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Cristiana, una donna intervenuta alla presentazione del libro “Donne con lozaino” ci ha scritto per offrirci il suo racconto di vita che lei definisce stra/ordiaria pubblichiamo con piacere:
Il 3 febbraio 1998, poco dopo le 15, un aereo militare statunitense Ea-6B Prowler guidato dal capitano Richard Asbhy e da altri tre piloti americani: Raney Il, J. Schweitzer, C. Seagraves), partito dalla base di Aviano per una esercitazione a bassa quota, tranciava i cavi della funivia che collega Cavalese all’Alpe del Cermis provocando la morte di 20 persone che si trovavano in vacanza in Val di Fiemme. A un anno di distanza, la corte marziale composta da otto militari dei marines ha deciso il verdetto: il capitano Richard Ashby, uno degli otto imputati poi ridotti a due, non è colpevole per la strage di Cavalese. Le accuse di omicidio colposo plurimo, strage e negligenza in stato di servizio non sono valide. Questa data in ltalia è sinonimo di strage del Cermis, l’ennesima senza colpevoli. Per i familiari delle 20 vittime segna la perdita di un caro, per altri l’inizio di un rimorso senza fine. Per me segna il passaggio all’età adulta e alla consapevolezza della precarietà della vita.
A due settimane dalla discussione della mia tesi di laurea in restauro architettonico presso la facoltà di Architettura della Sapienza, venivo colta da un attacco epilettico che misteriosamente mi colpiva e mi schiantava a terra. Il medico di turno sull’ambulanza derubricò l’episodio a “calo glicemico dovuto alla stress”.
Solo in seguito, grazie all‘intuito del mio medico curante, la dottoressa Quadrini mi sottoposi ad esami approfonditi, per poi ricoverarmi presso l’ospedale S. Eugenio di Roma, dove ebbi la terribile sentenza: si trattava di qualcosa che era nella mia testa o meglio nell’area temporale destra del mio encefalo e che, comprimendo le terminazioni nervose, aveva causato quell‘unico episodio epilettico della mia vita.
Cominciò a quel punto la febbrile ricerca, da parte dei miei genitori e fratelli, del chirurgo migliore che esistesse in Italia, ricerca che ci portò a contattare l’allora dottor Anile, assistente del prof. Maira, tra i più accreditati neurochirurghi d’Europa. A quel punto ulteriore ricovero presso l’ospedale S. Maria di Terni, in attesa di un intervento che avrebbe comportato innanzitutto il taglio totale dei capelli, poi si doveva scoprire la calotta cranica, ed infine trapanare in tre diversi punti per arrivare alla sede di questa massa che una volta estratta sarebbe stata sottoposta a biopsia per meglio comprenderne la natura. Cominciai a pregare, come mai avevo fatto prima, che tutto andasse bene.
L’intervento venne fissato per il venerdì santo di quell’anno e cioè il 10.04.1998 e l’alba di quel giorno mi regalò un meraviglioso arcobaleno che solcava la vallata su cui affacciava la mia finestra. Mi affidai all’equipe medica e al buon Dio, e tutto andò per il meglio.
In quei due lunghissimi mesi della mia vita, scoprii quanto affetto sincero mi circondava e quanti modi diversi ci sono di manifestarlo e, con il tempo, riuscii anche a perdonare chi fu troppo debole e non riuscì a sostenermi. Devo però ringraziare innanzitutto i miei familiari per non avermi mai lasciato sola, i miei amici di Rocca Sinibalda e soprattutto i miei ex compagni di liceo, per avermi permesso di ridere e non pensare a quello che stavo vivendo.
Da lì in poi nulla fu come prima: innanzitutto una lunga riabilitazione fisica, poi l’inizio di una terapia psicologica che avevo da sempre rinviato. E comunque cominciò un periodo bellissimo in cui, anche se con alti e bassi e numerose ricadute umorali, tutto mi sembrava meraviglioso e degno di essere vissuto. Capii che troppe cose avevo tralasciato per dedicarmi a quello “studio matto e disperatissimo” che fin lì avevo perseguito e cominciai a non rinunciare più a niente, qualsiasi uscita serale, fine settimana o vacanza si proponesse io ero presente.
Nel frattempo ricominciai una vita da studente: affrontai l’esame di stato per ottenere l’abilitazione all’esercizio della professione di architetto e frequentai quel corso per esperto in cad architettonico che mi avrebbe aperto le porte del “meraviglioso” mondo degli studi professionali.
Il dottor Anile fu però chiaro e perentorio: mai abbassare la guardia perché il tumore, fortunatamente benigno, che mi aveva colpito, poteva ripresentarsi in qualunque momento e noi dovevamo essere pronti a contrastarlo. Ciò voleva dire sottoporsi periodicamente a delle fastidiosissime risonanze magnetiche che per me erano un incubo, dato che agli esordi della malattia e della prima analisi, mi sentii male dentro l’odioso tubo. Egli aggiunse però che, se fossero passati dieci anni senza ricadute, il rischio di un nuovo episodio sarebbe stato pari a quello di un qualsiasi passante, e questo, man mano che gli anni passavano e mi arricchivano di esperienze ed incontri rimandati da tanti anni, mi dava una speranza ed un obiettivo. Soprattutto dopo il rocambolesco incontro con Tullio, mio marito e padre di mia figlia, unico vero e grande amore della mia vita. Altra data significativa: 31.12.2001 Un capodanno con gli amici di Rocca nella locanda di Greg a Pizzo Ferrato, diventa l’occasione per incontrarci: due opposti che si attraggono come calamite.

Lui avventuroso, dinamico e irruente oltre che impulsivo affronta da solo la neve, la montagna, la notte, per raggiungere questo posto sperduto dove destino volle che ci incontrassimo tra 50 e più persone, tra spumante e porchetta, lenticchie e cotillon, musica e sigarette, musica e balli, fughe e lunghe chiacchierate. lo che ero sempre scappata di fronte all‘amore e al sesso, mi ritrovavo travolta e cambiavo completamente tutte le mie aspettative e convinzioni: “Io non mi sposerò mai, non avrò mai figli e rimarrò a casa a vedere invecchiare i miei genitori”.
A pensarci oggi, (il racconto era stato scritto di getto il 7.02.2012 e pensato poi per condividerlo con i pazienti della neurochirurgia del Policlinico Gemelli di Roma dove ero stata operata e tuttora sottoposta a controlli regolari) che sono moglie e madre della bellissima e dolcissima Luce mi sembra assurdo pensare di poter pianificare la propria vita perché le sorprese, belle o brutte, che ci riserva sono infinite; e del resto tutto quello che avevo pensato che a me non sarebbe successo, si è invece avverato; viceversa qualcosa che pensavo fosse mio, quasi per diritto divino, cioè l’affermazione professionale, tarda ad arrivare.

Dato che sono qui a raccontarlo sembrerebbe che poi sia andato tutto liscio, invece nel 2006 (cioè otto anni dopo il primo episodio) i miei progetti di una vita ordinaria vennero spezzati dalla ricomparsa del tumore. All’epoca io e Tullio eravamo sposati da due anni e lui fu la mia stampella, il mio coraggio e la mia forza. Non mi lasciò mal sola. lnsieme affrontammo la sfida più difficile: riprenderci la nostra vita e “andare avanti, sempre avanti!” Su per le montagne e oltre, attraverso le acque profonde per poi risalire e respirare, e pregare ,pregare, pregare. Anche in questo caso tutto andò per il meglio. Solo che la mia spinta vitale sembrava essersi dileguata e ci volle un bel po’ di tempo per ritrovarla.
La serietà della vita e della morte è stata per me sempre chiara, ma ancor di più da quando, lo scorso 19 agosto, al quinto mese di gravidanza, perdevo il mio papà, ma riscoprivo il suo amore attaverso la testimonianza di coloro che lo avevano conosciuto come uomo e come datore di lavoro. Anche in quella circostanza ho avuto testimonianze chiare di affetto, ma anche di delusione, perché magari qualcuno doveva “preparare le valigie” e non poteva dunque testimoniare la sua vicinanza nel momento più duro da sopportare, quello del saluto estremo.
La notizia ci colse inaspettata per quanto le condizioni di papà fossero sempre peggiori. Mentre io e Tullio trascorrevamo i nostri quindici giorni di vacanza in camper in giro per quelle parti d’Italia che da tempo sognavamo di visitare ma che non riuscivamo mai a raggiungere: foreste casentinesi, Vajont e montagne friulane, Trieste, e poi Genova, le cave di marmo della Toscana e ritorno.
lnsomma, la morale di questa mia storia è che la vita è sempre degna di essere vissuta, nel bene e nel male e nella sua imprevedibilità.
Questo breve racconto spero possa essere utile a chi in questo momento sta affrontando la battaglia più dura della malattia, che va comunque combattuta, perché nessuno può dirci chi vincerà e per quanto tempo bisognerà lottare. Non riesco a fare volontariato negli ospedali o simili perché troppo doloroso, ma ho sempre cercato tramite la mia storia di essere di aiuto a chi sta ora attraversando simili difficoltà. Fortunatamente le armi a nostra disposizione sono sempre più raffinate quindi la coraggiosa lotta di chi la sta ora affrontando, anche se dovesse regalare un solo giorno in più, vale anche solo per un sorriso di un bambino.
Cristiana
