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Giulia, Roma
Già dai banchi delle elementari, Giulia mostrava un dono raro e misterioso: riusciva ad intuire le soluzioni dei problemi matematici ancor prima di leggerli per intero. “È come se davanti alla lavagna si aprisse uno squarcio”, mi diceva. “Un lampo, un’intuizione improvvisa… e la risposta arriva”.
Un giorno, aveva poco meno di dieci anni, mentre era in spiaggia, un passante si fermò ad osservarla. Indossava un cappellino bianco da cui spuntavano vivaci ciuffi biondi. L’uomo la guardò incuriosito e le chiese: – Da grande vuoi fare l’attrice? Lei lo fissò senza esitazione e rispose con fermezza: – Farò l’ingegnere.

A scuola, durante le verifiche, mentre i compagni cercavano di confrontarsi tra loro sussurrando, il professore si rivolgeva direttamente a lei: –Giulia, se qualcuno può risolvere un esercizio, quella sei tu. E aveva ragione. Giulia ha proseguito con determinazione il suo percorso, scegliendo proprio quella strada che aveva indicato da bambina: Ingegneria Elettronica. Una scelta ancora rara tra le donne, eppure per lei era naturale. Il primo giorno di università entrò in aula con passo deciso: lunghi capelli biondi, figura esile, occhi brillanti ed un sorriso contagioso. Per un attimo, l’aula ammutolì: – Ma chi è quella? È venuta a fare la modella o a studiare? – sussurrò qualcuno.
– Vedrai che tra un mese passa ad una scuola di Estetica – sentenziò un altro. Ma Giulia, come sempre, smentì tutti. Non solo non mollò, ma eccelse. Il giorno della laurea fu un trionfo: 110 e lode. Gli stessi compagni che avevano riso di lei il primo giorno le lasciarono un biglietto: “Chi ha detto che una bella bionda con il seno grande non può essere un genio?”
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Poco tempo dopo, mentre ancora assaporava il profumo del traguardo raggiunto, arrivò anche la prima proposta di lavoro. Entrò in un’importante azienda come stagista. I compiti che le assegnavano erano spesso ingrati, noiosi e ripetitivi. Ma Giulia non si lamentava: sapeva che l’ultimo arrivato è sempre messo alla prova. E lei era pronta. Con pazienza e determinazione, iniziò a farsi notare. Quello stesso intuito che da bambina le faceva afferrare la soluzione prima ancora di leggere la domanda, tornava ora a guidarla nel mondo reale. Problemi tecnici, relazioni complicate, scadenze impossibili…Giulia trovava il modo di sciogliere i nodi. Aveva la mente per i numeri e il cuore per le persone: si confrontava con entrambi e aveva sempre la meglio. Pian piano, l’azienda cominciò a riconoscere le sue capacità. Non era solo una brillante ingegnera: era una professionista empatica, capace di dialogare con colleghi e clienti con la stessa naturalezza con cui affrontava un’equazione. La sua vita si intrecciò presto con quella di un amore, e arrivò anche il matrimonio. Poi, la nascita della sua bambina, a cui diede, in omaggio alla conoscenza e alla saggezza, il nome di Sofia. Gli anni scorrevano sereni, divisi tra lavoro e famiglia. Anche quando arrivò la pandemia, Giulia non si perse d’animo. Seppe adattarsi con la grazia di chi sa trasformare ogni ostacolo in opportunità. Scoprì il valore del lavoro a distanza e, anche se da uno schermo, continuò a coltivare ciò che per lei era essenziale: i rapporti umani. Giulia, da sempre, sapeva che nessuna tecnologia vale qualcosa, se non è guidata dalla capacità di ascoltare. Nonostante gli impegni di lavoro e la vita familiare, trovava sempre il tempo per sé. Anche quando le giornate sembravano troppo piene, riusciva a ritagliarsi un’ora, spesso durante la pausa pranzo, per andare in palestra. Aveva scelto un corso di Pilates Reformer, una disciplina che le permetteva di mantenere equilibrio tra corpo e mente, proprio come faceva nella sua vita quotidiana. Fu in quella sala, tra un esercizio e l’altro, che accadde qualcosa di inaspettato. L’istruttore si avvicinò, con uno sguardo serio, e le sfiorò delicatamente il collo: – Giulia, hai un bozzo. Dovresti farti vedere da un ematologo. Il cuore le si fermò per un istante: – No… anche io no… – mormorò, con un filo di voce. Il pensiero corse subito al passato, al dolore ancora vivo di una persona a lei cara che, anni prima, aveva combattuto contro un linfoma di Hodgkin. – Sarà un linfoma? – sussurrò, cercando di scacciare la paura, ma sapendo già che quella parola, per lei, era sinonimo di dolore.
Iniziò il percorso delle indagini cliniche con la stessa lucidità con cui affrontava i progetti più complessi al lavoro. TAC, PET, biopsia…ogni appuntamento annotato con precisione, ogni risultato analizzato con metodo. Consultò specialisti, lesse articoli, confrontò pareri. Era un’ingegnera anche nella malattia: razionale, meticolosa, decisa. Il verdetto arrivò, implacabile. Il sospetto era fondato. Avrebbe dovuto affrontare la chemioterapia. Anche questa volta, Giulia non si arrese. Fece un’analisi approfondita dei protocolli, valutò i rischi, i benefici, scelse con cura il team di medici che l’avrebbe seguita, con la stessa attenzione con cui, al lavoro, selezionava i suoi collaboratori più fidati. E così, una triste mattina di febbraio, con lo stesso coraggio con cui aveva affrontato mille sfide nella vita, si presentò in reparto. Prima infusione. Primo passo. Primo sguardo verso una nuova battaglia. Non era solo una paziente. Era Giulia. La stessa bambina che, davanti alla lavagna, sentiva arrivare le risposte come lampi. La stessa ragazzina che, con fierezza, rispondeva “Farò l’ingegnere” a chi la immaginava attrice. La stessa donna che aveva affrontato la vita come un’equazione da risolvere, con testa e cuore. Nel momento più buio, avrebbe voluto affidarsi alla preghiera, trovare conforto in qualcosa di più grande. Giulia non aveva mai trovato nelle religioni una verità, ma nel suo cuore conservava un rispetto profondo per chi crede. Così, nei giorni duri, pensava alla nonna, donna di fede autentica e sincera. E, quasi per affetto ereditato, si rivolgeva con un pensiero a Sant’Ubaldo, il patrono dei ‘matti’ di Gubbio, così lo chiamava suo padre, argentino, ateo, ma profondamente legato a quella figura popolare della terra dei suoi bisnonni. Il giorno della seconda infusione, accadde qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere. Era uno di quei momenti in cui il tempo sembra indefinito, tra il suono lento delle flebo e il silenzio delle attese. Durante il trattamento, sua madre entrò casualmente per porgerle una bottiglietta d’acqua. All’improvviso, il telefono squillò. Sul display, il numero di suo padre. Esitò un secondo, poi rispose. Dall’altra parte, una voce calda, inconfondibile, Papa Francesco: – Dios te bendiga, Giulia… – le disse con dolcezza. Le mani iniziarono a tremarle. Sua madre, incredula, riuscì a riprendere la chiamata con discrezione. Giulia non sapeva se piangere o sorridere. Era come se, per un istante, tutto il dolore si fosse fermato. Pochi minuti prima, suo padre, Julio, si era recato al Vaticano per accompagnare una suora, vicina al Pontefice, ad un’udienza per le Madri della Plaza de Mayo. Papa Francesco, che conosceva la famiglia Frondizi da cui Julio discendeva, gli aveva chiesto: – Julio, hai figli?
– Sì, uno ha scritto un libro sulla nostra famiglia, ma mia figlia, Giulia, è ora in ospedale. Sta facendo la chemio.
– Dammi il telefono… che la chiamo.
E così accadde. Quel messaggio, quella benedizione, fu per Giulia un’ancora. Non tanto per fede, non si era mai riscoperta credente, ma perché in quella voce aveva sentito umanità, vicinanza, cura.
Riguardò quel video decine di volte durante i cicli successivi. Nei giorni più duri, quando le forze sembravano mancare, era come se quella voce lontana la riportasse alla vita. Non era per miracolo. Era per speranza. Era un monito: anche chi non ha fede, può credere nell’amore, nella bontà, nel senso profondo della cura. Giulia continuava a lottare, con la grazia di chi non si arrende, con la dignità di chi affronta il dolore senza cedere alla disperazione. Era a conoscenza del fatto che avrebbe potuto rimanere calva. Faceva sempre i suoi conti, come sempre. Lesse le statistiche: non tutti perdevano i capelli con quella terapia. C’era una piccola percentuale di pazienti che riusciva a conservarli, magari indeboliti, ma intatti. Così, per precauzione, li aveva già accorciati. Un caschetto vivace, leggero, pratico. Sperava. Ma quella speranza si spezzò una mattina, sotto la doccia. Mentre si insaponava i capelli, sentì le dita affondare troppo facilmente. Aprì la mano e ci trovò una ciocca intera, come strappata dal corpo. La guardò, incredula, come se quel pugno di capelli fosse un segnale troppo crudele, troppo concreto. Pianse. Non fu un singhiozzo silenzioso. Fu un dolore primordiale, fatto di rabbia e di smarrimento. Si chiuse in bagno per ore, lontana da tutti, soprattutto da Sofia, la sua bambina. Non voleva che la vedesse così, fragile, disperata, che nel suo sguardo si riflettesse il terrore. Ma poi, qualcosa dentro di lei si mosse. Una decisione netta. Ingegneristica, anche questa. Avrebbe tagliato tutto a zero. Lo disse a Sofia con il tono leggero che si usa per le cose importanti che non devono spaventare: – Mamma li taglia tutti, così crescono più forti e più belli. Sai, come l’erba dopo che la tagli…
E la fece partecipare, come fosse una piccola festa. Una cerimonia d’amore e verità. Sedettero insieme davanti allo specchio. Suo marito prese la macchinetta. Sofia, con i suoi occhi grandi, osservava tutto con attenzione, senza paura. Perché i bambini non hanno bisogno di bugie, capiscono la verità, se è detta con amore. Quando caddero gli ultimi ciuffi, Giulia non era più nascosta. Non era più la donna che temeva di essere vista senza capelli. Era una madre che aveva scelto il coraggio davanti alla figlia. E Sofia, con la naturalezza che solo i piccoli sanno avere, le sorrise e disse: – Sei bellissima, mamma. In quel momento, Giulia capì che non aveva perso nulla. Aveva solo tolto un velo. E sotto quel velo, c’era sempre lei: forte, viva, piena d’amore.
Passarono i mesi. Il primo ciclo di cure si concluse, e Giulia, con un sorriso che cercava di contenere tutte le lacrime trattenute, salutò uno ad uno i medici, le infermiere, il personale che l’aveva accompagnata durante la malattia. I suoi dottori del cuore, Vito e Anna Giulia, le strinsero le mani e, con uno sguardo che diceva più di mille parole, le augurarono: – Che tu non debba mai più tornare qui. E Giulia ci credette davvero. Alla fine di quel lungo tunnel, sembrava esserci finalmente luce. Ma la vita, a volte, riscrive i finali. Dopo l’ultima PET, la notizia che nessuno vorrebbe ricevere. Una recidiva. La malattia era tornata, silenziosa ed ostinata. Avrebbe dovuto attendere qualche mese prima di cominciare nuove cure. E lei, con il cuore tremante ma la mente lucida, decise che non avrebbe permesso a quel tempo di attesa di diventare un tempo perso. Studiava. Lavorava. Viaggiava. Viveva. Portò Sofia in Lapponia, ad incontrare Babbo Natale. Voleva regalarle un ricordo fatto di magia, neve e sorrisi. Anche il lavoro, per Giulia, era rimasto un aspetto importante della sua vita. Non aveva mai preso congedi di malattia, solo poche ore di permesso, il tempo per la chemio, e poi tornava al computer, come sempre. Testa alta, cuore saldo, come se la malattia non avesse mai avuto il diritto di definirla. Eppure, dietro quella corazza di disciplina e forza, si nascondeva un dolore più sottile che non aveva a che fare con il corpo ma con lo sguardo degli altri. O meglio, con la sua assenza. Giulia, che era sempre stata ammirata, notata, celebrata per la sua bellezza luminosa, ora si sentiva invisibile. I capelli erano caduti. Con loro, era come se fosse caduto anche un pezzo della sua identità. Non si trattava di vanità ma di sguardi che non arrivavano più, di specchi che non restituivano più lo stesso riflesso:– Non mi guarda più nessuno… – diceva con un sorriso amaro. – Mi sento trasparente. Come se non ci fossi più. Quelle parole, dette piano, avevano il peso delle cose vere. Giulia non temeva la malattia. Ma le mancava sentirsi viva negli occhi degli altri, riconosciuta. Nessuna parrucca poteva ridarle quel fascino spontaneo, quell’onda bionda che le incorniciava il viso e la faceva sembrare sempre appena uscita dal sole. Eppure, anche in quella invisibilità, c’era una nuova forma di bellezza. Più discreta, più essenziale, più profonda. Una bellezza che non chiedeva di essere vista, ma sentita. E chi aveva davvero occhi per vedere, notava che Giulia non era mai stata così luminosa.
Cominciarono mesi duri: sedute di chemio interminabili, i ricoveri più frequenti, il corpo sempre più fragile, fino ad arrivare al momento che Giulia aveva temuto fin dall’inizio: il trapianto autologo. Era il passo necessario, l’unica via possibile. Ma anche quella più difficile da affrontare: Avevo sofferto tanto, ma il trapianto fu una tragedia. Una prigione. Una solitudine profonda. Rinchiusa in ospedale, senza poter vedere nessuno…credevo che sarei morta lì, da sola.
La procedura era complessa. Il suo stesso corpo, per salvarsi, doveva diventare donatore e ricevente.
Prelevarono le sue cellule staminali, le mobilizzarono nel sangue, le raccolsero, le congelarono. Poi, attraverso una chemioterapia ad alte dosi, forte abbastanza da distruggere la malattia, violenta abbastanza da sfiorare la morte, le “ripulirono” ogni traccia del male. Infine, le cellule furono reinfuse nel suo corpo. Il midollo osseo doveva ripartire da zero. Tutto doveva ricominciare. E Giulia… era distrutta. Nel corpo, nelle ossa, nella mente: ogni cellula sembrava gridare. Ma non era sola. L’amore dei suoi cari, silenzioso, costante, era lì, anche se seduti su una seggiolina posta lontano dal letto, o in un messaggio, o in un disegno di sua figlia attaccato sul muro, raffigurante un arcobaleno, ad indicare la speranza. Un giorno, quando ormai il peggio sembrava superato, un’amichetta della bambina la guardò con l’innocenza spietata dei piccoli e chiese: – Ma perché ti sei rapata? Avevi i capelli così belli! Giulia sorrise:– Per essere più punk! – rispose con tono giocoso. La bambina la fissò un attimo, poi replicò: – Ma non potevi farti solo una cresta verde?
Giulia rise. Rise davvero: un riso liberatorio, tenero, disarmato. Perché in quella frase c’era tutta la semplicità della vita che va avanti, anche quando il dolore sembra fermarla. I bambini sono così: ti disarmano e ti salvano nello stesso momento. E anche se il suo corpo portava i segni di una guerra feroce, combattuta fino allo stremo, Giulia era ancora lì, con la forza sottile di chi ha toccato il fondo ma ha scelto di risalire. E forse sì, non aveva più i capelli di un tempo. Ma aveva qualcosa di più raro: la bellezza di chi è sopravvissuto. Dopo sedici lunghissime terapie di mantenimento, con il PICC ancora al braccio per proteggere le vene martoriate dalle infusioni, Giulia tornò finalmente a respirare libertà. Il giorno in cui glielo rimossero, corse verso il mare e si tuffò tra le onde, come se stesse tornando a casa. Fu un tuffo liberatorio, una rinascita. Il sale sulla pelle, l’acqua che accarezzava le cicatrici, il cuore che batteva forte come quello di una bambina. Era viva. Da quel momento, Giulia ha ricominciato a viaggiare, a sognare, a costruire. Ma con qualcosa in più.
Oggi non parla solo di numeri e progetti: parla anche di malattia, di coraggio, di rinascita. Non si è mai nascosta, nemmeno quando era più debole. Anzi. Durante i trattamenti, era lei a confortare gli altri pazienti, a sedersi accanto a chi tremava sul lettino delle infusioni, a spiegare con parole semplici quello che i medici a volte non riuscivano a dire. Nel suo ufficio ha organizzato raccolte di sangue, ha coinvolto colleghi e amici, ha spiegato quanto basti poco, un gesto, una donazione, per salvare una vita:
Durante i mesi più difficili della malattia, ogni sacca di sangue è un giorno in più da vivere, un po’ di forza restituita. Dietro ogni trasfusione c’è una persona sconosciuta che, senza nulla chiedere in cambio, sceglie di offrire una parte di sé. Un dono invisibile, ma fondamentale.
Ecco perché oggi, Giulia, ingegnera, madre, sopravvissuta, ha fatto della promozione della donazione una nuova missione di vita. Perché sa cosa significa averne bisogno. Perché ha visto il volto della speranza appeso ad una sacca che gocciola lentamente in un tubicino. Perché ha imparato che non serve essere medici per salvare vite: a volte basta un braccio teso e un cuore aperto. Donare il sangue è un gesto semplice, ma potentissimo. Non costa nulla, e può fare la differenza tra la paura e la guarigione, tra l’attesa e la speranza. È un atto d’amore anonimo, puro, silenzioso. Ed è proprio in quella normalità così straordinaria che si nasconde il potere più grande:
quello di restituire il futuro a chi lo sta perdendo.
Oggi Giulia continua a contare numeri, come ha sempre fatto. Ma tra calcoli e progetti, quelli che le brillano negli occhi sono i numeri delle donazioni. Perché ogni sacca raccolta è una piccola luce. E lei, che ha conosciuto il buio, sa quanto possa illuminare. Tra gli ingranaggi e i grafici del suo lavoro, ora conta anche le persone convinte a donare, i piccoli semi di speranza che riesce a piantare. È ancora ingegnera, certo. Ingegnera della vita. E vuole che la sua storia serva a ricordare a tutti, e anche a se stessa, che non bisogna mai arrendersi. Mai. I suoi capelli ora sono corti, ricci e indomabili. Diversi da com’erano prima, ma forse ancora più belli. Per me, che l’ho vista nascere, crescere, soffrire e rinascere, Giulia è sempre stata bella. Anche senza capelli. Anche con il terrore nello sguardo. Ma oggi, nei miei occhi di madre, è più radiosa che mai.

