore.

Con Cassandra e con Elena ho voluto risaltare come la parola abbia spesso mistificato e frainteso il percorso delle donne. Cassandra viene condannata dal dio Apollo che lei ha rifiutato come amante a non essere mai creduta, le sue parole diventano cosi vane, per tutti vuote di senso e quando mette in guardia la sua gente contro il cavallo sotto le mura di Troia i Troiani non le credono e portano dentro le mura la loro rovina. “…Come potevano ascoltarmi/ i guerrieri ebbri di imprese e gloria?/ Li resero cichi gli dei e sordi il Fato/ e la mia parola confusa con l’urlo dei gabbiani/ portata negli abissi dalle orche marine…”. Cassandra è consapevole del peso di una verità che nessuno ascolta e del dolore che questo provoca nella sua vita e in quelli che non credono alle sue parole. Quante volte l’intuizione femminile, che è capacità di lettura del presente e permette misurare le conseguenze delle nostre e delle altrui azioni, viene derisa come irrazionale, fantasiosa natura del nostro essere donne?

Con La Profetessa racconto di un’altra donna con il dono della divinazione che i Giudici della città per i loro interessi cercano di convincere a profetizzare un futuro di prosperità e pace nascondendo al popolo i giorni duri che si avvicinano. Ma lei rifiuta e la condannano a morte. Anche la parola sacra e divinatoria appartiene all’intuizione delle donne e non asservirla al potere procura la morte. Di nuovo una donna forte e determinata capace di difendere la verità a qualsiasi prezzo.

Con Elena la parola è puro inganno, ma non suo, bensì di chi su di lei ha costruito una narrazione falsa. La donna più bella del mondo viene raccontata come una traditrice responsabile della morte di migliaia di uomini, della caduta di Troia, degli avventurosi e pericolosi viaggi verso la patria degli eroi che hanno combattuto per riscattarla. La bellezza come condanna, come tentazione che trascina gli uomini alla perdizione. Ma io la presento come innocente e il suo cantore Omero come il poeta ingannevole che ha diffuso la storia della sua colpevolezza.

Ognuna di queste donne, dalla Regina di Saba ad Eleonora d’Arborea indossa una dignità che appartiene a tutte le figure di questo libro, non hanno paura degli uomini, hanno ben chiaro un cammino da percorrere e le forze su cui contare per raggiungere la loro meta. Ma mostrano anche fragilità che non sono debolezze ma spessore di anime appassionate e meditative. Su Eleonora d’Arborea, giudichessa sarda che lotta per liberare la sua gente dalla dominazione aragonese, ho scritto e messo in scena un’opera di teatro. È una donna vera e mitica allo stesso tempo, un grande simbolo di libertà per la mia terra.

-Hai dedicato cinque canti alla figura di tua madre che colpisce per l’esattezza con cui cogli il suo profondo essere donna e madre nella specifica relazione con te. D’altra parte risulta in molti versi la forza di un’idea di maternità universale, generosa e capace di trasmettere in eredità la forza delle storie, della parola che si fa portatrice di sentimenti, passaggi di sogni e avventure, di poesia e di memoria.

Ugualmente i quattro canti dedicati a tua sorella tratteggiano il suo specifico essere : ...mia sorella ha l’Africa nel cuore…ma poi/sorella, mi hai raggiunta/ con i versi che ti appartengono/ brevi e forti… e nel contempo il profondo legame fatto di origini e condivisione di arte, dolori, vissuti e viaggi : la voce dell’una faceva eco/ alla curiosità all’esperienza/ all’amore dell’altra/ in lontananze senza perdite/ e senza abbandono/ ci hanno regalato il fiore/ di questa indistruttibile sorellanza.

Nei sette canti in cui celebri le amiche si percepisce tutta la gamma dei sentimenti possibili di chi ha vissuto una vita piena di sorellanza appunto, estesa alle donne belle che hanno sorrisi che trafiggono il tempo ….sguardi gettati lontano per capire/ e capirsi sempre…, amiche che hanno …salvato i giorni grigi/ dal compiaciuto ritratto di una pena… e delle quali, a volte, ti disperi per la loro pena: Come potrò raccontarlo, amica,/ questo tuo dolore/ di serpente avvelenato/ di strada perduta/ di gorgo infido e oscuro?

Sono poesie che hanno una grande forza narrativa nell’armonia di versi in cui la parola è musica e distillato di significati profondi. Quali emozioni, quali ricerche ti hanno portato a questo risultato?

Nella sezione dedicata alle donne della mia famiglia i miei versi sono un affettuoso e riconoscente omaggio a mia nonna, mia madre, mia sorella, che hanno accompagnato la mia crescita umana come persona ma anche come poetessa: mia nonna con la storia della sua vita che seppur tragica non le ha mai cancellato dalle labbra il sorriso e la voglia di riempire di protezione e di giochi la nostra infanzia; mia madre intelligente e molto avanti rispetto al suo tempo che mi ha regalato storie indimenticabili, era una narratrice spontanea eccezionale, e con il suo esempio mi ha aiutata a cercare la mia identità e la mia autonomia e fin da miei primi tentativi poetici mi ha sostenuta e incoraggiata; con mia sorella ho condiviso tutte le tappe della nostra vita, dalla prima infanzia fino ad oggi, nonostante per lungo tempo ognuna abbia vissuto e lavorato in continenti diversi, lei in Africa (Mozambico) e io in America latina (Argentina) abbiamo condiviso idee, sentimenti, un legame in cui ci teniamo per mano sempre e l’amore per i suoi figli che sono anche miei. Non potevo non parlare di loro perché in loro si radica per me il senso della maternità e della sorellanza, quello nato in seno alla mia famiglia e da lì trasferito al mondo.

Ho sempre amato cantare le mie amiche, l’amore che abbiamo condiviso e condividiamo è il regalo più grande che mi abbia fatto la vita. Nessuna di loro mi ha mai deluso, nonostante le nostre diversità di carattere e di esperienze. Sono state e sono la mia energia, per me l’unico amore incondizionato dopo quello di mia madre, con loro ho riso e pianto, ho mostrato le mie debolezze e i miei dolori che si sono rifugiati nel loro abbraccio in grado di comprendere, rispettare, accompagnare in tutte le vicissitudini della vita. Per me sono madri, sorelle, compagne come lo sono io per loro e sono maestre di vita.

Nell’ultima sezione il tuo canto si fa rivendicativo soprattutto con la poesia dedicata a Ebru Timtik :…Che bandiera potevi mai alzare/ se non quella del tuo corpo in digiuno?/ Gli sparvieri neri di Erdogan/guardiani delle tue grate/ non possono più niente ora/ contro la tua voce/ ormai libera di cantare/ l’invincibile destino degli eroi. O con le poesie Rawan, la sposa bambina e Segnate dal sangue. Si avverte qui la necessità di alzare la voce, di prestare i versi alla causa delle donne, amplificandone le speranze e le lotte: …Che sia sangue irrefrenabile e caldo/ per erigere barricate sventolare bandiere/ cantare inni alla nostra volontà di vita,/ che sia sangue del patto tra noi, sorelle, indissolubile laccio della memoria, della difesa/sigillo di tutte le Eve all’alba di un nuovo giorno.

E’ la rabbia e il dolore di vedere tante sorelle subire ancora violenze e soprusi a spingerti a modulare così la tua poetica?

Ho sempre sentito l’appartenenza all’universo femminile come la mia dimensione esistenziale, per questo ho sempre cercato storie di donne nella quotidianità, nella letteratura, nell’arte, nella scienza, nella musica, donne vincitrici per ricavarne esempio, ma soprattutto donne vinte, quelle vittime della società e della storia che spesso consumano in silenzio il dolore, la sopraffazione, la violenza. Ho parlato e scritto di loro ogni volta che ne ho avuto l’occasione perché la loro condizione la sento come una spada nel cuore, l’unica che mi mette a contatto con una parte di me per certi aspetti oscura che nutre rabbia e violenza verso i loro oppressori. Ogni femminicidio, ogni sposa bambina, ogni violazione, ogni umiliazione fanno sorgere in me l’anima di Giuditta che uccise Oleoferne e poi mi costa molto cancellare questa violenza dalla mia mente. Faccio un grande sforzo per riuscirci. Per quello nei miei versi parlo di grido come liberazione dal silenzio, dalla soggezione, dall’impotenza, un grido che sia vera bandiera di riscatto per tutte le donne del mondo.

Nella sezione Le altre parlo di donne molto diverse ma ognuna di loro è per me un simbolo potente, un’immagine di tutte noi che va ascoltata. Ci sono le ragazze dei porti, le giovani prostitute che aspettano i marinai. Io sono vissuta in un porto e da bambina guardavo con ammirazione una prostituta bellissima, alta, statuaria, con lunghi capelli rossi e seno prosperoso che camminava per l’isola come una regina, nonostante gli sguardi e le parole di condanna che la seguivano. Io non capivo quel disprezzo, io vedevo in lei altro e in questa mia poesia ho cercato di comprendere quel dolore di svendere il proprio corpo che oscurava i suoi splendidi occhi ma insieme rivelava una coscienza gioiosa della propria bellezza che nessuno poteva ignorare.

E tra le donne dai corpi venduti ho messo Marilyn Monroe, non era padrona di se stessa, era una icona del glamour hollywoodiano, ma era intelligente, sensibile, bisognosa d’amore, sfruttata anche da suo marito, il grande commediografo Arthur Miller. Non sappiamo se mori per non aver retto al peso del suo claustrofobico mito o per le sue relazioni con prestigiosi politici che la resero una minaccia da cancellare.

Anche il corpo di Frida Khalo è martoriato, dolorante e la limita ma lei ha un immenso talento e quindi dipinge anche a letto, ci consegna nei suoi quadri il suo calvario ma senza vittimismo, senza che il dolore metta in secondo piano una dignità che solo le donne possiedono quando i loro corpi sono martoriati.

Ebru Timtik, nella Turchia di Erdogan, lascia la sua vita digiunando nel carcere dove è stata rinchiusa. Era strenua difensora dei Diritti Umani, una donna che parlava nei tribunali contro le ingiustizie perpetrate dal regime. Anche qui il valore della parola come arma di difesa, come affermazione della dignitosa peculiarità del suo destino.

E la parola per Ebru e per tutte le donne dei miei versi è il vero segno della libertà, dell’identità, delle ragioni della mente e del coraggio del cuore.

Voglio concludere con alcuni versi tratti dalla poesia Donne perché mi sembra esprima un fil rouge tra il nostro lavoro di raccolta di storie di donne nei loro percorsi di vite in viaggio e la tua poesia:

Donne coi volti del vissuto piccole rughe/ e grandi sorrisi a tracciare il viaggio/ di quelle tante lacrime di quelle allegrie/ con cui abbiamo percorso il mondo (Donne)

Grazie!

La video intervista completa a Grazia Fresu è pubblicata al link:

https://inkantata.it/dirette-podcast-video/

Una mini intervista sulla “poetessa dei due mondi” Grazia Fresu andrà in onda lunedì 13 luglio alle 21:30 su RadioOne e mercoledi 15 luglio alle 21:00 su radio Out nella trasmissione di musica jazz (e non solo) “Torno al Sud” di Mario Masciullo
Ascoltate al link: www.radiooneweb.it
o su: http://radioout.altervista.org

Grazia Fresu ci regala una poesia sulla figura mitologica di Elena:

LA REGINA DI SPARTA

Aveva una regina
Sparta dai corpi atletici
e le leggi spietate,
Elena la cui bellezza
non aveva paragone
Elena sposa di un Menelao
senza trono
solo principe consorte
laddove lei stabiliva
il ciclo dei giorni e delle notti
Elena che rinunciò al potere
per amore di uno sfrontato Paride
Elena per cui, si disse, mille navi
assediarono Troia e mille eroi
scesero all’Ade
Elena il cui sposo perdonò il tradimento
e la ricondusse al talamo nuziale.
Lui che diffuse la menzogna
di una guerra fatta per amore
se la riportò in patria
legittimato
come capo degli Achei
finalmente poteva proclamarsi re
e ridurre lei ad essere solo sposa,
come raccontano i miti di una guerra
che tante altre ne ha ispirato
nelle menzogne e nel massacro.

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

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