Giornate FAI d’autunno 2025

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Cinquantesimo anniversario della fondazione del FAI

Riceviamo dalla nostra amica Alessandra la cronaca delle giornate d’autunno del Fai che pubblichiamo volentieri:

L’11 e 12 ottobre si sono svolte le Giornate d’Autunno del FAI, Associazione di cui faccio parte ormai dal 2021 come volontaria Narratrice, ruolo di cui mi piace molto sia la fase preparatoria, fatta di ricerca e di studio, sia la messa in pratica dell’evento quando, per due giornate, si guidano gruppi di visitatori lungo i percorsi della visita.

Come ho già scritto nei miei precedenti resoconti su questo Blog, le Giornate FAI permettono di accedere a siti non visitabili, o accessibili solo a pagamento, valorizzando e promuovendo il nostro patrimonio artistico, storico e culturale; ma le Giornate hanno anche lo scopo di raccogliere fondi per questa Associazione che continua ad esistere grazie al contributo dei privati.

Il Gruppo che fa capo a Civitavecchia (io abito a Marina di Cerveteri) quest’anno ha proposto la visita di Anguillara organizzando un percorso con tappe nei punti strategici della città, che termina con la visita del piano nobile del Palazzo baronale, sede della Sala Consigliare e dell’Ufficio del Sindaco. Questa scelta si è rivelata particolarmente appropriata e siamo stati fortunati ad avere anche un tempo splendido.

Inizio la visita all’ingresso del Centro Storico, davanti a Porta Maggiore, costruita dalla nobile famiglia degli Anguillara, rimaneggiata dagli Orsini e, infine, dall’architetto Virginio Bracci che l’ha dotata di attico e di orologio nel 1772. Lo stesso architetto è l’autore, nel 1776, della Fontana della Terra, più nota come Fontana delle Anguille, per le due sculture bronzee dalle quali zampilla l’acqua.

Dalla Fontana si gode un magnifico panorama sul lago di Bracciano, formatosi dal collasso di vari crateri che condividevano la stessa camera magmatica. Si chiamava “lacus Sabatinus” dal nome del mitico paese di Sabate che sorgeva dov’è ora il paese di Trevignano, e “Sabazia” è l’appellativo del Comune di Anguillara che la distingue dall’Anguillara “Veneta”.

Immaginate che nel 1989, nel corso di lavori idrici dell’ACEA sul fondo del lago, a 360mt dalla riva e a 8 mt di profondità nel limo, sono stati trovati  i resti di un villaggio palafitticolo neolitico, del 6.000 a. C. (il più antico d’Europa) che comprendevano manufatti di pietra, perline, derrate alimentari contenute in recipienti di argilla, una statuetta della “Dea madre” in un edificio di culto e ben cinque piroghe, il tutto oggi esposto al Museo Nazionale preistorico etnografico Pigorini di Roma.

Sconfitta la città etrusca di Veio nel 396 a. C., l’espansione romana investì tutta la zona del comprensorio sabatino, subito dotata della via consolare Clodia che permetteva di far arrivare le truppe dall’Urbe fino ai confini dell’acerrima nemica Tarquinia. Sottomessi definitivamente gli Etruschi, dal IV sec. a. C. arrivarono nella regione i coloni e dal II sec., i senatori che, attirati dall’amenità dei luoghi, gareggiarono in magnificenza per costruire ville a bordo lago. Però accadde qualcosa di imprevedibile: nel 62 d. C. il livello del lago s’innalzò di 3mt, sommergendo i piani bassi delle ricche dimore e anche il porto del lago, con tutto il suo faro. Il porto si trovava sotto la punta del promontorio tufaceo sovrastante il lago, che ha una forma “ad angolo” (angularium) e apparteneva alla villa sovrastante chiamata per l’appunto Angularia. È da qui, dunque, che nasce il nome di Anguillara, associato alle anguille solo in un secondo tempo. Proprietaria della villa era la matrona romana Rutilia Polla, che non fu affatto contenta d’aver perduto il suo porto finito sott’acqua … Ma, siccome deteneva i diritti di pesca su tutto il lago e rivendeva il pesce a Roma, non credo che sia andata in rovina per questo. La testimonianza che la cittadina di Anguillara sia sorta sui resti della villa romana la si può vedere nel vicolo Grondarella, la seconda tappa della visita, dove mostro i resti di un muro in “opus reticulatum”, tecnica edilizia romana costituita da blocchetti quadrati cementati “a rombo”.

La terza tappa, a piazza Magnante, ci trasporta nel Medioevo. Rifacendo la pavimentazione nel 2007, sono venuti alla luce 33 silos interrati, scavati nel tufo, a forma di “fiasco”, che servivano per conservare il grano. Ne possiamo ammirare due, protetti da una solida copertura trasparente. Sono stati abbandonati nel XV sec. quando fu costruito un granaio fuori terra e vennero dunque usati come discarica, restituendo oggi materiale di grande interesse: tessere di mosaici, frammenti più o meno raffinati in terracotta, vetro, bronzo, resti di pasti (ossa di animali), molto utili per gli archeologi.

La quarta tappa del nostro itinerario è piazza del Pratuccio dove mi rivolgo ai miei visitatori dicendo: – Vi lascio scoprire da soli perché ci fermiamo qui…”. Ed eccoli girare gli occhi tutt’intorno, finché, ecco, s’illuminano sorpresi, perché proprio non si aspettano, dopo tante antichità, di vedere affiorare sulla facciata di una casa un capolavoro di Street Art, così discreto e delicatamente fuso con l’ambiente circostante da rischiare di passare inosservato. Il viso bellissimo di una giovane donna emerge dal muro tenendosi un dito sulle labbra e i suoi capelli, in cui si mescolano tre grandi rose bianche, si perdono dietro di lei confondendosi con le persiane verdi della casa. Del 2018, “La bella che guarda il lago” è opera di Gomez, suggestivo artista venezuelano che qui si è ispirato alla colonna sonora del film “L’anno del Signore” scritta dal Maestro Armando Trovajoli, assiduo frequentatore di Anguillara. Ho letto varie interpretazioni di questo murale, ma io voglio pensare che sia lì in ricordo della sedicenne Federica, affogata nel lago dal suo ex fidanzato la notte di Halloween del 2012.

Proseguiamo per vicoli acciottolati, tra case i cui profferli (scale che conducono all’ingresso al primo piano, sotto le quali era ricavata una cantina, una bottega o una stalla) ci riportano al Medioevo e, ammirando ringhiere e balconi fioriti, arriviamo ai Giardini del Torrione, affacciati sul lago e splendenti in questa luce autunnale. Qui ci fermiamo per raccontare la storia del Palazzo baronale e di chi lo ha abitato.

Fu realizzato nel 1502 da Carlo Orsini, primo Conte di Anguillara, figlio legittimato di Gentil Virginio Orsini d’Aragona, colui che acquistò i feudi di Cerveteri e di Anguillara nel 1492. Carlo morì prematuramente e all’improvviso, probabilmente avvelenato per conto di Cesare Borgia, lasciando a suo figlio Gentil Virginio Orsini (sì, stesso nome del nonno) i suoi possedimenti. Fu lui che ricostruì Anguillara dopo che era stata messa a mal partito dalle lotte con i Borgiani e risistemò il Palazzo facendone un luogo destinato al riposo e all’ozio. Gentil Virginio, in contatto con gli ambienti culturali di Roma, era non solo un mecenate, ma un uomo d’armi, di mare e armatore a sua volta (12 galee al suo attivo). Da papa Paolo III fu nominato Comandante Generale della flotta pontificia e la sua vita fu molto movimentata, con sorti alterne quanto ai rapporti con il papato.

Entriamo per visitare la prima delle tre sale poste al piano nobile del Palazzo che sono il punto forte di queste Giornate, poiché sono state aperte al pubblico esclusivamente per il FAI.

La Sala delle Cariatidi prende il nome dalle figure dipinte sulle pareti, ispirate a quelle di Raffaello in Vaticano, anche se queste, gigantesche, hanno fattezze meno nobili ed espressioni ridenti e canzonatorie, come s’addice per le decorazioni d’una sala che era destinata alle feste. Gli affreschi del grande fregio che corre in alto sulle pareti, sono stati realizzati a più mani da artisti della sfera di Raffaello. Costoro si servivano del materiale di studi e disegni copiati dal loro Maestro per utilizzarli come formule decorative nei loro lavori. Il fregio, com’era nello spirito rinascimentale, utilizza figure ispirate all’antichità, ma qui senza nessuna solennità, dato che questa era la stanza dei divertimenti. Nei disegni tutto è dinamismo e vitalità: un arciere tende l’arco per salvare una Nereide su un grifo che sfugge da un tritone colpito da una freccia, un corteo di marinai e tritoni porta ceste di pesci a due divinità, Scilla e Cariddi sono un mostro a tre teste, Eolo tiene un otre pieno di venti… La parte inferiore dei personaggi, per la maggior parte caudata, bagna nelle acque svelandoci che il filo conduttore delle decorazioni è inequivocabilmente il mare. Infatti, lo ritroviamo anche sotto il fregio, negli affreschi con le vedute a volo d’uccello di Venezia, Napoli e Castellammare di Stabia, dove si trovavano i cantieri navali. Al centro della parete principale troneggia lo stemma dell’Orsini, che lui soleva mettere ovunque, come a dire: – Non dimenticate chi comanda qui! -.

Stemma degli Orsini

La seconda Sala, dedicata alla vita della famiglia, è più semplice, ma anche qui troviamo un ricco fregio che corre tutt’intorno (personalmente, l’ho trovato molto bello): putti che giocano con orsetti (ancora il tema della Casata), alternandosi con girali di foglie d’acanto, il tutto su un elegante fondo nero.

La terza Sala non è una stanza, ma una magnifica Loggia con tre alte aperture ad arco (oggi chiuse con vetri) da cui lo sguardo spazia sul lago e sul cielo.

Questo era il luogo del riposo, dove Gentil Virginio trovava quella pace che mancava alle sue giornate. La bellezza non risiede solo nel panorama, ma anche all’interno della Loggia, perché l’Orsini ha fatto affrescare sia soffitto che pareti, senza nulla tralasciare.

Soffitto della loggia

Pensate che questi affreschi, così come quelli delle altre sale, sono emersi solo di recente, con le ristrutturazioni del 1978 e del 2000. Come rendere l’idea di tanta beltà con le parole? Provo a raccontare una parte delle pitture (situate tra il 1535 e il 1539), ma sarà meglio che guardiate le foto. Inizio dall’affresco più esteso, che riproduce la battaglia “della Goletta”, nelle acque di Tunisi, dove le flotte papali, del re di Spagna, di Genova, di Napoli (e non solo), vinsero gli Ottomani e con loro il pirata detto “Barbarossa”. Il restauro ha evidenziato delle correzioni apportate dal pittore nello schieramento delle imbarcazioni, segno che lo guidava qualcuno che conosceva la disposizione delle forze in campo … e chi altri se non Gentil Virginio, che aveva partecipato alla battaglia? L’affresco è una sorta di fotografia, dove sono state dipinte anche le insegne delle navi, tra cui segnalo solo le mezze lune in campo rosso degli Ottomani che fuggono con le vele gonfiate dal vento…

Sulle pareti abbiamo scene mitologiche ispirate alle metamorfosi di Ovidio: rapimento della principessa fenicia Europa, Danae che sbarca sull’isola di Serifo mettendo in salvo il figlio Perseo, l’Ermafrodito, la morte di Adone, Perseo che uccide la Medusa (siccome il mostro acquatico era anguicrinito, cioè per capelli aveva delle anguille, credo che la scelta non sia stata casuale!) e, al centro del soffitto, il Trionfo di Nettuno, il dio del mare che fu sempre propizio all’Orsini. Anche qui il tema ricorrente è quello dell’acqua, associato ai temi del destino, dell’amore, della vittoria e della fama, di cui l’esistenza di Gentil Virginio fu piena. Decorazioni a grottesche, leggere e prive di vincoli realistici, riempiono gli spazi con motivi vegetali, animali e forme fantastiche.

Prima di lasciare la Loggia, attiro l’attenzione sul ritratto che si trova al centro della parete Ovest, quella del tramonto (è un caso?): si tratta di un uomo canuto, in abiti contadineschi, seduto su una botticella di vino, con un falcetto nella mano destra: Gentil Virginio Orsini, rappresentato nell’autunno della sua vita.

Nel dipinto c’è un particolare inusuale ed è la direzione dello sguardo degli occhi celesti che non fissano davanti a sé, come è solito nei ritratti dell’epoca, ma a sinistra e in basso. Perché? Su cosa voleva attirare la nostra attenzione? Sono certa che l’Orsini stia guardando l’oggetto indicato anche dalla mano sinistra aperta. È una specie di bastone che termina con tre punte, due più alte ai lati ed una più bassa al centro … In assenza di spiegazioni plausibili, vi racconto la mia interpretazione fatta sulla base di ciò che ho studiato e che, credo, sia quella giusta.

L’Orsini morì senza figli maschi, malgrado i tentativi fatti nella stanza della moglie Giustiniana, dove aveva voluto affreschi che propiziassero il concepimento di un erede (è la stanza “dei Riti Propiziatori” nel Palazzo di Cerveteri). Però aveva due figlie femmine… ed ecco spiegato lo strano oggetto. Gentil Virginio sta guardando il suo albero genealogico, dove i due rami più lunghi e appuntiti rappresentano le femmine e quello al centro il figlio maschio, a forma di ramo tagliato (perché ebbe un maschio “naturale”, ma non lo legittimò, va a sapere perché). Qui vediamo un uomo alla fine della sua vita (se è del 1548, anno del suo rientro in Italia, il ritratto precede di poco la sua morte) che, circondato dagli affreschi dei suoi fasti, ci dice con uno sguardo sconsolato eppur ironico: – Ecco qua tutto quel che lascio: un ramo secco -. Le femmine non contavano nulla all’epoca, ahimè, e restare senza discendenza maschile era un guaio perché comportava la dispersione del patrimonio e dei territori. Dopo tanto darsi da fare era davvero triste, per Gentil Virginio, che tutto finisse così.

E con le riflessioni sulle alterne fortune della vita, lasciamo le sale per tornare nel sole che ci aspetta fuori. Scendendo la scalinata che fiancheggia il Palazzo ci ritroviamo al punto di partenza e lì, davanti alla porta Maggiore, ci dobbiamo salutare. Come sempre, alla fine di ogni visita, sento quanto il breve tempo passato insieme ai visitatori crei un rapporto di reciproca appartenenza e questo è molto bello e mi rende felice.

Concludendo, ringrazio di cuore tutti i Volontari del Gruppo FAI di Civitavecchia che, ancora una volta, hanno reso possibili queste fantastiche Giornate!

Alessandra Damiotti

Raffaella Gambardella

Raffaella, appassionata narratrice, è una blogger che ha saputo rasformare le sue più grandi passioni – il cinema, i viaggi e la lettura – in una piattaforma vibrante e ispiratrice. Sin da piccola, è stata affascinata dalle storie: quelle raccontate sul grande schermo, lette nelle pagine di un libro o incontrate lungo il cammino nei suoi viaggi. Continua a intrecciare parole di donne in un cammino che non smette mai di arricchirla.

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