Con i piedi per terra e la testa tra le nuvole

Giovanna, Cuorgnè, Bogotà, Bologna, Barcellona, Parigi

Giovanna vive tra Barcellona e Cuorgnè, un paese vicino Torino. Ci siamo conosciute a Parigi e, in occasione di un festeggiamento di una collega, le ho chiesto di raccontare il suo nomadismo ed i suoi viaggi:

Sono inquieta e curiosa, credo che ciò derivi da mio padre. Era un alpinista, vero amante della montagna. Ancora molto giovane si ammalò e non poté più scalare le vette a lui tanto care. Non si arrese alla malattia e cominciò a viaggiare con la mente, ripercorrendo le grandi ascensioni himalayane degli anni ’50, documentandosi e intraprendendo una stretta corrispondenza con alpinisti e studiosi di allora, tra cui Fosco Maraini, padre di Dacia, interessandosi al Tibet e alla religione lamaista. Ammiravo le foto che giravano per casa: i santuari, le grandi estensioni del Tibet, le montagne e i cieli immensi…Credo sia nata allora la mia voglia di sapere, conoscere altre culture e visitare posti nuovi. Ero e sono rimasta sempre pronta ad andare, sapere e scoprire.

Abitavo a Cuorgnè, in provincia di Torino, ero maestra e sognavo di poter lavorare nelle colonie estive Olivetti. Allora erano un vero esempio per chi aveva a che fare con i bambini e nei miei primi anni di insegnamento il fatto di essere vicina all’esperienza delle scuole sperimentali di Ivrea, è stato un grande stimolo. Mio padre è morto quando avevo tredici anni, e mia madre ha continuato a incentivare la mia voglia di conoscere: è una donna iperattiva, non si ferma mai, ama camminare, nuotare, andare in montagna. Per venti anni, ha venduto nei mercatini delle pulci vecchie cartoline e documenti che recuperava in una casa appartenuta a mio padre dove avevano vissuto diverse zie, tutte maestre. A quei tempi era insolito che ci fossero donne fortemente alfabetizzate e loro scrivevano spesso cartoline e lettere che poi sono arrivate fino a noi. Mia madre vendeva anche libri: alcuni erano vecchi testi trovati in casa, altri più recenti, pubblicati dalla casa editrice di suo fratello. A volte la accompagnavo ma io caricavo e scaricavo solo i pesi, era lei la vera esperta. Non faceva grandi incassi, ma si spostava incontrando gente, conosceva storie, ricostruiva episodi del passato attraverso i documenti. Posso dire che ha avuto una grande influenza sulla mia formazione; ha viaggiato abbastanza ed è venuta a trovarmi spesso: in Colombia, Francia, Spagna. Ora ha novantasette anni, lavora ancora nell’orto e la sera legge disinvoltamente i giornali.

Chiedo a Giovanna di raccontarmi di quando ha deciso di lasciare il suo paese natale per recarsi oltreoceano:

Mentre terminavo i miei studi universitari di Pedagogia, ho conosciuto un ragazzo argentino di passaggio dalle mie parti, Pascual, poi diventato mio marito. Era venuto in Europa alla fine della dittatura, proprio quando il suo paese era uscito malconcio ma libero alla fine della guerra delle Malvine. Un po’ vagabondo come me, faceva un po’ di tutto, fabbricava e vendeva nei mercatini marionette, cagnolini di peluche e oggetti di alluminio. Voleva tornare in Sudamerica, dove mi propose di seguirlo. Io non me la sentivo di lasciare tutto, ma intrapresi con lui un viaggio a Bariloche, nella regione argentina dei laghi. Lì incontrai un ingegnere dell’Impregilo, una ditta italiana di grandi costruzioni. Sapendo che i figli dei dipendenti avevano bisogno di scuole e istruzione, gli chiesi se potevo lavorare in uno dei cantieri. Lui mi consigliò invece di fare dei concorsi per insegnare all’estero. Partecipai e vinsi, nel frattempo ero incinta del mio primo figlio Nicolás. Mi destinarono in Colombia e partimmo per Bogotà quando il bimbo aveva dieci mesi. La città a quei tempi era sotto Pablo Escobar: periodo di bombe e di terrorismo. Una volta lì, scoprimmo che Nico era completamente sordo. Eravamo consci che per un bimbo in quelle condizioni sarebbe stato impossibile apprendere due lingue contemporaneamente.  Dopo grandi dilemmi, decidemmo di fermarci in Colombia, Paese bellissimo nonostante i suoi grandi problemi. Trascorso un anno però, il posto di Bogotà venne soppresso e fui rimandata in Italia. dove mi dedicai alla rieducazione di Nico. Nel frattempo ero rimasta di nuovo incinta. Mi recavo in un ospedale di Varese, dove una équipe guidata dal dott. Burdo, grande luminare in quel campo, mi aiutava a seguire mio figlio con un lavoro costante di riabilitazione uditiva. Mio marito Pascual rimase a Bogotà – dove continuava a lavorare nella produzione di cortometraggi e pubblicità- fino alla nascita del nostro secondo figlio, Carlo. Tentò, al suo rientro, di lavorare a Milano, ma non andò bene. Decidemmo allora di trasferirci a Bologna. Fu un periodo intenso, fatto di incontri, feste e molto lavoro con Nicolás. Suo fratello Carlo fu per lui un vero maestro e un aiuto essenziale per noi. Intanto a Nico, a sei anni, venne effettuato l’impianto cocleare che gli permise di sentire, anche se solo da un orecchio: la sua vita e la nostra ebbero una svolta decisiva, fu un nuovo bellissimo inizio. Mi spostai a Barcellona, in accordo con l’equipe medica che seguiva Nicolas: il bambino aveva raggiunto una buona competenza in italiano e ora si poteva inserire un’altra lingua. Lavorai per sette anni nella scuola italiana di Barcellona. I miei figli, oggi, mi ringraziano di averli fatti vivere in un mondo multiculturale, a scuola hanno imparato lo spagnolo, l’inglese e il catalano. 

Giovanna è stata chiamata poi a lavorare un ultimo anno a Parigi, è stato forse uno degli anni più stimolanti della sua vita. Non aveva mai vissuto da sola, è stato bellissimo visitare mostre e musei, andare in giro, al cinema, dovunque decidesse di andare, senza nessun impedimento.

Ricordo che una volta l’ho accompagnata a fare la sauna: lei ama dire che se ci si reca insieme alla sauna si diventa sorelle, perciò mi piace pensare che siamo diventate un po’ parenti. Giovanna ricorda con tenerezza il suo primo giorno a Parigi:

Camminavo sul viale in quell’inizio di autunno. Parigi mi sembrava meravigliosa, ma quella mattina ero un po’ affannata perché per la prima volta mi presentavo in quella scuola, dove avrei passato un anno scolastico, non sapevo esattamente dove fosse. Me laspettavo imponente, e rimasi stupita nello scoprire che invece era un edificio vecchiotto fra altri, qualcosa di più simile alle case degli Aristogatti che a un palazzo adeguato al complesso monumentale  Les Invalides”. Linterno non era diverso: piccolo, un labirinto di stanze arrampicate una sullaltra, norme di sicurezza piuttosto vaghe, scale strette, bagni approssimativi. Entrai nelle aule delle sezioni della scuola dellinfanzia che mi erano state assegnate più curiosa che sorpresa, un pofrastornata, fra i bimbi che mi guardavano anch’essi curiosi e le colleghe già troppo indaffarate per spiegarmi dove fossi capitata.

Passai lì un anno molto bello, uno dei migliori della mia carriera. Imparai tante cose, ebbi la fortuna di conoscere persone molto interessanti che anche ora mi sono care. 

Tornata a Cuorgnè dopo Parigi si chiude il cerchio: Giovanna insegna in una scuola dove incontra i figli dei suoi vecchi alunni, termina il dottorato in ‘Didattica della lingua e letteratura’ all’Università Autonoma di Barcellona. Tutti la sconsigliano: – A che ti serve un dottorato a fine carriera se non devi più insegnare?- ma lei ha tenuto duro ed è davvero fiera del suo titolo di dottore. Continua a raccontare:

Ho viaggiato tutta la vita, il vero viaggio con trasferimento è coinciso con la nascita dei bambini, i figli ora continuano, Carlo è un vagabondo- anche lui ha scelto di lavorare in giro per il mondo. Guadalupe, Messico, Réunion…Nico è più stabile e vive a Barcellona. Adesso la mia vita si divide tra Barcellona e Cuorgnè. Le foto ed i libri di mio padre girano ancora per casa: ‘I samaritani della roccia’, storie di salvataggi in montagna, a volte riusciti, altre falliti, ‘ La lunga strada agli 8000’, in cui si parla delle spedizioni, della cultura e del lamaismo, Non sono mai andata in Tibet, e temo che adesso sia troppo duro per me salire a cinquemila metri. 

 Da poco Pascual e io abbiamo percorso la Carretera Austral, nella Patagonia cilena, un vero viaggio da hippy, senza nessuna organizzazione, andando dove eravamo ispirati, con mezzi di fortuna. È stato bello, ma un po’ duro fisicamente. Non abbiamo ancora scelto un posto da considerare una base per il nostro futuro, siamo ancora nomadi. Ci siamo ripromessi di continuare a girare il mondo, da poco siamo stati in Guadalupe e Pascual sta progettando unautomobile furgone che si trasforma in letto, stiamo finendo di attrezzarla per viaggi brevi.

Giovanna parla del contenuto indispensabile per il suo zaino: telefono cellulare per i collegamenti, scarpe comode per camminare, un impermeabile e poco altro, non porta mai in aereo bagaglio da stiva. Aggiunge che nel suo zaino metaforico non potrebbe mai rinunciare alle relazioni, agli amici, alla curiosità. Vuole sapere, vedere, toccare:

 Parlo con tutti, voglio essere leggera, nella vita sono complicata ma quando parto, via tutto!

Aspetto di decidere quale sarà il mio ‘buen retiro’: mi piace la natura intorno a Cuorgnè ma qui l’inverno è lungo; a Barcellona c’è nostro figlio Nico, ma c’è inquinamento e troppo cemento, d’altra parte c’è una grande offerta culturale…subito dopo penso che vorrei abitare in Costa Brava, poi mi dico che vorrei cominciare in un posto nuovo…è tutto un divenire. Cerco di stare con i piedi per terra, ma la mia testa vola in alto, è sempre fra le nuvole.

R.

Author: ragaraffa

Blogger per passione e per impegno, ama conoscere e diffondere le voci delle donne che cambiano.  

Rispondi