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Il 25 novembre non è una data come le altre. È un nome inciso nella storia: le sorelle Mirabal. Tre donne che rifiutarono di piegarsi alla dittatura di Rafael Trujillo e che pagarono con la vita il loro coraggio. Furono attirate in un agguato, assassinate con brutalità e gettate in un burrone per inscenare un incidente. Ma il loro silenzio forzato non ha fermato la loro voce: da quel giorno, il mondo intero ha scelto di ricordarle come simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. E ogni anno, mentre ripetiamo i loro nomi, sappiamo che la violenza non appartiene al passato. È qui, nelle pieghe della nostra quotidianità, nei giudizi, nelle battute, nelle porte chiuse, nei lividi visibili e in quelli che nessuno vede.
La giornata internazionale del 25 novembre ci chiama, dunque, non solo a ricordare, ma a guardare con sincerità le forme più sottili e più profonde di violenza: quelle che limitano i diritti, frenano la libertà, impongono un ruolo, definiscono quanto e come una donna possa essere se stessa.
A Roma, in via Flaminia, ActionAid ha inaugurato il “Museo del Patriarcato”, una mostra temporanea ambientata nel 2148, anno in cui si prevede il raggiungimento della piena parità di genere. L’esposizione presenta come “reliquie” gli stereotipi e le disuguaglianze ancora presenti oggi, evidenziati anche dalla ricerca “Perché non accada”, che mostra quanto il patriarcato sia tuttora radicato nella società italiana. La mostra, gratuita, è visitabile dal 20 al 25 novembre presso AlbumArte. Invitiamo le donne con lo zaino che si trovano a Roma a visitare la mostra.
Inoltre oggi, in questo spazio che ci appartiene, in questo blog a noi dedicato, voglio intrecciare alla memoria delle Mirabal una voce spesso fraintesa, criticata, demonizzata: quella di Yoko Ono. Una donna che ha pagato il prezzo di essere libera in un mondo che preferisce le donne docili, decorose, compiacenti. Una donna che è stata insultata, accusata, ridotta al ruolo di “strega”, colpevole persino di avere una personalità troppo forte. Eppure, da quella etichetta: witch, strega; Yoko Ono ha tratto forza. Nella sua canzone “Yes, I’m a Witch”, rivendica ciò che molte donne vivono ogni giorno: la lotta contro le aspettative, i pregiudizi, le pressioni costanti a essere meno di ciò che si è.
Le sue parole raccontano un’esperienza collettiva: che tu sia colta, talentuosa, creativa, brillante, in molti ambienti basterà la tua presenza per essere giudicata una minaccia. E a volte, quell’ostilità non è altro che paura. Paura della tua voce. Paura della tua libertà.
Paura del tuo modo di esistere.
Yoko Ono canta:
La mia voce è reale.
La mia voce dice la verità.
Non mi adatto ai tuoi modi.
Non morirò per te.
Ed è forse questo il cuore dell’inno che oggi possiamo fare nostro:
non moriremo per compiacere, per stare zitte, per essere accettate.
Ogni volta che tacciamo ciò che sentiamo, stiamo morendo un po’.
Ogni volta che diciamo ciò che pensiamo, viviamo.
Ogni volta che scegliamo noi stesse, spostiamo un equilibrio, apriamo un varco, cambiamo qualcosa.
È vero: il mondo vorrebbe che le cose restassero come sono.
Che le donne fossero come “dovrebbero essere”.
Ma no: cambierà.
E cambierà perché continuiamo a parlare, denunciare, educare, supportarci, raccontarci.
Perché ognuna di noi, a modo suo, è una piccola Mirabal.
Perché ognuna di noi, quando alza la voce, fa crollare un pezzo di quel sistema che ancora oggi cerca di zittire, manipolare, ridurre.
Con le parole di Yoko Ono come insegnamento e provocazione, e con il ricordo delle sorelle Mirabal come radice e direzione, questo 25 novembre può diventare non solo un giorno di lutto, ma un giorno di potenza.
Un giorno per dire:
Sì, siamo streghe.
Siamo donne.
Siamo verità.
E non abbiamo intenzione di sparire.
Perché la libertà femminile non è un privilegio: è un diritto.
E, soprattutto, è la nostra voce. Sempre.
Yes, i’m a witch
I’m a bitch
I don’t care what you say
My voice is real
My voice speaks truth
I don’t fit in your ways
I’m not gonna die for you
You might as well face the truth
I’m gonna stick around for quite awhile
We’re gonna say
We’re gonna try
We’re gonna try it our way
We’ve been repressed
We’ve been depressed
Suppression all the way
We’re not gonna die for you
We’re not seeking vengeance
But we’re not gonna kill ourselves for your convenience
Each time we don’t say what we wanna say, we’re dying
Each time we close our minds to how we feel, we’re dying
Each time we gotta do what we wanna do, we’re living
Each time we’re open to what we see and hear, we’re living
We’ll free you from the getthos of your minds
We’ll free you from your fears and binds
We know you want things to stay as it is
It’s gonna change, baby
It’s gonna change, baby doll
It’s gonna change, honey ball
It’s gonna change, sugar cane
It’s gonna change, sweetie legs
So don’t try to make cock-pecked people out of us.
Ricordiamo a questo link la mostra di Amnesty International sulla terribile domanda che troppe donne si sentono fare dopo una violenza sessuale: “Come eri vestita?”

