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C’era qualcosa nel club di San Lorenzo che mi ha colpito quella sera: luci basse, voci che si intrecciano, e all’improvviso qualcuno che ti costringe ad ascoltare davvero. Rita l’ho conosciuta così.
Quella sera ero lì per lui, per Dirlinger: un musicista dagli occhi chiari, quasi trasparenti, capace di scavare con i testi e di costruire una musica che tiene insieme passato e presente, antica nelle radici dei cantautori che ascoltava da ragazzo, viva e tagliente negli arrangiamenti. Poi l’ho vista. Accanto a lui, sul palco, c’era Rita. Una giovane donna italiana dalla pelle nera, luminosa in un modo che non aveva niente a che fare con le luci di scena. C’era un contrasto visivo evidente tra loro, ma era nell’intesa che diventava potente: lui suonava, lei apriva ferite. Rita introduceva i brani con parole sue, dense, precise, necessarie, parole che non si limitavano a accompagnare la musica, la attraversavano. Non era solo presenza scenica, era esposizione viva. In quel momento ho capito che non mi bastava ascoltare. Volevo capire da dove venisse quella voce e ho deciso di farmi raccontare la sua storia.
Rita:
Mi sono avvicinata al mondo artistico non molto tempo fa, diciamo sette, o forse otto anni fa. Da piccola avevo fatto un po’ di teatro a scuola, ma niente di che: ricordo uno spettacolo sulle streghe e ancora oggi mi viene in mente la canzoncina che ci facevano cantare. Poi ho preso altre strade, anche negli studi: facevo musical, quindi danza, canto, ma nulla che avesse davvero a che fare con la recitazione.
A un certo punto, però, qualcosa è cambiato. Mi sono detta: “Basta, devo iniziare un corso di recitazione!”. Credo che tutto nasca dal bisogno di raccontare le storie degli altri. Ho sempre avuto questa curiosità, questo desiderio di conoscere le persone, forse anche perché sono molto empatica. E, per quanto possa sembrare un pregio, per me spesso è stato un difetto: esserlo troppo significa anche stare male per le storie degli altri. Da piccola mi chiedevo perché dovessi soffrire così tanto per cose che non riguardavano direttamente me. Oggi invece cerco di trasformare questo dolore in qualcosa di utile, e quindi scrivo.
Non ho una vena comica, lo dico sempre: non sono capace di essere divertente quando scrivo. La mia è una vena più malinconica. Mi nutro delle storie degli altri, anche a costo di stare male. In questo periodo sto scrivendo qualcosa di mio che vorrei portare in scena: parla del patriarcato e di come, anche quando pensiamo di esserne fuori, in realtà continui a vivere dentro di noi. Per farlo ho letto testimonianze molto dure, storie di donne stuprate, anche in contesti di guerra. Potrei evitarle, ma non voglio: voglio ascoltare ogni parola. Poi magari sto male per settimane, ma per me è importante sapere che non va tutto bene, che esistono queste realtà. Forse mi sono avvicinata a questo mondo proprio per questo: per conoscere storie e persone e poterle raccontare, offrendo a chi ascolta uno spunto di riflessione. E così mi sono ritrovata a Roma.
Sono nata a Rimini, sono romagnola. Due anni fa mi hanno parlato di un bando per entrare in accademia: ho provato senza aspettative, pensando che fosse difficile entrare. Invece ce l’ho fatta, e ora il mio percorso sta finendo. Qui ho capito meglio la direzione artistica che voglio seguire: in realtà lo sapevo già, ma si è rafforzato. So che è un lavoro incerto, ma sento che devo provarci comunque. Voglio trovare un modo per raccontare le storie degli altri.
A Rimini ho frequentato un istituto tecnico per il turismo. A scuola non andavo malissimo, ma ho fatto fatica a finirla, anche per una situazione familiare complicata. I miei genitori sono entrambi nigeriani e hanno avuto vite difficili prima di arrivare in Italia. Mio padre, in particolare, ha vissuto anche in Senegal e in Congo e porta dentro di sé esperienze molto dure. Sono persone segnate dalla sofferenza, e questo si vede. Con mio padre ho iniziato solo da poco a costruire un vero rapporto: da piccola lui lavorava lontano e lo vedevo poco. Nella mia vita c’è stata tanta sofferenza, anche familiare. Sono cresciuta tra due famiglie: oltre ai miei genitori biologici, ho avuto una famiglia affidataria che ho sempre chiamato mamma e papà. Mi sono ritrovata con quattro genitori, quattro punti di riferimento con culture molto diverse. Da una parte le mie radici africane, dall’altra una famiglia italiana molto diversa da me per valori e modo di vivere. Questo mi ha creato molta confusione, soprattutto durante l’adolescenza. Non sapevo più chi fossi davvero. Questa confusione me la sono portata dietro fino a pochi anni fa. Sentivo forte il peso di dover voler bene a tutti allo stesso modo, senza fare differenze. È qualcosa che può destabilizzare molto una persona che sta crescendo. Sono sempre stata piuttosto solitaria, mi portavo dietro i problemi di casa e questa malinconia mi è rimasta dentro. Probabilmente è anche da lì che nasce la mia sensibilità artistica.
Solo di recente ho fatto una scelta più chiara: mi sento più vicina ai miei genitori biologici, ai loro valori, al loro modo di affrontare la vita. Sono persone che hanno sempre lavorato duramente, senza fermarsi mai, anche nei momenti più difficili. Questo mi ha segnato profondamente. Allo stesso tempo, continuo a frequentare anche l’altra famiglia. Oggi però mi prendo la libertà di scegliere a chi dedicare il mio tempo, perché ho capito quanto sia prezioso.
A Roma lavoro come cameriera per mantenermi, anche se non è quello che voglio fare nella vita. Intanto continuo a scrivere: sto lavorando a uno spettacolo mio. Non ho fretta di portarlo in scena, voglio svilupparlo bene. I testi che porto sono già cambiati molto nel tempo, grazie ai feedback delle persone. Scrivere per me è anche un processo emotivo forte: a volte devo fermarmi, prendere distanza, persino farmi aiutare, perché tocca parti profonde di me. Scrivere, però, è anche un modo per capire e per guarire. Ho sempre avuto difficoltà a comunicare con la mia famiglia, perché spesso non c’era ascolto. E allora ho sentito il bisogno di trovare un modo per esprimere quello che provo, e anche quello che provano gli altri.
Infine, c’è il tema dell’identità. Essere italiana con la pelle nera pesa. Io mi sento italiana, ma spesso gli altri non mi vedono così. Si stupiscono se parlo bene la lingua, se ho studiato, se sono laureata in comunicazione pubblicitaria. Questo dice molto su come vengono percepite le persone come me.
Nonostante tutto, voglio continuare a studiare, magari iscrivermi a una magistrale in storia, perché sento il bisogno di capire di più il mondo. E nel frattempo continuo a fare quello che sento più mio: raccontare.
Rita Igbinomwanhia

