Cercando la Rivoluzione

Getting your Trinity Audio player ready...

Mara, Caserta, Aviano, Pordenone, Roma, Managua, Città del Messico

Da sempre in viaggio, Mara ha percorso il mondo inseguendo orizzonti lontani, ma con il cuore rivolto ai luoghi dove approdano gli ultimi, quelli che spesso nessuno vuole vedere. È a Riace che incontra Loredana: entrambe arrivate spinte dalla curiosità, attratte da quel piccolo paese calabrese diventato simbolo di un’accoglienza fuori dal comune. Riace, come molti borghi dell’entroterra, era stato svuotato dall’emigrazione. Le case abbandonate e le strade silenziose raccontavano di un passato che sembrava destinato a non tornare. Ma Domenico Lucano, il sindaco di allora, immaginò un futuro diverso: accolse migranti e rifugiati, offrì loro un tetto e la possibilità di rimettere in moto la vita del paese. Ceramica, tessitura, terrazzamento, riattivazione di uliveti, del frantoio, ripristino dell’uso dei muli, manutenzione dei sentieri, il lavoro come ponte tra culture, il quotidiano come terreno fertile per la convivenza. Quello che divenne noto come il “modello Riace” fu celebrato in tutto il mondo come un esempio virtuoso di integrazione e rinascita. Poi arrivarono le accuse, le indagini, la condanna in primo grado nel 2021. Ma nonostante tutto, quell’esperimento continua a far discutere e a ispirare, ancora di più dopo l’ultima sentenza assolutoria di Mimmo Lucano, nel 2024. È lì, in quel crocevia di utopie e realtà, che si intrecciano le vite di Mara e Loredana. L’incontro decisivo? Un passaggio in auto. Mara cercava un modo per arrivare a Lamezia e da lì prendere un treno per Roma.

– Ma io sono di Roma! – le dice Loredana, invitandola a rientrare con lei. Da quel momento nasce un’amicizia profonda, che dura ancora oggi e che, nel tempo, ha aperto anche a me le porte dell’universo errante di Mara. Ci sono voluti due anni prima che accettasse di raccontarsi in un’intervista. E solo allora ho scoperto davvero chi è: una donna dalle mille vite, una viandante del mondo, con lo sguardo sempre rivolto a chi è in cammino:

Fino ai tredici anni ho vissuto a Caserta poi, per via del lavoro di mio padre, militare, la famiglia si è spostata in Friuli. Due anni a Aviano accanto alla base NATO, un nome che allora non significava ancora nulla per me, poi un anno a Pordenone. Nel ’68, finalmente, Roma. Una città in fermento, viva, politica. Ci sono rimasta fino al 1985. Sono uscita di casa a ventun anni. Mi sono mantenuta da sola, facendo lavoretti precari. Era un’epoca in cui si credeva di poter cambiare tutto. Il 25 aprile 1975, primo anniversario della rivoluzione dei garofani,  ho preso un aereo per Lisbona. Volevo vedere con i miei occhi cosa succedeva in un paese che aveva appena abbattuto una dittatura durata quasi mezzo secolo. L’atmosfera era elettrica. Scherzavo dicendo che, siccome in Italia non si faceva la rivoluzione, andavo a cercarla dove invece accadeva davvero.

Quando partì, il sogno portoghese era ancora vivo. Ma pochi giorni prima del colpo di stato che lo avrebbe cancellato, lasciò il paese. Durante il lungo viaggio di ritorno, due giorni di treno senza un soldo in tasca, ricevette la notizia dell’assassinio di Pasolini:

Non ho mai potuto dimenticare quella coincidenza. Due sogni interrotti, due verità negate. Il crollo di un’utopia collettiva e l’ombra oscura su una tragedia tutta italiana. Erano eventi che andavano ben oltre i loro confini geografici. In generale, ciò che mi colpì di più in Portogallo fu la forza e la presenza delle “ex colonie” e della prospettiva terzomondista o, tradotta in linguaggio attuale, decoloniale. Mi ha sempre guidato l’urgenza di cambiare, di non accettare l’ingiustizia.

Mara racconta la sua storia con lucidità e passione. Figlia dell’impegno politico nato dal ’68 e del movimento femminista romano degli anni Settanta, ha vissuto le battaglie per i diritti delle donne: no alla violenza, consultori autogestiti, sessualità, aborto. Ha sempre creduto che le parole e i gesti del femminismo potessero cambiare il mondo. Dopo anni di attivismo a Roma, ha sentito il bisogno di  “stare dove le cose succedono davvero”. Partì per l’America Latina, affascinata dalla rivoluzione nicaraguense. Trovò un paese in fermento, ma anche segnato dalle difficoltà della guerra, e scelse di restarci. Per vent’anni visse in Nicaragua, lavorando in progetti delle ONG italiane in settori diversi, per poi impegnarsi specificamente nell’appoggio ai movimenti femministi dell’America Centrale ed al processo di attuazione della Legge di Autonomia Multietnica, Plurilingue e Interculturale delle regioni della Costa dei Caraibi nicaraguensi nel 1987, appoggiando la costruzione di un modello di educazione autonoma. Condivise fatiche, speranze e lutti:

Il Nicaragua mi ha regalato un’esperienza che ha segnato profondamente la mia vita. Ho avuto il privilegio di vivere da vicino quella che molti definiscono l’ultima rivoluzione del ventesimo secolo. Ho attraversato vent’anni di storia centroamericana, con tutte le sue contraddizioni, le sue ferite, ma anche con la sua forza, il suo coraggio, la sua irriducibile voglia di cambiamento. Ho conosciuto donne e uomini straordinari, capaci di dedicare la vita intera alla costruzione di un mondo più giusto. Ho lavorato in progetti che avevano un senso, che lasciavano un segno.

E poi, nel 2004, il Messico. I suoi racconti sono cuciture di mondi lontani, di rivoluzioni interrotte e ancora da venire. Mara crede fermamente che il cambiamento passi dalla memoria, dalla trasmissione delle esperienze, dal costruire ponti tra le lotte di ieri e quelle di oggi. Staccarsi da Managua è stato duro: era stata casa sua per quasi vent’anni. Ma anche la metropoli messicana, caotica e inquinata, è diventata un nuovo centro della sua vita. Qui ha iniziato a occuparsi di “genere e migrazioni”, un campo di studio allora ancora poco esplorato per quanto riguardava la migrazione in transito, perché il Messico era visto più come paese d’origine che di passaggio. Dall’inizio della svolta securitaria nelle politiche migratorie, negli anni ‘80 e ‘90, e ancor più marcatamente dal 2001 in poi, con un ulteriore giro di vite, il Messico si trasforma in una frontiera verticale, un percorso a ostacoli drammatico per chi cerca di raggiungere gli Stati Uniti. Le morti e le sparizioni aumentano, ma non se ne parla molto.

In Nicaragua Mara aveva mantenuto un impegno costante con un gruppo di ONG e, nella tappa “messicana”, come libera professionista, si muove nell’ambito di una rete ampia e flessibile di realtà sociali che aspirano al cambiamento. Nei primi dieci anni “messicani” continua a muoversi molto, soprattutto in America Centrale e Nicaragua (difficile staccarsene davvero), poi sempre più spesso in Sudamerica e Italia. Vive tra una casa-base in Messico e altri luoghi che diventano seconde case, in particolare l’Italia, dove torna ogni anno per lunghi periodi. Il suo cuore rimane diviso in tre: Italia, Nicaragua e Messico. Ogni luogo custodisce una parte di lei, dei suoi affetti, delle sue battaglie. E poi ci sono le radici: il paese del padre, ai piedi del Matese, in Campania. Un luogo dell’infanzia, che oggi Mara cerca di riscoprire tessendo nuovi legami nel territorio con realtà di lotta, collettivi e movimenti, soprattutto per i diritti dei migranti.

A Città del Messico fa volontariato in una Casa del Migrante, spazio affollato da un’umanità in cammino. Collabora anche con un collettivo di madri di migranti, centro e sudamericani, fatti scomparire nelle rotte verso gli USA. Le rotte migratorie si sono moltiplicate per terra, mare e cielo: non arrivano più solo centroamericani, ma anche venezuelani, haitiani,  caraibici,  africani e asiatici. I percorsi sono lunghi, pericolosi, spesso mortali. La frontiera verticale scende sempre più verso sud e al Messico si aggiungono il Guatemala, la selva del Darién al confine tra Colombia e Paranà, confini blindati e violenti, oltre al fiume Suchiate ed al muro del nord:

Di fronte alla militarizzazione e alla violenza, molte persone hanno iniziato a spostarsi in carovane: migliaia di uomini, donne e bambini che attraversano il paese senza nascondersi, rivendicando il diritto a migrare. Ma poi è arrivato Trump, con la sua politica di chiusura totale. Il Messico ha assunto un ruolo sempre più repressivo, in obbedienza agli Stati Uniti. Il flusso si è drasticamente ridotto, succede sempre come prima reazione ad una stretta, e le storie diventano più drammatiche, piene di dolore, disillusione, disperazione per migliaia di persone che rimangono intrappolate in Messico, definito “paese tappo”. I sequestri di migranti sono diventati un’industria già nei primi anni 2000. Le morti e le sparizioni sono una costante. Le persone fatte sparire sono decine di migliaia, ma in gran parte non sono nemmeno registrate. Le autorità non indagano, spesso sono complici. Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è sempre uno scambio umano profondo. C’è vitalità, resistenza, desiderio di costruire una vita diversa. I collettivi di madri non si arrendono: organizzano proteste, azioni di denuncia, brigate di ricerca.. Chiedono verità, giustizia, riparazione del danno. E portano con sé un tumulto di sentimenti: dolore, speranza, amore, rabbia, forza.

Mara vede tutto questo come parte di una fase buia della nostra storia. L’ascesa dell’estrema destra, le politiche anti-immigrati, le guerre. E il genocidio del popolo palestinese, del quale i governi occidentali sono complici, anche con il silenzio. Ma crede ancora nella resistenza. Da due anni partecipa alle Carovane Migranti, collettivi presenti in Italia ed in Spagna, il cui lavoro costante unisce denunce e proteste, incontri e scambi nei territori. Una carovana di pullman percorre ogni anno delle rotte migratorie, per dare visibilità alle politiche mortifere delle frontiere. Lungo i Balcani, le Alpi, i Pirenei, il Mediterraneo, in Africa del nord, nell’Atlantico, si denunciano e commemorano le morti e le sparizioni che le autorità vorrebbero far sparire per la seconda volta:

Quest’anno la carovana è arrivata a Calais. Proprio il giorno prima era morto Yasser, 24 anni, caduto da un camion nel tentativo di attraversare la Manica. Aveva affidato a quel viaggio le  speranze di una vita più degna. In ogni protesta ormai sventolano anche bandiere palestinesi: simbolo di una solidarietà globale. Il movimento contro il genocidio che grida “non in mio nome!” è potente, necessario.  

Di fronte a tanta violenza, sento spesso il desiderio di partire, solidarizzare con chi resiste. Continuo a dare corpo al desiderio di giustizia. Nel mio bagaglio ci sono ricordi, affetti, battaglie, sogni. C’è ancora tanta vita davanti e voglio impiegarla continuando, con il corpo e con la voce, a stare dalla parte di chi resiste.

 

 

 

 

Raffaella Gambardella

Raffaella, appassionata narratrice, è una blogger che ha saputo rasformare le sue più grandi passioni – il cinema, i viaggi e la lettura – in una piattaforma vibrante e ispiratrice. Sin da piccola, è stata affascinata dalle storie: quelle raccontate sul grande schermo, lette nelle pagine di un libro o incontrate lungo il cammino nei suoi viaggi. Continua a intrecciare parole di donne in un cammino che non smette mai di arricchirla.

Articolo precedente

Tangeri, l’enigmatica/ Tanger l’énigmatique

Next Story

Un viaggio lungo mezzo anno.