Train de vie

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Claudine è nata in un piccolo villaggio della Francia da due genitori maestri in una piccola scuola di cui il padre era anche il direttore e, in più, sindaco della comunità. Per lei e sua sorella la pressione era forte: bisognava essere le migliori in un contesto dove apparivano diverse per situazione familiare, culturale e religiosa. Cresciute in una famiglia di atei, non gli era permesso giocare fuori con gli altri: il controllo familiare era forte con una madre possessiva e manipolatrice forse per aver subito il trauma di diventare orfana. Tra ricatti morali e obblighi familiari, Claudine e sua sorella dovevano garantire quel progresso sociale rappresentato dall’avanzamento di classe. I nonni contadini e uno gendarme hanno visto la condizione dei figli migliorare grazie agli studi. I genitori maestri volevano che le figlie diventassero a loro volta professoresse accedendo a una formazione superiore di qualità: una scalata sociale garantita dall’impegno secondo i valori socialisti e repubblicani:

Annie Ernaux definisce il suo percorso come ‘transfuges de classe’; i nostri destini avrebbero invece preso un cammino diverso. Mia sorella, che era l’intellettuale delle due, ha sposato un giapponese e io, poco più che ventenne, al mio primo anno di insegnamento, mi sono innamorata di un uomo pieno di fascino. Discendente di nobili russi emigrati in Francia con un’apparente vasta cultura, poteva parlare di ogni argomento dando l’impressione di essere un vero uomo di mondo. Mi sarei accorta tempo dopo che tutto restava in superficie con lui. Lavorava a Montecarlo e mi sentii attratta dalla promessa di una vita affascinante, ben diversa da quella di maestra di provincia da cui volevo fuggire. A ventidue anni non esitai: presi il treno e lo raggiunsi in Costa Azzurra. A venticinque avevo già due figli e scoprivo che c’era qualcosa che non andava nei piccoli dettagli come nelle questioni più importanti: non pagava le tasse, non aveva la patente, era inaffidabile e mi sfruttava. A quel punto non potevo tornare dai miei: mio padre mi aveva picchiato quando gli avevo detto che sarei partita da lui e mia madre non telefonò nemmeno quando nacque mio figlio sei mesi dopo. Mi ero ribellata e ne pagavo le conseguenze; loro lo detestavano e io, orgogliosa, non osavo chiedere nulla. Avevo iniziato a lavorare e mi occupavo della casa e dei figli. Cominciavo ad accorgermi delle sue maniere di principe decaduto: avevamo problemi finanziari e una famiglia da mantenere. Ma ero ancora sotto il suo charme, non riuscivo a liberarmene. All’esterno mi valorizzava: ero la sua ‘jolie chose’ così tiravo avanti, non riuscivo a vedere chiaramente la realtà. Abbiamo avuto un terzo figlio: una bambina. Ero sempre più stanca: lui rimase senza la sua attività di import&export e si indebitava. Continuava a giocare a tennis come se niente fosse mentre la situazione era sempre più critica ma all’esterno bisognava mantenere l’immagine dello splendore.

Quando Claudine prova un’attrazione per un collega e vive una breve un’avventura, il marito diventa violento. Non ammette che lei esca dalla sua sfera di influenza e sfugga al suo dominio. Claudine racconta di vessazioni e violenze: viene spinta sott’acqua mentre nuotava, le lancia un posacenere, appaiono dei coltelli nel letto, inizia a picchiarla:

La prima persona con cui ne ho parlato è stata mia sorella, anche i miei genitori sono venuti ma lui aveva un’aura intorno, tutti lo amavano nel villaggio, almeno era quello che io credevo: proiettavo la mia ammirazione sugli altri. Quando poi la gente del villaggio ha saputo dei nostri problemi, venni a sapere che non era affatto apprezzato, era visto come un arrogante mentre io ero considerata e amata nella comunità locale. Come molte donne vittime di violenze coniugali, ero convinta che lui fosse la persona brillante della coppia, mi sentivo inferiore, svalorizzata finché, una mattina in cui mi sono sentita più persa del solito, mi sono ricordata del cartello di ‘SOS femmes battues’, mi sono diretta nel centro e ho varcato la soglia. Chiedere aiuto a SOS è stata la mia salvezza, ho preso coscienza dell‘alcolismo mondano’ che lo rendeva più facilmente violento, della mia storia familiare con le sorella di mia madre che anche loro avevano subito violenze coniugali. Condividendo la mia storia con le altre donne ho capito che le violenze all’interno delle mura domestiche è un fenomeno generalizzato, trasversale. Mi trovavo a vivere lo stesso dramma di tante altre: schiaffi, botte, una situazione di tensione e di paura costante che logora giorno e notte. Non mangiavo, non dormivo ma avevo paura di prendere sonniferi. Ricordo la sensazione di soffocamento come se ci fosse un boa che mi avvolgeva nelle sue spire o come un rapace che volteggiava sulla mia testa pronto ad afferrarmi.

Claudine ha resistito e trovato piano piano una via d’uscita sentendosi sostenuta dal terapeuta e dall’avvocato: aveva il telefono per chiamare in caso di bisogno. Dopo tante minacce è lui che ha incontrato una giovane donna e deciso di partire per Parigi. Con il divorzio si chiude un periodo buio per Claudine che ha potuto fare i conti con un passato duro e aprirsi agli altri tanto da diventare per anni la presidente di Namasté, un’associazione umanitaria che ha realizzato progetti per l’infanzia in regioni poverissime dell’India.

Claudine aveva incontrato Fabio, un insegnante di italiano in Francia, un uomo gentile con cui ha condiviso progetti umanitari e una nuova vita. Si è trasferita a Bologna crescendo con lui le sue figlie per poi partire di nuovo vicino a Marsiglia. Ora si dividono tra Nizza e Bologna. Insieme andarono in viaggio in India dopo aver parlato con l’allora presidente di Namasté e in seguito ci andarono ogni anno.

Questa donna curiosa ed eclettica ha sempre voluto lasciare il suo piccolo villaggio nel centro della Francia, esplorare orizzonti diversi, viaggiare per incontrare altri mondi, culture:

Valeria poi si è ammalata e ci ha lasciati. Sono stata nominata presidente e mi sono dedicata a questa attività per una decina d’anni con questa funzione. Ora ho passato il testimone ma seguo sempre i progetti, a distanza però perché il governo indiano non ci concede più il visto.

Claudine, ha un talento da artista: pittura, scultura, scrittura. Nel 2000, quando si traferì a Bologna, ha aperto un blog di racconti erotici e uno di cronache, riflessioni, analisi politiche reali e di finzione ispirandosi ai fatti di attualità.

E’ una donna solare, dallo sguardo aperto e positivo che condivide la sua storia, le luci e le ombre del suo vissuto, perché possa essere di aiuto per altre donne:

Come tante ho attraversato l’angoscia e la disperazione pensando di non riuscire a uscirne. Invece c’è sempre una possibilità, quella di essere felici, di salvarsi e evitare il peggio per sé e per i figli. Ho cercato di essere coerente con loro, un po’ nascondere, un po’ salvaguardarli mentre lui li indottrinava. Esercitava il suo carisma anche su di loro: gli parlava dei bei ricordi mentre io ho dovuto imparare a non piangere più davanti a loro…Che la mia testimonianza serva a dare coraggio a tante donne sole di fronte a situazioni simili, a dare loro il coraggio di cercare aiuto: è un piccolo primo passo per la liberazione.

Patrizia D'Antonio

Grazie all’incontro con Alberto Manzi, a cui ha dedicato la propria tesi di dottorato e di cui è stata collega, ha intrapreso la carriera di insegnante, occupandosi di sperimentazione didattica delle lingue in Italia e all’estero, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi. Ha pubblicato, di recente, Donne con lo zaino. Vite in cammino (Elliot, 2023), basato sul blog omonimo.

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