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All’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, nel giorno delle lauree, c’era lei, in carrozzina, pronta ad affrontare la prova finale di un percorso lungo e non sempre semplice. Ana-Stefania ha una paralisi cerebrale infantile dovuta ad alcune difficoltà durante la gravidanza. I suoi problemi riguardano soprattutto la motricità e il linguaggio: ha la parte destra del corpo compromessa, ma le sue capacità cognitive sono sempre state intatte.
Quando ha iniziato a presentare la sua tesi con l’aiuto di un lettore automatico, nell’aula è calato il silenzio: la commissione, i familiari e gli studenti presenti hanno seguito con emozione ogni parola. Vederla ritirare il diploma di laurea è stato il compimento di una battaglia fatta di studio, determinazione e fiducia nelle proprie capacità. Alla fine della proclamazione mi sono avvicinata per chiederle di raccontarmi la sua storia. Accanto a lei è arrivata subito la sorella gemella, che fin dalla nascita ha condiviso ogni passo di questo cammino: le difficoltà, le conquiste, le paure e la forza di andare avanti insieme.
Maria-Francesca comincia a raccontare mentre Ana-Stefania ascolta e interviene per correggere date, ricordi, emozioni:
Maria-Francesca:
Sono cresciuta accanto a mia sorella gemella, Ana-Stefania, e il nostro percorso non è stato semplice fin dall’inizio. Quando eravamo alla scuola materna, alcuni insegnanti pensavano addirittura che Ana-Stefania dovesse rimanere nella scuola dell’infanzia un anno in più, perché non capivano fino in fondo le sue potenzialità. Io ero molto piccola e forse intuivo che qualcosa fosse diverso, ma non riuscivo ancora a comprendere davvero cosa significasse.

Fin da piccole è sempre stata molto attenta, sensibile e capace di cogliere ciò che accadeva intorno a sé, era lei ad arrivare prima di me alle conclusioni… All’inizio è molto silenziosa, ma quando trova persone che la comprendono riesce a donare un mondo intero e pieno d’amore.
Siamo sempre state molto unite. Abbiamo frequentato le stesse scuole, pur essendo in classi diverse. Questo, in fondo, ci ha permesso di crescere ognuna con il proprio percorso, pur restando sempre vicine. All’inizio non è stato facile, soprattutto per i miei genitori, che hanno dovuto lottare tanto perché ad Ana-Stefania fosse riconosciuto il diritto di studiare e andare avanti come tutti gli altri bambini. C’era sempre qualcuno che suggeriva di fermarla, di aspettare, di ridimensionare le aspettative. Ma mia madre non ha mai smesso di credere in lei. Le scuole elementari a Fonte Nuova sono state un periodo bello, nonostante le tante difficoltà logistiche: le barriere architettoniche, l’organizzazione della fisioterapia e della logopedia, gli spostamenti continui. Però lì Ana-Stefania ha trovato insegnanti e compagni che l’hanno accolta davvero.
Il periodo più sereno è arrivato alle medie. In quegli anni abbiamo incontrato professori straordinari e soprattutto una professoressa di sostegno che è stata la prima a credere completamente nelle capacità di mia sorella. Ha saputo vedere oltre il suo silenzio e le sue difficoltà espressive. Quella fiducia le ha dato forza e ancora oggi siamo rimaste legate a lei.
Per me Stefy (come la chiamo spesso io) non è mai stata un limite ma una forza. Da piccole ci aiutavamo a vicenda: io ero il “braccio”, lei era la “mente”. Ero orgogliosa di essere sua sorella. A scuola ci conoscevano come “le gemelle”, anche se può sembrare poco carino darci questa etichetta senza riconoscerci come individui, in realtà per me era un grande orgoglio essere identificata come sua sorella e quello che tutti notavano sempre di noi era un grande sorriso. Credo che sia stato proprio quello il nostro modo di affrontare le difficoltà: con il sorriso, insieme.
Alle superiori i nostri percorsi si sono separati: io ho scelto un istituto tecnico CAT, l’ex geometra, mentre Ana-Stefania ha frequentato il liceo scientifico scienze applicate, entrambe a Monterotondo, nello stesso istituto ma all’inizio in sedi diverse. Sono stati anni molto duri, soprattutto per lei. Nei primi tempi ci sono stati episodi che oggi definirei veri e propri atteggiamenti discriminatori. Alcuni professori volevano che frequentasse la scuola solo per ottenere un semplice attestato di frequenza, senza la possibilità di proseguire gli studi. In pratica le stavano dicendo che i suoi sogni non erano realistici. La mia famiglia ha combattuto tantissimo contro questa mentalità. Mia madre, insieme all’equipe guidata dal neuropsichiatra infantile che seguivano Ana-Stefania fin da piccola, non ha mai accettato che qualcuno decidesse per lei. Io ho vissuto tutto soprattutto dal punto di vista emotivo: vedevo mia sorella soffrire e mettere in discussione se stessa, ma vedevo anche la sua enorme determinazione e la sua forza farsi sempre più grande.
Fortunatamente, alla fine del primo anno la dirigente scolastica che ha creduto davvero in lei e ha cambiato molte cose, prima di lasciare il posto ad un altro dirigente scolastico, ha riordinato la situazione dal punto di vista formativo ma anche umano. Dal terzo anno in poi la situazione è migliorata e Ana-Stefania ha potuto finalmente vivere la scuola in modo più sereno.
Dopo il liceo, io ho scelto Architettura alla Sapienza, mentre Ana-Stefania ha intrapreso Economia e Management a Tor Vergata, proseguendo poi con la laurea magistrale. All’università le cose sono andate molto meglio. Certo, le difficoltà non sono mancate: spesso le sue modalità di esame non venivano comprese fino in fondo, nonostante le certificazioni. Per lei scrivere era fondamentale, perché l’esposizione orale richiede uno sforzo enorme. Eppure non si è mai fermata. Un aiuto importante è arrivato dal CARIS, il servizio universitario dedicato agli studenti con disabilità. Tutor, docenti e personale hanno rappresentato per lei una grande risorsa, sia dal punto di vista organizzativo che umano.
Ana -Stefania è stata una delle prime persone con disabilità a laurearsi in Economia magistrale nel suo percorso universitario. È stato un traguardo enorme, raggiunto con tenacia, pazienza e coraggio. Il giorno della laurea è stato emozionante per tutti noi: vedevamo negli occhi dei professori l’orgoglio e la consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa di importante. Per noi non era soltanto una laurea: era la dimostrazione che qualcuno, finalmente, aveva dato il giusto valore alle sue capacità.
Noi siamo nate a Roma nel 2000 da genitori rumeni. I nostri nomi raccontano un po’ la nostra storia: il nome AnaMaria è stato diviso” tra noi due, di fatto i primi nostri nomi ricompongono un nome solo. Siamo cresciute tra due culture e abbiamo sempre mantenuto un forte legame con la Romania, dove vivono ancora molti nostri familiari.
Per il futuro non abbiamo progetti rigidamente definiti. A volte sogniamo di tornare in Romania, altre volte ci sentiamo profondamente a casa qui in Italia. Quello che desideriamo davvero è poterci realizzare nelle cose che amiamo, senza perderci di vista. Io sogno di progettare luoghi che siano davvero accessibili a tutti, indipendentemente dalle difficoltà fisiche o cognitive; Ana-Stefania sogna di lavorare nell’economia. Entrambe sogniamo una vita serena, fatta di piccole cose, di famiglia, di lavoro e della possibilità di continuare a guardare il mondo con gratitudine e la vita come un grande dono.
Forse il nostro sogno più grande è proprio questo: essere felici nelle cose semplici, restando sempre l’una accanto all’altra.

