Cronache dalla Polinesia 1: Tahiti

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English version below & version Française en bas

La nostra amica con lo zaino Alessandra Conversi ci manda il suo itinerario e gli appunti dal suo diario di bordo:

“Destinazione: Tahiti e le Isole Sottovento. Partenza il 20 giugno da Lerici, treno La Spezia-Milano, da lì il 21 volo per Parigi, poi prendo il volo Parigi-Papeete (Tahiti) di 22 ore, che arriva con 2 ore di ritardo alle 7,30 della mattina del 22 (solstizio in volo, un tramonto che dura ore!). Questo volo fa un transito di 2+ ore a Los Angeles, dove – ATTENZIONE – bisogna passare il controllo immigrazione… quindi avere tutti i documenti giusti per entrare negli Stati Uniti. Poi passare i controlli di sicurezza, dove possono confiscare eventuali liquidi acquistati al duty free in Francia!

L’unica strada fa il giro dell’isola, altre strade non sarebbero possibili con le montagne verticali a picco nel centro. Il traffico nell’unica viabilità possibile è spaventoso nelle ore di punta (6-8 e 16-18) che obbliga a calcolare bene le proprie uscite. Tutto chiude verso le 17 (tranne i supermercati) e il tramonto è alle 17,15… cosa che rende il giorno molto corto. La mia ospite dello Scambio Casa che ho organizzato a Tahiti si chiama Veronice, è molto accogliente. La prima sera le offro di condividere parte della mia spesa al supermercato e lei condivide quello che aveva preparato lei, e così anche le sere successive, e andiamo subito d’accordo. E’ francese, è venuta in Polinesia poco più che ventenne e ha avuto una vita molto interessante e originale. L’ho trovata simpaticissima, e quando sono partita mi è mancata come un’amica… la distanza è tanta e chissà se ci si rivedrà dopo questo viaggio (comunque ritorno da lei quando ritorno a Tahiti). E’ stato un bell’inizio, particolarmente apprezzato arrivando da sola in un paese sconosciuto

Il primo giorno, frastornata dal lungo viaggio, mi sono riposata, con un bel bagno nella piscina della casa di Veronice, vista sulla laguna di Tahiti circondata dalla barriera corallina. Nota: La laguna qui non è uno spazio d’acqua, spesso stagnante, entro la terra come da noi, ma è lo spazio d’acqua marina fra la barriera corallina che circonda l’isola e l’isola stessa. Qui dentro il mare è abbastanza calmo perché le onde oceaniche si infrangono sulla barriera che ne disperde l’energia; e le acque sono spesso basse e turchesi piene di coralli e fauna tropicale).
Ma il secondo giorno (il 23) ben riposata, dopo una buona colazione, sono andata alla magnifica spiaggia di Vaiava. Mi ero proposta di arrivare a nuoto alla barriera corallina, ma ci è voluto più di quanto pensassi perché ero continuamente distratta dalla bellezza dei pesci e dalle loro dinamiche comportamentali – per esempio mi chiedevo perché alcuni della stessa specie nuotassero a due a due? Un altro pesce invece ‘tallonava’ un pesce bianco che scavava continuamente buche nella sabbia con i suoi bargigli (poi identificato come goat fish). Ho visto delle una bellissima tridacne il cui interno era viola, poi un’altra turchese ed un’altra marrone. Ho provato a fare foto dal cellulare, ma si spengeva continuamente e dunque le migliori immagini sono impresse solo nella mia mente…

Oltre ai magnifici paesaggi marini e la natura in generale, il lato antropologico di questo arcipelago non è meno interessante. La Polinesia francese è costituita da 5 arcipelaghi (Australi; Società; Tuamotu; Gambier; Marchesi) e circa 120 isole (67 abitate) sparse in un’area di 4 milioni m2 (per paragone: Europa: 10 milioni m2, Eu occidentale 2 milioni m2), ed è ricca di culture diverse.
Il museo di Tahiti e delle isole, Te Fare Iamanaha (da vedere!), presenta reperti di tutti questi arcipelaghi, e mi ha permesso di scoprire molti aspetti della cultura e della storia locale.
Il popolamento delle isole della Polinesia è cominciato circa 5,000 anni fa, probabilmente dalle Filippine con barche di tipo canoa, ed è durato millenni per arrivare all’attuale Polinesia Francese circa intorno al 1000 DC; la colonizzazione da parte di vari stati europei risale ad appena 300 anni circa e il dominio francese inizia a metà 1800.

Tra i più importanti miti c’è quello di Ta’aroa, tra i più poetici dell’intera Oceania, e quello del dio A’a, delle isole australi. (Nota: l’apostrofo si legge come un’interruzione)

“Taʻaroa è il grande dio creatore della tradizione tahitiana: All’inizio non esiste nulla. Non c’è cielo. Non c’è mare. Non c’è terra. Non c’è luce. Esiste soltanto Taʻaroa. Ma Taʻaroa non vive in uno spazio: è racchiuso dentro un guscio, spesso descritto come una conchiglia o un uovo cosmico. Il guscio rappresenta l’universo ancora in potenza. Dopo un tempo indefinibile, Taʻaroa rompe il proprio involucro. Con i frammenti del guscio costruisce il cosmo:

una parte diventa il cielo;
una parte la terra;
altre parti formano montagne, rocce e oceani. Le sue piume diventano gli alberi, ad esempio. Il dio utilizza il proprio stesso corpo per completare la creazione. L’universo nasce quindi dal sacrificio creativo del dio.

Il mito del dio A’a, delle Isole Australi non è tanto una cosmogonia quanto un racconto sul rapporto tra il dio e gli uomini. È famoso soprattutto grazie a una straordinaria statua lignea proveniente dall’isola di Rurutu e visibile nel museo. La figura rappresenta un uomo in piedi. Ciò che la rende unica è che il suo corpo è ricoperto da decine di piccole figure umane scolpite. Queste piccole figure sembrano emergere dal corpo principale. La statua era cava e conteneva reliquie sacre, rendendola non solo un’immagine del dio, ma anche un contenitore del suo potere spirituale. Più che creare il mondo, Aʻa crea una comunità, una genealogia, un ordine sociale.”
(foto)

https://tahitinuitravel.com/it/les-marae/

Tra gli oggetti della collezione museale mi ha colpito un pettorale, la cui costruzione deve essere durata mesi e mesi, se non altro per raccogliere i materiali: denti di pescecane, piume di un particolare uccello, peli di cane. Senz’altro apparteneva a un personaggio importante.

La mattina dopo sono andata a fare un’immersione con un’organizzazione che si chiama Fluid, alla marina di Tahiti a Faa’a, dove mi hanno portato in una località che si chiama Aquarium. Il mare è spettacolare.

 

Io e la mia simpatica istruttrice ci siamo immerse vicine al relitto di un piccolo aeroplano a 6-10 m di profondità – che poi ho appreso essere un CESNA 172 affondato nell’aprile 1995, il cui pilota e unico viaggiatore è miracolosamente sopravvissuto:

Epave du Cessna de l’aquarium de Faa’a

Tutto così bello. Ricordo particolarmente decine di pesci flauto, fermi e paralleli, sospesi lungo la corrente. Ci ho messo un po’ a ricordare come si fa a compensare, e quando iniziavo a sentirmi finalmente a mio agio, iniziando a inseguire i pesci per toccargli la coda e allontanandomi dall’istruttrice, era già ora di andarsene (solo 40 min!)! Tramite un libro che Fluid metteva a disposizione, ho identificato il famoso pesce bianco scavatore con la macchia nera, come un goat fish. Scava la sabbia facendo dei vortici, in cerca di piccoli invertebrati, usando i 2 barbigli vicino alla bocca – questo a qualcuno ha ricordato la barba delle capre, da cui il suo nome. Suppongo che i pesci di altre specie che li seguono siano commensali. Spiacente per non avere foto dei pesci, ma forse per me è stato meglio così ho gustato la bellezza vivendola !

Ancora ispirata dal museo della cultura polinesiana, dopo il pranzo alla vicina spiaggia di Toaroto vado a visitare il Marae ‘Ārahurahu. I marae sono spazi sacri cerimoniali e comunitari tipici delle società polinesiane, dove si svolgevano rituali religiosi e si celebravano eventi sociali importanti. Questo marae è in ottime condizioni e secondo la guida è il più bello di Tahiti. Si dice che il capo supremo della valle di Tumataira abbia deposto lì le sue ceneri, chiamate “arahu” in tahitiano
https://tahitinuitravel.com/it/les-marae/. Tranquillo e poco affollato, entrando ancora si sente il mana (energia spirituale). Per non averne comunque una visione troppo idilliaca, bisogna ricordare che vi si svolgevano sacrifici umani…

Infine la sera, sono andata con la mia interessante ospite Veronice all’hotel Intercontinental a vedere uno spettacolo di danze tradizionali polinesiane.

 

 


Così finisce il mio primo soggiorno a Tahiti, con ancora tante cose da vedere, ma pronta per il resto di questo viaggio. Nei prossimi giorni andrò alle Isole Sottovento, 27 giugno – 3 luglio Raiatea a casa di Fabien, dal 3 al 7 Huahine all’Hiva Plage Camping, dal 7 all’11 a Bora Bora + Tupai con Nadia, al Vaiotaha Lodge. Da sabato 11 a mercoledì 15 soggiornerò a Tahiti da Veronice per poi prendere il traghetto per Moorea. Il 19 andrò nelle Isole Marchesi a Hiva Oa da Louise, poi, ma non so ancora come arrivarci e dove starò, a Fatu Hiva, per tornare poi a Tahiti da dove riprenderò il volo il 3 per arrivare a La Spezia il 5 dopo aver transitato a Los Angeles e Parigi e atterrato a Milano.

English version:

Our backpacking friend Alessandra Conversi has sent us her itinerary along with excerpts from her travel diary:

Destination: Tahiti and the Leeward Islands.

I left Lerici on June 20, taking the train from La Spezia to Milan. The following day I flew to Paris, where I boarded the 22-hour flight from Paris to Papeete (Tahiti). We landed at 7:30 a.m. on June 22—two hours behind schedule. I spent the summer solstice in the air, watching a sunset that seemed to last for hours! This flight includes a 2+ hour stopover in Los Angeles, where—important!—you must go through U.S. immigration, so make sure you have all the necessary documents to enter the United States. After that, you’ll also have to clear security again, where any liquids purchased at the duty-free shop in France may be confiscated.

There is only one road that circles the island. Building additional roads would be virtually impossible because of the steep, vertical mountains that rise dramatically in the island’s interior. Traffic on this single route is terrible during rush hour (6–8 a.m. and 4–6 p.m.), so it’s important to plan your outings carefully. Most places close around 5:00 p.m. (except supermarkets), and sunset is at 5:15 p.m., making the days feel surprisingly short.

My host in Tahiti is Veronice, and she is wonderfully welcoming. On my first evening I offered to share part of my grocery shopping with her, and she shared the meal she had prepared. We kept doing the same over the following evenings, and we got along immediately. She’s French, moved to Polynesia when she was in her early twenties, and has led a fascinating and unconventional life. I found her incredibly likeable, and when I left, I missed her as though she were an old friend. The distance between us is enormous, and who knows whether we’ll ever meet again after this journey… although if I ever return to Tahiti, I’ll definitely stay with her again. It was a wonderful start to the trip, especially appreciated since I had arrived alone in a completely unfamiliar country.

On my first day, still exhausted from the long journey, I rested and enjoyed a swim in Veronice’s pool, overlooking Tahiti’s lagoon surrounded by the coral reef.

A note about the lagoon: here, a lagoon isn’t an enclosed body of often stagnant water like we commonly think of back home. Instead, it’s the stretch of seawater between the coral reef surrounding the island and the island itself. Inside the reef, the ocean is generally calm because the reef breaks the force of the waves. The shallow, turquoise waters are teeming with corals and tropical marine life.

The following day (June 23), well-rested after a good night’s sleep and a hearty breakfast, I headed to the magnificent Vaiava Beach. I had planned to swim all the way out to the reef, but it took me much longer than expected because I kept getting distracted by the incredible fish and their fascinating behaviour.

For example, I wondered why some fish of the same species always seemed to swim in pairs. Another fish closely followed a white fish that constantly dug holes in the sand using the barbels around its mouth—a fish I later identified as a goatfish. I also spotted several magnificent giant clams (Tridacna): one with a vivid purple mantle, another turquoise, and another brown. I tried taking photos with my phone, but it kept switching off, so my best images remain stored only in my memory.

Beyond its spectacular marine landscapes and extraordinary natural beauty, the anthropological richness of this archipelago is just as fascinating.

French Polynesia consists of five archipelagos—the Austral Islands, Society Islands, Tuamotu, Gambier, and Marquesas—and around 120 islands, of which 67 are inhabited, scattered across an astonishing 4 million square kilometres of the Pacific Ocean (for comparison, Europe covers about 10 million square kilometres, while Western Europe covers about 2 million). This vast region is home to an extraordinary diversity of cultures.

The Museum of Tahiti and the Islands (Te Fare Iamanaha)—absolutely worth visiting—displays artefacts from all these archipelagos and helped me discover many aspects of Polynesian history and culture.

Settlement of Polynesia began around 5,000 years ago, probably with seafaring peoples from what is now the Philippines travelling in canoe-like vessels. Over thousands of years they gradually expanded across the Pacific, reaching what is now French Polynesia around 1000 AD. European colonisation began only about 300 years ago, while French rule dates from the mid-19th century.

Among the most important myths are those of Taʻaroa, one of the most poetic creation stories in Oceania, and Aʻa, the god of the Austral Islands. (The apostrophe indicates a brief glottal stop in pronunciation.)

The Myth of Taʻaroa

Taʻaroa is the great creator god of Tahitian tradition.

In the beginning, nothing existed. There was no sky, no sea, no earth, and no light. Only Taʻaroa existed—but not in open space. He was enclosed within a shell, often described as either a giant seashell or a cosmic egg. The shell represented the universe in its unborn state.

After an immeasurable time, Taʻaroa broke free from his shell. Using its fragments, he created the cosmos:

  • one part became the sky;
  • another became the earth;
  • others became mountains, rocks, and oceans.

His feathers became trees, among many other living things. The god used his own body to complete creation. The universe was therefore born through the creator’s own self-sacrifice.

The Myth of Aʻa

The story of Aʻa, worshipped in the Austral Islands, is less a creation myth than a reflection on the relationship between gods and humanity.

It is best known through an extraordinary wooden statue from the island of Rurutu, now displayed in the museum. The sculpture depicts a standing man whose body is entirely covered with dozens of smaller human figures emerging from its surface. The statue was hollow and contained sacred relics, making it not only an image of the deity but also a vessel for his spiritual power. Rather than creating the physical world, Aʻa creates a community, a genealogy, and a social order.

Among the museum’s many remarkable objects, one that particularly impressed me was an elaborate ceremonial breastplate. It must have taken months to make, if only to gather all the required materials: shark teeth, feathers from a specific bird species, and dog hair. It undoubtedly belonged to someone of great importance.

The following morning I went scuba diving with an organisation called Fluid, based at Tahiti Marina in Faaʻa. They took me to a dive site known as Aquarium, where the underwater scenery was simply spectacular. My friendly instructor and I descended near the wreck of a small aircraft lying at a depth of about 6–10 metres. Later I learned that it was a Cessna 172 that had sunk in April 1995. Miraculously, its pilot—the aircraft’s only occupant—survived the accident.

Everything was breathtaking. What I remember most vividly are dozens of trumpetfish, perfectly still and suspended parallel to one another in the current. It took me a while to remember how to equalise the pressure in my ears, and just when I finally began feeling comfortable enough to chase fish and even try touching their tails—drifting farther and farther away from my instructor—it was already time to come back up. Only 40 minutes!

Using one of Fluid’s fish identification books, I finally confirmed that the mysterious white fish with the black spot digging in the sand was indeed a goatfish. It searches for tiny invertebrates by stirring up the seabed with the two barbels near its mouth. Those barbels reminded someone of a goat’s beard, which is how the fish got its name. I suspect that the fish from other species following them were taking advantage of the food they uncovered—a classic example of commensalism.

I’m sorry I don’t have any photographs, but perhaps it was for the best. Without worrying about pictures, I was able to experience the beauty of the moment much more fully.

Still inspired by the Polynesian museum, after lunch on nearby Toaroto Beach I visited Marae ʻĀrahurahu.

A marae is a sacred ceremonial and communal site found throughout Polynesia, where religious rituals and important social events once took place. This marae is exceptionally well preserved and, according to my guidebook, is the finest on Tahiti. Tradition says that the supreme chief of the Tumataira Valley laid his ashes there—the word arahu means “ashes” in Tahitian.

The site is peaceful and uncrowded, and even today you can still sense its mana, the spiritual energy that Polynesians believe permeates sacred places.

To avoid seeing it through overly romantic eyes, however, it’s worth remembering that human sacrifices were once performed there.

That evening, my fascinating host Veronice and I went to the InterContinental Hotel to watch a performance of traditional Polynesian dance.

And so my first stay in Tahiti came to an end.

There is still so much left to see, but I was ready for the next stage of my journey.

My itinerary for the coming weeks was as follows:

  • June 27 – July 3: Raiatea, staying with Fabien
  • July 3 – 7: Huahine, at Hiva Plage Camping
  • July 7 – 11: Bora Bora and Tupai, staying with Nadia at Vaiotaha Lodge
  • July 11 – 15: back to Tahiti with Veronice, before taking the ferry to Moorea
  • July 19: the Marquesas Islands, staying with Louise on Hiva Oa
  • then on to Fatu Hiva—although I still don’t know exactly how I’ll get there or where I’ll stay.

Finally, I’ll return to Tahiti, where I’ll board my flight home on the 3rd, arriving back in La Spezia on the 5th after transiting through Los Angeles, Paris, and landing in Milan.

Version française:

Notre amie randonneuse Alessandra Conversi nous a envoyé son itinéraire ainsi que des extraits de son carnet de voyage :

Destination : Tahiti et les îles sous le vent.

J’ai quitté Lerici le 20 juin en prenant le train de La Spezia à Milan. Le lendemain, j’ai pris l’avion pour Paris, où j’ai embarqué sur un vol de 22 heures à destination de Papeete (Tahiti). Nous avons atterri à 7 h 30 le 22 juin, avec deux heures de retard. J’ai passé le solstice d’été dans les airs, à admirer un coucher de soleil qui semblait durer des heures !

Ce vol comprend une escale de plus de deux heures à Los Angeles, où — attention, c’est important ! — vous devez passer par les services d’immigration américains ; assurez-vous donc d’avoir tous les documents nécessaires pour entrer aux États-Unis. Ensuite, vous devrez également repasser les contrôles de sécurité, où tout liquide acheté dans la boutique duty-free en France risque d’être confisqué.

Il n’y a qu’une seule route qui fait le tour de l’île. Construire d’autres routes serait pratiquement impossible en raison des montagnes escarpées et abruptes qui s’élèvent de manière spectaculaire à l’intérieur de l’île. La circulation sur cette route unique est terrible aux heures de pointe (de 6 h à 8 h et de 16 h à 18 h) ; il est donc important de bien planifier vos sorties. La plupart des commerces ferment vers 17 h (à l’exception des supermarchés), et le soleil se couche à 17 h 15, ce qui donne l’impression que les journées sont étonnamment courtes.

Mon hôte de l’échange maison à Tahiti s’appelle Véronique, et elle est merveilleusement accueillante. Le premier soir, je lui ai proposé de partager avec elle une partie de mes courses, et elle m’a fait partager le repas qu’elle avait préparé. Nous avons continué ainsi les soirs suivants et nous nous sommes tout de suite bien entendues. Elle est française, s’est installée en Polynésie alors qu’elle avait à peine plus de vingt ans, et a mené une vie fascinante et hors des sentiers battus. Je l’ai trouvée incroyablement sympathique, et quand je suis partie, elle m’a manqué comme si c’était une vieille amie. La distance qui nous sépare est énorme, et qui sait si nous nous reverrons un jour après ce voyage… même si jamais je retourne à Tahiti, je retournerai sans aucun doute chez elle. Ce fut un merveilleux début de voyage, d’autant plus apprécié que j’étais arrivée seule dans un pays qui m’était totalement inconnu.

Le premier jour, encore épuisée par le long voyage, je me suis reposée et j’ai profité d’une baignade dans la piscine de Véronique, qui surplombe le lagon de Tahiti entouré par la barrière de corail.

Une petite précision sur le lagon : ici, un lagon n’est pas une étendue d’eau fermée et souvent stagnante comme on l’imagine généralement chez nous. Il s’agit plutôt de la bande d’eau de mer située entre le récif corallien qui entoure l’île et l’île elle-même. À l’intérieur du récif, l’océan est généralement calme car le récif brise la force des vagues. Les eaux peu profondes et turquoise regorgent de coraux et de vie marine tropicale.

Le lendemain (23 juin), bien reposé après une bonne nuit de sommeil et un copieux petit-déjeuner, je me suis rendu à la magnifique plage de Vaiava. J’avais prévu de nager jusqu’au récif, mais cela m’a pris beaucoup plus de temps que prévu car je ne cessais d’être distrait par ces poissons incroyables et leur comportement fascinant. Par exemple, je me demandais pourquoi certains poissons d’une même espèce restaient toujours semblaient nager par paires. Un autre poisson suivait de près un poisson blanc qui creusait sans cesse des trous dans le sable à l’aide des barbillons situés autour de sa bouche — un poisson que j’ai identifié par la suite comme étant un baliste. J’ai également aperçu plusieurs magnifiques palourdes géantes (Tridacna) : l’une au manteau d’un violet éclatant, une autre turquoise et une autre encore brune. J’ai essayé de prendre des photos avec mon téléphone, mais celui-ci n’arrêtait pas de s’éteindre ; mes plus belles images ne sont donc conservées que dans ma mémoire.

Au-delà de ses paysages marins spectaculaires et de son extraordinaire beauté naturelle, la richesse anthropologique de cet archipel est tout aussi fascinante.

La Polynésie française se compose de cinq archipels — les îles Australes, les îles de la Société, les Tuamotu, les Gambier et les Marquises — et d’environ 120 îles, dont 67 sont habitées, disséminées sur une superficie impressionnante de 4 millions de kilomètres carrés dans l’océan Pacifique (à titre de comparaison, l’Europe s’étend sur environ 10 millions de kilomètres carrés, tandis que l’Europe occidentale couvre environ 2 millions). Cette vaste région abrite une extraordinaire diversité de cultures.

Le Musée de Tahiti et des Îles (Te Fare Iamanaha) — qui vaut vraiment le détour — expose des objets provenant de tous ces archipels et m’a permis de découvrir de nombreux aspects de l’histoire et de la culture polynésiennes.

Le peuplement de la Polynésie a commencé il y a environ 5 000 ans, probablement avec des peuples de marins originaires de ce qui est aujourd’hui les Philippines, voyageant à bord d’embarcations semblables à des canoës. Au fil des millénaires, ils se sont progressivement étendus à travers le Pacifique, atteignant ce qui est aujourd’hui la Polynésie française vers l’an 1000. La colonisation européenne

a commencé il y a seulement environ 300 ans, tandis que la domination française remonte au milieu du XIXe siècle.

Parmi les mythes les plus importants figurent ceux de Taʻaroa, l’un des récits de la création les plus poétiques d’Océanie, et d’Aʻa, le dieu des îles Australes. (L’apostrophe indique une brève occlusion glottale dans la prononciation.)

Le mythe de Taʻaroa

Taʻaroa est le grand dieu créateur de la tradition tahitienne.

Au commencement, rien n’existait. Il n’y avait ni ciel, ni mer, ni terre, ni lumière. Seul Taʻaroa existait — mais pas dans l’espace infini. Il était enfermé dans une coquille, souvent décrite comme un coquillage géant ou un œuf cosmique. La coquille représentait l’univers à l’état embryonnaire.

Au bout d’un temps incommensurable, Taʻaroa s’est libéré de sa coquille. À partir de ses fragments, il a créé le cosmos :

une partie est devenue le ciel ;
une autre est devenue la terre ;
d’autres sont devenues des montagnes, des rochers et des océans.

Ses plumes sont devenues des arbres, parmi bien d’autres êtres vivants. Le dieu a utilisé son propre corps pour achever la création. L’univers est donc né du sacrifice de soi du créateur.

Le mythe d’Aʻa

L’histoire d’Aʻa, vénéré dans les îles Australes, est moins un mythe de la création qu’une réflexion sur la relation entre les dieux et l’humanité.

Elle est surtout connue grâce à une extraordinaire statue en bois provenant de l’île de Rurutu, aujourd’hui exposée au musée. La sculpture représente un homme debout dont le corps est entièrement recouvert de dizaines de petites figures humaines émergeant de sa surface. La statue était creuse et contenait des reliques sacrées, ce qui en fait non seulement une représentation de la divinité, mais aussi un réceptacle de son pouvoir spirituel. Plutôt que de créer le monde physique, Aʻa crée une communauté, une généalogie et un ordre social.

Parmi les nombreux objets remarquables du musée, celui qui m’a particulièrement impressionné était un plastron cérémoniel très élaboré. Sa fabrication a dû prendre des mois, ne serait-ce que pour rassembler tous les matériaux nécessaires : des dents de requin, des plumes d’une espèce d’oiseau spécifique et des poils de chien. Il appartenait sans aucun doute à une personnalité de premier plan.

Le lendemain matin, je suis parti faire de la plongée sous-marine avec une organisation appelée Fluid, basée à la marina de Tahiti, à Faaʻa. Ils m’ont emmené sur un site de plongée connu sous le nom d’Aquarium, où le paysage sous-marin était tout simplement spectaculaire.

Mon moniteur, très sympathique, et moi-même avons plongé près de l’épave d’un petit avion gisant à une profondeur d’environ 6 à 10 mètres. J’ai appris par la suite qu’il s’agissait d’un Cessna 172 qui avait coulé en avril 1995. Miraculeusement, son pilote — seul occupant de l’appareil — avait survécu à l’accident.

Tout était à couper le souffle. Ce dont je me souviens le plus vivement, ce sont ces dizaines de poissons-trompettes, parfaitement immobiles et suspendus parallèlement les uns aux autres dans le courant. Il m’a fallu un certain temps pour me rappeler comment équilibrer la pression dans mes oreilles, et juste au moment où je commençais enfin à me sentir suffisamment à l’aise pour poursuivre les poissons et même essayer de toucher leurs queues — m’éloignant de plus en plus de mon moniteur —, il était déjà temps de remonter. Seulement 40 minutes !

Grâce à l’un des guides d’identification des poissons de Fluid, j’ai enfin pu confirmer que ce mystérieux poisson blanc à la tache noire qui fouillait le sable était bel et bien un poisson-chèvre. Il recherche de minuscules invertébrés en remuant les fonds marins à l’aide des deux barbillons situés près de sa bouche. Ces barbillons ont rappelé à quelqu’un la barbe d’une chèvre, d’où le nom de ce poisson. Je soupçonne que les poissons d’autres espèces qui les suivaient profitaient de la nourriture qu’ils mettaient à nu — un exemple classique de commensalisme.

Je regrette de ne pas avoir pris de photos, mais c’était peut-être mieux ainsi. Sans me soucier des clichés, j’ai pu profiter pleinement de la beauté de l’instant.

Toujours inspiré par le musée polynésien, après un déjeuner sur la plage voisine de Toaroto, je me suis rendu au Marae ʻĀrahurahu.

Un marae est un site sacré, à la fois cérémoniel et communautaire, que l’on trouve partout en Polynésie, où se déroulaient autrefois des rituels religieux et des événements sociaux importants. Ce marae est exceptionnellement bien conservé et, d’après mon guide, c’est le plus beau de Tahiti. La tradition veut que le chef suprême de la vallée de Tumataira y ait déposé ses cendres — le mot « arahu » signifie « cendres » en tahitien.

Le site est paisible et peu fréquenté, et même aujourd’hui, on peut encore y ressentir son mana, cette énergie spirituelle qui, selon les Polynésiens, imprègne les lieux sacrés.

Pour éviter de le voir avec un regard trop romantique, il convient toutefois de rappeler que des sacrifices humains y étaient autrefois pratiqués.

Ce soir-là, ma charmante hôtesse Veronice et moi sommes allées à l’InterContinental

Hôtel pour assister à un spectacle de danse traditionnelle polynésienne.

C’est ainsi que mon premier séjour à Tahiti a pris fin.

Il me restait encore tant de choses à découvrir, mais j’étais prête pour la prochaine étape de mon voyage.

Mon itinéraire pour les semaines à venir était le suivant :

27 juin – 3 juillet : Raiatea, hébergée chez Fabien
Du 3 au 7 juillet : Huahine, au camping Hiva Plage
Du 7 au 11 juillet : Bora Bora et Tupai, chez Nadia au Vaiotaha Lodge
Du 11 au 15 juillet : retour à Tahiti avec Véronique, avant de prendre le ferry pour Moorea
19 juillet : les îles Marquises, chez Louise à Hiva Oa
puis direction Fatu Hiva — même si je ne sais toujours pas exactement comment je m’y rendrai ni où je logerai.

Enfin, je retournerai à Tahiti, où je prendrai mon vol de retour le 3, pour arriver à La Spezia le 5 après avoir transité par Los Angeles et Paris, avant d’atterrir à Milan.

 

 

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

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