Un atelier di aghi, fili e memoria 

Getting your Trinity Audio player ready...

È passato un anno da quando Silvia non c’è più. Noi che l’abbiamo conosciuta e ammirata non la dimentichiamo ed è con  questo spirito  che oggi parliamo di sua madre, che in suo nome porta avanti  un atelier pieno della bellezza e della grazia di sua figlia.

Elisabetta, Palombara Sabina

Abbiamo conosciuto Elisabetta a Palombara, era accanto a sua figlia Silvia che aveva organizzato la presentazione del nostro libro nel quale c’è un capitolo che parla del talento di questa giovane donna appassionata di moda.

Elisabetta Troiani è nata e cresciuta a Palombara Sabina. Lavora da anni come segretaria amministrativa in un’azienda locale che progetta, costruisce e distribuisce apparecchiature elettromedicali. All’età di 23 anni è nata sua figlia:

Anche lei ha iniziato a svolgere a Palombara la sua attività: il nostro paese dista pochi chilometri da Roma, la Sabina è un territorio che offre tanto. Non ci siamo mai sentiti lontani dalla capitale ma la scelta di abitare nel nostro territorio è stata dettata dal forte sentimento di famiglia, di unione e di scambio, con una partecipazione di tutti negli eventi belli ma anche in quelli difficili.

Ho rivisto Elisabetta in una tragica occasione. Sua figlia era morta una triste mattina di fine novembre lasciando nello sconforto tutti quelli che l’avevano conosciuta ed apprezzata. Abbiamo ripercorso insieme il mio incontro con Silvia quando mi ritrovai a Palombara insieme a mio figlio per ritirare un abito su misura. Non sapevo bene cosa aspettarmi; immaginavo un sarto ruvido e taciturno, immerso nella penombra di una casa piena di stoffe impolverate. Invece, appena varcata la soglia, mi accolse un atelier luminoso e curato, con dettagli delicati e una sorprendente atmosfera femminile. A aprirmi la porta c’era una donna di trent’anni, elegante, sorridente, e con lo sguardo acceso  di chi sta costruendo il proprio futuro con le proprie mani. Silvia cuciva con cura, un punto dopo l’altro, tra fatica e dedizione. Ogni abito era un modo per affermarsi nel mondo della moda in cui cercava di farsi spazio. Aveva scoperto la passione per il cucito da ragazza, appena finito il liceo. La sua prima macchina da cucire arrivò grazie a una raccolta punti del supermercato, un gesto semplice che accese una scintilla. All’inizio era solo un gioco: rammendare, provare, creare per sé o per le amiche. Ma quel passatempo si trasformò presto in un hobby, e poi in qualcosa di molto più profondo. Dietro ogni creazione c’era un lavoro incessante. Fili colorati, stoffe accatastate, ferro da stiro sempre acceso in un angolo di casa trasformato in laboratorio: le donne della mia età pensano a sposarsi e a fare figli. Io voglio arrivare, sfondare nella moda. Alla famiglia penserò dopo, quando il mio nome sarà accostato a quello di Dolce & Gabbana e tutti vorranno un mio abito.

Il primo vero riconoscimento arrivò grazie a una fortuita occasione. Alcuni amici di famiglia la spinsero a candidarsi per partecipare alla trasmissione televisiva ‘Detto fatto’. Nonostante fosse stata inizialmente eliminata, Silvia venne richiamata per una sfida a sorpresa: creare un abito in dieci minuti, un’impresa da far tremare le mani anche ai più esperti. Ma Silvia non vacillò. Quel giorno, tra la pressione delle telecamere e il tempo che scorreva inesorabile, dimostrò tutto il suo talento. Gianni Molaro, docente dell’Accademia di Moda, notò la sua abilità e le offrì l’opportunità di entrare nell’Accademia. Quella sfida, nata quasi per caso, divenne la porta d’ingresso al suo percorso professionale. Il pubblico l’aveva amata, e gli autori del programma decisero di puntare ancora su di lei. Fu così che nacque il format ‘Che cosa mi metto?’ in cui Silvia accompagnava le ospiti nella scelta di un abito e le guidava nella sua realizzazione, spiegando tutto in maniera semplice e chiara. L’idea piacque, e l’avventura televisiva si prolungò per ben sei stagioni. Per Silvia non era solo lavoro: si creò un legame profondo con la troupe, costruito tra i viaggi a Milano e le ore passate dietro le quinte. Tuttavia, l’esposizione mediatica non fu priva di difficoltà. L’ansia da copione e il suo accento romano, spesso oggetto di scherno, la mettevano a disagio, ma non la fermavano. Continuava a creare, a insegnare, a condividere. Per Silvia, cucire non era solo un mestiere, ma una forma d’arte. Le sue creazioni nascevano prima nella mente, poi prendevano forma tra le mani, senza l’ausilio di cartamodelli, solo con stoffe, spille e intuizione. Le forbici servivano a togliere il superfluo, a limare l’idea fino a renderla perfetta. Solo dopo, per le clienti, realizzava i cartamodelli tecnici su misura. Ogni abito raccontava una storia. Ogni vestito era una parte di lei: un giorno speciale segnò una svolta inaspettata. Non dovevo nemmeno esserci. Credo che tutto sia scritto. Era il mio compleanno e, non avendo trovato nessuno con cui festeggiarlo, accettai l’invito a partecipare a una sfilata benefica all’interno di Alta Roma, uno degli eventi più importanti dell’alta moda italiana. 

Quel mondo, che sembrava lontano e irraggiungibile, divenne improvvisamente reale. Per tre anni consecutivi prese parte a quell’universo fatto di luci, creatività e artisti affermati. Un gioco diventato professione. Una ragazza diventata stilista. Silvia sognava un luogo tutto suo. Con il sostegno dei genitori e tanta forza di volontà, riuscì ad aprire un atelier. Ogni scelta, dalla qualità delle stoffe all’accoglienza delle clienti, rifletteva la sua visione. Voleva essere un marchio di alta moda, ma senza mai perdere il controllo creativo: seguire una sposa dal giorno in cui scegliamo insieme il vestito, fino al momento in cui le metto il velo per entrare in chiesa o in comune, sono momenti irripetibili. Come preparare le damigelle o vestire una diciottenne per un’occasione speciale. Sono emozioni che mi riempiono di gioia.

Ma Silvia se n’è andata, a soli trentatré anni, lasciando dietro di sé un vuoto immenso. Tuttavia, anche nel momento più tragico, ha compiuto un gesto di straordinaria generosità: aveva espresso quando era in vita di voler donare i propri organi. Dopo l’accertamento della morte cerebrale, l’espianto ha avuto luogo. Il suo cuore ha ridato la vita a una giovane che sopravviveva solo grazie a un macchinario. Il fegato, i reni e altri organi hanno migliorato l’esistenza di diverse persone. Anche ossa, tessuti, cornee e utero sono stati donati. In una lettera inviata dall’ospedale Umberto I di Roma ai suoi genitori, si leggeva: Silvia ha reso la vita migliore ad altre persone.”

Elisabetta, sua madre ha così affrontato la tragedia:

Quando un dolore straziante ti trascina in un incubo, per continuare ad affrontare la vita ci sono due strade: la prima è abbandonarsi alla disperazione che porta alla pazzia, l’altra è prendere tutta la rabbia, tutto il dolore e tutta la sofferenza e farne un punto di forza per superare un evento innaturale, che nessun genitore dovrebbe mai vivere.

Elisabetta si è chiesta se tenere aperto o chiudere l’atelier di Silvia, suo marito ha proposto di provarci, ma come? Entrambi fanno un altro lavoro:

Abbiamo dato un’opportunità a Benedetta Paoloni, una ragazza che ora ha diciassette anni ma dall’età di otto veniva in atelier accompagnata dai genitori per imparare da Silvia. Le abbiamo affiancato una sarta, Claudia, con cui Silvia aveva lavorato. Claudia insegna il mestiere a Benedetta e insieme cercheremo di portare avanti questo progetto ambizioso. Benedetta ha appena presentato in una sfilata un abito realizzato da lei, è stato un successo: un capo raffinato ed elegante nella sua semplicità. Speriamo di tenere alto il nome dell’atelier, le basi ci sono e crediamo di poter fare affidamento su quanti hanno amato e seguito Silvia.

Il giorno del suo compleanno avrebbero spento insieme le candeline. Silvia non c’era ma il suo paese si è vestito a festa per lei. Un corteo di abiti e costumi da cerimonia, disegnati dalle sue mani e dal suo cuore, ha sfilato nella piazza principale. Non è stata solo una passerella ma un abbraccio collettivo della sua terra, un atto d’amore, una dichiarazione forte. Un evento fatto di stoffe che parlano, di passi che raccontano, di volti che non dimenticano. Clienti, amiche, modelle: tutte unite da un filo invisibile, quello che Silvia ha lasciato nelle mani e nei cuori di chi l’ha conosciuta. Questo evento è stato replicato un mese dopo a Montelibretti, dove si sono aggiunte le tante clienti del luogo che hanno indossato le sue  creazioni. Elisabetta conclude: 

Tutti i giorni, dopo il lavoro, apro l’atelier e il sabato sono disponibile per proporre creazioni originali Prêt à Porter. L’atelier infatti è anche un negozio dove portiamo avanti un’attività commerciale. Accanto ad abiti su misura ci sono capi ordinati dagli stessi fornitori di Silvia, sempre nel suo stile. Dal dolore più profondo, è nato il nostro impegno: il suo atelier oggi continua a vivere, a creare, a ispirare.

Raffaella Gambardella

Raffaella, appassionata narratrice, è una blogger che ha saputo rasformare le sue più grandi passioni – il cinema, i viaggi e la lettura – in una piattaforma vibrante e ispiratrice. Sin da piccola, è stata affascinata dalle storie: quelle raccontate sul grande schermo, lette nelle pagine di un libro o incontrate lungo il cammino nei suoi viaggi. Continua a intrecciare parole di donne in un cammino che non smette mai di arricchirla.

Articolo precedente

Paola nello Spazio Sacro

Next Story

100 dessins pour Gaza/100 Artists for Gaza