Reportage da Mosul, Irak

Questo non è il solito reportage di viaggio. D’altra parte non si racconta un viaggio turistico ma un incontro umano di un gruppo di persone speciali: medici, volontari, infermieri, tecnici, tutti pronti a ‘fare famiglia’, come racconta l’autrice di questo pezzo, la straordinaria Marta Verna, intorno ad un progetto di formazione e azione sanitaria di punta: insegnare e praticare il trapianto di midollo osseo in un paese devastato. Non è solo un aiuto (che anche sarebbe tanto), ma un passaggio di competenze nel quale si trasmette e si dona, in uno scambio che è sempre reciproco quando si tratta di trovare il contatto umano, il ‘senso’ di tanti sacrifici, paure, tentativi, studi, scoperte. Sono commossa da questo testo che condivido subito. Ringrazio Marta, Francesco e tutti gli altri che lavorano per costruire, sanare le vite di bambini e adulti. Uomini e donne che ‘fanno’ la pace tra i popoli e danno il valore alla vita. E i militari, la guerra, le armi citati in questo racconto e soprattutto quelli che ci arrivano come immagini e notizie da Gaza, dall’Ucraina e ancora altrove, sono note stridenti, contrasti insostenibili. Chi distrugge e chi costruisce, chi uccide e chi cura. Allora leggiamo e diffondiamo queste storie. Aspettiamo altre notizie da lei e il suo magnifico gruppo, la sua ‘famiglia’ straordinaria. Ecco l’articolo di Marta: 

Mosul, Novembre 2023

Arriviamo al check point che segna il confine tra il Kurdistan iracheno e il resto dell’Iraq. Destinazione finale Mosul. Da qui in poi dobbiamo cambiare auto, ci viene a prendere l’esercito. Due carri armati e un’auto governativa. Proveniamo da Erbil, siamo atterrati all’alba dopo una notte interminabile all’aeroporto di Bagdad dove abbiamo ottenuto il visto di ingresso. L’autista della ONG con cui lavoriamo, AVSI, ci è venuto a prendere e ci ha portato a fare una prima spesa in un grande supermercato. Carta igienica, carote, pane, detersivi, un bel vassoio di uova. E così arriviamo al check point e dieci soldati armati di tutto punto aprono il portabagagli. Ecco. Vorrei seppellirmi. Due carri armati per scortare delle carote. C’è di che ridere per settimane. Già la presenza di stranieri è una bella novità, figurarsi che pure si sono portati dietro la carta igienica, come se qui non ci pulissimo il culo.

Attraversiamo le periferie e i quartieri bombardati durante l’occupazione dell’Isis. C’è vita dappertutto. Gente che si muove, agisce, costruisce, ricomincia da capo. I ponti sul Tigri (il Tigri, no dico, sono sul Tigri, quello delle scuole elementari insieme all’Eufrate) sono stati tutti ricostruiti, i familiari rimasti divisi si sono finalmente ricongiunti. Ai bordi del fiume una distesa infinita di sedie di plastica dove gli uomini giocano a dama, bevono chai e fumano il narghilè. Gettano le tessere della dama sul tavolino con foga. L’effetto moltiplicativo di questa sorta di sciocc è incredibile, centinaia di sciocc tutto intorno che si confondono con la voce del muezzin che chiama alla preghiera.

Siamo qui per aiutare i nostri colleghi iracheni ad aprire un centro di trapianti di midollo osseo per adulti e bambini. Un gruppo di amici provenienti da tutta Italia, medici, infermieri, tecnici di laboratorio. Una strana e bellissima famiglia che si riunisce nuovamente dopo diversi anni. Eravamo diventati famiglia in Kurdistan, nel 2016, quando insieme abbiamo portato a termine lo stesso progetto, faticosamente ma con successo. Dopo innumerevoli sfuriate, pianti, kebab, enteriti del viaggiatore, un topo che si ostinava a voler vivere nel nostro bagno. Professori, giovani medici, infermiere. Tutti insieme con le mutande sullo stesso stendino. Il miracolo della cooperazione. La parte migliore di noi.

Al Hadbaa Hospital. Un casermone verdino in periferia. Esattamente di fronte alla porta di Adad, impero assiro. Gli Assiri, una delle prime civiltà al mondo. Ecco. Siamo proprio lì davanti. L’Isis l’aveva in parte distrutta, adesso la stanno ricostruendo grazie anche a un gruppo di archeologi italiani. Ancora una volta la parte migliore di noi. Il casermone verdino di fronte al Sultano Sennacherib, 704 prima di cristo. Piglia e porta a casa. Per questioni di sicurezza dormiamo in ospedale, in un’ala ancora disabitata. Barella, materasso in lattice, il beep remoto ma costante di una valvola dell’ossigeno che perde chissà dove, il rumore devastante della ventola (ma abbiamo trovato il modo, di notte, di scendere nella sala comandi centrale e spegnerla, riuscendo finalmente a dormire e riducendo così il consumo dei litri di camomilla dei primi giorni). Dopo qualche settimana di questa routine ho sdoganato qualsiasi timore e praticamente salgo in reparto, al quarto piano, in ciabatte e tuta da ginnastica. Dicesi reperibilità h24.

Perciò eccomi qui, ancora una volta ad appoggiare il mio zaino su polvere di una terra diversa. Ancora una volta a credere che tutto questo abbia senso. Oh sì. Eccome se ne ha. Mettere a disposizione le proprie competenze, regalarle a piene mani. Una fatica immane. Ma quanto ha senso. Lo zaino, mano a mano che porto avanti i miei progetti, diventa sempre più leggero, col tempo ho compreso quante poche cose in realtà siano essenziali, soprattutto quando si sta via per lunghi mesi. Kurdistan, poi Paraguay e Guatemala. Adesso qui. E forse poi Salvador, Sud Africa, Perù. Sempre con lo stesso scopo. Insegnare a fare i trapianti di midollo osseo. Aiutarli ad iniziare. Seguirli passo passo. Il primo bambino che vive, il primo bambino che muore. Le discussioni, le sfuriate, le cene tutti insieme a yogurt e falafel (ahhhh se ci fosse una birra), le paure, i momenti di sconforto, la scena del se domani non arrivano i cateteri prendo l’aereo e torno a casa, creare il gruppo di lavoro, tutti in piedi a mezzanotte per iniziare il Busulfano per la prima volta, e poi silenzio, non si dice niente fino a che il paziente non viene dimesso. E per tutto il tempo a venire, mesi che poi diventano anni, aggiornamenti telefonici, database, consigli e poi via via diventano sempre più bravi, si riescono a pubblicare i dati, li porti al loro primo congresso europeo e tutti i professori sono lì per ascoltare proprio quella donna irachena minuta, o quella giovane e forte donna paraguaiana. Ebbene sì. E tu pensi che la tua vita potrebbe anche finire (anzi finirà certamente), e anche quella della tua sorella curda, ma poco importa tanto ormai il paese ha acquisito la competenza e andrà avanti a trapiantare i bambini anche dopo, senza di me, senza di te. Eccome se ha senso. Ha senso perché va oltre la persona. Non servo più, che meraviglia. Quale potenza tanto utopica quanto assolutamente concreta. Fattibile. Eccolo, il senso.  È tutto qui. Inshallah.

Marta Verna

Author: Patrizia D'Antonio

Blogger, writer, teacher, traveller...what more? I love to meet and share with people. In my spare time I like reading, swimmming, cycling, listening and playing music . I was born in Rome but I live in Paris  

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